(navigation image)
Home American Libraries | Canadian Libraries | Universal Library | Community Texts | Project Gutenberg | Children's Library | Biodiversity Heritage Library | Additional Collections
Search: Advanced Search
Anonymous User (login or join us)
Upload
See other formats

Full text of "Bollettino della società pavese di storia patria"

eoe 
Soci? 

v. 4 



BOLLETTINO 



DELLA 



SOCIETÀ PAVESE 01 STORIA PATRIA 



VOLUME QUARTO 
1904 




PAVIA 

PREMIATA TIPOGRAFIA SUCCESSORI FRATELLI FUSI 
Largo di Via Roma N. 7. 

1904 



IP LI 



ANTICHITÀ DEL VOGHERESE 



NOTE INTORNO ALLA RACCOLTA GIULIETTI IN CASTEGGIO 



I lettori di questo Bollettino non ignorano come 1' avv. Giu- 
lietti di Casteggio abbia messo insieme una raccolta di antichità 
del suo paese e dei dintorni, e come, spinto dal desiderio già 
manifestato dagli studiosi (1), che tale raccolta venisse illustrata 
e utilizzata per la storia, egli abbia dedicato alla descrizione di 
essa quasi tutto un volume con tavole litografiche, ed una ap- 
pendice di data recentissima (2). Con tutto ciò, e non ostante la 
buona volontà e l' abnegazione del Giulietti, non si può dire 
che i lettori di quel volume siano messi in grado di farsi una 
idea esatta del valore della raccolta. Le tavole sono appena 
mediocri, e specialmente cattive e infedeli quelle dove più sarebbe 
necessaria la riproduzione del carattere, dello stile, quali si ma- 
nifestano nell'oggetto antico. Il testo è riuscito troppo lungo, in- 
farcito di digressioni ed incerto nelle determinazioni. L'avv. Giu- 
lietti confessa modestamente di non aver fatto studi archeolo- 
gici, e però egli procede a tentoni ; prima s' industria a stabi- 
lire il carattere degli oggetti riferendo lunghi squarci di trattati 
generali ; poi cita le opinioni di studiosi da lui interpellati in pro- 
posito, le quali riescono talora stranamente discordi, e non sem- 
pre per colpa dei dotti chiamati in causa, bensì per la insuffi- 

(1) Ne scrisse fin dal 1890 il mio egregio collega ed ora benemerito presi- 
dente di questa Società storica prof. G. Romano, nel Corriere Ticinese, n. 16. 

(2) Casteggio, Notizie storiche, voi. II, Avanzi di Antichità, Voghera tip. 
Rusconi-Gavi-Nicrosini, 1893; Appendice alle Notizie date sugli avanzi di an- 
tichità di Casteggio, Casteggio tip. Sparolazzi, 1901. 




I I 7025 I 



— 4 — 

cienza dei dati,, e perchè, prima d' interrogare utilmente uno spe- 
cialista (e poi per apprezzare convenientemente i giudizi espressi 
da ciascuno), è necessario aver già fatta una determinazione ge- 
nerale approssimativa, e sapere a chi bisogna rivolgersi nell'un 
caso o nell' altro, e qual è il parere che su l'una o l'altra que- 
stione deve ritenersi più competente. Tutto ciò non menoma 
punto il merito dell'egregio Giulietti, il quale anzi all'amore del 
natio loco unisce quello grandissimo della verità, e fu sempre 
deferente verso chi gli mosse delle critiche anche non del tutto 
giuste, e pronto ad accogliere quelle osservazioni che gli sem- 
brassero fondate. 

Lasciamo al lettore il' giudicare se da quanto si è finora pub- 
blicato in proposito si riesca a comprendere se nella raccolta 
Giulietti esista o non esista ceramica preistorica o almeno pre- 
romana. 

A p. 33 sgg. del suo volume il Giulietti si occupa della ce- 
ramica che dovrebbe essere preromana. Descrive « frammenti di 
« vasi a impasto grossolano con entro granelli bianchi probabil- 
« mente di quarzo » invece dei quali talora alla pasta argillosa 
« sono commiste pagliuzze». « Il colore é nerastro... Rassomi- 
« gliano molto ai vasi di bucchero che si vedono nei musei della 
« Toscana. » 

Riferisce quindi alcuni periodi del Regazzoni ed altri del Coraz- 
zini intorno alla fabbricazione dei vasi preistorici ; poi dice di 
aver mandato saggi dei cocci da lui raccolti al Museo Preistorico di 
Roma ed al Museo Etrusco di Firenze; all' uno furono giudicati 
gallici o barbarici, all'altro della Campania e appartenenti al se- 
colo I avanti Cristo. Alcuni frammenti -con ornati incisi o pun- 
teggiati il Giulietti ha fatto riprodurre in una tavola; vi pone a 
riscontro svariato citazioni, da cui sembra all'autore poter desu- 
mere che tali frammenti ceramici appartengano all'età del bron- 
zo; ma viene quindi a dire che, inviata la tavola, al prof. Pigo- 
rini per esame, questi non vi trovò nulla di pre-gallico, ma al 
più vi avrebbe riconosciuta suppellettile gallo-romana, romana e 
barbarica. Laonde il Giulietti, attaccandosi al nome dei Galli, fini- 
sce per opinare, che, avendo i Galli posseduto il territorio prima 



- 5 - 

dei Romani, quella suppellettile possa alla fin fine meritare il 
nome di pre-romana. 

Né maggior lume si trae per la importantissima questione da 
una recensione del Malocchi al volume del Giulietti (1) e dalla 
costui recente Appendice, nella quale riferisce il parere comu- 
nicatogli dal Castelfranco. Il Maiocchi, senza aver visto gli og- 
getti, giudica parecchi dei frammenti ceramici molto posteriori 
all'età romana, anzi addirittura longobardici. Fondamento di questa 
opinione, in verità molto arbitraria, è sempre il giudizio dato dal 
Pigorini, e che il Giulietti tira pel capo ed il Maiocchi per la 
coda. 

Il Castelfranco invece (2) giudica gallo-romani tutti i fram- 
menti riprodotti nella tavola in questione. 

Ma che vuol dire gallo-romani? Se con questa parola si desi- 
gna ciò che appartiene alla Gallia Cisalpina quando essa non era 
ancora aggregata all'Italia (ciò che avvenne ai tempi di Augusto), 
ma era già dominata dai Romani i quali le davano la poderosa im- 
pronta della loro cultura trasformatrice e livellatrice, vai meglio 
dire addirittura romano ciò che a quel periodo appartiene, poi- 
ché la civiltà e la suppellettile romana sono identiche da un capo 
all'altro della penisola. Il combinare nomi etnici è un giuoco di- 
lettantesco e pericoloso, quando, senza avere larghi orizzonti, con 
vedute ristrette a regioni e periodi circoscritti, si vogliono desi- 
gnare per mezzo di così fatti nomi ibridi e variopinti non già 
strati ben distinti e determinabili, di cui si possa discutere il rap- 
porto con le popolazioni il cui nome ci è stato tramandato dalla 
storia, bensì oggetti sporadici. 

N' è prova 1' altro giudizio riferito dal Giulietti intorno agli 
oggetti in forma d'uccello (3), ritenuti liguro-gallici (?). Ora fra 
questi oggetti v'è un uccello di vetro tutto chiuso, per uso di 
giocattolo galleggiante, e tale oggetto è senza dubbio romano, 

(1) Bollettino storico Pavese, 1894, fase. HI, p. 62 sgg. 

(2) Parere comunicato al Giulietti e da costui reso pubblico nella sua Ap- 
pendice cit. 

(3) Appendice, p. 7, 



— 6 — 

come sa chiunque abbia qualche familiarità con la suppellettile di 
Pompei (1). Simili vetri sono poi comuni in Piemonte. 

Una volta che siamo fuori del campo preistorico, e in piena 
età classica, il giudizio più competente il solo del quale il Giu- 
lietti avrebbe dovuto tener conto per quanto riguarda la tavola 
dei frammenti ceramici da lui inviata in esame, era quello che 
gli veniva dal Museo Etrusco di Firenze, giacché l' illustre pro- 
fessore Luigi Adriano Milani, che dirige quell' Istituto, è il solo 
fra gli studiosi consultati dal Giulietti che sia maestro anche nel- 
T archeologia classica, il solo che gli citasse un riscontro (quello 
della ceramica romana della Campania, regione conosciuta e stu- 
diata dal Milani fin da quando era alunno della Scuola Archeolo- 
gica), ed il cui parere stesse in armonia con i dati del trova- 
mento, in quanto che il Giulietti stesso nota che parecchi di quei 
frammenti ceramici furono rinvenuti insieme con anfore chiara- 
mente determinate e classificate come romane dai bolli che re- 
cano impressi. Ma il Giulietti cita il Pigorini e il Castelfranco, 
anzi antepone questo a quello (2), polemizza col Maiocchi, e tace 
perfino il nome del direttore del Museo di Firenze! 

E pure, in una visita recentemente da me fattagli a Carteg- 
gio (3), io potei verificare che l'avv. Giulietti possiede veramente 
cocci di ceramica primitiva. Ad essi si riferisce la descrizione dei 
caratteri organoleptici data dal Giulietti ed innanzi riferita, e dove 

(1) Qui in Lombardia, dove i monumenti romani acquistano importanza per 
il loro sovrapporsi quasi immediato a civiltà inferiori, dove essi sono quasi 
gli unici rappresentanti dell'età classica, il non avere educazione archeologica 
pompeiana rappresenta per gli studiosi una grande lacuna, che sarebbe stata 
già colmata da una migliore organizzazione, dal coordinamento degli studi e 
delle ricerche archeologiche a quelli delle altre regioni italiane. 

(2) Ibid., p. 5. Si fonda pure il Giulietti sull' ordinamento del Museo di Mi- 
lano, ove, per la parte che riguarda l'antichità classica e preclassica, un archeo- 
logo riconosce alla prima occhiata la poca familiarità che hanno mostrato d'avere 
gli ordinatori con quasi tutti i dominii della scienza archeologica. Invece non sono 
citati Musei con serie assai più complete e perfettamente classificate, come quelli 
di Firenze e di Bologna. 

(3) Ebbi in quella gita la grata compagnia del prof. T. Taramelli. L'avv. Giu- 
lietti ci colmò di cortesie ed é mio debito ringraziarlo. 



ò soltanto errato il riscontro col bucchero, il quale è invece ar- 
gilla depurata tinta di nero in pasta, lavorata al tornio e cotta 
alla fornace ; forse il Giulietti voleva alludere al cosi detto « im- 
pasto italico ». Manca inoltre l'accenno allo spessore delle pa- 
reti, alla loro inuguaglianza nella superficie, perchè fatte a mano 
e senza il tornio, e la chiara determinazione della cottura a fuoco 
li Itero. Se il Giulietti avesse distinto questi caratteri, egli avrebbe 
tenuti separati parecchi cocci di tal fattura, che disgraziatamente 
non conservano forme apprezzabili (può solo dirsi che dovevano 
appartenere a vasi piuttosto ventricosi e con fondo piatto, ta- 
luno a vaso più piccolo) né sono riferibili ad un detcrmi- 
nato strato e ad una determinata età. Tali frammenti cera- 
mici non hanno alcun ornato, anzi sono affatto lisci. Se fos- 
sero stati inviati in originale (anche un piccolo frammento) a 
Roma o a Firenze, ninno avrebbe esitato a riconoscervi della ce- 
ramica — con le riserve qui sopra da me espresse — veramente 
primitiva. Ma il Giulietti non avendoli distinti dai cocci romani 
di argilla bruna, naturalmente fatti al tornio, anzi avendo rite- 
nuto che quelli tra questi ultimi i quali presentavano ornati fos- 
sero dell'età del bronzo, questi fece figurare e tali figure soltanto 
inviò in esame. 1 frammenti primitivi non si prestano neppure 
ad essere riprodotti in figura. Non fu tenuto conto esatto della 
profondità e del posto in cui venne fuori ciascun frammento; dal 
libro del Giulietti apparisce che ne furono trovati a varie riprese, 
e durante la costruzione delle più recenti case nella parte piana 
del paese, e casualmente nei fondi circostanti. Senza dubbio però 
i frammenti ceramici di carattere primitivo devono essere ap- 
parsi in strati affatto diversi da quelli che diedero i cocci romani 
con ornati e le anfore con bolli. Per questi frammenti romani, 
dopo aver anche osservato gli originali, devo confermare che sono 
allatto simili a quelli della regione campana, e che nulla viete- 
rebbe il credere che venissero qui importati per commercio, forse 
trasportati per mare fino alla spiaggia etrusco-ligure; ma è più 
prudente attendere ancora, prima di escludere l'esistenza in questa 
regione di figuline che riproducevano i tipi a noi meglio noti dal 
materiale della Campania. 



La raccolta Giulietti in Casteggio — paziente opera di ricer- 
catore assiduo ed appassionato — contiene quasi esclusivamente 
oggetti di età romana. Senza potersi dire ricca, è però ragguar- 
devole dal punto di vista locale, e meriterebbe di esser conser- 
vata tutta in un pubblico Museo, perpetuando il nome del racco- 
glitore e la testimonianza della vita che si svolgeva nell' antico 
Clastidium. Senza possedere pezzi di prim' ordine per ragioni 
artistiche, ha però alcuni buoni oggetti di vetro e di terracotta 
smaltata, una discreta serie di lucerne e di bolli d'anfore ecc., ed 
un cimelio che si può dire insigne dal punto di vista storico-topo- 
grafico: la tegola inscritta con la menzione del pago Faraticano 
(Corpus Inscriptionum Latinarum, V, n. 7356). 

Ma non questa suppellettile — la quale non fa che confer- 
mare quanto sappiamo dalla storia, il fiorire di un Clastidium 
romano — attraeva la mia attenzione durante la visita alla rac- 
colta Giulietti; sì bene quella che, non senza delusione, trovavo 
così scarsa ed incerta, riferibile ad epoca pre-romana, e che po- 
trebbe illuminarci sulle origini e sulle civiltà primitive del paese. 

Nel Bullettino di Paletnologia italiana del 1891, a p. 146, 
leggesi tra le notizie diverse un breve cenno intorno alle anti- 
chità preistoriche del territorio di Voghera; cenno che mette 
conto di riferire: 

« Il dott. Carlo Giulietti di Casteggio possiede oggetti di selce 
« rinvenuti a Mainano, frazione di quel comune, e un'ascia del 
« comune di Montesegale. Lo ha detto egli stesso in un suo re- 
« cente scritto {Notizie stor. del Vogherese, avanzi di anti- 
« chità, 1891), nel quale ricorda altresì che nel comune di Ce- 
« cima si scoprirono cinque ascie di pietra che furono poi di 
« nuovo smarrite. Il dott. Giulietti menzionò già le ascie di Mon- 
« tesegale e di Cecima in altro suo opuscolo (Voghera oltre 100 
« anni fa, 1888, pag. 9), dicendo ivi inoltre che a Casteggio ven- 
« nero pure ritrovati molti oggetti di terra, o stoviglie, cui 
« all' Esposizione di Torino si ebbe occasione di riscontrare 



- 9 - 

« simili a diverse stoviglie ritrovate nelle palafitte del Par- 
« iiiigiano e del Modenese. Nella scarsezza in cui siamo di no- 
« tizie paletnologiche del territorio di Voghera, al quale i detti 
« comuni appartengono, abbiamo giudicato opportuno di ripro- 
« durre quelle date dal dott. Giulietti. ». 

Non solo però dura tuttora la lamentata scarsezza di notizie, 
ma non si è finora comunicata agli studiosi nessuna correzione 
alle poche qui date, benché qualche emendamento potesse trarsi 
dalla pubblicazione del Giulietti intorno alla propria raccolta di 
antichità (1893), per esempio il fatto, da me verificato, che le 
selci di Mairano non sono punto oggetti paletnologie!, bensì un 
nucleo e parecchie schegge informi che non possono neppure 
ritenersi avanzi di lavorazione antica, ma provengono probabil- 
mente dall'urto del ferro moderno che incontrò quel nucleo di 
selce. Non essendo la selce in posto nel terreno ove fu incon- 
trata, resterebbe soltanto questo fatto come indizio della possi- 
bilità che tale materia fosse stata portata colà a scopo di lavora- 
zione, senza alcun accenno ad epoca determinabile, poiché della 
pietra focaia si è fatto uso fino ai nostri giorni. 

L' ascia di Montesegale è di cloromelanite, lunga m. 0,08, 
danneggiata al taglio, ove è assai accuratamente levigata, mentre 
rimane greggia nella testa, che si assottiglia, e per la quale do- 
veva inserirsi nel manico. 

Della ceramica ho già detto innanzi, ed è ormai chiaro quanto 
bisogna prendere alla larga le somiglianze rilevate nella notizia 
sopra riferita. 

Devo poi aggiungere che l'avv. Giulietti possiede ancora una 
cuspide di giavellotto in selce, di figura quasi romboide e di la- 
vorazione non molto fina, specialmente rozza nel codolo, lunga 
circa quattro centimetri e rinvenuta tra le ghiaie del Po. Questa 
cuspide non è menzionata negli scritti del Giulietti, mentre in 
altre pietre da lui raccolte e ricordate (peraltro in forma dubita- 
tiva) non è punto da riconoscere lavorazione umana. La più so- 
lida prova di un'epoca primitiva a Casteggio restano sempre i 
pochi frammenti di ceramica di pasta argillosa non depurata, fatta 
a mano e mal cotta; ma alla medesima epoca potrebbero rife- 



— 10 - 

rirsi alcune delle macine o macinelli di varie rocce i cui fram- 
menti sono posseduti dal Giulietti. 

Di un' epoca preromana più recente, e che con miglior ragio- 
ne potrebbe chiamarsi gallica, sono indizio pochi frammenti ce- 
ramici non rilevati finora, i quali appartenevano a vasellame di 
forme piatte, verniciato di nero. La vernice è cattiva e si scrosta 
facilmente; i frammenti sono così insignificanti che non è pos- 
sibile rilevarne altro carattere specifico. È vero che a Capua ab- 
biamo vasellame verniciato di nero con bolli latini (1); ma bisogna 
considerare che la Campania fu la prima tra le regioni d' Italia 
a stringere intimi legami con Roma, della quale Capua è alleata 
fin dalla metà del IV scc. av. Cr. E d'altra parte ove erano fio- 
rite celebrate fabbriche di bucchero e poi di vasellame verniciato 
di nero, del quale si faceva un' enorme esportazione specialmente 
a Cartagine, in Sardegna ed in Sicilia (2), ivi poteva pure aversi una 
più lunga e tenace persistenza di tali prodotti, altrove già passati 
di moda. I vasi verniciati di nero d'epoca romana sono finora 
una esigua minoranza anche nel materiale campano; di regola, 
in tutte le altre regioni, l' uso del vasellame verniciato di nero cessa 
all'aprirsi dell'epoca romana. Per questo motivo nei frammenti a 
patina nera posseduti dal Giulietti io riconosco l' indizio di tempi 
preromani più recenti, o gallici, dei quali il caso o la ricerca po- 
trebbe rivelare più ampie e meglio apprezzabili tracce. Tale va- 
sellame poteva essere prodotto da officine etnische, cis o transa- 
penniniche, inferiori però a quelle della Campania. 



ss- 



( I) Patroni, Catalogo ilei rasi tiri Museo Campano, Capua, 1902, p. 154 s 
(2) (Hi studi speciali di cui ho fatto oggetto la ceramica antica dell' Italia 
meridionale mi hanno <>ià dato occasione di rilevare, in vari miei scritti, l'espor- 
tazione (die se ne faceva, e di determinare vasi dipinti trovati p. e. in Sicilia 
come appartenenti ad officine campane. Per le stoviglie semplicemente verni- 
ciate di nero, ho osservato in Sardegna ed a Cartagine che esse erano preferite, 
dovechè in paesi fenici poco si gradivano vasi figurati a soggetti greci o gre- 
cizzanti. La questione è trattata ampiamente nella mia memoria su Nora, colo- 
nia fenicia in Sardegna, che è in corso di stampa per i volumi din Monw 
menti Antichi editi dalla R. accademia dei Lincei. 



11 



Riserbo por ultima la più ragguardevole aggiunta, la comuni- 
cazione di maggiore interesso che io sono in grado di fare intorno 
alla suppellettile antica raccolta dall'aw. Giulietti. Si tratta di un 
oggetto assai raro che appartiene alla preistoria lombarda, ma 
che non proviene da Casteggio, bensì da Voghera. Esso non era 
stato figurato, ma, confuso tra piccoli bronzi romani, si trova così 
descritto a p. 154-5 del citato volume del Giulietti : « una specie 
« di tagliacarta assai elegante mi venne regalato dal sig. cav. A. 
« Palli di Voghera. È di rame, ha manico a lastrette incrociate 
« e finisce in lama piatta. Venne ritrovato in terreno di fornace 
« presso il cimitero di Voghera ». 

La figura che ne diamo nell'annessa tavola (flg. 1) permette 
di riconoscere — come non mi sfuggì al primo sguardo — che si 
tratta di un rarissimo coltello dell'età del bronzo, con manico tra- 
forato a giorno in forma di 8 e fuso in un sol getto con la lama. 
L'occhiello che occupa il corpo del manico è di forma ellittica allun- 
gata: l'altro, al posto di ciò che si direbbe il pomo, è un vero anello 
circolare, ora alquanto danneggiato. Un leggerissimo listello distin- 
gue il manico, alquanto più grosso, dalla lama a due tagli che 
se ne diparte, imitando o fingendo in tal guisa la inserzione del 
codolo noli' incavo praticato per riceverlo. La lama poi non è piatta, 
anzi ha una nervatura centrale che la ravvicina ancor più ad una 
foglia lanceolata, già richiamata dal contorno. La punta è spez- 
zata, e la frattura mostra un colore rossiccio elio rivela il rame 
quasi puro o il bronzo con grande prevalenza di rame. L' oggetto 
è lungo m. 0,135, di cui 0,091 spettano alla lama. La larghezza 
massima della lama è di m. 0,025. Questo coltellino ha una bella 
patina « d'acqua ». 

Non si conoscono, o almeno io non trovo ricordati, se non 
altri tre soli coltellini analoghi. 

Il primo fu scoperto nel 1861 al Castellazzo presso la Rogorca 
di Rogoredo, nella Rrianza, in provincia di Como, ma al confine 



— 12 — 

di quella di Milano. Il Castelfranco, che lo pubblicò pel primo (1), 
richiamò giustamente i manichi dei coltelli lunati dell'Emilia e 
quelli dei rasoi delle terremarc dell' età del bronzo, che sono 
senza dubbio gli oggetti più affini al coltellino in discorso: ma 
erroneamente, a mio avviso, fece prevalere l'analogia più lontana 
di un coltello di Moncucco, con lama in ferro (2), ed ascrisse l'og- 
getto alla l a età del ferro. In quanto poi all'uso, lo giudicò an- 
ch'esso un rasoio. 

È un errore di metodo assai comune quello di far prevalere 
l'oggetto più recente come criterio per datare un oggetto analogo; 
mentre è chiaro che in simili casi deve preferirsi la maggiore 
affinità tipologica. Il criterio o l'errore dell'oggetto più recente 
suole purtroppo prevalere anche nel giudicare di suppellettile 
ritrovata insieme, p. e. nelle tombe, senza badare che spesso 
queste venivano riaperte per nuovi seppellimenti o per ragioni di 
culto (ciò che accadeva sopra tutto nelle tombe a camera e si- 
mili); e fa sì che molti abbassino tuttora di uno o due secoli 
tutta la cronologia dell'arte e dell' industria arcaica. Ma lasciando 
ora stare l'epoca arcaica delle grandi civiltà, e tornando alla 
vera preistoria ed ai nostri coltellini, ben presto ne venne fuori 
un secondo dalla palafitta dell'isola Virginia nel lago di Vare- 
se (3) e restò in tal modo chiarito che questo tipo spetta alla 
pura età del bronzo. Un terzo esemplare fu rinvenuto a Monza, 
in tombe ad incinerazione spettanti anch'esse all'età del bronzo (4), 
come riconobbe lo stesso Castelfranco che abbandonò la sua pre- 
cedente opinione riguardo all'età dell'oggetto. Quarto viene ora 
nella serie il coltello di Voghera posseduto dall' avv. Giulietti 
in Casteggio. 

I quattro esemplari presentano fra loro leggere varianti di 
forma, ma non credo cne da esse si possano ricavare sufficienti 

(1) Bull, di paletti, it., XIII, 1887, tav. V, fig. 1. Riproduciamo per con- 
fronto, nella nostra tavola, questo coltellino (fig. 2) accanto a quello di Voghera. 

(2) Riv. archeol. di Como. fase. 9, tav. II, fig. 31. 

(3) Ibid., fase. 16, tav. Ili, fig. 14. 

(4) Bull, di paletn. it., XVII, 1891, tav. Ili, fig. 6. Il coltellino della Ro- 
gorea di Rogoredo proviene esso pure da una tomba ad incinerazione. Che il 
« terreno di fornace » mentovato dal Giulietti accenni a circostanze simili 
anche per V esemplare vogherese ? 



- 13 - 

criteri tipologici per indurne con qualche probabilità la priorità 
dell'una o dell'altra variante. Per la foggia del manico, che è la 
caratteristica preminente dei nostri coltelli, si distingue dagli 
altri quello della palafitta dell'isola Virginia, il quale ha un ma- 
nico più lungo e foggiato in modo che l' occhio superiore dell'8, 
allungato di molto in una ellissi assai schiacciata, è suddiviso in 
due trafori quasi a guisa di foglie ovate contrapposte, per mezzo 
di una piccola barra trasversale che unisce in quel punto le due 
branche Asse del manico, dipartentisi dall'anello terminale che 
costituisce quasi il pomo e doveva servire a portar sospeso l' og- 
getto. I coltelli di Monza e di Voghera si assomigliano neh' avere 
l'occhio superiore dell'8 (guardando l'oggetto con la punta di- 
retta in alto) allungato alquanto in figura ellittica, ma assai meno 
che ? esemplare del lago di Varese. Nel coltellino della Rogorea 
di Rogoredo l'ellissi è quasi anch'essa ridotta a figura circolare. 
Il manico non è tee tonicamente distinto dalla lama negli esem- 
plari del lago di Varese e di Monza, ma le due branche si uni- 
scono e si fondono nella lama con un passaggio di piani senza 
discontinuità. Negli esemplari di Voghera e della Rogorea di 
Rogoredo si nota invece la distinzione tectonica delle parti, e la 
lama è nettamente distaccata dal manico per un listello, rigido 
nel coltello di Voghera, alquanto arrotondato nell'altro a guisa 
di costola. La lama stessa è piatta negli esemplari dell' isola Vir- 
ginia e di Monza (in questo e' è appena un accenno a lieve forma 
carenata o ad un spigolo molto ottuso) mentre negli altri due 
presenta una vera costola rilevata; e si diparte dal manico bru- 
scamente, ad angolo, nel coltellino di Voghera, laddove in quello 
della Rogorea di Rogoredo la sagoma accompagna elegantemente 
ed attenua la distinzione delle due parti costitutive dell'oggetto. 
Quasi identiche sono anche le dimensioni dei quattro coltelli. 
Il più piccolo é quello della Rogorea di Rogoredo, lungo m. 0,117, 
di cui m. 0,071 di lama. Ma, a giudicarne dal disegno, io cre- 
derei questa lama consunta da ripetute affilature. Il coltello 
di Monza manca della punta, ed ha una lunghezza attuale di 
m. 0,116, dei quali 0,07 spettanti alla lama spuntata, cui si può 
assegnare un altro centimetro e meglio di maggior lunghezza. 
Terzo è il coltello di Voghera, con le misure di m. 0,135 



— 14 — 

in totale e 0,091 di lama; più lungo di tutti è l'esemplare della 
palafitta varesina, con 0,14 di lunghezza totale e 0,085 di lama. 
Questa costanza di dimensioni, così poco variate, dimostra che 
si tratta di un oggetto il quale, benché non avesse grande diffu- 
sione e rimanesse raro, è ben lungi però dal rappresentare una 
eccezione o il capriccio isolato di un artefice, ma assume invece 
la importanza di un oggetto tipico, di quelli che, come le Leitmu- 
scheln pel geologo, possono determinare uno strato archeologico. 
In quanto all'uso, non è il caso di ripetere la magistrale con- 
futazione che il Pigorini nel suo noto articolo sui rasoi italiani (1) 
fece anni or sono dell'opinione del Castelfranco. Soltanto è da 
osservare che il Pigorini passa i limiti del giusto quando, per 
comodità di polemica, affratella questi coltellini con tutte le co- 
muni lame a foglia da adattarsi ad un manico di altra materia, e 
non sembra riconoscere l'importanza e la rarità di tal foggia par- 
ticolare di manico. Con ragione invece il Montelius opina che il 
coltellino o pugnaletto a foglia con manico traforato a giorno sia 
un « objet en bronze très intéressant » (2). E l' interesse non 
potrà che accrescersi ora che questo tipo, finora proprio di una 
stretta zona al nord di Milano, sul limitare alpino della pianura 
lombarda, si ritrova al sud del Po, sul limitare della Liguria, ma 
sempre ad occidente, e permette d' intravvedere rapporti ed in- 
fluenze di commerci e di civiltà, che sembrano esplicarsi in qual- 
che male intesa imitazione del Piemonte (3). 

G. Patroni. 

(1) Bull.dipaletn. it., XX, 1894, p. 6 sgg. S'intende però che non aderisco al 
Pigorini per tutto quanto riguarda le sue teorie di cosi detti Italici delle palafitte 
orientali, migranti fino al Ionio. E ciò conseguentemente ai concetti che mi sono 
formato intorno alle questioni etnografiche ed all'evoluzione della civiltà nel- 
l' Italia antichissima; concetti in parte esposti in alti-iscritti, e che qui non è 
il luogo né di ripetere né di completare. 

(2* Montelius, La civilisation primitive en Italie depttis V itilrodvction des 
melati;':, I, testo, p. 41. 

(3) lbid., Atlante, I, serie B, tav. 32, fig. 2 ; è un coltello mal fuso, con ma- 
nico a verghetta e solo anello terminale, e con decorazioni lineari incise a 
bulino sulla lama, di Aosta. Sono pure riprodotti nell'Atlante del Montelius i 
nostri tre coltelli, a tav. 2, fig. 8 (Isola Virginia); tav. 32, fig. ! (Rogorea di 
Rogoredo); tav. 40, fig. 1 (Monza). 



pucmaletti dell'età di 






Fig.2. 

























DELLO STATO PRESENTE DEGLI STUDI 
INTORNO ALLA VITA DI PAOLO DIACONO 



INTRODUZIONE 

Storia- cieli' argomento 



L'alta importanza dell'opera capitale di Paolo Diacono, unica fonte 
per un largo tratto della nostra storia, la personalità dello storico 
langobardo, notevole e per le tendenze che si rivelano nelle sue 
opere, e per la cultura sua, non comune in un uomo del secolo Vili, 
e per le relazioni che ebbe coi maggiori personaggi del suo tempo, 
l'oscurità stessa che regna intorno alle vicende della sua vita, die- 
dero impulso in ogni tempo ad una copiosa fioriera di studi, ad una 
lunga serie di tentativi, diretti a rimuovere o almeno a diradare le 
tenebre addensatesi intorno all' autore dell' Historia Langobardorum. 

La rinomanza non mediocre, che Paolo dovette godere fra i con- 
temporanei, attestata attraverso i secoli dalla parola di un re fautore 
degli studi, si accrebbe fra i posteri non lontani, che alla figura del 
letterato sovrapposero e quasi sostituirono quella del propugnatore 
della propria nazione; onde sorse quella narrazione leggendaria di 
carattere nazionale langobardo, che doveva presentare per più secoli 
la vita di Paolo sotto una luce diversa dal vero. Infatti le dramma- 
tiche fantasie dei cronisti medievali furono ripetute ciecamente e fe- 
delmente da una lunga serie di scrittori dei secoli XVII e XVIII, 
dei quali sarebbe cosa inutile occuparsi particolarmente (1). Ebbe 
tuttavia qualche vantaggio da quegli studi la critica bibliografica pao- 
lina, per i tentativi, fatti da alcuni di questi scrittori, di rivendicare 
o negare a Paolo questa o quell'opera di dubbia autenticità. Per questo 

(1) Ricorderò fra questi il P. Basilio Asquini, friulano, la cui Vita del B. Paolo 
Diacono di Aquileia, ancora inedita, fu pubblicata recentemente nelle « Pagine 
Friulane » (3 settembre 1899). Della sua assoluta mancanza di originalità e di 
valore critico parla la breve illustrazione, da cui l'edizione è preceduta. 



— 10 - 

rispetto, tra coloro, di cui il Bethmann fi) dà un compiuto elenco e 
un giudizio complessivo, sono meritevoli di menzione Angelo de Nuce 
(1668), che, nelle sue annotazioni alla Cronaca di Leone Marsicano (2), 
impugnò, con validi argomenti, l'attribuzione a Paolo dell' Expositio 
della Regola Benedettina, e, con minor ragione, quella dell' Epitome 
di Festo ; il Mari (1655), il Vossius (3), il Fabricius (1754) (4). Il Mari 
poi, nelle annotazioni al De viri.? illustribus di Pietro Diacono (5), pub- 
blicò per la priina volta, dal codice Cassinese 353, quell'epitaffio di 
Paolo, attribuito a un Ilderico, che fu poi considerato dai più come 
fonte importantissima per la biografia paolina. Però egli non ne osservò 
l'acrostico, e non ne trasse alcun profitto per la narrazione della vita 
di Paolo, attenendosi invece a Pietro Diacono ed a Leone Ostiense. 
Primo a portare in questo campo un' illuminata indagine critica 
fu Giovanni Mabillon (1704), che, nei suoi Annales ordinis sancti Be- 
nedica (6), si occupò a lungo di Paolo, ponendo e talora risolvendo 
con giustezza di vedute molti di quei problemi, che furono in seguito 
posti e in parte risoluti dalla critica moderna coli' aiuto di documenti 
ch'egli non possedeva. Per opera sua furono demolite le favolose co- 
struzioni dei cronisti medievali, delle quali egli dichiarò senz'altro: 
u Haec exposuisse perinde est ac refutasse » (p. 238) ; e ne dimostrò 
l'inverosimiglianza, contrapponendo a quelle le scarse e dubbie notizie 
che poteva ritrarre d&WHist. Lang., dall' epistola di Paolo ad Adalardo, 
dall'epitaffio (7), da alcune opere attestanti le relazioni di Paolo con 
Carlo Magno. A Paolo rivendicò l'Omeliario (p. 328), e determinò con 
molta probabilità quale sia la Vita di Gregorio Magno, che Paolo 
stesso attesta di avere composta, e che non ci è pervenuta sotto il 
suo nome (8). 



(1) Paulus Diaconus Leben und Schriften (Archiv der Gesellschaft f. tilt, 
deutsche Geschichtskunde, X, pag. 252). 

(2) R. I. SS., IV, p. 151. 

(3) De historicis latinis, II, 30. 

(4) Bìbl. lat. med. et ìnf. aet., V, 210. 

(5) R. 1. SS., VI, pag. 17 seg. 

(6) II, p. 237, a. 777 seg. 

(7) Notevole l'interpretazione ch'egli diede all'acrostico di questo carme, e 
specialmente alla parola insons, in cui vide un'attestazione della «innoccntiam 
et /idem in Carolum » dell'elogiato (p. 341). 

(8) Velerà analecta, I, p. 498. 



- 17 — 

Col Mabillon anche l'Oudin (1) (1722), dando fede alla notizia dì 
Sigeberto Gemblacense sulla causa del soggiorno di Paolo in Trancia, 
dichiarò delirantis monachi somnia la narrazione di Leone Ostiense ; 
ma diede troppo valore alla testimonianza del cronista franco, e giu- 
dicò erroneamente composte in Trancia molte opere di Paolo, fra cui 
Vffist. Lang. Il Muratori (2) (1723) ed il Gattula (3) (1733) si attennero 
al Mabillon, senza aggiungere nulla di nuovo. 

Nel 1739 l'abate Lebeuf, nelle Dissertations sur V histoire ecclésia- 
stique et civile de Paris (4), dava conto della scoperta, da lui fatta in 
un codice di S. Marziale di Limoges (il 145, ora Parigino 528, del 
sec. IX), di alcuni documenti, importantissimi per la biografia di Paolo, 
riguardanti specialmente la sua dimora in Francia e le relazioni 
con Carlo Magno. Erano alcune epistole metriche di Paolo e di Pietro 
da Pisa, scritte alla corte Carolingia, e una lettera di Paolo, inviata 
dalla Francia al suo abate Cassinese. Non ne trasse il Lebeuf quel 
profitto che avrebbe potuto, e per molto tempo non si ricavarono da 
quei documenti le importanti notizie che contenevano. Infatti nel 1760, 
dopo il Mabillon e dopo il Lebeuf, Giuseppe Liruti (5) si affatica a 
difendere le vecchie cronache, trascurando i risultati recenti, fino a 
sostenere che la monacazione di Paolo fu posteriore al soggiorno in 
Trancia, e tentando di giustificare — come Leone — la benevolenza di 
Carlo verso un uomo colpevole di attentato alla sua vita coli' u indole 
magnanima » di questo re. Meritamente il Bethmann giudica questo 
lavoro u un esempio di vuota prolissità ». 

Lo stesso Tiraboschi (1773) , nella sua Storia della letteratura 
italiana (6), esita a gettare del tutio in disparte le notizie di Leone 
e degli altri cronisti, che giudica assai autorevoli e non inferiori per 
attendibilità a Sigeberto, a torto, secondo lui, anteposto a quelli dal- 
POudin. Egli crede che, quantunque le circostanze del fatto offrano 
qualche apparenza di favola e di romanzo, pure la sostanza possa 
accostarsi alla realtà, specialmente nella redazione di Romualdo Sa- 
lernitano ; e tenta perciò di conciliare le notizie di Leone con quelle 

(1) Commcntarius de script, ecclesiast. , I, p. 1923, a. 785. 

(2) R. I. SS, 1*, p. 307; Prefaz. al Peregrinius (Hist. princ. Laiu/ob.): Note 
al Chron. Salemit. (R. I. SS, 11", p. 180;. 

(3) Hist. abbatiae Casinensis, I, 5, p. 23. 

(4) I, p. 370. 

(5) Notizie delle vite ed opere scritte dai letterali del Friuli, I, p. 13. 

(6) Voi. Ili, lib. 3°, cap. 3°. 



- 18 - 

di Sigeberto. Ma poi, coli' aiuto dei documenti scoperti dal Lebeuf, 
cerca di determinare le linee generali della vita di Paolo, allonta- 
nandosi dalle cronache, e migliorando in qualche punto le ipotesi 
del Mabillon. 

Il sistema del Tiraboschi è seguito, nel suo complesso, dal Tosti 1 
(1842), che non aggiunge nulla di nuovo; come nessuna conquista no- 
tevole presenta la monografia del Wachter (1840; nell'Allgemeine En- 
cyclopàdie di Ersch und Gruber (2). 

Nel 1835 fu pubblicata da Champollion-Figeac (3) l'epistola, con cui 
Paolo dedica alla duchessa di Benevento, Adelperga, 1' Ilistoria Ro- 
mana, composta per suo incarico. Le notizie offerte da questo docu- 
mento sulle relazioni di Paolo colla famiglia ducale Beneventana fu- 
rono confermate da un'altra testimonianza, i Versus de annis a principio, 
che formano l'acrostico Adelperga pia, scoperti dal Knust nel 1841 
in un codice Madrileno e pubblicati dopo la sua morte. 

Finalmente nel 1851 venne alla luce il primo lavoro completo e 
condotto con intendimenti critici rigorosi, sulla vita e gli scritti di 
Paolo, per opera di Ludovico Bethmann « Paulus Diaconus Leben und 
Schriften n (4) ; lavoro, che si può considerare come fondamento degli 
studi posteriori e per la valutazione dell' attendibilità delle fonti e 
per la giusta interpretazione dei documenti e per il metodo scientifico 
portato nello studio delle diverse questioni. Certamente alcuni punti 
furono meglio lumeggiati in seguito, per la scoperta di nuovi docu- 
menti (5) e specialmente di alcuni carmi riferentisi a quel periodo 
della vita di Paolo che possiamo chiamare franco; di modo che anche 
gli altri, già noti, poterono essere disposti nel loro vero ordine crono- 
logico reciproco, ciò che al Bethmann non era stato possibile; cer- 
tamente in alcune questioni si giunse, con ulteriori studi, a più proba- 
bili soluzioni, e sopratutto furono mosse giuste obbiezioni a certe sue 
m conclusioni congetturali forse troppo larghe n (6) ; ma nel complesso 

(1) Storia della badia di Montecassino, I, p. 35 seg. 

(2) Voi. 14°, pag. 209. 

(3) U ystoire deli Normant par Aimé moine du Mont Cassin (prefaz., p. 24. 

(4) Archiv der Gesellschaft fu r alt. deutsche Gesehichtskunde, X, p. 247 seg. 

(5) Pubblicati dall' Haupt (Berichtc der kbnigl. sàchs. Gesellschaft der Wiss., 
1850, p. 1) e dal Dììmmler (Zeitschrift fùr deutsches Alterthum, XII, 1865, 
p. 451). 

(6) Del Giudice, Lo storico dei Longobardi ecc., (Rendic. Isti t. Loinb., 1880, 
p. 342). 



- 19 - 

il merito del Bethinann dev'essere riconosciuto da tutti gli studiosi 
della biografia e dell'attività letteraria dello storico langobardo. 

I risultati del Bethinann furono nell' insieme accettati dall' Abel 
(1866), che negli » Iahrbiicher dea frankischen Reiches unter Karl 
dcm Grosse*, » (1) si occupa specialmente del soggiorno di Paolo alla 
corte Carolingia. Invece Cesare Balbo (2) (1862) desta, come giusta- 
mente osserva il Del Giudice (1. e), non poca ^meraviglia, ripetendo 
ancora le favole dei cronisti medievali, come chi vi presti completa- 
mente fede. 

Un altro lavoro, che può stare a confronto con quello del Beth- 
inann, benché muova da criteri affatto diversi e si presenti con aspetto 
di polemica contro quello del suo predecessore, è la monografia, che 
Felice Dahn pubblicò nel 1876, col titolo u Paulus Diaconus n, come 
prima parte di una serie di « Langobardischen Studiai », di cui in- 
vano si attese il seguito. Su questa monografia del Dahn furono pro- 
nunziati giudizi molto severi; tutti ne biasimarono la tendenza iper- 
critica, che talora demolisce con soverchio scetticismo. Non so aste- 
nermi dal riferire l'equo giudizio del prof, del Giudice (p. 343), che, 
pure riconoscendo i pregi di quest'opera, vi rinviene « una tendenza 
critica non sempre moderata », che u alle volte induce l'autore a cac- 
ciarsi in analisi troppo sottili, a sceverare elementi e dati, che pos- 
sono acquistare un valore di prova sol quando vanno tenuti e consi- 
derati insieme, e a contrapporre negazioni troppo recise a quelle af- 
fermazioni del primo (Bethinann), che poggiavano sopra testimonianze 
non già di assoluta certezza, ma di grande probabilità ». Anche il 
Monod (3) giudica la critica del Dahn u très penetrante, mais qui pò- 
che par un excès de sceptieisme » (4). Ma in vero, mentre da un lato 
in questioni intricate ed oscure, quali ci si presentano nella descri- 
zione della vita di Paolo, ogni affermazione recisa è temeraria, e una 
critica scettica è quindi meno biasimevole di una tendenza eccessiva- 
mente costruttiva, d'altra parte non si può, né si deve disconoscere. 
il merito del Dahn, nell'averci presentato un lavoro ampiamente ed 
analiticamente svolto, da cui resta illustrato in modo completo tutto 

(1) Iahrbueher fur deutsche Geschichte, I, p. 339, a. 782. 

(2) 11 regno di Carlomagno in Italia, III, 2. 

(3) Revue critique d' histoire et de littèrature, 1879, p. 274. 

(4) Sul Dahn cfr. anche la recensione di L. T. in Areh. Stor. Lomb,, 1877, 
pag. 681. 



- 20 — 

ciò, che è possibile conoscere sui particolari della vita di Paolo. Tal 
merito riconobbe anche il Waitz (1); mentre eccessivo biasimo espri- 
mono le parole del De Santi (2), là dove lamenta, che « a forza di 
adoperare la critica negativa, rifiutando ogni prova che non si trovi 
negli scritti contemporanei e che nel senso più stretto ed assoluto 
non meriti il nome di storica, si viene per istrada a demolire ogni 
cosa, e del personaggio studiato non restano che pochi fatti campati 
in aria, privi d'ogni altro ragguaglio particolare, che dia ragione più 
o meno plausibile di congiungerli fra loro insieme e di collegarli coi 
fatti della storia comune contemporanea » : metodo, che, secondo il 
De Santi, u tanto più torna sgradito », quando si tratta della vita di 
Paolo, per cui sono così scarse le notizie positive. Credo invece che 
una critica seria ed equa non debba cercare di affermare ad ogni 
costo ; anche una negazione è un acquisto, in quanto serve ad epu- 
rare la storia da un errore. Non si tratta dunque di adoperare un 
metodo che riesca più o meno gradito, o giunga sempre a risul- 
tati positivi; ma un metodo che tenda con serietà imparziale all'ac- 
quisto della verità, per cui non si tema di dichiarar francamente 
d' ignorare, là dove non si potrebbero fare che congetture ben più 
campate in aria di quei fatti storici e sicuri, benché isolati, di cui 
parla il De Santi. Parlare poi di u sciocche ragioni », quando ci si rife- 
risce al lavoro di un critico come il Dahn, mi sembra affatto fuor 
di luogo. Il Dahn parte da un giusto concetto : nelle narrazioni ri- 
conosciute come non attendibili non si deve ritenere e accettare 
come storia quel tanto che vi ha di meno fantastico e inverosimile, 
quando manca per tali notizie un sicuro controllo. In base a questo 
criterio, egli rifiuta non solo tutte le testimonianze dei cronisti me- 
dievali, ma anche quella dell'epitaffio, attribuito a Dderico, di cui 
nega recisamente 1' autenticità. 

A rivendicarla sorsero valenti critici, fra cui il Waitz (3) (1876), 
con ragioni buone, ma non del tutto convincenti ; più stringente la sua 
confutazione di alcune negazioni eccessive del Dahn; giusta la corre- 
zione di alcuni errori. Una trattazione completa dell'argomento diede 
poi il Waitz stesso (1878), come prefazione all' edizione deiVIIist. Lang., 
da lui curata pei Monumenta Germaniae historica (Scr. Lang., p. 12 seg.). 

(1) Goltingischen gclehrle Anzeigen, 1876, II, p. 1513. 

ri) Civiltà Cattolica, 4 nov. 1899, p. 261. 

(3) Gott. gel. Anzeigen, 1876, voi. Il, p. 1513 seg. 



— 21 — 

Egli tiene, come già fu oHservato dal Del Giudice (p. 343) e dal Mo- 
nod (1. e.), il giusto mezzo fra i suoi due predecessori, sebbene si 
accosti più al Betlunann che al Dahn. Questa esposizione riassuntiva, 
illustrata dall' edizione critica di molti documenti, offre una sintesi 
ben riuscita dei risultati raggiunti fino a quel tempo. 

Più vicino al Dahn invece si tenne il Del Giudice, nel suo studio 
« Lo storico dei Longobardi e la critica moderna n (1) (1880), aggiun- 
gendo notevoli osservazioni, specialmente per ciò che riguarda la 
determinazione cronologica della composizione dell' Historia Romana. 

Seguirono lavori riassuntivi, come quello assai pregevole del Dum- 
mler (1881), premesso all'edizione dei carmi di Paolo (2), che tratta 
specialmente dell'ambiente e delle circostanze da cui questi carmi 
ebbero occasione. Il Cipolla (3) (1883) riassume le varie opinioni 
degli studiosi precedenti, aggiungendo una bibliografìa completa sulle 
opere di Paolo. Qualche nuova ipotesi offrono i lavori sintetici del- 
l' Ebert (4) (1884) e del Wattembach (5) (1885); più compendioso 
quello del Balzani (6) (1884); assai pregevole per giusto discerni- 
mento quello dell' Hodgkin (7) (1895). 

Importanti risultati si raggiunsero intanto per mezzo di ricerche 
su argomenti speciali, che venivano in qualche modo a collegarsi colla 
biografia di Paolo. Degni di nota specialmente gli studi dell' Ewald (8) 
(1878) e del Hartmann (9) (1893) sulle epistole di Gregorio Magno, 
che portarono un contributo alla conoscenza della così detta Collectio 
Patdi, delle condizioni della sua composizione, e quindi del probabile 
autore dell' epistola, colla quale la collezione è dedicata all'abate Ada- 
lardo. La dissertazione del Neff (1891) u De Paulo Diacono Festi epitho- 
matore », mentre rivendicava a Paolo l'epitome di Pesto, condusse alla 
conoscenza dei caratteri linguistici e stilistici delle opere di Paolo. 

(1) Rendic. Istit. Lombardo di scienze e lett., 1880, p. 338 seg. e 513 seg. 

(2) M. G. H. Poet. Ut., I, p. 28 seg-. 

(3) Fonti edite per la storia della regione Veneta (R. Deputaz. Ven. sugli 
studi di St. p., voi. Vili, Misceli. 11, p. 4 seg.). 

(4) Hìstoire generale de la littérature du moyen dge, II, p. 44 seg. 

(5) Deatschlands Geschichtsquellen ecc., I, p. 155 seg. 

(6) Le cronache italiane nel M. Evo, p. 59. 

(7) Italy and her invader s, V, p. 70 seg. 

(8) Slndien zur Ausgabe des Iiegisters Gregors I (Neues Archi v der Ge- 
sellsch. etc, III, p. 433 seg.). 

(9) Gregorii I papae Registrwn epistolarum (M. G. H. Epist. II, p. 1 seg.) 



- 22 — 

L' edizione critica fatta dal Grisar (1) C1887) della Vita di Gregorio 
Magno attribuita a Paolo, col sopprimere alcune interpolazioni, venne 
a togliere ogni fondamento alla notizia del soggiorno di Paolo in 
Roma, che si deduceva da questa sua opera. Ma importantissimo, sotto 
questo rispetto, lo studio di Lodovico Traube (1898) " Teastgeechtékté 
der Eegula S. Benedicti », (2) che, determinando il luogo, ove fu com- 
posta 1' Eocpositio della Regola Benedettina attribuita a Paolo, ne de- 
dusse con probabilità il soggiorno di lui in un monastero dell' Italia 
settentrionale. 

Nello stesso anno apparve una monografìa particolareggiata del 
dott. Giusto Grion: « Della vita di Paolo Diacono storico dei Longo- 
bardi », non priva di acute indagini e di ipotesi nuove ed ingegnose, 
ma informata a una tendenza forse eccessivamente costruttiva, per cui 
Fautore accoglie talora come certo ciò che è soltanto probabile, espo- 
ne categoricamente quel che non è che ipotesi, e nel campo delle con- 
getture spinge talora troppo oltre quell' audacia ingegnosa, che si de- 
sidererebbe veder contenuta entro più giusti limiti. 

A molti lavori su questo argomento diede occasione il Congresso 
storico, tenuto in Cividale del Friuli nel settembre 1899 per festeg- 
giare l'XI centenario della morte di Paolo Diacono. Si deliberò nel 
Congresso stesso la pubblicazione delle Opera omnia di Paolo, e ne 
fu affidato l' incarico ad una commissione di dotti italiani e stranieri. 
Furono poi pubblicati nel 1900 gli u Atti e memorie del Congresso 
storico tenuto in Cividale », ove si legge, tra i dotti ed eleganti di- 
scorsi pronunziati durante il Congresso, 1' orazione inaugurale del 
prof. Nino Tamassia, che raccoglie i più notevoli risultati della cri- 
tica moderna sulla biografìa di Paolo, e contiene autorevoli giudizi 
sulle questioni più importanti. 

Tra le memorie presentate in quest'occasione, concerne il nostro 
argomento quella del Capetti u De Pauli Diaconi carminibus » (3), che 
discute la dubbia attribuzione di alcuni carmi, determina l'occasione, 
il tempo e l'ambiente, in cui furono composte le più importanti poesie 
di Paolo, e giudica del loro valore, sia letterario, che psicologico. 

(1) Die Gregorbiographie des P. D. in ihrer ursprùngl. Gestalt ecc. (Zeit- 
schrift fiir kath. Theologie, XI, p, 158). 

(2) Abhancllungen der hist-phil. Classe d. konigl. Rayerischen Akad. d. Wj'ss. 
voi. XXI, p. 601 seg. 

(3) Atti e mem. del Congr. ecc., p. 63 seg. 



- 23 — 

Dei carmi di Paolo si occupò anche Saverio Leandro Mattia» (1) 
(1899), anteponendo una breve biografìa; ma sì nell'una che nell'altra 
parto non mostra, com'ebbe a dire il Calligaris (2), u né la mano 
né lo sguardo del critico agguerrito ». Apparvero inoltre in quest'oc- 
casione i lavori riassuntivi del Bertolini : u Paolo Diacono e V XI cen- 
tenario della sua morte » (3), che si attiene per lo più al Dahn, e del 
Marcotti: u Paolo Diacono e il suo millenario a Cividale n (4), che 
presenta, secondo la giusta osservazione del De Santi (5), u nulla 
di nuovo, vecchio assai » e talora anche qualche cosa d' inesatto. Nep- 
pure lo studio dello Zanutto, u Paolo Diacono e il monachismo occi- 
dentale » portò nuovi acquisti nelle indagini sulla vita di Paolo — per 
quanto potei dedurre dalla relazione fatta dall'autore stesso (6) — che 
anzi talora sembra ch'egli non abbia seguito il suo intento di u fare 
buon viso alla moderna critica n. Dello studio d'ambiente, che il titolo 
promette, non rinvenni traccia nella relazione, improntata a una viva 
tendenza chiesastica. 

Mons. Anielli, oltre V edizione dell' Ars Donati quam Paulus Diaco- 
nus composita, pubblicò una monografia: u Paolo Diacono, Carlo Ma- 
gno e Paolino d'Aquileia in un epigramma inedito intorno al canto 
Gregoriano ed Ambrosiano » (1899), in cui tenta di dedurre da un 
epigramma — da lui pubblicato per la prima volta e attribuito a 
Paolo — la notizia della presenza di questo al sinodo tenuto in Poma 
nel 781. I risultati del suo studio non parvero però pienamente con- 
vincenti (7). 

Ma il più importante fra gli studi che videro la luce nel 1899 
è quello del prof. Giuseppe Calligaris : u Di -alcune fonti per lo studio 
della vita di Paolo Diacono n (8). L'autore esamina in modo completo 
ed esauriente il contenuto, il valore, l'origine, le vicende della leg- 
genda riferita dai cronisti medievali sullo storico langobardo ; cerca 
di rivendicare l'autenticità dell' epitaffio attribuito a Ilderico, facendo 
precedere l'esame della varia fortuna, che questo documento ebbe 

(ì) Paolo Diacono poeta. Ricerche letterarie. 

(2) Arch. Stor. Lomb., 1901, p. 231 seg. 

(3) Nuova Antologia, 1. settembre 1899. 

(4) Rassegna Nazionale, 1. settembre 1899, p. 126 seg. 

(5) Civiltà cattol. 1. e. , p. 265. 

(6) Pagine Friulane, 28 sett. 1899, p. 85. 

(7) Cfr. Dùmmler (Neues Archiv, XXV, p. 882,) e De Santi (1. e. p. 267) 

(8) Arch. Stor. Lomb., 1899, p. 54 seg. 



- 24 — 

presso gli studiosi dell'argomento, e ne dà un'ampia interpretazione, 
dimostrando quali notizie se ne possano ricavare per la biografia di 
Paolo. 

Qualche obbiezione fu mossa al Oalligaris dal prof. Crivellucci 
(1900), nello studio u Di alcune questioni relative alla vita di Paolo 
Diacono » (1), specialmente riguardo alle origini della leggenda e al- 
l' interpretazione dell' epitaffio, da cui egli trae deduzioni diverse, 
avanzando ipotesi ingegnose, sostenute con stringato ragionamento. 

Tale confutazione diede origine ad un nuovo lavoro del Oalliga- 
ris (2) (1901), nel quale l'autore, dopo aver combattuta l'opinione del 
Crivellucci sulla pretesa colpevolezza di Paolo verso Carlo Magno, 
riprende con maggior larghezza e precisione l'interpretazione dell'epi- 
taffio, di cui dà un'edizione critica, e continua la storia di questo 
documento negli studi recenti. Conclude col confutare un dubbio 
espresso dal Bloch (3), a cui la dimostrazione del Calligaris sull'au- 
tenticità dell'epitaffio non era sembrata abbastanza convincente. 

Infine nella « Civiltà Cattolica » dal 4 nov. 1899 al 18 agosto 1900, 
fu pubblicata una monografia sulla vita di Paolo Diacono (4), di cui il 
Calligaris dice essere autore il P. De Santi. E lavoro notevole per la 
comprensione e 1' accurata trattazione dell'argomento ; vi si tien conto 
dei risultati degli studi recentissimi, e vi si avanzano ipotesi, se non 
in tutto accettabili, degne tuttavia di considerazione. E da deplorare però 
lo spirito polemico, rivolto in special modo contro il Dahn, e il me- 
todo eccessivamente costruttivo, per cui spesso l'autore, pure attenen- 
dosi al Grion, lo oltrepassa nelle congetture, non sempre basate sopra 
sicuro fondamento. 

Di Paolo Diacono si occupò anche il Novati (1901), nella sua opera 
sulle origini della nostra letteratura (5), presentando in un quadro sin- 
tetico la figura di Paolo nell' ambiente storico e letterario in cui 
visse, specialmente alla corte langobarda e franca. Dall' esame interno 

(1) Studi storici, 1900, p. 3 seg. 

(2) Ancora di alcune fonti per lo studio della vita di P. D. (Arch. stor. 
Lorab., 1901, p. 207). 

(3) Neues Arch., XXV, 1900, p. 833. 

(4) Paolo Diacono. Studi recenti — Conduce la biografia soltanto fino alla 
monacazione. 

(5) Le origini (Storia lett. d'Italia scritta da una società di professori) 
p. 84 sng. 



— 25 - 

delle sue opere ricava dati psicologici, mostrandoci come predominanti 
nell'animo dello storico non lo schietto spirito germanico e l'amore 
ardente per la propria nazione, ma le tendenze dell'ascetico e del 
dotto (1). 

Eppure, nonostante tanti studi e tante ricerche, a cui diede opera così 
lunga schiera d' illustri studiosi, non si può dire che nel campo degli 
studi biografici su Paolo si siano raggiunti risultati positivi tali da 
escludere ogni discussione. Restano affermati e consolidati alcuni punti; 
per altri si accettano come molto probabili le ipotesi proposte; per 
altri ancora opinioni disparatissime stanno di fronte, e ciascuna ha 
per sé forti ragioni e non trascurabili indizi. Determinare quali siano 
le sicure conquiste della critica moderna su questo argomento, e quali 
questioni invece richiedano ancora studi e discussioni per giungere 
ad una probabile soluzione, sarà appunto lo scopo di questo lavoro. 

I. UT epitaffio d.* IlòLerico. 

Il Calligaris, nel già citato lavoro sulle fonti per lo studio della 
vita di Paolo Diacono, (2) cerca di determinare il valore e l'attendi- 
bilità dei documenti che, all' infuori delle sue opere, possono portar 
luce sulle vicende dello storico langobardo. E poiché, secondo lui, 
fonte importantissima, fonte capitale è l'epitaffio di Paolo (3), attribuito 
all'abate Cassinese Ilderico (m. 834), così a questo documento egli de- 
dica la maggior parte della sua esposizione. Alla quale possiamo at- 
tingere ampi ragguagli sulle varie opinioni degli studiosi intorno al- 
l' autenticità dell'epitaffio, ed anche sul profitto che ciascuno ne trasse 
nella descrizione della vita di Paolo. In altro lavoro (4) il Calligaris 
rese conto anche delle opinioni recentissime su quest'argomento ; onde 
sulle sorti dell'epitaffio negli studi critici moderni si può quivi trovare 
una rassegna completa ed esauriente, che rende inutile 1' esposizione 
degli antecedenti della questione. Ma poiché il Calligaris e la maggior 
parte degli studiosi che lo precedettero e lo seguirono, giunsero a con- 
clusione favorevole all'autenticità dell'epitaffio; e poiché invece l'esame 



(1) Di tutti questi studi recentissimi rese conto il Calligaris (Arch. Stor. 
Lomb. 1901, p. 229 seg.). 

(2) Arch. Stor. Lomb., 1899, p. 54 seg. 

(3) Edizioni critiche ne diedero il Waitz (M. G. H. Scr. Lang. p. 23) e il 
Dìjmmler (M. G. H., Poet. lai., I, N.56). 

(4) Arch. Stor. Lomb., 1901, p. 229-40. 



- 26 — 

interno e la storia esterna di esso mi sembrano risvegliare gravi dubbi, 
non posso astenermi dal trattare questa questione. 

La retta lezione del carme.— che ci è pervenuto in un solo co- 
dice e non poco scorretto — e la retta interpretazione di esso non 
sono facili a determinare ; ma dopo il molto studio, di cui fu oggetto 
per parte del Bethmann, del Waitz, del Orion, del Traube, del Cri- 
vellucci, del De Santi e sopratutto del Calligaris, il significato lette- 
rale, nelle linee generali, si può dire fissato. Paolo, friulano, di rag- 
guardevole stirpe langobarda, dalla corte Ticinese, ove fu accolto 
fanciullo e dal re Ratchis istradato agli studi sacri, dopo aver mie- 
tuto onori e favori, passa, giovane ancora, a farsi monaco nel 
chiostro di Montecassino, ove con una santa vita merita il cielo. 

Dobbiamo confessare, che, se non avessimo nessun' altra notizia 
sulla vita di Paolo , questa fonte capitale ci apprenderebbe ben 
poco. E strano che un discepolo, che scriveva una ventina d' anni al 
più dopo la morte del maestro, non sappia dirci nulla di più; ancor 
più strano sembrerà, quando si pensi che un uomo come Paolo, già 
illustre ai suoi tempi, doveva aver lasciato grande memoria di sé nel 
chiostro. 

Secondo il Calligaris (1), le notizie che possiamo ricavare da 
questo carme sono le seguenti: 1. u Paolo era Longobardo, di 
quella gente illustre ecc. ». Naturalmente non conquistiamo questo 
dato per mezzo dell' epitaffio. Alla nobiltà della famiglia il Calligaris 
ritiene che non si accenni esplicitamente. — 2. Sua patria fu la regione, 
ove scorre il Timavo. Giustamente ammettono i più che con questa 
menzione del fiume più celebre del territorio, del fiume rammentato 
dagli antichi classici, il poeta non intese indicare questa o quella 
città, ma in genere la regione Friulana (2). Ora si dovrà ben conce- 
dere che chiunque poteva trarre questa notizia da quel passo del- 
l' Ilist. Lang. (IV, 39), ove Paolo parla della propria genealogia ; e che 
sotto la forma pomposa della reminiscenza "Virgiliana può nascon- 
dersi tanto l' indeterminatezza di chi allude a cosa nota, quanto l' in- 

(1) 1809, [i. 92 (Distinguo i duo lavori del Calligaris per mezzo della data 
della loro pubblicazione). 

(2) Anche Paolino d'Aquileia, nel carme De Herico duce (M. G. H., Paci, 
ha., I, p. 131), enumerando le terre e i fiumi del Friuli, comincia col celebre 
Timavo : Mecum l'imavi saxa novem [lumina Fletè per novem fontes re- 
ih/ndantia. 



— 27 - 

certezza di chi non oserebbe affermare di più. Ad ogni modo anche 
questa notizia si può ricavare da fonte più sicura. — 3. L' educazione 
di Paolo alla corte di Pavia: forse l'unica notizia, che ci venga data 
in modo esplicito soltanto dall' epitaffio. Ammettiamo pure per ora 
che il poeta l'attingesse a qualche fonte a noi ignota ; ma osserverò 
che dal luogo dell' Hist. Long. (II, 28), ove Paolo dice di aver assi- 
stito ad un banchetto alla corte di Ratchis, non furono soltanto gli 
antichi a voler dedurre un lungo soggiorno di Paolo alla corte lan- 
goharda, durante il regno di quel re, e perfino durante quello dei suoi 
successori (1). Dato il soggiorno a corte, dato che Ratchis lasciò il 
trono per il convento e fu sempre il pio re (2), dato che Paolo fu 
diacono e monaco e compose opere di carattere sacro, facile era il 
dedurre, che da Ratchis fosse venuto al giovanetto 1' incitamento 
ai sacri studi (3). E farò osservare che qui non si parla se non di 
scienze sacre (v. 18-19) : 

Omnia sophlae caepisti culmina sacrae 

Rege monente pio Ratchis penetrare decenter; 

onde si direbbe che, secondo il pensiero del poeta, soltanto come 
dotto teologo Paolo avesse diffusa la luce del suo sapere fra le genti 
settentrionali, e solo come tale avesse acquistato fama ed onore. — 
4. Dalla gloria conseguita presso le genti artoe — vedremo poi che 
cosa si debba intendere sotto questa espressione generica — Paolo 
passa al quieto ritiro di Montecassino. Il Calligaris (1899, p. 116) 
ammette che questo punto u è assai meno esplicito del precedente », 
e si ferma a combattere l'opinione del Dahn, secondo il quale la sven- 
tura avrebbe additata a Paolo la via del chiostro : opinione che viene 
a trovarsi in contraddizione coli' epitaffio, in cui si esalta invece 
la generosità di Paolo nel disprezzare onori, ricchezze, felicità mon- 

(1) Notevole l'espressione regalis cada... te sumpsit alendum (v. 15) Senza 
credere che queste parole, prese alla lettera, possano significare soltanto che 
« la corte pensò al suo mantenimento » (De Santi, 16 die. 1899 p. 665) però 
non si può a meno di osservare che 1' Hist. Lana, parla proprio di un convito. 

(2) Cfr. epitaffio (v. 19); e Hist. Lang. (VI, 56) sulla pietate solita di Rat- 
chis. Non sarei lungi dal ritenere ispirata da quella di Paolo l'espressione del 
l' epitaffio. 

(3) Cf. Dahn, p. 10. 



— 28 — 

dana pel santo ritiro del chiostro. Nel suo primo lavoro il Calligaris 
non aveva dato abbastanza peso all' unica espressione, che possa con- 
siderarsi come dato preciso, cioè quel u vernanti pectore n (1), da cui 
il De Santi dedusse tante conseguenze (2). Ad ogni modo, secondo l'e- 
pitaffio, la monacazione di Paolo sarebbe stata anteriore alla caduta 
del regno langobardo , se egli da uno stato di benessere e di 
gloria passò al chiostro ; e il Calligaris ritiene che non abbiamo 
nessuna ragione di contraddire a questa notizia . Quindi , egli 
dice, " le cose sarebbero ricondotte a quell'incertezza stessa, in 
cui le aveva lasciate il Bethmann » — cioè potremmo affermare sol- 
tanto che la monacazione fu anteriore al viaggio in Francia -- re- 
stando isolata l'attestazione dell'epitaffio, che nessun argomento 
finora infirma (1899, p. 122). 

Data la fede che il Calligaris ha nelF epitaffio, si aspetterebbe 
un'altra conclusione: una volta combattuta l'ipotesi del Dahn, non 
dovrebbe restare altro che accogliere fiduciosamente la notizia d' II- 
derico, e credere con lui che in verde età, prima della caduta del 
regno, Paolo si rifugiò in Montecassino. Forse il Calligaris si trovava 
dinanzi a difficoltà, derivanti dall' accettare incondizionatamente questa 
notizia. Se si ammetteva che Paolo fosse già entrato in Montecassino 
prima della caduta del regno langobardo — e non poco prima, poiché 
nel 774 egli doveva avere fra i 45 e i 55 anni, e l'espressione ver- 
nanti pectore non si può riferire a un uomo di tale età, — riuscivano 
difficili a spiegare le relazioni colla famiglia di Desiderio, attestate, 
secondo l'opinione dei più e forse anche del Calligaris, da alcuni 
documenti. Quindi l'incertezza e le contraddizioni, rilevate dal Cri- 
vellucci (3), tra ciò che dice a pag. 116 e ciò che disse a pag. 93. 

Ma non sono queste difficoltà — che vedremo non essere insor- 
montabili — a farci dubitare della sincerità di questa notizia; mo- 
tivo più grave è lo scopo encomiastico monacale del carme. L'en- 
trata di Paolo in convento è presentata in modo troppo conforme 
a, tale scopo; questo quadro di un uomo celebre, che, in verde età, 
rinunzia agli onori e alla felicità del mondo per la penitenza clau- 
strale, coincide troppo bene coli' intenzione d'un monaco panegi- 

(1) v. 28 Vernanti line domino properasti pectore Christo 

Subdita colla dare Renedicti ad septa beati. 

(2) 16 dio. 1899 p. 666, e 17 febbr. 19o0, p. 414. 

(3) op. cit. p. 12. 



- 29 - 

rista, perchè gli si possa prestar fede ad occhi chiusi. Lo stesso 
Crivellucci, che pur sostiene l'autenticità dell'epitaffio, ammette 
(p. 13) che, visto lo scopo panegirico e la forza del convenzionalismo 
negli scrittori di quel tempo, non si possano prendere alla lettera 
le parole dell'epitaffio a questo riguardo. 

E poiché la 5 a notizia, che il Calligaris ricava dall' epitaffio, cioè 
la vita di Paolo nel chiostro, non consta che di dati generali, tali che 
non dimostrano necessariamente da parte del poeta una personale 
conoscenza dell' elogiato, e non ci possono quindi offrire nessun argo- 
mento in favore, né contro 1' autenticità, vengo al punto principale, 
cioè l' omissione dell' episodio importantissimo nella vita del celebre 
monaco, il viaggio in Francia. 

Dopo che nei documenti scoperti dal Lebeuf si rinvenne la prova 
esplicita di un lungo soggiorno di Paolo alla corte Carolingia, quando 
era già monaco Cassinese, dovette far meraviglia il completo silenzio 
dell'epitaffio su questo fatto. Onde, mentre il Mabillon, il Gattula, il 
Liruti, il Tiraboschi traevano profitto senz'altro dalle notizie contenute 
in quei documenti, cercando per lo più di conciliarle con quelle delle 
fonti già note, il Bethinann — primo a rivolgere l' indagine critica 
anche sull' epitaffio — cercava di scoprire in esso un' allusione 
alla corte franca. E poiché tale allusione avrebbe preceduta la 
notizia della monacazione, egli adduceva a scusa dell' errore cro- 
nologico, che ne risultava, il facile e rapido oscurarsi in quei tempi 
della sicura notizia degli avvenimenti (1). Ma dopo di lui sorse ad 
impugnare fieramente 1' autenticità di questa pretesa « Hauptquelle n 
il Dahn (p. 6>, con ragioni desunte dalla storia esterna e sopratutto 
dall'esame interno del documento, qualificando di « grossolano er- 
rore » (p. 11) l'abbaglio preso dal u preteso scolaro n nel far pre- 
cedere, invece che seguire, il viaggio in Francia alla monacazione. 
Questo errore tentò di giustificare il Waitz (2), supponendo che Ilde- 
rico, ancor giovane, o forse non ancora pi-esente nel monastero quando 
Paolo tornò dalla Francia, scambiasse il ritorno col primitivo in- 
gresso nel chiostro. « Inutile spreco d' ingegno ! ri esclama il Calli- 
garis ,3) a proposito di quest'opinione del Waitz: qui non si parla 
della corte franca, ma solo della gloria acquistata da Paolo fra i 
suoi connazionali. 

(1) Archiv, X, p. 250. 

(2) Gott. gel. Anz., p. 1515 e M. G. H., 1. e, p. 23. 

(3) 1899, p. 102. 



- 30 — 

Il passo tanto tormentato è questo : (V. 20-29/ 

Plurima captasses digne cum dogmata cuius (cùA sacrae sopliiae) 

Resplendens cunctos superis ut Foebus ab astris, 

Arctoas rutilo decorasti lumine gentes. 

Ecsin iam nimium fluidi cum gloria saecli 

Condignis ditaret ovans té sedule gazis ; 

Lucis ob aeternae vitam sine fine beatam 

Audacter sprevisti huius devotus honores, 

Regis et inmensi fretus pietate polorum, 

Vernanti bue domino properasti pectore Christo 

Subdita colla dare Benedicti ad septa beati ; ecc. (1) 

Si vuole ebe per arctoas gentes (v. 22) si debbano intendere i 
Franchi, o insieme i Francbi ed i Langobardi settentrionali ; e si 
vuol trovare in questo verso un punto d' appoggio, per fissare la data 
della monacazione secondo l' epitaffio, e quindi una contraddizione 
con ciò, che sappiamo da altre fonti. Per primo il Grion 'p. 18) in- 
terpreta giustamente, a mio parere, il passo discusso, per mezzo di 
un felice raffronto con un' espressione analoga dell' Risi. Lang. u No- 
minata vi è la corte di Ratchis e non quella di Carlo, accennate le 
genti settentrionali dell' Orsa, e oriunda arctoo sub asce... ab insula 
Scandinavia (H. L., I, 1) fu bensì creduta la gente Longobarda, ma 
non mai i Franchi, né quelli del secolo di re Carlo, né quelli di mille 
anni innanzi, che non toccarono mai il il 60° grado di latitudine, a 
Quest'interpretazione apparirà ancor più plausibile, ove si osservi 
che tutto l'epitaffio sembra ispirarsi in molti luoghi — come già ve- 
demmo — all' lìist. Lang. Il Calligaris (1899, p. 64) notò che l'espres- 
sione " divino instinctu » (2) ricompare in quella Continuatio 
Parili, che fu detta Casinensis (3): u Non multum post idem Ratchis 
divino instinctu regalem relinquens dignitatem... "Anche nell'epitaffio 
si tratta deWaula regalis langobarda, e subito dopo si parla di Ratchis, 
onde è difficile che la coincidenza sia causale. Ora questa Continuatio 

(1) Edizione critica del CalmgaKÌS (1901, p. 225 seg.) 

(2) v. 14-15 Divino instinctu regalis protinus aula 

Ob decus et lumen patl'iae te sumpsit alendum. 

(3) M. G. H. Scr. Lane;., p. 198. L'espressione ricorre anche in Leone, che 
attinge a questo luogo, (I, 8). 



— 31 — 

del secolo IX ci è pervenuta nel cod. Vatic. 5001 del sec. XIV, copiato 
da uno più antico, in cui probabilmente era inserita, come in questo, 
fra le cronache posteriori del Salernitano e di Erchemperto (1). Molto 
probabilmente in un codice anteriore Cassinese sarà stata scritta in 
seguito all' opera, di cui era continuazione, cioè all' Hist. Lang. ; onde 
potè accadere che contemporaneamente all' Hist. Lane), venisse sotto 
gli occhi dell' autore dell' epitaffio, e che anche da quella egli traesse 
ispirazione. 

L' interpretazione del Grion è accettata dal Calligaris : non v' è 
in questo carme alcun accenno né alle relazioni di Paolo con Carlo 
Magno, né a quelle coi duchi Beneventani; lo scopo encomiastico 
monacale faceva apparire questi fatti agli occhi del poeta come par- 
ticolari trascurabili; dacché Paolo è divenuto monaco, non si deve 
più ricordare la sua sapienza e la gloria da lui acquistata nel mondo, 
ma soltanto la sua santità (1901, p. 256). Anche il De Santi (2) 
osserva che 1' epitaffio è un elogio e non una biografia, onde 
non vi si deve cercare « 1' ordine esatto degli avvenimenti, benché 
questo per caso risponda assai bene alla realtà n ; e per la stessa 
ragione non si deve pretendere che vi siano ricordati Carlo e i duchi 
Beneventani. 

Invece il Crivellucci (p. 10) vuol giustificare completamente Ilde- 
rico. Dopo aver notate le incertezze del Calligaris (3) nell' interpre- 
tare il v. 22 (genti del Nord o Longobardi in genere ? Longobardi 
settentrionali o anche Beneventani ?), osserva che questi non si prò-' 
nuncia sulla lezione cunctas — riferito ad arctoas gentes — che il 
Grion (p. 16) propone invece di cunctos al v. 21 : 

Resplendens cunctas superis ut Foebus ab astris 
Arctoas rutilo decorasti lumine gentes ; 

e questo u perchè non gli fa comodo ». Infatti, secondo il Crivellucci, 
una volta ammessa questa correzione, u come quella, che s'impone 
da sé », ne viene fortemente appoggiata 1' opinione di coloro, che nelle 
arctoas gentes vedono indicati non i soli Langobardi, ma anche i 
Franchi. Aggiunge poi che nel citato capitolo dell' Hist Lang. (I, 1) 

(1) Cr'r. Bbthmann, Archiv, X, p. 371. 

(2) 16 die. 1899, p. 669. 

(3) 1899, p. 91 e 93 n. 



- 32 — 

tutti i popoli germanici sono considerati come nati aretoo suh axe. 
Il che non implica però, secondo lui, errore cronologico nell'epi- 
taffio, poiché lo studio dell'antitesi trasse il poeta ad un'antici- 
pazione. 

Ammettiamo pure che la lezione cunctas sia migliore, e che la 
parte integrale del paragone con Febo e gli altri astri possa ri- 
sultare di tutta 1' espressione cunctas arctoag gentes, invece che della 
sola parola cunctos: e non vi si debbano quindi vedere col Calli- 
garis (1) due concetti distinti : i dotti ed i teologhi del suo tempo 
(cunctos), e le genti artoe. Ma' ciò non include necessariamente che 
in tale espressione si debbano vedere compresi anche i Franchi; che 
anzi il Grion — primo a proporre quell' emendazione — non trovava 
nell' epitaffio nessun accenno alla corte franca ed al re Carlo. Un 
forte appoggio ci può venire da un'espressione analoga, contenuta nei 
v. 16-17 dell'epitaffio : 

Cum tua post ibidem populis et regibus alris 
Tunc placida cunctis vita studiumque maneret... 

E chiaro che qui i cunctis populis et regibus altis sono i popoli 
ed i re Langobardi, e solo i Langobardi, poiché manifestamente si 
allude alla rovina del loro regno. E se nel passo dell' Hist. Lang. 
non sono compresi i soli Langobardi tra i popoli nati aretoo sub axe, 
non vi sono però compresi nemmeno i Eranchi, poiché si parla di 
Goti, Vandali, Rugi, Eruli e Turcilingi (2); onde non da quel passo 
poteva venire al poeta l'idea di comprendere i Eranchi sotto quel- 
l'espressione indeterminata. 

Resta a vedersi se nell' epiteto cunctas non si debba scorgere 
un' estensione ai Langobardi Beneventani ; nel qual caso si do- 
vrebbe ammettere quell' anticipazione suggerita dall' antitesi , di 
cui parla il Orivellucci , e non si potrebbe quindi fissare la 
data della monacazione secondo l' epitaffio. Ma non credo che si 
tratti di anticipazione. Questi dati indeterminati ed oscuri , che 
l' epitaffio ci offre, non si debbono considerare separatamente, ma 
porre in relazione 1' uno coli' altro. Se il Crivellucci avesse osservato, 

(1) 1901, p. 248. 

(2) Gothi siquidem Wandalique, Rugi, Heroli atque Turcilingi necnon etiam 
et aliae feroees et barbares nationes e Germania piodierunt. Pari etiam modo 
et Wiiinilorum, hoc est Langobardorum, gens etc. 



- 33 - 

J 

;he l'epitaffio dice esplicitamente che Paolo si fece monaco ver- 

lantì pectore , e avesse congiunta questa attestazione colla notizia 
lei passaggio da uno stato di benessere e di gloria al ritiro, non 
ivrebbe forse più creduto di seguire l' autorità dell' epitaffio, quando 
trasporta la monacazione di Paolo fin dopo il 781 - - cioè allorché 
li era fra i 50 e i 60 anni — e lo ritiene spinto al chiostro dalla 
necessità e dalla sventura. Si adduce a scusa lo scopo encomiastico 
3d il convenzionalismo, che aveva tanta forza sugli scrittori del 
tempo (1), e sta bene. Ma se questo scopo encomiastico trascinava 
banto P autore, da fargli affermare che Paolo era entrato nel chiostro 
in verde età, mentre gli sorrideva la gloria del mondo, pur sapendo 
che vi era stato spinto, già vecchio, dalla sventura, come gli potremo 
più credere in quanto ci tramanda sulla vita di Paolo ? Non potè lo 
scopo encomiastico far sorgere nella mente del poeta l'idea dell'edu- 
cazione alla corte di Ratchis, che riuniva le due qualità di re 
langobardo e di santo monaco, quando anche egli avesse soltanto sa- 
puto che Paolo doveva essere stato qualche tempo a corte? (2). 

Si dice bene: è un elogio e non una biografia (3); ma quest' elogio as- 
sume la forma biografica; vi si rinviene un ordine, che non è casuale, 
come crede il De Santi, (4) poiché comincia colla stirpe e la na- 
scita, e finisce colla vita monastica e la morte; v' è dunque la pre- 
tesa di accennare ai fatti più importanti della vita di Paolo, o al- 
meno a quelli, che maggiormente potevano ridondare in suo onore. E 
vediamo invece che del soggiorno in Francia, degli onori a lui tri- 
butati in quella corte, dell'ammirazione e dell'affetto, che ebbe per 
lui il gran re Carlo, il carme non fa parola. È possibile che un di- 
scepolo non sapesse nulla di tutto ciò ? o che, avendone notizia, tra- 
scurasse di parlarne ? Si potrebbe ancora scusare la trasposizione 
nella data di due fatti, come dovuta a poco sicura notizia degli 
avvenimenti anche di poco passati (Bethmann), o a soverchia gio- 
vinezza d' Ilderico al tempo, in cui Paolo tornò nel chiostro (Waitz), 
o a studio dell'antitesi fra la gloria del secolo e la generosa fuga 

(1) Critellucci, p. 13. 

(2) Si potrebbe anche osservare che quest' alterazione della verità era, in 
ogni caso, più facile e più probabile in un tempo alquanto posteriore, che non 
al tempo d" Ilderico, quando tutti erano in grado di ricordare il vero succedersi 
degli avvenimenti. 

(3) De Santi, 16 die. 1899, p. 668. 

(4) id., p. 669. 

3 



- 34 - 

dal secolo (Crivellucci e Traube) ; ma come ammettere la com- 
pleta dimenticanza di un dato biografico cosi importante, da parte 
di un contemporaneo? Poiché, si noti, si trattava di un fatto tut- 
t' altro che solito nel monastero - - non essendo quella una emis- 
sione onorevole n (1), cosa che poteva essere frequente , ma un lungo 
soggiorno alla corte più famosa di quel tempo, e in qualità di dotto 
e di poeta molto apprezzato, -- di un fatto, che riguardava la vita 
monastica di Paolo e non la sua vita nel secolo, di un fatto dovuto 
alla molta dottrina del maestro, e che quindi era tale da interessare 
particolarmente un discepolo. Ilderico era ancor giovane, o non si 
trovava ancora nel .chiostro, quando Paolo tornò dalla Trancia? Ma 
gli altri monaci, che avevano assistito alla partenza e al ritorno, e 
alla visita di re Carlo nel chiostro, e potevano aver conosciute le 
affettuose epistole, scambiate dal chiostro fra l'antico poeta di corte 
e il suo signore, non ne avevano dunque conservato il ricordo a una 
ventina d'anni di distanza? Non si tratta della u piccola omissione », 
consistente, secondo il Traube, (2) nell'aver usato al v. 32 il verbo 
dare invece di recidere; né dell'errore « leicht entstehend » dallo 
scambiare la prima entrata col ritorno nel chiostro, come crede il 
Bethmann; e non per nulla quasi tutti coloro, che sostennero l'au- 
tenticità dell' epitaffio , si sforzarono di trovarvi un' allusione ai 
Franchi, fosse pure insieme coi Langobardi. 

Ora si potrebbe obbiettare che Ilderico conoscesse il viaggio in 
Francia e il soggiorno presso Carlo, ma che ne omettesse volonta- 
riamente la menzione per qualche particolare motivo. Infatti il Cal- 
ligaris (3) ritiene ch'egli trascurasse, come u cosa di minima impor- 
tanza», tutti quei particolari, che non si confacevano all'indole en- 
comiastica monacale del carme ; e il De Santi (p. 669; dice che u non 
si deve pretendere » il ricordo di questa gloria mondana, visto il 
concetto informatore dell'elogio. Mettiamoci dunque dal punto di 
vista dell'autore. Mentre da un lato egli poteva far risaltare come 
titolo d' onore l' aver composto, per incarico del re Franco, opere di 
carattere sacro, d' altra parte gli si presentava un bel tratto da illu- 
strare, confacente al suo scopo, nella rinunzia volontaria agli onori 
e ai favori della corte straniera, nel ritorno all' amato Montecassino, 

(1) De Santi, id. p. G66. 

(2) op. cit., p. 709. Il verso è « Subdita colla dare Benedicti ad septa beati » 

(3) 1901, p. 256. 



.... 35 - 

desiderato e rimpianto in mezzo al tumulto del mondo. Si potrà spie- 
gare il silenzio sulla caduta del regno langobardo (1) e sulle 
sventure della famiglia di Paolo, ove questi. — come pensa il Dahn 
— fossero stati i motivi, che lo spinsero al chiostro ; poiché ne sa- 
rebbe stato menomato il merito di lui nell' abbandonare il mondo. 
Si potrà ancora scusare la mancanza di ogni accenno alle relazioni 
coi duchi Beneventani, cosa tutt' altro che insolita fra i monaci Cas- 
sinesi, e tale da non potere esser volta a scopo laudativo ascetico. 
Ma non v' era nessuna buona ragione di tacere lo straordinario onore 
fatto dal re Carlo al monaco Cassinese, nel trattenerlo con tanta pre- 
mura alla sua corte e nell' inviargli affettuose epistole, anche dopo il 
ritorno nel chiostro. Questi rapporti col riformatore della liturgia e 
della disciplina monastica, con colui, che si diede tanta cura dei 
sacri testi e dell'istruzione del clero, dovevano costituire un raro 
privilegio, una gloria di fronte al monastero. 

Il Waitz (2), osservando che Carlo Magno non è affatto nominato 
nell' epitaffio, e che ai Franchi — secondo lui — si accenna soltanto 
in modo fuggevole, crede che ciò convenga piuttosto al tempo imme- 
diatamente posteriore alla morte di Paolo, quando ancora non era 
molto lontana la caduta del regno langobardo, che non ad epoca 
posteriore. Pare voglia intendere con ciò, che questo silenzio fosse 
dovuto ad una certa ostilità, non ancor spenta nell' ambiente lango- 
bardo del ducato beneventano, contro il conquistatore del regno. 
Ma, se in vero nel ducato beneventano si conservarono le ultime 
tracce del sentimento nazionale langobardo, e vi persistette quindi una 
certa ostilità contro i Franchi — ostilità, di cui del resto si possono rin- 
venire manifestazioni anche in tempi molto posteriori (3) — non ab- 
biamo però nessuna prova che questi sentimenti si dovessero necessaria- 
mente estendere anche ai monaci Cassinesi. Anzi dalle testimonianze, 
che possediamo , non possiamo dedurre che continuità di buoni 

(1) 11 fuggevole accenno a questo avvenimento non è messo in relazione colla 
monacazione di Paolo (v. 16-17); il che non è da trascurarsi. 

(2) Gott. gel. Anz., p. 1515. 

(3) Ofr. p. es. il carattere schiettamente langobardo del Chronicon Salerni- 
tanum del sec. X, che si rivela specialmente nel modo di narrare la conquista 
franca e la lotta tra Carlo Magno ed Arichi, e nell'accenno all' usurpazione del 
titolo imperiale per parte degl'imperatori occidentali (M..G. H. Script., Ili, 
p. 467 e 479 . 



- 36 — 

rapporti tra il celebre monastero e la corte franca, specialmente ai 
tempi di Carlo Magno. Quando Carlo scese in Italia nel 786 — cioè 
pochi anni dopo la caduta del regno -- con intenzioni ostili contro 
il duca di Benevento, visitò amichevolmente Montecassino, e ne ebbe 
da Paolo parole di ringraziamento, anche a nome dei fratelli; pochi 
anni dopo egli si rivolse all'abate Cassinese Teodemaro, per avere 
un esemplare autentico e corretto della Regola Benedettina, che 
gli fu inviato, insieme a una lettera piena di elogi e di espressioni 
di gratitudine e di ossequio (1). Non può dunque essere improntato 
a ostilità contro i Franchi e contro Carlo questo carme di carattere 
schiettamente ed unicamente monastico, che -- pur essendo composto 
nel ducato beneventano — non contiene la menoma menzione dei 
duchi beneventani, né presenti, né passati. Del resto agli occhi dei 
monaci dovevano essere più ben visti i re franchi, che non i re lan- 
gobardi, nemici e persecutori della Chiesa; quindi, se sono accen- 
nati, anzi accentuati, i rapporti di Paolo con Ratchis, a maggior 
ragione poteva esservi ricordato Carlo, che fu sempre premuroso 
della religione e degl' interessi della Chiesa e del papato. Nessuno 
dei re e dei principi, a cui Paolo fu caro, nessuno di quelli, a cui 
lo volle legato la leggenda, è nominato in questo carme ; vi appare 
soltanto Ratchis, cioè quel solo, che Paolo stesso attesta esplicita- 
mente di aver conosciuto (H. L., II, 28). 

Ma, se è strano che questo discepolo mostri di conoscere tanto 
bene le vicende giovanili del maestro, e rimanga al buio proprio 
quando si tratta dei fatti, che era più in grado di conoscere, come 
quelli, che erano a lui più vicini di tempo, e che interessavano 
maggiormente il chiostro, non è però meno strano, che si presti più 
completamente fede proprio alla prima parte dell'epitaffio. Il Waitz (2) 
dichiara che non abbiamo il diritto di rifiutare le notizie, che l'epi- 
taffio ci tramanda, sulla vita e specialmente sulla giovinezza di Paolo. 
Se ne deducono testimonianze sulla nascita, sulla nobiltà, sulF edu- 
cazione e il soggiorno di lui alla corte langobarda — tutte cose che un 
discepolo degli ultimi anni poteva appena conoscere — e poi molti 
se ne allontanano, quando si tratta di stabilire la data e il luogo 

(1) Un altro argomento in favore potrebbe esser offerto dalle espressioni usate 
da Paolo riguardo alla conquista franca; ma certamente non sono scevre da 
carattere personale (Cfr. in seguito cap. VI) 

(2) Goti. gel. Anz., p. 1510. 



della monacazione. Infatti il Betlnnann rimane nell' incertezza, né 
del tutto sicuro pare il Calligaris ; il Grion protrae la monacazione 
del quinquagenario Paolo fin dopo il 770, il Crivellucci fin dopo il 
791, il Traube lo fa entrare in un monastero di Civate. E l'epitaffio 
afferma esplicitamente che Paolo si fece monaco vernanti pectore in 
Montecassino (hit e) ; onde, una volta ammesso che il carme sia opera 
genuina di Ilderico, non si dovrebbe più dubitare di questa notizia, 
e dovrebb' esser chiuso il campo alle congetture su questo punto. 

Del resto, ove la sua autenticità fosse fuor d' ogni sospetto, questo 
documento avrebbe più che altro valore di conferma per notizie, che 
già in gran parte possediamo ; poiché, come nota il Grion (p. 19), 
u poco o nulla esso ci apprende della vita di Paolo, che non ci sia 
noto d' altronde, e specialmente dagli scritti del nostro. » Dall' am- 
mettere questo al ritenere che le notizie dell' epitaffio siano dedotte 
con un po' di larghezza dagli scarsi indizi, che le opere di Paolo ci 
offrono sulla sua vita, non e' è che un passo. Anche il Del Giudice 
(p. 343) osserva che alla testimonianza dell' epitaffio sull' educazione 
di Paolo a corte « non si può prestare intera fede, dacché 1' epitaffio, 
scritto con intento encomiastico, propende naturalmente a ingran- 
dire quei fatti, che tornavano ad onore dell' elogiato, e contiene inoltre 
delle inesattezze comprovanti che 1' autore di esso, Ilderico, o altro 
monaco, non doveva essere troppo bene informato della giovinezza di 
Paolo n. Di questa scarsezza d' informazioni sono prova evidente 
1' indeterminatezza delle espressioni, 1' oscurità, che si direbbe quasi 
voluta, e sopratutto le numerose digressioni — fuor di luogo in una 
poesia cosi breve — con cui il poeta ha cercato di rivestire le sue 
notizie, per mascherarne la povertà. 

Ora, poiché 1' esame interno del carme suscita dubbi tanto gravi 
sulla sua autenticità, vediamo se la sua storia esterna è tale da dis- 
sipare questi dubbi o da accrescerli. 

L' epitaffio attribuito a Ilderico ci è pervenuto in una sola copia, 
nel codice Cassinese 353 (ora 175) del sec. X, ove fu inserito — se- 
condo il giudizio del Waitz (1) — in un foglio rimasto vuoto, da una 
mano della fine del sec. XI. Porta il titolo : a Epitaphium Pauli Dia- 
coni » e l'acrostico u Paulus laevita doctor praeclarus et insons n ; i 
due distici di chiusa contengono la dedica e la preghiera al u semper 
amande pater n per parte di un Hildric, che è stato identificato con 

il) Gott. gel. Anz., p. 1514 e M. G. H., Scr. Lang. p, 23. 



— 38 - 

quell' abate Cassinese, che — secondo i cataloghi ài Montecassino — 
resse il monastero per circa 17 giorni nell' 834. Di rapporti fra questo 
abate e Paolo non abbiamo notizia, all' infuori dell' epitaffio. 

Che il carme fosse composto per essere collocato sulla tomba , o 
per lo meno come se dovesse esservi collocato, risulta dai v. 5-6 : 

Ut tua sed lector properans huc noscat et hospes 
Sacrata tumulo requiescere membra sub isto...; 

anzi vi appare quasi lo studio di far sapere che era composto a 
tale scopo (1). Che vi fosse inciso in realtà si vuol dedurre da 
un passo dell' Anonimo Salernitano (2), che, parlando della morte 
di Paolo, aggiunge : u in praedicto monasterio (cioè il Cassinese)... 
digno tumulo est humatus, atque super tumulum partim quae in hoc 
mundo gessit, partim de eius pimdenciis, quove temporibus perdri- 
rasset, sacris litteris exaratum invenimus ». Il Dahn (3j osserva che 
fondarsi sulla testimonianza del Salernitano è seguire il metodo del 
nostro coscienzioso Paolo, che, adducendo prove delle notizie riferite, 
non pensava però a controllare 1' attendibilità della prove stesse. 
u Chi ci assicura dunque — egli dice — che ciò che fu mostrato al 
Salernitano, circa il 975, come opera d' Ilderico, era veramente d' II- 
derico, cioè circa dell' 800? Possedeva egli, possedeva tutto quel se- 
colo mezzi, attitudine, abilità per provarlo? Già a priori (von vorn 
herein) una tal fonte dev' essere rifiutata ». 

Il lato debole di quest'argomentazione del Dahn non tardò ad- 
essere rilevato. Egli parla di una falsificazione, mentre questa in vero 
— lasciando stare le difficoltà che presentava — sarebbe un fatto 
molto strano, trattandosi di un documento, che non presentava nessun 
interesse materiale pel chiostro. Onde le giuste obbiezioni del Waitz : 
a Quando (l'epitaffio) fu posto sulla tomba — e questo almeno il 
Dahn accetta come vero... -- avrebbero coloro, che lo avevano com- 
posto, potuto operare scientemente un tale inganno di fronte a 

;l) Non so porche il Wa.it/, (G. g. A, p. 1515) dica che ciò non risulta dai 
versi in modo da. non poter risvegliare dubbi; voleva forse intendere che i 
versi non corrispondono alla testimonianza del Salernitano in modo da non 
risvegliare dubbi? 

(I) M. 0. H., Script., Ili, p. 467. 

(3) op. cit., prefazione. 



- 39 - 

tutto il monastero? A quale scopo? ci domandiamo noi dinanzi a 
queste parole semplici e fondate sulla pura venerazione... » (1). E il 
Grion (p. 15) osserva che il Salernitano, benché u credenzone e fan- 
tasioso n e immeritevole di fede quando narra u le favole popolari 
arricchite dalla sua fantasia », non poteva tuttavia essere stato in- 
cannato dai monaci con una u tomba falsa n. 

Ora io credo che non si tratti di tomba falsa, né di falsificazione 
volontaria ; secondo me, 1' epitaffio, che noi possediamo, non fu mai 
sulla tomba di Paolo. 

Anzitutto in vero, poiché dobbiamo riconoscere la poca attendi- 
bilità del cronista Salernitano, non possiamo fidarci ciecamente e 
senza controllo della sua testimonianza ; con ciò si rischia di ca- 
dere in quell' errore di metodo, tanto biasimato dal Dahn (1. e), con- 
■ute nel voler salvare in una narrazione leggendaria quel tanto che 
non appare manifestamente favoloso, e volerlo ritenere come storia. 
Obbietta il Waitz (1. e.) che, se il Dahn presta fede al Salernitano, 
quando attribuisce a Paolo 1' epitaffio di Arichi, dovrebbe credergli 
anche in questo. Ma se il Salernitano riportasse nella sua cronaca 1' e- 
pitaffio del cod. 353, come riferisce quello di Arichi, e dicesse di averlo 
letto sulla tomba di Paolo, allora si potrebbe invocare la sua testi- 
monianza. Invece, quand' anche si ammetta che il cronista leggesse 
un epitaffio su quella tomba, si dovrà riconoscere che le sue parole 
non sono tali da non destare alcun dubbio sull' identità di esso con 
quello che ci è pervenuto. È vero che non bisogna cercare precisio- 
ne nelle notizie del Salernitano e tanto meno in questi dati indeter- 
minati. Nello stesso capitolo infatti, per significare soltanto che nar- 
rerà le gesta dei principi beneventani, egli adopera le stesse parole : 
u partim quae in hoc mundo gesserunt, partim de eorum audaciis, 
quive temporibus perdurarunt huic compendioso subdenda necto ser- 
moni, n (p. 489, e. 37). Ma la perfetta corrispondenza, che dai più 
si rinviene tra i dati del Salernitano ed il carme a noi giunto, non 
esiste in realtà. Mancano infatti le indicazioni cronologiche , a 
cui il cronista accenna come a parte integrale dell' epigrafe (quove 
temporibus perdurasset). Il Waitz (2) congettura che, non essendo 
scritte in versi, non venissero riportate nel codice, quando vi fu co- 
piato il carme, desumendolo dalla lapide. Ma per qual ragione ? Se, 

(1) G. g. A., p. 1516. 
(2; M. G. H„ l. e, p. 23. 



— 1(1 

ad esempio, in fine dell' Epitaphium Chiodarli pueri regie (1) fu trascrit- 
ta F indicazione cronologica in prosa (2), sebbene il codice (Parig. 529 
fosse un'antologia ad uso delle scuole conventuali, a maggior ragiona 
non doveva essere trascurata, quando si desumeva una copia dalla I 
lapide, allo scopo di conservare il carme e la memoria dell'elogiato. 1 
Ma e' è di più. Il Salernitano, è vero, era tutt' altro che un cri- 
tico, onde non si può pretendere, che, trovandosi dinanzi due narra- 
zioni contradditorie — F epitaffio da un lato, la leggenda beneven- 
tana dall' altro - - cercasse di seguire quella che poteva essere] 
più conforme al vero. Potremmo quindi comprendere come, pure, 
avendo letto in quel carme che Paolo entrò in convento vernanti 
pectore, sprezzando onori e ricchezze, seguisse ugualmente la leg- 
genda, più conforme al suo scopo encomiastico nazionale, col farlo 
pervenire a Montecassino già vecchio, dopo molte sventure. Ma, 
mentre da un lato, come vedremo, F elaborazione personale del 
Salernitano ebbe qualche parte nella formazione della leggenda 
stessa, onde queste contraddizioni vengono a costituire un indizio più 
grave, d'altro lato è strano che egli non traesse profitto da una notizia 
dell' epitaffio, che si conformava perfettamente alla sua tendenza en- 
comiastica politica e monacale, cioè F educazione nelle sacre scienze 
alla corte di un re langobardo e di un re monaco. Anzi, mentre F epi- 
taffio fa di Paolo unicamente un teologo e un monaco, egli ne fa un 
intimo consigliere del re ed un fiero sostenitore della nazione lango- 
barda : e invece che con Ratchis lo mette in relazione con Desiderio. 
Bisognerebbe ritenere che di questo carme, che dice di aver letto 
— probabilmente in una visita a Montecassino — non gli fosse rimasto 
nulla nella memoria, neppure l'unico nome che vi ricorre, neppure 
i pochissimi fatti che vi sono affermati con precisione, neppure il 
nome dell' autore, abate Cassinese, personaggio ragguardevole. Non| 
so perchè al De Santi (1. e. p. 658) sembrino scritte sotto F impressione 
della lettura dell' epitaffio e « quasi un commento di esso n le pa- 
role del Salernitano : u Fuit vir per omnia sagax divinaeque legis 
dissertila et aprime liberalibus disciplinis imbutus ». L' epitaffio non 
parla di liberale* disciplina^ e per attingere la notizia della cultura 
sacra di Paolo non era necessario ricorrere a quella fonte. 

(1) M. G. H., Poet. Int., I, p. 71. 

(2) Obiit autem die VI Ictus februar. anno X regnante patre ipsius glorioso 
Karolo rege. 



— 41 — 

Vediamo invece come parla dell' epitaffio Pietro Diacono, monaco 
Cassinese del secolo XII : « Hildericus eiusdem Pauli Diaconi au- 
ditor, de origine praeceptoris sui, vita, institutione, doctrina, reli- 
gione, habitu, lucidissimos versus composuit (1) ». 

Questi versi, dice il Calligaris (2), u paiono non essere stati altri n 
che 1' epitaffio da noi posseduto. Paiono ? ma come dubitarne '? Molto 
meglio che in quelle del Salernitano, troviamo in queste parole una 
perfetta corrispondenza colle singole parti del carme d' Ilderico : de 
origine, v. 9-11 « Esimio dudum Bardorum stemmate gentis... sum- 
psisti generis orfani, n ; - - rita, indicazione generica; — institutione, 
V educazione a corte (v. 14-15) ; — doctrina, l'erudizione nelle scienze 
ffccre (v. 18-22) ; — religione, il disprezzo del mondo e la monacazione 
iv. 25-20); — habitu, le sante abitudini del chiostro (v. 30-35). Inoltre 
F espressione u lucidissimos versus » richiama le parole u lucifluis 
dictis n, che ricorrono nell' introduzione dell' epitaffio (3). Evidente- 
mente Pietro aveva sotto gli occhi il carme, che noi conosciamo, e forse 
anche nella copia, che ci è pervenuta. Che anzi tutte le notizie, che 
dà su Ilderico e sulle sue relazioni con Paolo, sono desunte dall' epi- 
taffio stesso. Ma quando al cap. 8° della stessa opera parla del se- 
polcro di Paolo (« sepultus... in eodem coenobio iuxta ecclesiam sancti 
Benedicti ante capitulum »), non ricorda menomamente 1' epitaffio ; 
dal qual fatto possiamo legittimamente dedurre che non lo aveva 
letto sulla lapide. E non sarà inutile osservare come non si trovi 
nessun accenno a questo carme in quei luoghi delle sue opere, che 
parlano di Paolo; e come il breve cenno, che egli dà della vita di 
Paolo (4;, non si accordi affatto colle notizie in quello contenute. 

Non meno strano e significante il completo silenzio, che serba 
su questo documento un altro monaco Cassinese, Leone Ostiense (5), 
di poco anteriore a Pietro. Tanto più significante, in quanto che dei 
tre cronisti in questione Leone è il più sincero e il più degno di 
fede (6). Ch' egli non conoscesse il carme, non è possibile ammettere, 

(\) De viris illnstribus Casinensibus, e. 9. (R. I. SS, VI, p. 22). 

(2) 1899, p. 87. 

(3) v. 3-4 Veridicos, laevita, tuos quis, summe, triumphos 

Lucifluis, Paule, poterit depromere dictis ? 

(4) op. cit., cap. 8. 

(5) Chronica monasterii Casinensis (M. G. H., Script., VII, p. 551). 
(6; Cfi\ Wattenbach, op. cit., II, p. 236. 



poiché si servì, per la sua cronaca, dei documenti e delle opere, che 
la biblioteca del monastero gli forniva, e dovette avere fra mano il 
Ms. 353, che contiene anche quell' Expositio della Kegola Benedettina, 
da lui menzionata fra le opere di Paolo. 

Se Leone non ricorda 1' epitaffio là dove parla del sepolcro di 
Paolo, di cui conosce il luogo preciso (u in claustro monasterii iuxta 
Capitulum n , se non ne trae notizie per la sua biografia di Paolo, 
vuol dire che non gli prestava piena fede. Altrimenti, come cercò di 
conciliare la narrazione leggendaria, attinta al Chron. Salernitanum, 
coli' epistola di Carlo Magno a Paolo, da lui rinvenuta in un altro 
Ms. Cassinese (il 257), così avrebbe cercato di conciliarla coi dati 
dell' epitaffio, o almeno di spiegarne le contraddizioni fi). 

Abbiamo dunque : il Salernitano, che conosce un epitaffio inciso 
sulla tomba di Paolo ; Leone, che non parla né della lapide, né della 
trascrizione ; Pietro, che conosce la trascrizione, quale è pervenuta 
fino a noi. Questa lacuna fra le due testimonianze non può non ispi- 
rare sospetti. 

Se l' incidere in una lapide un' epigrafe falsa, attribuendola a un 
abate già morto da tempo, sarebbe stato un inganno impossibile a 
compiersi di fronte a tutto il monastero, non era invece fatto altret- 
tanto grave 1' inserire un carme laudativo in un foglio vuoto di un 
codice già completo da circa un secolo (2). 

Quando poi si domanda come si doveva venire ad attribuirlo a 
Ilderico, u proprio ad un discepolo di Paolo », (3) mi pare che si 
cada in un cir.colo vizioso, poiché soltanto dall' epitaffio apprendiamo 
che Ilderico fu discepolo di Paolo ; ed anche la notizia di Pietro 
Diacono risale, come vedemmo, a questa fonte. Al Waitz sembra 
prova di sincerità l'intonazione affettuosa delle belle parole di chiusa; 
ma questa è una ragione affatto soggettiva, su cui non si può fon- 
dare una dimostrazione. Non troviamo forse luoghi belli per appa- 
rente spontaneità d' affetto anche in alcuni epitaffi, composti da Paolo 

(1) Si potrebbe obbiettare che il monaco Cassinese Erchemperto, che scrisse 
circa T889, cioè quando l'epitaffio sarebbe esistito ancora sulla tomba, non 
ne fa parola ; ma. Erchemperto non narra la vita di Paolo, nò parla del suo 
sepolcro, come Leone. 

(2) Se il carme fosse stato scritto, come il resto del codice, nel S8C. X, per 
ordine e sotto la sorveglianza «lei dotto abate Giovanni, sarebbe più difficile 
pensare a, un'opera non genuina, 

(3) Waitz, G. g. A., p. 1516. 



— 13 - 

n nome di re Carlo o d' altri, per persone che talora non conobbe 
i certamente non amò ? 

Resta a domandarsi : a quale scopo ? A nessuno scopo. Io penso 
•he si tratti di un' esercitazione letteraria. Lo stile enfatico e so- 
ìoro, ricco di circonlocuzioni, di trasposizioni, d' imagini, la lunga 
ntroduzione retorica (8 versi su 37), la reminiscenza virgiliana del 
rimavo, V acrostico sembrano confortare questa supposizione. Il nome 
l ? Hildric, vissuto nel monastero al tempo della morte di Paolo, può 
tsservi stato posto non a scopo di falsificazione, ma di verosimiglianza. 

E forse senza nessuna pretesa di genuinità il carme fu inserito e 
•onservato nel cod. 353 (lì; onde si spiegherebbe come Leone, il più 
•eridico dei cronisti Cassinesi, e al tempo stesso il più vicino crono- 
ogicamente alla composizione dell' epitaffio, pure conoscendolo, non 
ìe faccia menzione. Dopo dì lui, Pietro Diacono, autore di numerose 
'alsifìcazioni, vanitoso, e malsincero (2), colla sua notizia su Ilde- 
•ico al cap. 9." del De viris ili. Casin., avrebbe dato al carme, circa 
nezzo secolo dopo la sua composizione, la legittimazione a cui non 
pretendeva. 

Il Bloch (3) osserva che gli argomenti del Dahn contro l'autenti- 
:ità dell' epitaffio non furono sufficentemente confutati né dal Waitz, 
ìè dal Calligaris, e dichiara ch'egli si attiene all' opinione del Dahn 
jer motivi diversi dai suoi — che però non espone. Egli avanza l'ipo- 
esi di una possibile falsificazione di Pietro Diacono. Ma in vero, se 
Pietro Diacono fosse stato autore del carme, lo avrebbe conformato 
i quelle notizie, che ci dà su Paolo nelle sue opere, o viceversa. Mi 
sembra che 1' ipotesi da me proposta si presti meglio a render ra- 
gione delle diverse testimonianze dei cronisti; massimamente ove si 
sensi che Pietro è il primo a identificare 1' autore dell' epitaffio col- 
' abate Cassinese dell' 834, e non sappiamo se tale identificazione abbia 
andamento sicuro. 

Quanto all' obbiezione del Grion (p. 16) che u una pia od ambi- 
ziosa fraude avrebbe dovuto farsi più speciosa, p. es. con un' epi- 

(1) La scorrettezza del tèsto fa argomentare che sia derivato da copia an 
priore — il Grion (p. ì~) pensa che tosse scritto sotto dettatura — Non si 
lotrebbe pensare all'ignoranza di qualche copista, che, credendolo opera ge- 
mina, lo inseri in un codice importante come il 353? 

(2) Cfr. Wattenbach, op. cit., Il, p. 237. 
X. A., XXV, 1900, p. 833. 



44 



grafe doppia di Paolo e di Ratehis.... non dimenticando anche facile 
riproduzione della spettacolosa reliquia del teschio di Cunimondo », 
essa risulta da un'opinione affatto soggettiva. Non sempre la sempli- 
cità è prova di sincerità, come gli artifici retorici e la ricerca del- 
l' effetto si possono rinvenire anche in un' opera genuina. 

Che se poi consideriamo le condizioni politiche del principato be- 
neventano nel secolo XI, ne risulterà confermata 1' ipotesi che a questo 
tempo si debba attribuire la composizione del carme. Spente le tra- 
dizioni e lo spirito nazionale langobardo, che un secolo prima avevano 
ispirate e informate le leggende riferite dall'Anonimo Salernitano, 
l'antico ducato beneventano è agitato dalle lotte fra i Normanni e 
il papa, di cui i principi langobardi, impotenti a sostenersi colle pro- 
prie forze, hanno dovuto divenire quasi vassalli. Alla fine del secolo, 
morto senza figli l'ultimo principe, Landolfo (1077;, il dominio di Be- 
nevento e dei dintorni passa direttamente alla Santa Sede (1). I pon- 
tefici si recano spesso a Benevento e a Montecassino, donde traggono 
aiuti di danaro; sono essi i protettori e i padroni; vescovi e abati 
ondeggiano fra papi, Langobardi e Normanni, per mantenere i possessi 
delle loro chiese e dei loro conventi (2). 

Dato tale ambiente, si comprende come non si rinvenga nell'epi- 
taffio alcuna menzione dei principi di Benevento, delle cui relazioni 
con Paolo un monaco Cassinese poteva difficilmente non avere cono- 
' scenza; si comprende come, cambiati totalmente gl'interessi e le 
passioni politiche, ogni importanza politica dello storico langobardo 
venisse a impallidire, e subentrasse nella mente del monaco Cassi- 
nese P importanza dottrinale religiosa, 1' interesse monastico spiri- 
tuale e quindi lo scopo encomiastico unicamente monacale. 

Resta una difficoltà. Se 1' autore dell' epitaffio scrisse nel secolo 
XI, o per lo meno alla fine del X, perchè non attinse — come i cro- 
nisti cassinesi di questo periodo — alla tradizione langobarda-be- 
neventana? Questa è per il Calligaris la « ragione decisiva a favore 
dell' epitaffio » (1901, p. 258). Per risolvere questa questione, è ne- 
cessario cercare di rendersi conto delle origini, del carattere, delle 
vicende della leggenda su Paolo. 



,1) Boroia, Mrm. istor. di Benevento, voi. II, p. 3 seg."; p. 65 seg. 
(•->) Cfr. Schh'a, Storia del principato Longobardo di Salerno (Arch. stor. 
Napolet., XII. p. 576). 



15 



II. — Xjsl legrgren.d.a. 

Il Crivellucci, accettando le conclusioni del Calligaris (1), riguardo 
*lla leggenda su Paolo, che s' incontra nelle cronache medievali, 
tIì muove però il rimprovero di non aver considerata la questione 
t se abbia nessun fondamento storico la leggenda di Paolo cospiratore, 
poiché da tal questione dipende il carattere e il valore della leg- 
genda stessa il (p. 3). 

Posto un tale dubbio, diviene tanto più necessario il ricercare 
5e — come rispose il Calligaris (2) — la leggenda potesse sorgere indi- 
pendentemente da qualsivoglia partecipazione di Paolo a ostilità con- 
tro i Franchi, il ricercare cioè le origini della leggenda stessa. 

Distrutta, come già dissi, dai dubbi del Mabillon, dalla scoperta 
lei Lebeuf, della critica sagace del Bethmann la fede, che dagli 
mtichi scrittori si prestava alla narrazione dei cronisti medievali, si 
jominciò invece a studiare il carattere, le origini, il successivo svol- 
gimento della leggenda, le sue relazioni colla realtà storica. 

Il Bethmann (p. 250) fece osservare come le fonti anteriori al 
Chronicon Salernitanum (3), non molto posteriore al 978, non conten- 
dano che brevissimi accenni a Paolo, senza mostrare di conoscere la 
Leggenda sulla sua vita, che ci appare ad un tratto nelle pagine di 
juesto cronista , ricca di poetici abbellimenti e di particolari dram- 
matici. Dall' indole di tutta la sua cronaca, dal colorito, dalla luce, 
in cui ci presenta tutti gli avvenimenti narrati si può dedurre — 
lice il Bethmann — il criterio per giudicare dell' attendibilità della 
narrazione sulle vicende di Paolo; narrazione, che non sarà stata 
foggiata dal cronista stesso, ma risulterà dall' elaborazione fantastica 
dei dati, che la tradizione popolare gli somministrava. Determina 
poi il Bethmann le varianti e le aggiunte introdotte nel racconto dai 
cronisti posteriori, che tutti attinsero al Salernitano, le fonti di 
queste aggiunte, che sono per lo più le opere di Paolo, e il valore 
del Chronicon (4) di Romualdo Salernitano del secolo XII, che, per 

(1) 1899, p. 56 seg. 

(2) 1901, p. 217. 

(3) M. G. H., Script., Ili, p. 467 seg. cap. 9-12 e 31-37. Sul valore di questa 
cronaca e sulle sue fonti cfr. Bethmann (Archiv, X, p. 369). 

(4) li. I. SS., VII p. 150 seg. 



— 46 — 

aver presentato il racconto in forma più scarna e meno fantastica, 
sì da raccostarlo al verosimile, fu erroneamente creduto fonte veri- 
dica e indipendente (1), mentre si deve ricondurre anch'esso alla 
fonte comune. 

Kiguardo all' origine della leggenda, obbiettò il Dahn fp. 58; che 
essa non è forse leggenda popolare — come crede il Bethmann — ma 
piuttosto h G-elehrtenfabel und Klosterdichtung », e la giudicò sorta 
u nella cerchia dei dotti di sentimento nazionale langobardo ». 

Così pure u sorta probabilmente nel chiostro Cassinese, e di là 
propagata pel territorio del ducato Beneventano » la credette il Del 
Giudice (p. 31), osservando come nel giro di due secoli essa si vada 
« sfrondando a poco a poco per vetustà », vada perdendo di colorito, 
fino a ridursi ai fatti più salienti; finché si arresta con Romualdo 
Salernitano, senza uscire dai confini dell' antico territorio Bene- 
ventano. 

Uno studio completo ed accurato su quest'argomento si ebbe nel 
citato lavoro del Calligaris (2), che giunse a importanti risultati su 
alcuni punti della questione. Anzitutto egli esclude la probabilità che 
la leggenda sia sorta nel chiostro Cassinese ; quivi infatti non la co- 
nobbe 1' autore della Chronica sancii Benedirti Casinen.sis (3), del se- 
colo IX, che pure conosce e segue 1' Hist. Lang., e avrebbe occasione 
di parlare di Paolo, là dove narra le vicende degli ultimi re lango- 
bardi e di Arichi di Benevento. Non la conobbe la Continuano 
Casinensis (4), che è pure del secolo IX, e inserisce qua e là notizie 
cassinesi nella storia degli ultimi re langobardi, desunta dal Liber 
pontificalis. Non la conobbe Erchemperto (5), monaco Cassinese, lango- 
bardo, che scrisse poco dopo 1' 889, e che, per le vicende della sua 
vita, che lo condussero dal convento, ov' era entrato fanciullo, in Ca- 
pua, nell' antico dominio beneventano, era in grado più d' ogni altro 
di averne notizia. E una bella occasione di farne cenno gli si pre- 
sentava, là dove attribuisce a un sentimento di fierezza patriottica da 
parte di Paolo 1' aver interrotta 1' Hist. Lang., prima di narrare la ro- 

(1) Cfr. Tiraboscht, l. e, par 6. 

(2) 1899, p. 56 sog. 

(3) M. G. H., Scr. Lang., p. 468 (cfr. Bethmann, Arch., X, p. 389). 

(4) M. G, H., Sor. Lang., p. 198 (Bethmann, Arch., X, p. 374). 

(5) HisLoria Lóngobardorum Bcni-venianorum (M. G. H., Scr. Lang., p. 231 
Cfr. Bethmann, Arch., X, p. 376). 



— 47 - 

vina della sua nazione, (e. I, p. 234). Né fuori del chiostro Cassinese 
se ne trovano tracce nella cronaca di Andrea da Bergamo (1), della 
fine del secolo IX, che pure cita (e. 1.°) i a Langobardorum gesta. . . 
a Paulo viro philosopho contesta », e li riassume. E anche 1' autore 
dei Gesta episcopo)'itm Xeajiolitanonim 2) accenna soltanto a u Paulo 
levitae », presso il quale un vescovo napoletano mandò alcuni chie- 
rici a scopo d' istruzione. 

Per primo 1' Anonimo Salernitano racconta la fedeltà di Paolo al 
re Desiderio, di cui era familiare e consigliere, quando i proceres del 
regno langobardo tradirono il loro re, mandando un' ambasceria a 
Carlo Magno, affinchè venisse a conquistare il regno, e consegnan- 
dogli prigione 1' infelice monarca. Paolo tenta di giovargli o di ven- 
dicarlo, attentando per tre volte alla vita di Carlo; e, interrogato 
dal re sulla causa di tanto rancore, protesta di non poter dimenti- 
care la fedeltà dovuta al suo antico re. Addolorato di dover pu- 
nire un così elegante scrittore, un tanto illustre storiografo e poeta, 
Carlo reprime lo sdegno e, nonostante le insinuazioni degl' invidi 
cortigiani, si limita a mandarlo in esilio in un' isola remota. Ma 
Paolo riesce a fuggire, e ripara alla corte beneventana, dove lo ac- 
colgono con grandi onori Adelperga, figlia di Desiderio, e il duca 
Arichi, col quale Paolo s' intrattiene in dotti ragionamenti, e gli giova, 
predicendo la discesa ostile del re franco. Dopo la sua morte, Paolo 
si ritira nel chiostro Cassinese, ove trascorre santamente i suoi ultimi 
anni, imponendosi la rigida penitenza del silenzio, e commentando ai 
fratelli la Regola dell'Ordine. 

Osserva il Calligaris che in questa narrazione la vita di Paolo è 
considerata sotto uno speciale punto di vista. Lo si mette subito in 
relazione con re Desiderio, il padre di Adelperga; si contrappone la 
sua fedeltà al tradimento dei grandi langobardi ; lo si conduce, dopo 
la caduta del regno, in Benevento, ultimo baluardo dell' autonomia 
langobarda, al servizio di Arichi, dopo la morte del quale più non 
resta al cortigiano fedele che il ritiro nel chiostro. " Qui dunque non 
è tracciata tutta la figura di Paolo ; egli è considerato in quanto è in 
relazione colla famiglia Beneventana » (p. 61). Questa leggenda si deve 
dunque ritenere beneventana, piuttosto che cassinese, come la cre- 

(1) M. G. H., Scr. Lang., p. 220 (Bethmann, Arci., X, p. 367). 

(2) M. G. H., Scr. Lang., p. 425, e. 42. 



- 48 - 

dettero il Del Giudice e il Dùmmler (1). Ciò non ostante, il Calliga- 
ris vede sotto quest' apparato leggendario le linee generali della vita 
di Paolo, benché i fatti.jion siano sempre posti nel loro vero ordine 
e nella loro giusta vicendevole importanza. 

Penetra la leggenda, per mezzo del Chronìcon Salernitanum, nel 
chiostro Cassinese, ove 1' accoglie per primo Leone Marsicano (2), 
tra la fine del secolo XI e il principio del XII. Oltre a qualche ag- 
giunta e modificazione arbitraria o insignificante -- tra cui il nome 
dell'isola, in cui Paolo fu relegato, la Dìómedis insula -- il suo rac- 
conto presenta una divergenza importante riguardo alle relazioni fra 
Paolo e Carlo Magno. La ragione di questo fatto è che Leone conobbe 
nei codici dell'abbazia cassinese alcune epistole metriche scambiate fra 
Carlo e Paolo dopo il ritorno di quest' ultimo nel chiostro , e si trovò 
quindi nella necessità di conciliare il tono affettuoso e benevolo di que- 
ste epistole colla notizia di rapporti ostili, attinta al Salernitano. Onde 
per lui Paolo non è più un cospiratore, ma soltanto una vittima delle ca- 
lunnie degl' invidiosi cortigiani ; la fierezza della sua risposta al re è 
assai mitigata ; sicché questi perdona generosamente, quando sa che 
Paolo si è fatto monaco. Inoltre Leone amplia le notizie bibliogra- 
fiche, come quegli che aveva a sua disposizione i codici dell'abbazia 
Cassinese , e sopprime il racconto della penitenza del silenzio, che 
Paolo si sarebbe imposta volontariamente; il che dimostra che in Mon- 
tecassino non v' era traccia di questa tradizione, probabilmente fog- 
giata dal Salernitano per ispirazione di quel capitolo De tacitar nitate, 
che nei codici segue all' Expositio in Regulam attribuita a Paolo (3). 
Ancora più ampie sono le notizie bibliografiche nel capitolo, che 
il Cassinese Pietro Diacono dedica a Paolo nella sua opera De viris 
illustribus Casinensibus (4) ; la biografia è ridotta invece alle linee 
generali, tracciate sulle orme di Leone. Nel Liber de ortu et abita iu- 
storam casinensium (5) egli riferisce la leggenda della penitenza del 
silenzio, seguendo il Salernitano. Neil' Epitome chronicorum casinen- 
sium (6) accenna brevemente a Paolo, attingendo sempre a Leone. 

(l; M. G. H., Poet lai., I, p. 30 « magnani sui ingenii famam monachis 
Casinensibus reliquit, qui fabulosa magis quam vera posteri* de eo tradi- 

derunt ». 

(2) Chronica monasteri casinensis, I, lo (M. G. H., Script., VII, p. 551). 

(3) Secondo l'opinione del Bbthmann (p. 270), comunemente accettata. 

(4) R. 1. SS., VI, p. 17 seg. 

(5) Mignk, Palmi, lai, voi. 173, p. 1081, e. 25. 

(6) R. I. SS., II", p. 368 seg. 



— 49 - 

Anche P autore del Chronicon Vulturnese (1) si attiene a Leone 
con qualche errore ri' interpretazione ; ricorda dei diplomi, che Paolo, 
come notaio di Desiderio, avrebbe scritto pel chiostro Vulturnese, 
ma poi non li riporta. E se anche li riportasse, non se ne potrebbe 
dedurre nessuna prova, perchè i documenti riferiti in questa cronaca 
nmi sono attendibili. 

Importante invece e degna di essere considerata è la relazione, 
che ci presenta la cronaca di Romualdo (2), arcivescovo Salernitano, 
del sec. XII (m. 1181). Tutta la colpa di Paolo si riduce alla fedeltà 
e alla nobile fierezza, con cui preferì 1' esilio, anziché cedere alle 
istanze del conquistatore, che bramava tenerlo presso di sé. Dall'esilio 
Arichi di Benevento lo chiamò alla sua corte, ove lo trattenne finché 
visse. La monacazione non è ricordata. In questa cronaca — secondo 
il Calligaris — « siamo ritornati al racconto primitivo », tolto via 
tutto quel che v'era di tragico e di feroce, e venuto meno il carat- 
tere locale ; segno questo dei tempi cambiati. 

Da Romualdo dipende il breve accenno contenuto nella Continuano 
Pauli detta Lombarda (3) della fine del secolo XII, in cui si riscontra 
lo stesso carattere di semplicità. E questa 1' ultima volta che incon- 
triamo la leggenda paolina nei cronisti medievali. 

Nel racconto così modificato il Calligaris trova molta analogia 
colla leggenda di Pertarit e dei suoi servi fedeli, che Paolo narra 
nell' Hi.it. Lang. (V, 2-4). u Si direbbe anzi che il vecchio racconto 
del secolo X sia stato sfrondato, addolcito, modificato sullo stampo 
delle parole paoline, che paiono esser state prese a modello ?i (p. 77). 
Potrebbe il Salernitano del sec. X aver pensato a quella narrazione, 
caricandone però le tinte, mentre il Salernitano del sec. XII ne 
avrebbe sfrondata la parte tragica e feroce. Il Calligaris riassume il 
passo dell' Ilist. Lang., senza però rilevare i punti di contatto col 
racconto di Romualdo e colla leggenda in genere. Concludendo (p. 83) 
ejjli cerca di spiegare 1' origine di questa « leggenda locale, con 
carattere ben distinto langobardo-beneventano ». I rapporti, pro- 
babilmente storici, di Paolo colla famiglia di Desiderio assumono 
qui tanta importanza, che le relazioni con Carlo Magno non possono 
essere che ostili ; onde, obbliate le relazioni letterarie col re franco, 

li R. I. SS. T, p. 365 seg. 

(2) R I. SS., VII, p. 150 seg. 

(3) M. G. H„ Scr. Lang., p. 219. 



— 50 - 

u dalle confuse ricordanze di un Paolo, fratello di un ribelle, amico 
di duchi sempre pronti a prendere le armi contro i Trancili, di un 
Paolo forse sospetto un giorno alla corte del vincitore, è uscita una 
figura fiera di Longobardo vendicatore, che attenta alla vita di Carlo, 
per punire le offese patite dal suo re », L' importanza nazionale e 
politica soverchia la letteraria e anche la monastica. Invece nei ri- 
facimenti del racconto, provenienti dal monastero Cassinese, il lette- 
rato e il monaco risorgono di fronte all' uomo politico, il carattere 
fiero del Langobardo si va modificando. Le vicende dell'Italia me- 
ridionale tolgono ogni importanza politica alla tradizione, che però 
ci appare ancora venerata in un Salernitano del sec. XII. 

Rispondendo poi nel 1901 alle obbiezioni del Crivellucci, il Calligaris 
(p. 217) aggiunse che, anche ammessa la partecipazione di Paolo ai 
moti contro i Franchi, non sarebbe forse trovata in questo 1' origine 
della leggenda beneventana, che poteva sorgere indipendentemente 
da questo fatto. In un ducato minacciato continuamente dalle di- 
scordie e dai tradimenti dei grandi contro i loro duchi, si contrappone 
ai traditori del re langobardo una figura d' uomo giusto e fedele fino 
al sacrificio della vita, u I legami, che stringevano Paolo ai re del 
suo popolo, e specialmente, come si credeva, agli ultimi ; la fama 
dell' uomo incorrotto, che sarà poi monaco esemplare ; la notizia che 
questo amico dei suoi re, dei duchi di Benevento, di tutta la sua 
gens di cui aveva narrata la storia, si era pur trovato in Gallia e in 
relazione con Carlo, ci bastano a spiegare la leggenda, senza che oc- 
corra supporvi a fondamento un Paolo realmente cospiratore contro 

i Franchi ». 

Ora, mentre mi sembra che non si possa dire nulla di più giusto 
riguardo al luogo, ove sorse e si svolse la leggenda, alle tendenze 
che la informano, ai suoi vari stadi presso i diversi cronisti, non mi 
pare però che i fatti storici e i motivi psicologici, che il Calligaris 
pone a base della formazione di quella, siano sufficenti a render ra- 
gione della sua origine. 

Le condizioni politiche del ducato beneventano, la tradizione di 
relazioni di Paolo coi re langobardi e col re franco, la fama della 
sua integrità, i confusi ricordi del fratello ribelle non spiegano suf- 
ficentemente come del mite monaco Cassinese, del dotto compilatore 
di lavori poderosi si potesse fare un cospiratore ; come di un uomo, 
che non diede in realtà grandi prove di carattere fermo e fiero, adat- 
tandosi con molta facilità a vivere come poeta aulico presso il re 



— 51 — 

straniero, si potesse fare un vindice della spenta autonomia lango- 
barda, un esempio di fedeltà all' ultimo re, di nerezza verso il con- 
quistatore. 

Io eredo che questa leggenda non sia stata considerata fino ad ora 
nella sua vera luce. (Ili studiosi dell' argomento considerarono nuora 
isolatamente quel tratto del Chronicon Salernitanum, che riguarda 
Paolo, senza metterlo in relazione colle altre leggende, riferite nella 
sa cronaca, con altre leggende, che appaiono in cronache contem- 
poranee. Forse non intorno all' oscura persona del dotto monaco Cassi- 
nese, non su confusi ricordi delle sue qualità e delle sue vicende si or- 
ganizzò il racconto favoloso ; ma sotto l' influenza delle impressioni e 
dei ricordi vivaci, che in quei luoghi — come presso tutti i popoli 
che lo videro e lo conobbero — doveva aver lasciato Carlo Magno. 
Io credo che ci troviamo dinanzi a una leggenda Carolingia, sorta e 
localizzata nell' Italia meridionale. 

Le guerre combattute da Carlo Magno in Italia ebbero piccola 
parte nella formazione di quel vasto ciclo di leggende, ond' ebbe ori- 
gine la grandiosa epopea francese. In vero della guerra contro De- 
siderio e della conquista del regno langobardo si rinviene qualche 
eco in alcuni poemi francesi (1), che celebrano Carlo come difensore 
del papato contro i langobardi ; ma della realtà storica più non vi 
rimane che un'ombra. Il Gabotto (2), pure riconoscendo che il fonda- 
mento storico della Chanson d'Aspremont si deve cercare in avveni- 
menti più recenti, crede che vi si possano anche rintracciare — in- 
sieme a quelli delle scorrerie Saracene nell' Italia meridionale — i 
ricordi delle spedizioni di Carlo in Italia del 773 e nel Beneventano 
del 787 ; ed anche il Gautier (3) e il Nyrop (4) rinvennero in que- 
st' epopea un' eco delle leggende formatesi sulla guerra di Lombar- 
dia. Ma obbiettò giustamente il Modigliani (5), che, se lo scam- 

1 Sul modo, con cui sono rappresentati quegli eventi nelle Enfances Ogier, 
nella Destruction ile Rome, nella Chanson d'Aspremont, cf. Paris, Histotre poe- 
tique il'- Charlemagne, p. 308 e 330; Gautier, Les épopées francaises, III, p. 54 
e 73; Nyroi*, Storia il ''11' epopea francese (trad. Gorra), p. 85 e 86. 

(2) Notes sur quelques sources itdliennes de l'epopèe frangaise au mpyen 
Sge Etevue des Laugues Romanes, X, p. 241 seg). 

(3) op. cit., p. 73. 

(4) op. cit., p. 86. Opinione combattuta dal Renier (Ricerche sulla leggenda 
di Uggeri il Danese in Francia, 6 u. 2) riguardo alle Enfances Ogier. 

(5) Intorno alle origini dell' Epopea d'Aspremont (Scritti vari di filologia in 
Onore del Monaci, 1901, p. 571 seg). 



- 52 — 

bio fra Longobardi e Saraceni è giustificabile, perchè questi erano 
il nemico tipico di Carlo, difensore della fede (1), bisogna però 
considerare che il teatro degli avvenimenti è il mezzogiorno 'l'Italia 
e non il settentrione, e che Desiderio figura tra gli alleati di Carlo 
contro gì' infedeli ; onde è da escludere ogni riferimento alla guerra 
contro questo re. E nella spedizione contro il duca beneventano non 
si ebbero u avvenimenti capaci di aver generato un' epopea cosi es- 
senzialmente guerresca, come quella à'Aspremont n (2), nella quale non 
si riscontra né un nome, né un episodio, né un personaggio, che possa 
riconnettersi pur lontanamente coi fatti e coi personaggi delle guerre 
d' Italia. Molto più probabile in realtà — secondo 1' opinione del Mo- 
digliani — che il fondamento storico di questa ehanson de geste si 
debba cercare nelle lotte contro i Saraceni, avvenute nel secolo se- 
guente nell' Italia meridionale e centrale (3]. 

Ma se 1' epopea francese non trasse ispirazione dalle guerre contro 
i Langobardi, o per lo meno non ne ritenne che qualche debole e fug- 
gitivo ricordo, non è a dire per questo che la notevole personalità 
di Carlo Magno non producesse grande impressione anche in Italia, 
e che anche qui non si venisse compiendo nei secoli successivi quel 
lavoro oscuro e misterioso della fantasia popolare, che conduce alla 
formazione leggendaria. 

Osserva il Bartoli (4), che., se in Italia non si ebbe un' epopea 
langobarda contrapposta alla Carolingia, che si svolgeva in Francia 
e in Germania, fu perchè, « mancata la vittoria, la sorgente del canto 
epico restò inaridita n. Ma in alcune cronache italiane troviamo traccia 
di un'elaborazione leggendaria, che si arrestò al periodo preletterario ; 
u sono gli ultimi accenti d' una nazionalità germanica spirante, del 
gran popolo langobardo distrutto da Carlo Magno (5) ». 

Il Chronicon Novalicense (fi), composto verso la metà del sec. XI, 
narra la conquista del regno langobardo in modo da lasciar com- 
prendere che attingeva largamente a tradizioni popolari, che si erano 
venute formando nell' Italia settentrionale intorno a quell'avvenimento. 



(!) Cfr. anche Nyrop, p. 85. 

(2) Modigliani, p. 571. 

(3) CfV. Modigliani, p. 572. 

(4) Storia della Ietterai, ital., I (Introduz.), ]>. 14. 

(5) Paris, op. cit., p. 161. 

(6) M. G. H., Script. VII, p. 99 seg. Cfr. Paris, op. cit. p. 332 seg. e Bar- 
toi.i, 1. e, p. 11 seg. 



- 53 — 

Naturalmente queste leggende sono informate ad uno spirito di osti- 
lità contro i Franchi ; vi si parla ili eroica resistenza da parte dei 
vinti e specialmente di Adelchi, forte e valoroso, che abbandona la 
difesa solo per coniando del padre ; il tradimento del giullare lan- 
gobardo e della figlia di Desiderio sono dati come causa della cata- 
strofe. Nessun dubbio che i particolari di questa narrazione — Adelchi 
che atterra i Franchi con un bastone di ferro, 1' amore della figlia 
di Desiderio per 1' eroe nemico, l' intervento di Adelchi sconosciuto 
alla mensa di Carlo, la storia dei braccialetti e della forza porten- 
tosa di costui — sono altrettanti frutti dell' imaginazione popo- 
lare (1). 

Cosi sul finire del secolo precedente un altro monaco italiano, 
Benedetto di S. Andrea del monte Soratte (2), aveva raccolto per 
primo la tradizione popolare del viaggio di Carlo Magno in Terra 
Santa: tradizione che largamente si diffuse e si consolidò, sostenuta 
dalla Chiesa e dai monaci, che vi cercavano la legittimazione delle 
reliquie possedute dai loro monasteri (3). 

E troppo naturale il pensare che anche nell' Italia meridionale, 
ove Carlo scese più volte, ove i duchi langobardi, e specialmente i 
beneventani, opposero alla stia supremazia una resistenza, che non 
fu mai fiaccata del tutto, la fantasia popolare lavorasse intorno a 
quell' uomo straordinario, e che il terrore e 1' ammirazione, suscitati 
sul suo passaggio, si traducessero in poetiche fantasticherie, in crea- 
zioni favolose. 

Nel ducato beneventano, circa due secoli dopo le spedizioni fran- 
che, il monaco Salernitano — contemporaneo di quello del monte 
Soratte — cronista ignorante e credulo (4), raccoglie quelle favole e 
quelle fantasticherie, le elabora, le intermezza alle notizie storiche, 
copiate dal Liber pontificalis , senza riguardo a incoerenze, a contrad- 
dizioni. Tutta- la sua cronaca è intessuta, specie nella parte più 
antica, di aneddoti riguardanti questo o quel personaggio storico, 

(1) Bartoli, p. 14. Queste leggende del Chron. Novalicense sono ripetute da 
Eriaco'.no d'Acqui (Mommi, historiae patriae, SS. HI, col 1490 seg). 
2 M. G. H., Script., IH, p. 710. 

(3) Su questa leggenda e sulle sue probabili origini cfr. Rauschen, Die 
Legende Karls des Grosscn in 11. und 12. lahrh., p 141 seg. e Paris, 

it., p. 54 seg. 

(4) Cfr. il giudizio dato dal Wattenbach (op. cit., I, p. 431) e dall' Hodgkin 
[pp. cit., VII, p. 91) sul valore storico di questa cronaca. 



— 54 - 

così pieni d'ingenuità e d'inverosimiglianze, e d'altra parte narrati 
con tanta vivacità e colorito, da non lasciar dubbio eh' egli li avesse 
colti direttamente sulle labbra del popolo. Del resto egli non si sol- 
leva di molto sul popolo, un po' per le qualità sue personali, un po' 
perchè questo carattere è proprio di tutti i cronisti di quel tempo. 
u Nel Medio Evo — osserva il Graf (1) — tra pensiero popolare e pen- 
siero letterario o erudito, non v' è quella sostanziale differenza e 
quella separazione profonda, che solo appartengono a tempi d' illu- 
minata cultura, dominati dallo spirito critico ; e nella letteratura di 
quel tempo entrano liberamente e si adagiano le più bizzarre fan- 
tasie e le più insensate credenze della tradizione popolare n. Non 
dobbiamo dunque meravigliarci di trovar rispecchiate nel Chron. Ha- 
lernitanum le dicerie del tempo e del paese, in cui fu composto. 

Naturalmente anche in queste leggende, come in quelle dell' Italia 
settentrionale, si rivela una tendenza ostile verso il conquistatore 
straniero. Non soltanto la leggenda su Paolo -• come riconobbe il 
Calligaris — ma tutta la cronaca del Salernitano, tutte le tradizioni, 
che vi sono riferite, rivelano la mano di un Longobardo devoto ai 
suoi duchi, rivelano un ambiente, ove si erano conservate le reliquie 
del sentimento nazionale langobardo. 

Neil' Italia settentrionale la dinastia regia era spenta, la potenza 
langobarda distrutta per sempre; le simpatie popolari si raccolgono 
ancora per breve tempo sul! ultimo superstite, Adelchi, intessendo 
una corona di poetiche tradizioni intorno al capo dell' eroe sven- 
turato. 

Neil' Italia meridionale persiste invece 1' ultimo residuo della po- 
tenza langobarda; Arichi di Benevento, considerandosi erede dei re 
spodestati, si ribella talora apertamente all' alta sovranità del re 
franco; assalito nei suoi domini, riesce a scongiurare la catastrofe 
per mezzo di accordi. Se anche qui Carlo fu il vincitore - onde la 
sua figura grandeggia e si eleva, formando il centro, il punto di rac- 
coglimento della narrazione - - però la lotta non fu esiziale pei vinti, 
e vicino a Carlo, anzi di fronte a lui, grandeggia e si eleva la figura 
del duca beneventano. E poiché le leggende dell' alta Italia adom- 
brano fatti drammatici di guerra, e quelle del mezzodì abili tratta- 
tive di pace, in Adelchi si celebra la forza tìsica e il valore, in Ari- 
chi 1' avvedutezza e la cultura. 

(1) Roma nelle- memorie e nelle immaginazioni del il. Evo, II, p. 2'M. 



- 55 - 

Ancora nel sec. X, l' antico ducato beneventano, benché smem- 
brato nei tre principati di Benevento, Salerno e Capua, era retto da 
principi langobardi ; e non è a dimenticare che 1' anonimo cronista 
Salernitano si professa fedele al principe Gisulfo (1), e che, secondo 
il Pellegrini (2), la sua cronaca sarebbe stata dedicata a quel Pan- 
dolfo Capodiferro, che appunto nel maggio 978 riunì sotto la sua 
signoria quei tre principati (3). Si comprenderà quindi come le me- 
morie degli antichi duchi beneventani trovassero ancora un' eco nei 
paesi un tempo a loro soggetti ; e come anche 1' elaborazione per- 
sonale del cronista dovesse tendere alla loro glorificazione. 

Ma sopratutto gli aneddoti e gli ornamenti fantastici, ond' è rive- 
stito il racconto della spedizione di Carlo nel Beneventano, rivelano 
la profonda impressione prodotta da questo avvenimento. Come spie- 
gare il fatto del potentissimo sovrano, che consente a far pace e si 
ritira senza combattere ? Carlo è pio : piissimus rex lo chiama il 
cronista stesso (4), accordandosi in ciò colla leggenda francese, che 
vide in lui il rappresentante e il propugnatore della fede e della 
Chiesa. Perciò egli si lascia piegare dalle rimostranze dei vescovi 
beneventani, che gli rimproverano di aver disperso, qual lupo feroce, 
il loro pacifico gregge ; che con un esempio biblico tentano d' indurlo 
a dimenticare il giuramento, che lo spinse a muovere contro Ari- 
chi (5) ; che con mansuete parole lo persuadono a contentarsi di per- 
cuotere collo scettro un' imagine del duca nemico, e di far distrug- 
gere la corona dipinta sul suo capo (6). E « audiens ammonitionem 
tantorum patrum », Carlo consente a conchiudere la pace (7). Ma 
quando i legati Franchi si presentano alla corte beneventana, per 
ricevere gli ostaggi, rimangono abbagliati dalla sua magnificenza ed 
estasiati dell' accoglienza ricevuta (8). 

(1) Cfr. la prefaz. nei M. G. H., 1, e, p. 467. 

(2) Hi.stofia prineipum langobardorum, p. 20. 

(3) Cfr. Schipa, Storia del principato longob. di Salerno (Arch. stor. Na- 
poletano, a. XII, p. 249). 

(4) p. 478 e 477: « Rex itaque, ut erat pius... » 

(5) p. 478 : « Nisi sceptro quod maini gesto Arichis pere.ucio pectus, vivere 
nolo ». 

(6) p. 478. 

(7) p. 479. 

(8) id. Le leggende riferite dal Ckron. Salernit. su Arichi di Benevento e 
la sua famiglia furono riassunte dall' Hodgkiii (op. cit., VII, p. 91 seg.) 



— 56 - 

Questo passo richiama alla mento una nota leggenda Carolingia, 
una delle più antiche leggende sorte in Francia su Carlo Magno, 
cioè quella riferita dal monaco di S. Gallo (1) sull'entrata di Carlo 
in Pavia, u Estne Karolus in tanto esercita? » domanda il tremante 
Desiderio a Otkerus, vedendo da un' alta torre giungere gli u iinpe- 
dimenta » dell' armata nemica, u Non adhuc » risponde il principe 
franco, u Certamente è qui » ripete il re, vedendo « V exercitum po- 
pularium de latissimo imperio congregatum » — u Set non adhuc nc- 
que adhuc ». La stessa domanda e la stessa risposta si ripetono. 
quando appare la scuola palatina, i vescovi, gli abati, i chierici. 
Finché, tra il corruscare del ferro, si mostra la terribile apparizione 
dell' imperatore di ferro (2). 

Analoga la narrazione del Salernitano. Incontrando i grandi lan- 
gobardi, che il duca aveva inviato ad incontrarli, i legati franchi 
si domandano quale fra essi sia il principe, u Non è qui » è loro 
risposto. Sulla scala del palazzo domandano se il principe sia fra 
gli u adolescentes », che tengono in mano « sparvarios cum ceteris 
huiusmodi avibus » — « In antea perambulate ! » vien detto loro. E 
così : « In antea pergite ! » quando credono che il principe si trovi 
fra gli « iuvenes Eoridam aetatem habentes cum aliis indumentis »; 
e così quando incontrano i « canos spargens cum variis indumentis n; 
finché giungono al u throno aureo » di Arichi, circondato da vecchi 
di « venusta forma.». — u Non sicut audivimus quam vidimus — 
esclamano i legati — set plus piane vidimus quam nuper audivimus ». 
Sembra quasi un contrapposto alla leggenda Carolingia francese, se 
pure non si tratta semplicemente di un' ispirazione venuta dalla cro- 
naca Sangallense. 

Un' altra analogia si può rilevare fra una diceria riportata dal Sa- 
lernitano, e un tratto della leggenda Carolingia del Chronicon Nova- 
license. Si narra in questa cronaca come Adelchi, desideroso di vedere 
Carlo Magno e la sua corte, s' introducesse incognito alla sua mensa, 
e meravigliasse gli astanti per la forza portentosa, con cui strito- 
lava ossa di buoi e di cervi (3). 

(1) M. G. H. Script,, II, p. 759. Cfr. Paris, p. 330, Bartoli, p. 19 e 
Hodgkin, VII, p. 381 seg. 

(2) Un altro racconto molto somigliante si trova aella stessa cronaca a pro- 
posito della venuta di legati Greci alla corte di Carlo Magno (1. e, p. 750) 
Cfr, Hodgiun, VII, p. 94. 

(3) 1. e. 



— 57 — 

E il cronista, Salernitano; " Ferunt piane nonnnlli, quod ipsum 
saepe dictum Karolum in legati formam .se transformasset, ut audita 
Arichis magnitudo cernere potuisset, et ipsum legatimi, quem supra 
diximus, Karolus fuisset » (p. 480). 

Né immeritevole di considerazione mi sembra il grosso abbaglio preso 
dal nostro cronista (1), là dove narra che Carlo Magno, lasciato il regno 
al tiglio Pipino, si ritrasse nel monastero di Montecassino, ove morì 
e fu sepolto. A u Karolus iinperator » egli attribuisce poi quegli 
aneddoti, d' indole tutta monastica, che correvano nel celebre mona- 
stero intorno all'umiltà e all'obbedienza di Carlomanno, come appare 
dalla cronaca di Leone (2). E si tratta proprio di scambio di per- 
sone, come notò il Rama (3) — scambio dovuto alla somiglianza dei 
nomi — poiché è fuor di dubbio che il cronista intende parlare pro- 
prio del grande imperatore (4). Tanto più strano, in quanto che, in 
principio della cronaca (p. 471), egli narrò la monacazione di Carlo- 
manno — deducendo il passo dal Liber lìontificalis — con quelle 
stesse parole, che poi ricorrono a proposito di Carlo Magno. Questo 
scambio di persone era forse avvenuto anche fra il popolo, special- 
mente fuori del monastero Cassinese ? 

Seguono in questa stessa cronaca (p. 488) due lettere, attribuite 
a Carlo Magno e all' imperatore Bizantino, con cui questi offre al 
gran re denaro e terre in Asia, purché egli vada in Oriente. Ciò che 
Carlo rifiuta, perchè u tantum est Asya quantum Europa et Africa, 
tamen capud mundi Roma est, quae teneo n e « quia scio Romano- 
rum regnum esse sicuti fuit, meis vero temporibus volo, si placet 
Domino, ut existat r (5). 

Tutti questi travisamenti della verità, queste creazioni dal nulla 
sono prove evidenti della formazione di un ciclo di leggende, benché 
ristretto e localizzato, intorno alla persona di Carlo nell' Italia in- 
feriore. 

(1) p. 486. 

(2) 1. e. cap. 7. 

(3) Le orìgini dell'epopea francese, p. 242. Cfr. anche Del Giudice, p. 342. 

(4) Cfr. p. es. « cura iain per evolutis multis temporibus regnasset... cum 
fuisset , praecelsus rex... » Fui continua (p. 488): « Deano de eodem Karoli 
humilitate dicere cupio » e parla della lettera a lui diretta dall' imperatore 
d'Oriente. Drl resto Carlo Magno è da lui sempre chiamato « Karolus impe- 
rator », mentre il nome Carlomanno è sempre riprodotto con « Karolusmagnus ». 

(5) Proprio in quel tempo altrove si favoleggiava invece di un viaggio di 
Carlo in Oriente. 



- 58 - 

Ma Paolo ? 

Evidentemente il cronista Salernitano non conosceva le leggende 
sulla conquista del regno, che dovevano poco di poi ricevere forma 
letteraria per opera del cronista della Novalesa ; egli parla infatti 
brevemente di quegli eventi, attribuendo la discesa dei Franchi e la 
cattura di Desiderio al tradimento dei grandi langobardi. Tutto il 
suo interesse è per l'Italia inferiore, alle cui vicende conduce subito 
il suo racconto, osservando che « Karolus rex totius Italiae rex est 
firmatus ; solus dux Arichis Beneventi iussa eius contempnens, prò eo 
quod capiti suo pretiosam deportaret coronaci * (p. 476). Onde Carlo, 
« valde iratus >», prorompe nel famoso giuramento contro il duca 
beneventano. 

Qui è inserita la leggenda di Paolo. I due vindici della nazio- 
nalità langobarda sono posti a lato : Arichi, che cerca di sostenere 
la propria indipendenza di fronte al conquistatore ; Paolo, che tenta 
di vendicare il re Jangobardo, attentando alla vita di colui, che lo 
sopraffece. Arichi è 1' eroe, che il sentimento nazionale langobardo 
contrappone a Carlo nella guerra beneventana ; Paolo nella guerra 
di conquista dell'Italia settentrionale. E qui si può in realtà scor- 
gere P influenza delle condizioni politiche del principato Salernitano 
— teatro di discordie interne, di congiure dei grandi contro i prin- 
cipi (1) — là dove si attribuisce al tradimento dei proceres lango- 
bardi la misera fine di Desiderio, contrapponendo ad essi 1' esempio 
di un uomo generosamente fedele (2). Ma questa considerazione non 
basta a spiegare perchè quest' uomo fosse proprio Paolo, perchè nel 
contrapporre alla grandiosa figura del re straniero una figura nobile 
di patriotta langobardo, si siano riunite intorno alla persona di Paolo 
Diacono quelle qualità, che la leggenda cercava nel proprio eroe. 

Non sarà fuor di luogo considerare che il ducato beneventano, e 
in ispecie le città di Salerno e Benevento, erano stati, fin dal più 
alto Medio Evo, ragguardevoli centri di studi (3). Contribuì forse a 
questo fatto la vicinanza del celebre monastero Cassinese, a cui af- 
fluirono sempre da ogni paese uomini illustri per dottrina non co- 
mune. Non dovremo dunque meravigliarci, se alcune leggende sorte 

(1) Cfr. Schii'a, op. eli., p. 245 seg. 

(2) Cfr, Caujgaris, 1901, i>. 217. 

(3) Cfr. Novati, U influsso del pensiero lui ino sópra In civiltà ii<</- del 
M. Eoo, p. 19, e Voi.pk, Pisa e i Longobardi (Studi storici, X, fase. 6, p. 404). 



— 50 - 

in questo territoi-io mostrano alcuni tratti peculiari, che le differen- 
ziano dalle altre. Infatti in queste tradizioni, a cui si dava fede nel 
Beneventano, appare un lato della figura di Carlo, che appartiene 
ben più alla sua personalità storica, che non a quel personaggio 
ideale, che ne fece la leggenda. Egli è rappresentato cioè come 
protettore dei dotti, sì che dimostra una rara longanimità e un' in- 
dulgenza altrettanto rara verso colui, che attentò alla sua vita, solo 
in vista dei meriti letterari e della coltura, ond'era fornito. Forse 
a questo carattere della narrazione potè contribuire 1' elaborazione 
personale del cronista, monaco benedettino, che in molti luoghi della 
sua cronaca, volendo glorificare Arichi di Benevento, loda la dottrina 
non comune di questo principe (1). Proprio della leggenda popolare 
è infatti cogliere ed esaltare quelle qualità dei personaggi storici, che 
sono atte a produrre maggiore impressione; onde la tradizione leggen- 
daria francese non vide in Carlo Magno che il guerriero e il santo (2). 

Ma — lo ripeto — qui 1' ambiente è diverso ; sono diverse le con- 
dizioni di coltura. Paolo doveva aver lasciato gran memoria di sé 
nel chiostro Cassinese e per le vicende della sua vita e per la sua 
rara attività letteraria, che si estese a rami tanto disparati. E fuori 
del monastero, una tradizione ancora esistente in Salerno nel se- 
colo X attribuiva a lui quell' iscrizione pel palazzo Salernitano, che il 
mouaco cronista lamenta di non poter più leggere per i guasti prodotti 
dal tempo, e quell' epitaffio di Arichi, che è stato riportato dal cro- 
nista stesso. Tanto bastava per ritenerlo strettamente congiunto col 
duca beneventano, ultimo propugnatore della nazionalità langobarda; 
onde alla sua corte si fa terminare la carriera mondana di Paolo, e 
presso questo duca si fa che Paolo contribuisca ancora alla difesa 
del suo popolo, mettendo in guardia Arichi contro quella spedizione 
di Carlo, della quale, durante il suo soggiorno alla corte del vincitore, 
aveva potuto congetturare 1' imminenza. Le due leggende — quella 
su Paolo e quella sulla spedizione beneventana — sono in tal modo 
strettamente connesse. Anche Paolo dunque, come Arichi, dev' es- 
sere nemico di Carlo, e quindi fedele a Desiderio. 

Non bisogna inoltre dimenticare che Paolo era lo storico della 
nazione langobarda, 1' unico, che ne avesse narrate le origini e le 
prime gesta gloriose ; già Ercheinperto aveva attribuito a un sen- 

(1) Cfr. specialm. cap. 10. (p. 477) e e. 17. (p. 480). 

(2) Cfr. Gautier, Les épopées frangaises, III, p. 140. 



— 60 - 

timenfco di fierezza nazionale l' interruzione dell' Bigi, Long. Poiché 
intorno alla capitale langobarda, intorno al trono dell'ultimo mo- 
narca non vi fu lotta né resistenza, non potè sopravvivere il 
ricordo di gesta guerresche e di strenui difensori ; rimase invece 
la memoria di colui, che colla sua storia aveva legato in modo im- 
perituro il suo nome a quello della propria gente. Soltanto a questo 
modo si può forse intendere come si giungesse a dare alla persona 
di Paolo tanta importanza, da giustificare quelle parole dei grandi 
franchi, consiglianti il re contro l'accusato: « Quia si hunc dia- 
conum, o rex, illaesum sinis abire, regnum tuum stabilitura minime 
habebis (1) ». In un ambiente di vive agitazioni, di ardenti passioni 
politiche, difficilmente si poteva concepire lo storico della nazione 
langobarda, che era stato amico dei suoi duchi e dei suoi re, come 
un uomo inaccessibile a quelle passioni, alieno da quelle lotte, tutto 
dedito allo studio, tanto da convertire in ammirazione e in amore 
quel naturale risentimento, che ogni Langobardo doveva provare verso 
il conquistatore straniero. 

Ove a questo si aggiungano i confusi ricordi. di un' inimicizia per- 
sonale fra la famiglia di Paolo e Carlo Magno, le testimonianze in- 
dirette offerte da alcune opere di Paolo su rapporti amichevoli con 
Adelperga e con Desiderio, si potrà forse comprendere come 1' atten- 
zione popolare potesse rivolgersi sulla persona di Paolo, sì da rive- 
stirla di qualità imagi narie, da attribuire a lui azioni imaginarie, da 
dargli un posto così rilevante nella narrazione tradizionale : a lato 
di Arichi e di fronte a Carlo Magno. Ma intorno a Paolo solo non 
poteva forse costituirsi una leggenda informata a tendenze nazionali 
così vivaci, avesse pur egli partecipato ai moti contro i Franchi, 
fosse pure stato colpevole al pari del fratello. Non credo quindi che 
questa leggenda possa offrire alcun fondamento all' opinione della 
partecipazione di Paolo a ostilità contro il gran re. 

Ma alla distanza di quasi un secolo Leone Ostiense, chiuso nel 
suo monastero fra i codici e i documenti, non vede più questi le- 
gami della storia di Paolo con quella dei suoi duchi, e, rifiutando 
le leggende che a questi si riferiscono, asporta quel tratto, che ri- 
guarda un uomo celebre del suo monastero, di cui vuol narrare la 
vita, e di cui non sa nulla di più e nulla di meglio. Leone è più 

(lj [i. 477. Vedremo in seguito quale influenza formale abbia potuto contri- 
buire alla scelta di queste parole. 



— 61 - 

dotto del Salernitano ; la sua cronaca non ha lo stesso carattere po- 
polare e favoloso di quella; « egli consulta carte e libri, paragona 
tra loro gli scrittori, da cui attinge notizie (1) ». Forse al suo orecchio 
pervennero aucora le tradizioni popolari sulla lotta tra Arichi e Carlo 
Magno, che la cronaca del Salernitano gli poneva sott' occhio come 
storia ; ciò non ostante egli si attiene al semplice e veridico racconto 
di Erchemperto, dando un' evidente smentita alle favole del Salerni- 
tano. Anche nella narrazione su Paolo, messo in guardia dalla testimo- 
nianza di alcune epistole, scambiate fra il re franco e il suo antico 
poeta di corte, egli attenua, sopprime, modifica, tenta di giustificare 
tutto col perdono di Carlo in seguito alla monacazione del colpevole. 
Già ai tempi di Leone anche le condizioni del ducato erano cambiate: 
al principio del sec. XII esso si trovava sotto la diretta influenza 
papale ; onde per questo cronista Desiderio è il « saevissimus rex Lan- 
gobardoriini, qui civifcates sancti Petri invaserat » ; Carlo Magno non è 
più il nemico, e il monaco rammenta la sua visita al monastero, il 
praeceptum da lui emanato a richiesta dell' abate, i buoni rapporti 
col monastero stesso. 

Passando dalla cronaca del Salernitano a quella di Leone e anche 
più da quella di Leone a quella di Pietro Diacono (2), la leggenda 
su Paolo si stacca dalle leggende Carolingie e acquista carattere mo- 
nastico, viene perdendo particolari, carattere nazionale, importanza 
politica ; il monaco letterato spunta fuori dagli elenchi delle sue 
opere, che finiscono col sopraffare la biografia. Si andava forse per- 
dendo anche nella tradizione orale la leggenda paolina, come si di- 
leguava a poco a poco in tutta Italia la memoria di Carlo Magno 
e delle sue gesta, per tornarvi poi importata dalla Francia ? 

Un barlume dell' importanza politica della leggenda persiste an- 
cora nel racconto di Romualdo Salernitano, che sembra risalire di- 
rettamente a quello dell'Anonimo del sec. X, mentre gli altri cro- 
nisti posteriori si attengono a Leone. Da quello riprende l'arcivescovo 
Salernitano anche le leggende sulla spedizione di Carlo nel Bene- 
ventano ; ma — più colto e meno credulo del suo predecessore — 
cerca di sopprimere il fantastico, il soprannaturale, e cosi spoglia, 
immiserisce le narrazioni fantasticamente colorite, tenta di dar loro ca- 

(1) Bartoli, op. cit.., p. 24 e 25. 

(2) Giovanni Vulturnese non fa che seguire Leone tanto nella sostanza del 
racconto che nelle espressioni. 



— 63 - 

ratteri di veridicità, compendia, semplifica. La soppressione dei par- 
ticolari deriva talora dal dileguarsi di quello spirito partigiano, che ani- 
mava le antiche tradizioni ; non traspare più da quel racconto venera- 
zione per Arichi, ostilità per Carlo ; già anche in Salerno erano tramon- 
tate nel sec. XII le sorti dei principi langobardi, e le antiche storie 
avevano perduto ogni significazione. La leggenda di Paolo diviene 
semplicemente il racconto di un esempio di fedeltà. 

Ma non so se nella modificazione del racconto, quale appare 
in Romualdo Salernitano, si possa vedere col Calligaris l'influenza 
della leggenda di Pertarit, narrata da Paolo neWIJist. Lang. (V, 2-4 ) . 
Analogia fra le due leggende esiste, benché più nella forma che 
nella sostanza, e si può in realtà pensare a un' influenza della nar- 
razione di Paolo sulla compilazione esteriore della leggenda. Tanto più 
se si consideri che uno dei personaggi principali del racconto paolino 
è Grimoaldo, 1' ex-duca di Benevento, usurpatore del trono lango- 
bardo (1), che per la sua origine beneventana doveva essere in quei 
luoghi oggetto di particolare interesse. 

Ma quest'analogia formale — e quindi la possibile influenza — 
mi sembra di scorgere più nel racconto del Salernitano del sec. X, 
che non in quello di Romualdo. Vediamo infatti che nel racconto di 
Paolo i u maligni adolatores » ammoniscono il re « quia, nisi Per- 
tarit citius vita privaret, ipse regnum protinus cum vita perderei ». 
Quest' insinuazione si riscontra anche nel Chron. Salernitanum sulle 
labbra dei cortigiani di Carlo : u Quia si hunc diaconum, o rex, il- 
laesum sinis abire, regnum tuum stabilitimi minime habebis ». Non sarà 
inopportuno osservare che queste parole si convenivano assai bene al 
caso di Pertarit, trattandosi di sopprimere un pretendente al trono ; ma 
non al caso di un impotente cospiratore di fronte a un re poten- 
tissimo. Così nel racconto del giudizio del vestiario fedele alla pre- 
senza del re e dei suoi cortigiani e specialmente nella sua franca 
protesta di fedeltà all' antico signore si riscontra qualche analogia 
colla leggenda del Salernitano. Grimoaldo domanda ai cortigiani che 
cosa ineriti quell' uomo, e costoro propongono la morte, accompagnata 
da multis suppliciis, come i cortigiani di Carlo, dietro domanda del 
re, propongono di far accecare Paolo (2), o di fargli tagliare le mani. 

(1) II. L., IV, 51. 

(2) Si favoleggiò in Italia che anche Desiderio fosso stato accecato per ordine 
di Carici. 



- 63 - 

Ma Grirnoaldo è commosso da una così generosa fedeltà, e, come 
Carlo, non ascolta i loro consigli. In vero però Carlo non si lascia 
commuovere dalle proteste di fedeltà a Desiderio, ma dalla conside- 
razione dei meriti letterari di Paolo (1). 

Del resto l' influenza dell' Hist. Lang. si riscontra in tutta la nar- 
razione dell'Anonimo riguardo a Paolo. Non d' altronde egli poteva 
trarre e la notizia della sua nascita in Forum Iulii, e quella dei 
ii parentibus secundum saeculi dignitate non infimis », che nella sua 
indeterminatezza rivela la perplessità risvegliata dal passo di Paolo 
sulla propria genealogia (H. L., IV, 39), in base al quale non si può 
affermare con certezza la nobiltà della famiglia di Paolo, uè negarla. Né 
si deve dimenticare che le parole a In praefati Desiderii temporibus 
fioruit in arte grammatica dyaconus Paulus », con cui il Salernitano 
comincia la sua narrazione, risalgono evidentemente a quelle àelVMist. 
Lang. (VI, 1) riguardanti Felice, zio del maestro di Paolo: « Eo tempore 
floruit in arte grammatica Felix ». Ovvio era il ritenere che Paolo, 
discepolo di un grammatico, divenisse egli pure grammatico (2). 

Un solo tratto della narrazione di Romualdo richiama alla mente 
la leggenda paolina su Pertarit : u postquam a Carolo rege... rogatus 
ut eum diligeret et Desiderium nuper regem oblivisceretur... magis 
exilium elegit perpeti, quam cum eo esse, qui amicum suum et do- 
minum in captione tenebat ». Così Unulfo nell' Hist. Lang. protesta 
" prius se vellet cum Pertarit mori, quam usquam alibi in summis 
deliciis vivere ». Ma l'analogia sta più nel concetto che nella forma, 
e il concetto nella sua sostanza era già dato dal racconto dell'Ano- 
nimo. Non direi dunque che nella cronaca di Romualdo il vecchio 
racconto del secolo X è « sfrondato, addolcito, modificato sullo stampo 
delle parole paoline, che paiono esser state prese a modello » (3); poiché 

(1) Dalle parole « ut nec scedulas nec litteras contra vestra dignitati nec 
contra vestrum imperium peragat manibus » sembra trasparire il pensiero che 
Paolo potesse nuocere a Carlo coi suoi scritti. E invece egli pose la propria penna 
a servizio degl' intenti politici di Carlo nell' episodio Carolingio inserito nel Libcr 
de episc. Mettensibus ! 

(2) Chissà se 1' idea dell' esilio, patito da Paolo per la fedeltà al suo re, non 
fu risvegliala da quell'epiteto di exul, che egli si dà nell'inno a S. Benedetto? 
(H. L., 1, 26, v. 28). Poiché Paolo si dice exul, chi poteva averlo esiliato, se 
non il persecutore dei Longobardi, colui, che aveva distrutto il loro regno, che 
aveva condotto in perpetuo esilio il loro re ? 

(3) Calligaris, 1899, p. 77. 






— 04 — 

anzi molte espressioni e alcune situazioni, che nell'Anonimo ricordano 
il racconto di Paolo, sono state soppresse da Romualdo. Questi potrà 
aver avuto presente il passo dell' Hist. Lang.; ma non è possibile 
provare che nel processo di semplificazione ed attenuazione p< 
aver avuto parte 1' intenzione di modellarsi su quello. 

Dopo che, per opera di Pietro, la biografia paolina si è ridotta a 
un elenco bibliografico ; dopo che, per opera di Romualdo, si è ridotta 
a forma schematica e ha perduto il colorito, la fantasiosa leggenda 
non appare più nei cronisti posteriori (1). Le cronache Franche non 
ne sanno nulla. 

E vengo alla questione proposta nel capitolo precedente : se 1' au- 
tore dell'epitaffio visse nel sec. X o XI, perchè non conobbe la leg- 
genda beneventana su Paolo ? 

Non credo che si debba necessariamente ritenere che 1' ignorasse. 

Afferma il Calligaris (1899, p. 64 seg.) che Erchemperto, che l'au- 
tore della Continuano Casinensis e quello della Ch'ionica sanrti Bene- 
dirti Casinensis, tutti anteriori al sec. X, non conobbero la leggenda, 
e che quindi essa non esisteva allora in Montecassino. Ma siamo ve- 
ramente sicuri che non la conoscessero ? Verissimo che il compilatore 
della Continuatio suddetta inserisce qua e là notizie cassinesi, e che 
gli si presentano buone occasioni di parlare di Paolo ; verissimo che 
l'autore della Chron. 8. Benedirti Casinensis conosce e segue l' Hist. Lang.; 
ma entrambe queste opere sono di un' esiguità e di una concisione, che 
esclude ogni lunga digressione. Sono aridi elenchi di fatti e non cro- 
nache circostanziate, come quella del Salernitano. La prima termina 
con un cenno aschitto e laconico sulla presa di Pavia, rimandando 
al Liber pontificalis (e. 5); la seconda dà appena la data di questo 
stesso avvenimento nel catalogo dei re langobardi, e desume da Er- 
chemperto qualche notizia sii Arichi (e. 20). 

Quanto a Erchemperto, egli è cronista di ben altra tempra del Sa- 
lernitano (2) ; sobrio quanto quegli è verboso , coscienzioso e pru- 
dente, quanto quegli è credulo e ignorante. Non possiamo dunque 
esser certi che entrambi si comportassero allo stesso modo di fronte 
a una tradizione popolare, che aveva molto del fantastico e dell' in- 
verosimile. Non vediamo forse Leone — che pur conosveva il Chron. 

(!) Un breve accenno, che risale a Romualdo, si trova nella Continuatio Lom- 
barda, eil è 1' unico docunrento della leggenda fuori del territorio beneventano. 
(2) Cfr. M. G. H., Script. Ili, p. 241 e p. 467. 



— 65 - 

Salernitanum, e quindi le leggende sulla spedizione di Carlo nel Be- 
neventano — tralasciarle affatto nel narrare queir avvenimento ? (1) 
Erchemperto non parla di quei tempi e di quei fatti ; in principio della 
sua cronaca accenna a Paolo soltanto per dire che ne continua l'o- 
pera, onde non era necessario che riferisse quanto sapeva intorno 
a lui. Inoltre, volendo spiegare l'interruzione dell' Rist. Lang., egli l'at- 
tribuisce a un sentimento patriottico. Donde gli veniva 1' opinione che 
Paolo avesse scritta la sua storia collo scopo di accrescere il lustro 
della sua nazione, e che quindi avesse avuto l'intenzione di narrare 
u ea tantummodo, quae ad laudis cumulum pertinebant ? » Si tratta 
di una congettttra affatto arbitraria, ispirata anche dallo studio del- 
l'antitesi; ma il concetto, da cui questa congettura deriva, ha molta 
somiglianza col concetto, che fu svolto dalla leggenda. Del resto — 
tolte alcune eccezioni, come quella dell' ignorante monaco Salerni- 
tano — i conventi restavano chiusi alle leggende create dal popolo su 
fatti guerreschi e personaggi politici. I monaci, più dotti in ge- 
nere dei laici, affettavano un certo disprezzo per quelle fantasti- 
cherie (2). 

Non si può dunque affermare con certezza che 1' autore del- 
l' epitaffio è anteriore al secolo X soltanto perchè non accenna 
ai fatti narrati dalla leggenda, quando vediamo che alcuni cro- 
nisti posteriori rifiutano le tradizioni del Salernitano, e che lo stesso 
Pietro Diacono riduce la leggenda su Paolo a questa sola notizia: 
4. regis Desiderii notarius (3) », e tutti i rapporti fra Paolo e Carlo 
esprime colle parole: u Fuit autem temporibus Caroli imperatoris (4) ». 
Dalle parole di questi cronisti, forniti di mediocre cultura e di me- 
diocre sincerità, non si possono trarre conclusioni sicure. Il Calligaris, 
ad esempio, osserva che la tradizione della penitenza del silenzio, che 
Paolo s'impose, non esisteva in Montecassino, perchè Leone tralascia 
di farne menzione. Invece, se ci attenessimo a Pietro Diacono, che 
ne parla (5), dovremmo credere il contrario. 

L' autore dell' epitaffio poteva forse trovarsi, come Leone, di 
fronte a testimonianze contrastanti con quei racconti favolosi, che 

(1) Pietro Diacono fa lo stesso nell' Epitome Chronic. Casin. (p. 364,). 

(2) Cfr. Paris, op. cit., p. 53. 

(3) De vir ili., 1. e, p. IT e Epit. chron. Casin, 1. e, p. 368. 

(4) De vir ili., 1. e. 

(5) Lib. de ortu et obitu iustor. Casin., 1. e. 



— 66 - 

potevano essergli giunti all' orecchio, e che poteva forse anche cono- 
scere dal Chron. Salernitanum. E se la sua breve biografia versificata 
non era scritta con intento storico — e tanto meno critico — ma sol- 
tanto encomiastico e letterario, egli poteva benissimo nascondere la 
sua ignoranza sotto frasi nebulose e accenni indeterminati. 

Ad ogni modo 1' epitaffio e le cronache medievali presentano due 
narrazioni, probabilmente tardive entrambe, di cui 1' una svisa i 
rapporti di Paolo con Carlo, 1' altra ne tace affatto ; entrambe sono 
tendenziose, e adattano le scarse notizie che posseggono al loro scopo 
encomiastico ; soltanto che, essendo diverse le tendenze e diverso 
quindi lo scopo, giungono a risultati affatto opposti. 

Perchè dunque, se si riconosce con ragione la nessuna attendibi- 
lità dell' una, si dà all' altra il valore di fonte capitale ? 

Non vorrò certo negare che la narrazione semplice e scarna del- 
l'epitaffio abbia maggiori caratteri di sincerità delle drammatiche 
fantasie dei cronisti. Evidentemente l' autore ha cercato di trarre 
tutto il partito possibile da quei pochi dati, che le opere di Paolo a 
lui note gli offrivano ; talora la sua interpretazione di fonti veridiche 
può essere giusta e sincera ; talora invece lo scopo encomiastico può 
averlo trascinato a travisare o a rendere in modo inesatto la verità. 
Negare quindi che l'epitaffio risalga alla penna antichissima di un 
contemporaneo non porta come necessaria conseguenza che si debba 
affermare tutto il contrario di quello che esso afferma o lascia con- 
getturare, come credette di dover fare il Dahn. Soltanto non eredo 
che sulla sola testimonianza dell' epitaffio si possa stabilire nulla di 
certo, quando nessun' altra fonte venga a confortarla ; né che essa 
possa costituire un'autorità decisiva nel caso di contraddizioni. 

Accanto alle cronache italiche, ci è pervenuto un altro gruppo di 
fonti in alcune cronache di origine franca, le cui notizie su Paolo 
furono giudicate dal Bethmann (p. 252) « wahrhaft und einfach, frei- 
lich aber auch sehr diirftig ». Anch' esse furono esaminate dal Cal- 
ligaris (1899, p. 78), che rese conto minutamente del loro contenuto, 
e ne valutò l'attendibilità. Sono principalmente due cronisti, vissuti 
sul principio del sec. XII, Sigiberto Gemblacense (1) ed Ugo Flo- 
riacense (2). Sanno entrambi che Paolo era già monaco, quando si 

(1) Liber de scriptoribus ecclesiast. (Migne, Patrol. Int., voi. 160, p. 565, 
e. 80). 

(2) Hist. eccles. (M. 0. H., Script. IX, p. 363). 



recò in Francia u propter scientiam litterarum a Carolo Magno impe- 
ratore ascitus " dice il primo; u attractus amore et opinione prefati 
principis Karoli precellentissimi imperatoris » afferma il secondo. 

Come già il Daini (p. 30), anche il Calligaris ritiene che queste 
affermazioni siano basate su apprezzamenti troppo naturali, trat- 
tandosi di un dotto, che si sapeva aver vissuto alla corte carolingia 
durante il periodo della rinascenza letteraria promossa dal gran re. 
La discordanza delle due opinioni mostra che esse non risalivano a 
fonti certe, ma erano semplici congetture. Del resto noi conosciamo 
i motivi del soggiorno di Paolo in Francia meglio di questi cronisti. 

Sigeberto, nella sua Chonograjjhia (1), all'anno errato 807, dà una 
notizia siili' Omeliario di Paolo, desunta letteralmente dalla circolare 
di Carlo premessa a quest' opera ; notizia che ricompare negli An- 
nales Wawerleyenses (2), e nelle Abreviationes Chronicorum di Ra- 
dulfo de Diceto (3), con qualche altra notizia bibliografica. 

Un altro cronista franco, del sec. XIII, Alberico, monaco delle 
Tre Fontane (4), riferisce le parole dei due primi , e attribuisce 
a Paolo il famoso inno a S. Giovanni Battista u Ut queant laxis ». 
Anche una fonte italica — Pietro Diacono — conosce questo inno 
come opera di Paolo ; e forse a torto il Dahn ne pose in dubbio 
l'attribuzione (5). Riprende questa notizia Guglielmo Durand, vescovo 
di 3Iede (e. 1230-96), nel Rationale divinorum officiorum (6), aggiun- 
gendo una tradizione leggendaria, derivata — secondo che dimostra- 
rono il Bethmann, il Dahn, il Calligaris — dalla falsa interpretazione 
della terza strofa dell' inno stesso. 

Nel loro complesso dunque le notizie delle cronache franche sono 
o non attendibili o facilmente desumibili da altre fonti più sicure. 

Onde dall' esame dei documenti , che ci forniscono dati sulla 
vita di Paolo, risulta che fonti indubbiamente genuine e sincere sono 

(1) M. G. H. Script. VI, p. 336. 

(2) Negli Annales Xantenses (M. G. H., Script. II, p. 223) 

(3) Rerum britannicar. M. Aevi Script, (a, 808, p. 13!). 
(4)M. G. H., Script., XXI11, p. 651. 

(5) Il Bethmann (p. 290) lo pone fra le opere certe, e i più ne convengono: 
però egli vuol fissare — ciò che non è possibile — anche la data della sua com- 
posizione (alla corte Beneventana) ; opinione giustamente confutata dal Dahn. 
Lo stesso appunto si deve fare al Grion (p. 22), che lo giudica composto nel 
Friuli, quando F'aolo, ancor giovane, abbracciò lo stato ecclesiastico. 

(6) lib. VII, e. 14. 



— 08 - 

soltanto le opere di lui, e specialmente le epistole in prosa e in 
versi da lui scritte e a lui dirette da altri. Disgraziatamente non se 
ne possono trarre per lo più che indizi, e quindi non si potrà affer- 
mare che con probabilità ; e per mezzo di questi soli indizi dovremo 
cercare di ricostruire, per quanto è possibile, le vicende della vita 
di Paolo. 

III. — ^Tascita, e faraiigrlia, &i Paolo. 

Nel settembre 1899, ricorrendo il XI centenario della morte di 
Paolo Diacono, si tenne un Congresso storico in Cividale del Friuli, 
per onorare la memoria dell' illustre cittadino cividalese. 

Ma Paolo nacque veramente nell' antica Forum Iulii, 1' odierna 
Cividale ? 

Paolo, che per solito nelle sue opere nasconde la propria perso- 
nalità, pure inserisce nell' Hist. Bang. (IV, 39) un tratto di carattere 
affatto personale, narrando la propria genealogia. Il suo antenato 
Leupichi, langobardo — sceso in Italia con Alboino — dopo aver 
vissuto alquanti anni in Italia, lascia morendo cinque figli ancora 
fanciulli, i quali, durante l'invasione Avarica del 610 (1), vengono 
tratti in esilio ex castro Foroiulensi in Avarorum patria. Uno di essi, 
chiamato pure Leupichi (2), fatto adulto, riesce a tornare ad Italiani. 
Qui Paolo narra una poetica leggenda familiare (3), descrivendo 
il lungo errare del fuggitivo e gli aiuti soprannaturali, in grazia 
dei quali riesce a pervenire alla casa, in qua ortus fuerat. Coli' aiuto 
di parenti ed amici, il profugo — rientrato in possesso della sua 
casa deserta e abbandonata — la riedifica e vi ristabilisce la famiglia; 
ma degli antichi possessi di suo padre non riesce a riavere più nulla 

(1) Il Grion vorrebbe invece fissarne la data al 630 (op. cit., p. 10). 

(2) Strano che questo Leupichi portasse il nome del padre, mentre pare fosse 
consuetudine fra i Longobardi di imporre il nome dell' avo. Considerando che fra 
il 610 e il ventennio 710-30, in cui nacque Paolo, v'è tempo per più di quattro 
generazioni, sarei portata a credere che non Leupichi, il proavo di Paolo, ma 
il padre di costui fosse il profugo tornato in patria. Se pure non si ammetta 
col Grion, che l'invasione Avara avvenisse nel 030, e che per conseguenza i 
prigionieri fossero non figli, ma nipoti del primo Leupichi. 

(3) Nei particolari di questa leggenda il Grion (p. li) vuol rintracciare un 
significato allegorico, che del resto non c'interessa molto rispetto alle notizie^ 
che si possono ricavare da questo passo. 



— 69 — 

da chi li aveva usurpati (1). Da lui nacque Arichi, dal cui figlio 
Warnefrit e da Teodolinda nacquero Paolo e il fratello Arichi, che 
ebbe il nome dell' avo. 

I cinque fanciulli prigionieri furono tratti in esilio « ex castro 
Fon nule mi n ; ecco 1' unico dato locale sicuro, che ci offre questa 
narrazione. Se ne può dedurre che la famiglia del primo Leupichi di- 
morasse in Forum Iulii, o che, dimorando nei dintorni di questa città, 
vi si ricoverasse, quando — dopo la sconfitta in campo aperto — i Lon- 
gobardi si chiusero nei luoghi forti, come Paolo (H. L, IV, 39) narra 
espressamente. Quindi il primo Leupichi, sceso in Italia nel 568, 
sarà probabilmente rimasto nella provincia Venetia col duca Gisulfo. 
E poiché il fuggitivo Leupichi tornò alla casa paterna e vi ristabilì 
la famiglia, possiamo ritenere che in questa casa, cioè in Forum Iulii 
o nelle vicinanze, nascesse Paolo. 

Del resto che Paolo fosse friulano si può anche comprendere 
dalla larga parte data nelP ifi**. Lang. alle notizie riguardanti la 
jjrovincia Venetia in genere e il Friuli in particolare (2). Anzi da al- 
cuni passi si può dedurre che egli aveva una conoscenza esatta della 
città di Forum Iulii, specialmente dove parla dell' assedio di questa 
città per parte degli Avari (IV, 37J, e della domus Agonis (V, 17) ; 
conoscenza che però poteva derivare anche dall' avere vissuto nei 
dintorni. Ma Paolo non dice mai esplicitamente che Forum Iulii fosse 
sua patria, né ci è dato dedurlo da altra fonte sicura. Infatti la te- 
stimonianza dell'Anonimo Salernitano : u qui ortus fuit ex Foroiula- 
nensis civitas » risale certamente a un' interpretazione abusiva del 
passo citato dell' Hist. Lang., poiché una tradizione non poteva essersi 
conservata, fuori del Friuli, alla distanza di tre secoli. Anche V au- 
tore dell'epitaffio trae partito, come vedemmo, dalle notizie del- 
l' Hist. Lang., indicando con una vaga espressione la regione friu- 
lana ; nulla di più si potrebbe affermare in base a questo documento, 
anche quando si volesse aver fede nella sua genuinità. Pure il Ma- 
billon (3) volle vederci un accenno ad Aquileia, raccostando il passo 
a un verso di Marziale (4) 

(1) La legge langobarda non tutelava i beni degli assenti involontari fCfr. 

BBION, p. 12). 

(2) Cfr. Cipolla (Fonti edite ecc., p. 9). 

(3) Ann. orai. S. Bened., II, 257. 

(4) Ep., IV, 25. 



— 70 - 

Et tu Lcdaeo i'elix Aquileia Timavo, 

ove questo fiume « tribuitur Aquileiae ». Egli credette quindi che I 
gli avi di Paolo dimorassero « in Foroiulensi castro », ma che Paolo J 
nascesse in Aquileia ; notizia che erroneamente ricavò anche dalle | 
parole del Salernitano (1). Aquileiese quindi lo ritennero il Baronio (2), 
il Gattula (3), che segue letteralmente il Mabillon ; il Muratori (4) I 
crede anch' esso che 1' epitaffio voglia indicare Aquileia, ma afferma, j 
sulF autorità del Salernitano, che Paolo era forogiuliese. Tale è anche , 
l'opinione del Liruti (5), il quale ritiene che l'allusione ad Aquileia 
nell'epitaffio sia dovuta al desiderio d' Ilderico di far onore al maestro, 
col dirlo nativo di città più nota. Secondo il Tiraboschi (6), Paolo stesso . 
u ci assicura ch'ei nacque in Oividal del Friuli » ; il Tosti dà senz'altro ] 
Cividale come patria di Paolo ; e il Bethmann (p. 255) crede che I 
anche l'espressione d'Ilderico si riferisca a Forum Iulii, onde per 
lui è certa la nascita foroiulana. 

Come si vede, tutte queste affermazioni non hanno base sicura, 
poiché si vuol dedurre dall' Hist. Lang. quello che non vi è detto ; 
si trae dall'epitaffio una notizia, che non contiene; si presta troppa 
fede all' epitaffio e al Salernitano. 

Per primo il Dahn (p. 2 e 8) osserva, che — secondo la narra- 
zione di Paolo — il primo Leupichi scese u in Italia e non appunto 
a Forum Iulii » ; e se i suoi figli furon condotti via da questa for- 
tezza, non ne possiamo dedurre con certezza che fin allora vi aves- 
sero dimorato, poiché dal racconto precedente risulta che i Lon- 
gobardi — eom' erano soliti — si erano rifugiati nelle piazze forti. 
Quindi in base all' Hist. Lang. si può affermare soltanto la residenza 
della famiglia di Paolo u in der Landschaft » di Cividale. E poiché 
il profugo Leupichi trovò la casa paterna diroccata e piena di ce- 
spugli e di spine, essa non sarà stata nella fortezza Foroiulana, di 
nuovo abitata dopo il saccheggio Avarico , ma piuttosto « auf dem 
flachen Lande ». 

(1) Egli chiama Erchemperto il Salernitano, secondo l'errore degli antichi, 
che leggevano le due cronache nello stesso codice, e le comprendevano sotto lo 
stesso nome. 

(2) Annales ecclesiastici, p. 105. 

(3) Hist. abbatiae Casin., I, 23. 

(4) R. I. SS., 1», p. 397. 

(5) op. cit, I, cap. 13. 

(6) loc. cit., par 4. 



— 71 - 

Il Dahn va troppo oltre nel negare assolutamente la residenza 
della famiglia di Paolo in Forum Iulii ; come pure 1' Hodgkin (1), 
quando asserisce senz' altro che Paolo nacque u in qualche luogo dei 
dintorni di Forum Iulii o di Aquileia ». Non si deve passare da una 
affermazione troppo recisa ad una altrettanto recisa in senso con- 
trario. Aquileia poi dev' essere assolutamente esclusa, mancando ogni 
testimonianza, che pur lontanamente si riferisca a questa città. 

Dopo il Dahn, quasi tutti convennero che non si può ritenere si- 
cura la nascita di Paolo in Forum Iulii ; infatti l'Abel (2), l'Ebert (3), 
il Waitz (4), il Del Giudice (p. 334) dicono eh' egli nacque nel Friuli ; 
nella provincia Venetia il Bertolini (5) ; il Wattenbach (6) si limita 
a dire che la sua famiglia u aveva beni nel Friuli » ; e il prof. Ro- 
mano (7) osserva che non si può fondare un' affermazione cate- 
gorica sopra indicazioni tanto indeterminate, come fanno coloro, che 
designano con tutta franchezza Cividale come patria dello storico 
longobardo. 

Invece a rivendicare a Cividale 1' onore di aver dato i natali a 
Paolo Diacono sorsero recentemente il Tamassia nella sua orazione 
inaugurale del Congresso storico già menzionato, e il Grion, seguito 
dal De Santi. 

Se 1' epitaffio — ■ dice il Tamassia (p. 14) — e il noto passo del- 
l' Ilist Lang. non ci porgono alcun lume sulla questione, u badiamo 
però che Paolo, non certo appartenente alla rusticità.?, scrive nella 
sua storia [VI, 51) che il nobile Longobardo disdegnava la vita ru- 
stica, ma considerava adeguato al suo grado 1' abitare in città, vicino 
al duca e ai suoi pari; si pensi ancora che, se al nostro è nota a 
meraviglia la regione Friulana, le vicinanze di Cividale gli sono no- 
tissime (IV, 37), e della città conosce perfino nome e storia di certe 
case (V, 17) (8). Probabilissimo dunque che la tradizione antica, che 
lo vuole qui nato, non sia destituita di buon fondamento ».. 

(1) op. cit., V, p. 71. 

(2) op. cit. I, p. 338. 

(3) op. cit., Il, p. 44. 

(4) M. G. H., Scr. Lang., p. 12. 

(5) N. Antol., 1. sett. 1899. 

(6) op. cit, I, p. 165. 

(7) Le due nuove epigrafi in S. Salvatore (Bollett, della Soc. Stor. Pavese, 
1902, fase. I, p. 275). 

(8) Osserverò che non bisognerebbe 'generalizzare, poiché Paolo parla in questo 
luogo di una casa sola e notevole, come quella che era stata innalzata da 
un duca. 



— 72 - 

E il Grion (p. 12) osserva che il fatto della casa diroccata e invasa 
da sterpi e spine attesta piuttosto in favore che conlro 1' opinione 
che questa casa fosse situata in città. Infatti essa poteva benissimo 
avere un orto, che rimase incolto ; e d'altra parte, se i vicini di città 
potevano lasciarla deserta, in campagna sarebbe stata occupata da 
coloro, che s' impadronirono dei campi (1). Se poi essa fosse stata 
presso uno dei castelli friulani, come Iplis o Nimis, quivi e non in 
Forum Iulii si sarebbero ricoverati gli antenati di Paolo durante 
l'invasione straniera. Aggiungendo a ciò la predilezione, che Paolo 
mostra per Forum Iulii — dimostrata dal Grion per mezzo di una 
statistica sul numero dei luoghi, in cui ricorre il nome di questa 
città, in confronto alle altre — egli si persuade che « la casa di 
Lopichi fosse in Cividale ». E se Paolo dice che questi tornò in 
Italia, è che egli possedeva, oltre la casa in città, anche terre in 
campagna, a cui poteva giungere prima. 

Il De Santi (2) si attiene fedelmente al Grion; e aggiunge che 
all' indicazione generica dell' epitaffio u nella mente del poeta e posto 
il tempo, in che il poeta scriveva, non pare altro luogo potesse meglio 
rispondere in concreto, se non Forogiulio ». Non so spiegarmi in 
vero come la mente del poeta, cioè lo scopo encomiastico monacale, 
e il tempo, in cui egli scriveva — che non è nemmeno ben deter- 
minato — possano giustificare l'opinione che a quell'allusione in- 
determinata debba rispondere un luogo concreto. 

Del resto si comprende come in un congresso tenuto in Cividale 
per onorare Paolo Diacono si cerchi di appoggiare la tradizione, che 
lo fa nativo di quella città ; si comprende anche come il Grion, ci- 
vidalese, voglia attribuire quest' onore alla sua patria ; e come in 
Cividale si voglia — mediante supposizioni , che il Grion stesso 
(p. 13) dichiara prive di fondamento — identificare qualche casa 
odierna con quella della famiglia di Paolo. Ma si dovrà pur conve- 
nire che tutte queste sono congetture e ipotesi — buone alcune, 
altre meno accettabili — tali, che possono appoggiare un giudizio 
di probabilità, ma non mai dare una certezza assoluta. Paolo era 
certamente friulano, probabilmente nato in Forum Iulii o nelle vici- 
nanze di quella città ; con ogni ulteriore affermazione si rischia di 
cadere noli' arbitrario. 

(1) Non bisogna però dare troppa importanza a questi particolari, che appar- 
tengono alla leggenda e non alla parte storica del racconto. 

(2) 17 febbr. 1900, p. 422. 



— 73 — 

Ed ora si presenta un' altra questione non meno discussa : la data 
della nascita di Paolo. 

Mentre gli antichi si limitano a indicare in genere il tempo, in 
cui Paolo fiori, o 1' abate Cassinese, che reggeva il convento al tempo 
della sua monacazione, per primo il Bethmann (p. 255) cerca di trarre 
partito da un dato, offertoci da un carme di Paolo stesso (1) scritto 
fra il 781 ed il 786 in cui egli dice di sé u iam gravante senio n. 

Con questo dato, di per sé abbastanza indeterminato, egli mette 
in relazione la notizia, desunta dall'epitaffio, dell'educazione alla 
corte di Ratchis ; e congettura che Paolo nascesse più tardi del- 
l' anno 720 — proposto da alcuni (2) — poiché allora al principio del 
regno di Ratchis (744) avrebbe avuto 24 anni. Fissa quindi la data 
del 730, che è accettata anche dall'Abel (p. 338). 

Invece il Dahn (p. 8) osserva che, dall' espressione citata del carme 
di Paolo, e da un carme di Carlo Magno a Paolo, in cui questi è 
chiamato senex (3), si può dedurre ch'egli fosse nato all' incirca nel 
725; però poteva esser nato anche nel 720 o 730. 

L' opinione del Bethmann e del Tosti (p. 31) che si debba protrarne 
la nascita oltre il 720, è fondata unicamente sul dato dell' epitaffio 
e quindi manca di .ogni sicurezza. Si potrebbe notare inoltre che Pepi* 
taffio non dice che Paolo fosse accolto a corte soltanto al tempo di 
Ratchis ; ma che, educato a corte fino dalla fanciullezza, fu da Ratchis 
avviato agli studi teologici. Quindi l'epitaffio non potrebbe offrire 
un punto d' appoggio per fissare la data della nascita, quand' anche 
si volesse ritenere questa .fonte come bene informata. 

Del resto ciò che ci è dato sapere sulla data delle varie vicende 
di Paolo e gli scarsi accenni, che troviamo nelle sue opere, ricon- 
ducono appunto al decennio 720-30, come tempo probabile della sua 
nascita. Quindi gli studiosi posteriori ondeggiano fra queste due date, 

(1) Sensi cuius (M. G. H., Poet. lai., I, p. 49) v. 36 « cetera fu geni nt 
iatn gravante senio ». 

(2) Il Liruti (e, 13) propone il 720, perchè Paolo « doveva essere già 
adulto, quando fu ricevuto da Ratchis nella corte reale » E perchè doveva essere 
adulto ? L'Oudin (p. 1923) crede che fiorisse « circa annum 780 et sequentes », 
perchè si attiene a Sigeberto, che parla della composizione dell' Omeliario all'anno 
807 della sua Ckronographia. 

(3) M. G. H., P, lat., I, p. 71 - v. 1. « Parvula rex Karolus seniori carmina 
Paulo » e v. 11 « Inventumque senem devota voce saluta ». 



- 74 — 

con determinazioni più o meno approssimative (1). Il Berto! ini vor- 
rebbe invece escludere affatto la data del 720, proposta dal Wat- 
tenbach, perchè, secondo lui, contrasta coli' espressione « iarri gra- 
vante senio », e perciò u si dovrebbe fissare il 725 o 730 ». non 
dovrebb' essere il contrario? se quest'espressione — attribuita a sé 
stesso e per ischerzo — può essere usata anche da un quinquage- 
nario, però è molto più naturale da parte di chi abbia passati i ses- 
santa anni. 

Nello stesso carme Sensi cuius Paolo dice di avere studiato 
la lingua greca, quando era prterulus, in scolis. u Poniamo - - dice 
il Tamassia (p. 16) — che Paolo fosse intorno al terzo lustro. Poiché 
allora era a Pavia, e già regnava dal 744 Eatchis, ne consegue che 
il Nostro era nato fra il 725 e il 730 ». Ora, anche si voglia ammet- 
tere col Tamassia che in Pavia e non altrove Paolo potesse appren- 
dere il greco, e che quindi fosse accolto puerulus alla corte Ticinese, 
chi ci assicura che quest'istruzione ebbe luogo proprio durante il 
regno di Ratchis ? Neppure l'epitaffio. Dunque nemmeno questo dato 
può offrire un sicuro punto d' appoggio. 

Notevoli deduzioni trasse invece il Grion (p. 7) da un passo fin 
allora inosservato. Neil' Hist. Lang. (V, 19) Paolo dice di aver udito 
il racconto della battaglia di Plovius dalle labbra dei u seniores viri, 
qui in ipso bello fuerunt ». Se questa battaglia — dice il Grion — 
accadde, u a quanto sembra ». l'anno seguente al 663, » posto che i 
detti guerrieri nel 664 avessero contato quattro soli lustri e narras- 
sero poi a Paolo trilustre, i narratori sarebbero stati quasi cente- 
nari, se Paolo fosse nato verso il 730 e non prima ». E poiché qui 
la parola seniores pare abbia u un significato preciso », e — secondo 
il vocabolarista Papias — la sesta età dell'uomo, o senio, comincia dopo 
il settantesimo anno, quei narratori, già seniores fin dal 714 circa, 
avrebbero dovuto narrare a Paolo trent' anni dopo. Quindi, se Paolo 
nel 785-86, quando scrisse quel carme, « sentiva il fardello del senio », 
cioè era settuagenario, sarà nato prima del 715-16, ma non molto 
prima : « diciamolo nel 714 ». 

L' argomentazione del Grion è fondata, come si vede, sull' o- 
pinione che Paolo abbia adoperate le parole senio e seniores nel 

(1) Waitz 720-25 circa, fondandosi sul canne Sensi cuius; — Del Giudice, 
Dììmmler, Balzani 720-25; — Ebert, terzo decennio del sec. Vili; — Cipolla 
720-30; — Wattenbach, circa 720; — Hodgkin, probabilmente 725. 



- 75 - 

significato preciso, tecnico, per così dire, che dà loro un vocabolarista, 
che scriveva tra il 1043 e il 1053. Invece non abbiamo né il diritto 
né il dovere di negare che Paolo, parlando di sé stesso e in poesia, 
potesse dirsi vecchio, pur senza aver raggiunti i settanta anni ; né che 
i seniores viri, di cui si parla neWHist. Lang., non potessero avere più di 
settantanni. In vero, se la battaglia di Flovius accadde nel 6C>4 - e anche 
di questo non siamo del tutto certi — e se Paolo nacque tra il 720 e il 
730, quei guerrieri saranno stati molto vecchi, quando Paolo era in tale 
età da potersi interessare al racconto di fatti guerreschi e da po- 
terli ritenere. In base a questa considerazione, il Tamassia (p. 16) 
suppone che la testimonianza di questi vecchi si debba riferire ad 
avvenimenti posteriori alla battaglia di Flovius. Ma in realtà nel ca- 
pitolo citato dell' Hist. Lang. si narrano proprio i particolari di 
quella battaglia. Non si potrebbe invece supporre che Paolo ascol- 
tasse realmente, negli anni della sua fanciullezza, qualche superstite 
della battaglia di Flovius, e glie ne rimanesse una confusa remini- 
scenza ; e che poi udisse ripetere quel racconto dalla successiva ge- 
nerazione, quando poteva prendervi interesse e ritenerlo ?.Del resto 
l'espressione seniores viri sembra denotare che Paolo ricordava questi 
uomini come molto vecchi (1) ; e nulla ci vieta di credere che alcuni 
superstiti di quella battaglia potessero avere oltrepassati i novanta 
anni. E questo prescindendo dal fatto del fissare una data precisa — 
come fa il Grion — il che assolutamente non si può, né si deve, 
perchè siamo nel campo delle congetture. 

Il De Santi (2), che anche in questo punto si attiene al Grion, 
osserva che non si può argomentare nessun dato storico dalla poesia 
Sensi cuius, perchè essa è u più che scherzevole, burlesca », e Paolo 
vi « mette in canzonella tutte le sue qualità personali ». Non so che 
idea abbia il De Santi del burlesco ; certamente la modestia, con cui 
Paolo respinge in quel carme le lodi esagerate di Pietro da Pisa, non 
si può confondere col u mettere in canzonella » le proprie qualità 
personali. Il De Santi crede che si debba piuttosto rivolgere 1' atten- 
zione sulle parole u nostram senectam », che vengono riferite a Paolo 
e a Pietro pisano nel carme I/umìne purpureo (3) ; e sul verso di un 

(1) Non credo che qui la parola seniores possa avere «significazione italiana 
(i signori) », come suppone il Tamassia ; tanto più che non si riscontrano in 
Paolo altri esempi di quest' uso. 

(2) 17 febb. 1900, p. 423. 

(3) M. G. H., Poet. lat. I, p. 54 « Qui nostram dapibus nutrit reficitque 
senectam ». 



- 76 - 

epigramma di Alcuino 

Tibi destra, senex, elanguit effeta belli (1). 

Ma queste espressioni sono altrettanto indeterminate, poiché possono 
convenire tanto a un uomo vicino ai sessanta anni, quanto ad un 
settuagenario. Del resto il De Santi vorrà ben concedere che l' epi- 
gramma di Alcuino è per lo meno altrettanto scherzoso, quanto il 
carme di Paolo. Anche qui dunque nessuna grave obbiezione all' opi- 
nione comunemente accettata che la nascita di Paolo cadesse nel 
decennio 720-30 e forse nel quinquennio 720-25. Certamente però 
quanto meno si cerca di determinare con precisione un dato anno o 
un breve periodo, tanto più si può presumere di avvicinarsi alla 
realtà. 

Un' altra notizia si volle desumere dall'epitaffio e dal Salernitano 
— senza considerare che probabilmente essi 1' avevano desunta alla 
lor volta dalle opere di Paolo stesso — cioè la nobiltà della famiglia 
di Paolo. 

Si è molto discusso se l'epitaffio attribuito a Ilderico, nei versi 9-11: 

Eximio dudum Bardorum stemmate gentis 

Viribus atque armis quae fcunc opibusque per orbem 

Insignis fuerat, sumpsisti generis ortum, 

voglia alludere a nobiltà della famiglia di Paolo, o in genere a eccel- 
lenza del popolo langobardo. 

Oltrepassando il dubbio del Bethmann (p. 254J — secondo il quale 
le parole dell' epitaffio u non esprimono necessariamente nobiltà » — 
il Dahn (p. 6) asseriva che esse necessariamente chiamano stirpe in- 
signe u soltanto il popolo langobardo n. La sua opinione fu seguita 
dal Calligaris (1899, p. 89), che dichiarava di poter così intendere 
meglio la parola dudum poco fa (una gente poco fa illustre, potente, 
ora decaduta), che diviene meno comprensibile, quando sia riferita 
alla famiglia di Paolo. Il Waitz (2) invece giudicò le parole d' Ilde- 
rico « non ad totam Langobardorum gentem, sed certum gentis stemma 
referenda esse ». 

(1) M. G. H., Poet. lat., p. 70, carme En tibi Paule. 

(2) M. G. H., 1. e, p. 12. 



- 77 — 

Il vero significato di .queste parole fu messo in luce dal Crivel- 
lucci (p. 6 seg.), che, con opportuni raffronti, dimostrò come nel la- 
tino della decadenza la voce dudum abbia spesso il significato di u da 
lunga pezza, da molto fruì pò »; e fece osservare come l'espressione 
- Eximio dudum... stemmate » sia strettamente legata con quella dei 
v. 12-13 u Tarn digna... genitus tu prole fuisti ». Inoltre restituì al 
testo una migliore punteggiatura (cioè virgola dopo fuisti, invece del 
punto, che vi posero il Dahn e il Calligaris) ; onde una migliore in- 
terpretazione di questo passo : u Poiché fosti nato di così degna stirpe, 
l'aula regia ti accolse giovinetto ». Ne risulta che l'espressione tam 
digita prole u e contiene un altro accenno alla nobiltà di Paolo, e, 
riferendosi all' eximio stemmate, non ha senso, se V eximio stemmate a 
sua volta non si riferisce alla famiglia di Paolo ». Tanto più che il 
Crivellucci osserva come 1' esempio addotto dal Calligaris, per dimo- 
strare che stemma poteva significare popolo (1) — fuori del suo si- 
gnificato consueto di stirpe familiare — si possa benissimo inten- 
dere, u come nel caso nostro, nato da nobilissima famiglia Franca, o 
anche dalla più nobile famiglia dei Franchi ». 

Questa interpretazione fu accolta dal Calligaris stesso (1901, p. 242). 
Invece il De Santi (2) ritiene ancora 1' opinione del Dahn, ripetendo 
gli esempi del Calligaris sulla parola stemma; accetta però l'inter- 
punzione del Crivellucci e l' interpretazione della parola dudum. 

Ne consegue che l' autore dell' epitaffio volle accennare a nobiltà 
della famiglia di Paolo, ma in modo vago, indeterminato, poiché parla 
di eximio stemmate, di digna prole , ma la parola nobilis non esce 
dalla sua penna. Si rivela in questo passo quella stessa incertezza, 
che si riscontra nelle parole del Salernitano : u parentibus secundum 
saeculi dignitate non infimis » ; si vuole accennare a famiglia rag- 
guardevole, senza azzardarsi a dire che fosse veramente nobile. Gli è 
che, come il Salernitano, anche 1' autore dell' epitaffio — secondo che 
già notò il Crivellucci (p. 8) — u non doveva avere altro in mente 
che la genealogia, che della sua famiglia riferisce Paolo nell' Hist. 
Lang. ». 

Quindi non dalle vaghe espressioni di queste fonti tardive, ma 
da u altre ragioni migliori (3) » potremo dedurre la nobiltà della fa- 
miglia di Paolo. 

(1) « Anmlfus ex nobilissimo foi'tissimoque Francorum stemmate ortus » 
(Pauli Lib. de episc. Mettens., M. G. H., Script., 11, p. 264). 

(2) 16 die. 1899, p. 661. 

(3) Crivellucci, 1. e. 



- 78 - 

Infatti il Bethmann (p. 254), affermando che Paolo era nobile, non 
si fondava sulla testimonianza dell' epitaffio e del Salernitano ; ma 
dava come ragioni di quest'affermazione il fatto che la sua famiglia 
apparteneva alle praeeipuae prosapiae, stanziatesi nel Friuli col duca 
Gisulfo (H. L., II, 9) ; il lamento di Paolo nel carme Verbo tal fa- 
muli (v. 21) 

Nobilitas periit miseris, accessit egestas, (1) 

che, secondo lui, « ist kaum anders zu verstehen n ; l' educazione 
di Paolo alla corte langobarda (2). 

L'opinione del Bethmann fu generalmente accettata, finché il 
Dahn (p. 3 seg.) non esercitò anche su questo punto la sua critica 
demolitrice. Se anche in realtà - egli dice -- gli antenati di Paolo 
appartennero ad una di quelle praeeipuae prosapiae, rimaste nel Friuli 
con Gisulfo, dobbiamo notare però che la nobile nascita vien sempre 
significata da Paolo colla parola nóbìlis e non praecipuus, la quale 
ultima voce sembra indicare piuttosto « Auszeichnung durch andere, 
thatsàchliche Vorziige ». Tanto più che a difendere la provincia no- 
vellamente acquistata, il nuovo duca avrà certamente eletto « forti 
schiatte e scelte pel numero e le qualità guerresche degli uomini, 
non per la nobile origine », come si confaceva al suo fine politico- 
militare e al bisogno di conservare duchi per i paesi da conquistare 
in seguito. 

Fin qui l' argomentazione del Dahn è convincente. E si deve con- 
siderare inoltre che Paolo non dice esplicitamente che la sua famiglia 
fosse tra quelle, che rimasero nel Friuli con Gisulfo; ma dice sol- 
tanto che il suo antenato Leupichi venne in Italia con Alboino. Non 
siamo dunque autorizzati a credere col Tamassia (p. 14), che Paolo, 
u accogliendo la tradizione delle praeeipuae prosapiae, assegnate a 
Gisulfo, quale primo nucleo del ducato del Friuli, volle forse far di- 
scendere an bagliore di nobiltà alla sua, scesa col re conquistatore ». 

Il De Santi (3) crede di seguire il Dahn e il Waitz, facendo di- 
scendere Paolo u da una di quelle famiglie o prosapie principali, 
dette fare », che accompagnarono Alboino in Italia, e di cui alcune 

(1) M. G. H., Poet. lat. 1, p. 47. 

(2) Invece il Uniti afferma che Paolo, « non essendo nobile », non si diede 
alle unni, ma agli studi. Ma e gli avi di Paolo, e il fratello di lui non si die- 
dero alle armi ?. 

(3) 17 febbr. 1900, p. 420. 



- 79 — 

furono assegnate a Gisulfo. Queste faro sarebbero state — secondo 
lui — qualcosa più che un semplice ceto medio fra la nobiltà e il 
popolo, avendo, oltre il vanto di discendere dalle famiglie più insigni 
dei conquistatori, cariche ed uffici lucrosi in pace e in guerra. 

Ora, mentre da un lato la parola farà tra i Longobardi non in- 
dica nessuna distinzione nobiliare, d' altra parte il vanto di discen- 
dere dalle famiglie più insigni e più antiche, il dipendere più direfc- 
i aniente dal principe, 1' occupare importanti uffici in pace e in guerra 
era appunto ciò che costituiva la nobiltà nelle popolazioni germa- 
niche. 

Il Dahn ritiene poi che nemmeno il verso citato del carme Verba 
fui famuli sia prova sufficiente di questa nobile origine. In Paolo 
— egli dice — nobilis non è sempre u adelig », e la necessità me- 
trica può avere contribuito alla scelta di questa parola. Essendo poi 
qui la voce nobilitas contrapposta ad egestas, risulta evidente la sua 
significazione di u hervorragender Rang, glànzende Stellung durch 
Reichtum » (1). 

Rispose il Crivellucci (p. 8) che, dato lo stile prosastico abbon- 
dante di Paolo e la sua facilità nel far versi, non siamo autorizzati 
ad ammettere che la schiavitù del metro lo costringesse ad usare 
una parola fuori del suo vero significato. 

Ma — anche si voglia ammettere che da questo passo non si può 
trarre prova sicura, poiché infine si tratta di un'espressione indeter- 
minata — non si potrà in vero seguire il Dahn nella sua argomen- 
tazione, poiché egli cade in contraddizione. « Non ostante tutta l'e- 
sagerazione retorica e poetica — egli dice a pag. 5 — - non si poteva 
designare con suppellex quantulacumque (2) il patrimonio d' un' antica 
nobile stirpe langobarda ». E poi a pag. 6 : » Non dovremo dunque 
figurarci gli antenati di Warnefrit come ricchi ; la famiglia non si 
era del tutto rialzata dalla catastrofe del 610... il suo abavo era 
spesso sovvenuto con doni da parenti ed amici... Ma degli altri pos- 
sessi di suo padre — si può pensare a beni territoriali — il reduce 
non potè pretendere di più, ecc. ». Se il Dahn ammette che la fa- 
miglia di Paolo fosse ricca prima dell' invasione Avarica — poiché 

(1) Quest'interpretazione è seguita dal Bertolini, dal De Santi e dal Waitz 
(M. 0. H., p. 12). 

(2) Nello stesso carme, v. 17 : « Quantulacumque fuit direpta est nostra 
suppellex... » 



— 80 — 

possedeva beni territoriali — cioè che fosse già ricca poco dopo il 
suo stanziamento nel Friuli, e che fosse povera dopo la catastrofe 
del 610, per non avere potuto ricuperare i propri beni, come può 
dire che il suo patrimonio non poteva allora venir designato colle 
parole u suppellex quanfrulacumque »? fonie può credere chequi fca 
famiglia appartenesse piuttosto alla u neue Dienstadel n, che non 
alla « alten Volksadel n di due secoli prima ? Onde il Crivellucci 
obbietta, che il dare alla parola nobilitai il significato di ricchezza 
non conviene col suppellex quantnlacumque ; mentre invece u la no- 
biltà vi poteva essere anche con poca ricchezza ». 

In vero anche il contrapposto con egestas ha qualche peso, onde 
non si potrebbe fondare un' affermazione sicura su questo passo, se 
fosse isolato. Ma altre espressioni analoghe ed altre ragioni permet- 
tono di vedere anche in questo verso un'allusione a nobiltà d'origine ; 
mentre d' altra parte a confortare tale interpretazione giova il consi- 
derare che Paolo si sarebbe forse guardato dall' usare quella parola, 
se nobiltà vera fosse mancata alla sua casa. 

Tra queste espressioni analoghe, il Crivellucci fa osservare il v. 20 
dello stesso carme : 

Iamque sumus servis rusticitate pares, 

che sembra denotare una caduta u da ben più alto loco di quello, che 
solo d'un gradino o solo per la libertà personale sovrastava alla schia- 
vitù » ; e il v. 26 

Cuni modicis rebus culmina redde siniul, 

in cui egli intende i u culmina honorum » (1) — e non domus, come 
intese il Dahn — cioè 1' accenno u a dignità, a gradi, che in quei 
tempi difficilmente potevano esser disgiunti da nobiltà». 

Ancora più convincenti sono le ragioni, che il Crivellucci aggiunge 
alla testimonianza di questi versi. Prova sicura di nobiltà non sarebbe 
1' educazione a corte, anzitutto perchè questo fatto non è così certo, 
da poterne desumere conseguenze con sicurezza, e anche perchè sap- 

(1) A conferma di questa interpretazione, egli adduce il passo dell' epitaffio 
di Arichi : 

Stirpe ducimi regumque sàtus ascenderat ipse 

Nobilior genti* culm'uia celsa suae. 



- 81 — 

piamo che non soltanto i figli dei nobili e dei duchi venivano edu- 
jati a corte (l). Certamente però — come osservò 1' Hodgkin (p. 71) 
— egli era « di abbastanza buona nascita » per poter essere ricevuto 
;ome ospite alla tavola del re. 

Ma u se la famiglia di Paolo — dice il Crivellucci (p. 8) — non 
■osse stata nobile e cospicua, egli difficilmente ne avrebbe inserita 
a genealogia nella sua Storia ; diffìcilmente avrebbe potuto risalire 
iella genealogia colla tradizione familiare oltre il bisavolo ; difficil- 
nente sarebbe divenuta così leggiadramente leggendaria ; difficilmente 
1 fratello di Paolo sarebbe stato un personaggio di tanta importanza 
la prender parte alla congiura (non erano tempi, in cui le congiu- 
e politiche movessero dalla piazza e dal volgo) ; difficilmente — e 
[iiesta ragione mi pare abbia molto peso — re Carlo avrebbe tratto 
irigioniero in Francia Arichi e ve lo avrebbe trattenuto sette anni 
più ». Sappiamo infatti da Andrea di Bergamo (2), che Carlo, tor- 
ando dall' Italia nel 774, condusse con sé come ostaggi u quicquid 
talia maiores nati et nobiliores erant ». Questa testimonianza ha il 
no valore, benché non si riferisca al tempo né al caso del fratello 
li Paolo. 

Gli argomenti del Crivellucci mi sembrano così stringenti, da non 
asciar più luogo a questione su questo punto ; tanto più che le ob- 
iezioni, che gli furono mosse, sono assai deboli e facilmente confu- 
sili. 

In vero il Grion sembra portare un argomento contrario di qual- 
be peso, quando osserva (p. 8) che Paolo, narrando la sua genea- 
)gia, non pretende « a stemma di edelingo, che in tal caso non avrebbe 
tancato di mentovare alcun suo antenato, là ove narra che nella bat- 
iglia perduta da Fredulfo contro gli Slavi poco prima che Paolo 
ascesse, perì tutta la nobiltà adulta dei Longobardi Friulesi tranne 
lunichis (H. L., VI, 24) ». 

Ma bisogna considerare che Paolo, narrando la propria genealo- 
ia, mostra di non conoscere altro che la successione dei nomi — e 
>rse nemmeno esatta — e le vicende più rilevanti della propria fa- 
miglia, quelle di cui necessariamente doveva essere rimasto il ricordo, 

(1) Secondo il Bertolini invece « solo i Agli dei nobili vi erano accolti »; 
ide la ricchezza, di cui Paolo parla nel carme Verba tui, non poteva bastare 
farvelo accogliere. Egli nega perciò la nobiltà e l'educazione a corte. 

(2) M. G. H., Scr. Lang., p. 234. 



— 82 — 

cioè la discesa dalla Pannonia, la prigionia nel paese Avarico, il ri- 
torno in patria. Tutti i particolari appartengono alla leggenda. Inol- 
tre la sconfitta subita dal duca Ferdulfo e dai suoi non avvenne - 
come dice il Grion, seguendo una cronologia diversa da quella comi 
nemente accettata -- poco prima che Paolo nascesse; ma venti 
trenta anni prima, e a lui sarà stata narrata dopo trentacinque 
quaranta anni. Tutto il racconto di questa battaglia nell'ut»/. Lang\ 
ha carattere leggendario, come dimostra l'episodio della contesa fra 
il duca Ferdulfo e lo sculdascio Argait, con cui si tenta di scusare, 
la disfatta dei Langobardi. Non possiamo perciò prendere alla lettera 
l'asserzione della morte di tutti i nobili adulti Langobardi, tranne 
Munichis. Probabilmente non tutti i nobili Friulani avranno pres« 
parte alla battaglia ; probabilmente altri saranno scampati ; ma Paolo 
sa del solo Manichi, come quegli che, per esser stato padre dei du- 
chi Pietro ed Orso, era personaggio notevole, di cui si conservò il 
ricordo. Ad esempio, quel Sicualdo, che si lasciò uccidere nella bat- 
taglia di Lavriana, dopo avere vendicati i figli periti nel disgrazialo 
fatto d' armi del duca Ferdulfo (H, L., VI, 45), era nobile ? e allora 
anch' esso, e non il solo Munichi, scampò da quella strage. Non era 
nobile? e allora non vi perirono nobili soltanto, perchè vi caddero 
i suoi figli; e l'argomento non ha più nessun valore. Che se Paolo* 
avesse saputo, che alcuno dei suoi più prossimi ascendenti era ca- 
duto in quella battaglia, o ne era scampato, non avrebbe mancato di 
dirlo, anche se non poteva annoverarlo fra i nobili. 

Infine, poiché le allusioni alla nobiltà della famiglia di Paolo, che 
si rinvengono nel carme Verba lui, ricevono luce dalla considerazione 
delle vicende dello storico langobardo e dei suoi congiunti, credo sii 
possa concludere che quelle espressioni vanno intese nel loro signi- 
ficato preciso ed hanno valore di testimonianze. 

X-\T. — G-io-srirLezza, <5Li IFaolo e svuoi st-u.d.i. 

Quando anche la genuinità dell'epitaffio attribuito a Merico fossej 
fuor d' ogni sospetto, non so se potremmo accogliere con tutta confi- 
denza la testimonianza di un discepolo cosi mediocremente infor- 
mato sulla giovinezza del maestro, cioè su fatti accaduti ottanta o 
novanta anni prima, Di più lo scopo encomiastico, che in molti 
oasi - secondo che ammettono gli apologisti stessi del carme (1) 

( 1) Cbivellucci, p. 13. 



— 83 — 

— trasse il poeta ad alterare la verità, rende questa testimonianza 
oltremodo sospetta. Eppure sull' epitaffio sono fondate per lo più le no- 
tizie, che si sogliono dare sull'educazione letteraria di Paolo ; e colle 
parole dell' epitaffio i più cercano di conciliare quelle poche ed iso- 
late notizie, che si possono trarre dalle opere di Paolo stesso. 

Secondo questo carme (v. 14-20), Paolo, accolto fin dalla fanciul- 
lezza (prolimts nell' « aula regalis », e quivi educato, viene dal pio 
re Ratchis indirizzato a raggiungere i « culmina sacrae ?ophiae ». 

Non v'ha dubbio chequi si tratta « di due cose ben distinte » (I), 
cioè la prima educazione alla corte langobarda — che può essere 
benissimo anteriore al regno di Ratchis — e gli studi sacri impresi 
poi per consiglio di questo re. Onde in realtà non esiste la contrad- 
dizione, che il Dahn (p. 9) credette di scorgervi ; cioè che u già al- 
lora » Ratchis avesse esortato il fanciullo a a raggiungere le altezze 
della teologia ». Del resto, secondo la cronologia adottata dal Dahn, 
Paolo non era più adolescente, quando Ratchis salì al trono ; sicché 
piuttosto nel suo ragionamento si potrebbe rilevare una contrad- 
dizione. 

Molto più giustamente il Dahn censura 1' epitaffio,, perchè dice — 
e lo dice realmente, checché ne pensi il De Santi — che Paolo stu- 
diò teologia a corte. In realtà, se egli fosse stato accolto nell'aula 
regia al tempo di Liutprando, sarebbe difficile ritenere che fosse de- 
stinato alla carriera ecclesiastica ed agli studi. Anche il Bethmann 
p. 25(3) osserva che u a giudicare da quest'educazione a corte, Paolo 
non era in origine destinato allo stato ecclesiastico, o almeno alla 
vita del chiostro » ; e il Wattenbach (p. 165), dicendo che Paolo fu 
educato a corte « secondo 1' antico costume germanico n, sembra pen- 
sare u non ai culmina sacrae sophiae, ma al servizio delle armi e della 
corte (2) ». Infatti gli esempi, addotti dal Calligaris (1899, p. 110), di 
giovani mandati alla corte del re o di qualche duca, per esservi edu- 
cati 3), parlano di educazione militare e bellica, che doveva avviare 
quegli adolescenti alla difesa della patria o al trono ; onde il Calli- 
garis aggiunge che « certo in questo primo periodo Paolo non si 
iedicò a teologia n. Gli è che nella mente del panegirista Cassinese 
Ratchis era ben più monaco che re; per cui egli imaginò che Paolo 
dia sua corte dovesse ricevere un' istruzione teologica. 

(1) De Santi, 16 die. 1899, p. 664, 
2 Dahn, p. 9. 
(3) H. L., IV, 42; V, 38-40; VI, 26 e 45. 



- 84 — 

Ad ogni modo, secondo 1' epitaffio, si dovrebbe ammettere che la 
prima educazione di Paolo fosse stata compiuta a corte, durante il ( 
regno di Liutprando. Invece io credo che a corte di Liutprando Paolo 
non fosse mai. 

Se realmente egli fosse stato condotto ancora fanciullo alla corte 
Ticinese, e vi fosse rimasto, come si spiegherebbe la conoscenza per- 
fetta, che egli dimostra sì dei luoghi del territorio friulano, che delle 
vicende di quel ducato e delle leggende evidentemente sorte in quei 
paesi? TSelYHist. Lang. egli racconta (II, 8) ciò che gli riferì » quidam 
veracissiinus senex » sui bisonti della Pannonia ; riferisce (II, 9) la 
tradizione delle praecijmae prosapiae, rimaste nel Friuli col primo 
duca langobardo, tradizione che sa di ambizione locale; narra con 
notevole ricchezza di particolari locali e leggendari l'assedio di Fo- 
rum Iulii, avvenuto durante l'invasione Avarica (IV, 37); il tradimento 
del patrizio romano Gregorio contro i duchi Taso e Cacco racconta 
diversamente da Fredegario (1), attingendo forse a qualche fonte lo- 
cale (IV, 38); conosce la casa, che il duca Agone fece costruire in 
Forum Iulii, e sa che perciò era chiamata domus Agonis (V, 17); ri- 
porta la testimonianza dei superstiti friulani sulla battaglia di Flovius 
(V, 19). Inoltre l'inganno di Grimoaldo per far fuggire gli Avari dal 
Friuli (V, 21), la leggenda di Wechtari, che al solo presentarsi mette 
in fuga i nemici (2) (id. id.), 1' episodio di Ferdulfo e Argait nella 
battaglia contro gli Slavi, (VI, 24), di Sicualdo nella battaglia di 
Lavriana (VI, 45), le notizie sulla famiglia del duca Pemmone (VI, 
26) e sui giovani nobili educati alla sua corte (ibid.) sono tutte nar- 
razioni, che rivelano la conoscenza diretta degli avvenimenti ed anche 
delle persone, quale si poteva acquistare soltanto vivendo nel terri- 
torio friulano. Questo pure dimostrano le indicazioni precise sulla 
situazione di castelli, di villaggi, di fiumi, di ponti, della loro di- 
stanza da Forum Iulii (3); tra cui notevole il passo sul » pontem 
Liquentiae fluminis, quod a Foroiuli quadraginta et octo milibus di- 
stat, et est in itinere Ticinum pergentibus » (V, 39), risultato forse di 
esperienza diretta. 

a Le memorie della terra nativa — dice il Tamassia (p. 15) 

(1) CfV. Waitz, M. G. H., Sor. Lang., H. L. IV, 38, n. 3. 

(2) Cfr. Musoni, Atti e meni, del Congi*. di Civid., p. 185. 

(3> IV, 45; V, 17; V, 22; V, 23 e specialm. V, 39: «in silvani, quae Capu- 
lanus dicitur ». 



- 85 - 

sono quelle che, in vecchiaia, a Paolo tornano in mente con maggiore 
abbondanza e freschezza, n Ma queste memorie presuppongono cogni- 
zioni locali e storico-leggendarie, che non si possono credere acqui- 
state nella prima fanciullezza da chi abbia poi abbandonati affatto 
i luoghi, che lo videro nascere. Paolo dovette vivere non breve tempo 
in quell' ambiente, pel quale nella vecchiezza dimostra ancora sì vivo 
interesse; dovette pervenire quivi a tale età, da prestare attento 
orecchio alla narrazione di episodi guerreschi e di leggende patriot- 
tiche, da ammirare il valore e la saggezza dei suoi duchi. 

Su questo periodo una testimonianza indiretta, ma sicura, perchè 
proviene da Paolo stesso, ci è offerta dagli ultimi capitoli dell' Ilist. 
Lcwg., dove si parla del regno di Liutprando. L'ultima parte del 
libro VI consta di lunghe narrazioni particolareggiate;, che riguardano 
le imprese di Liutprando e le vicende del ducato friulano, e di 
brevi tratti intercalati, che si riferiscono ad altri paesi. Ora le tra- 
dizioni sugl'inizi del regno di Liutprando (VI, 38), le sue imprese 
guerresche (1), la traslazione delle ossa di S. Agostino in Pavia '48), 
le fondazioni di Liutprando, l'istituzione della cappella palatina, 
l'episodio del veggente Baudolinus, le qualità morali del re (56) , la 
tradizione riguardante l'elezione di Transamundo (55) (2) , non sono 
fatti tali da poter esser narrati soltanto da un testimonio oculare. 
Paolo, giungendo a corte poco dopo la morte di Liutprando, cioè 
appunto quando si dovevano rammentare e rievocare le vicende, le 
imprese, le qualità del sovrano defunto, potè benissimo acquistarne 
conoscenza. 

Invece difficilmente poteva conoscere con tanta esattezza, e quindi 
narrare con tanta vivacità, le vicende del ducato friulano chi in 
quel tempo ne fosse già partito. La figura del duca Ratchis appare 
perfettamente delineata ai nostri occhi dalla narrazione di Paolo; 
nel racconto dello spodestamento del duca Pemmone (VI, 51) il gio- 
vane Ratchis è presentato sotto la miglior luce: egli pietoso nell' im- 
plorare la grazia del padre, egli savio e prudente nell' impedire l'atto 
inconsulto del fratello. Ratchis e Astolfo sono messi in evidenza nel 
racconto della guerra combattuta da Liutprando contro il ducato di 

(1) Sembra che Paolo non conoscesse 1' ordine esatto degli avvenimenti guer- 
reschi di questo periodo (Waitz, M. G. H.Scr. Lang., p. 183 n. 2 e 184, n. 3); 
cosa strana in vero se egli fosse vissuto allora a corte. 

(2) Narrata anche nel Liber pontif. ( V. Zach.) 



— 80 - 

Spoleto (VI, 50), u non senza una speciale menzione, che potremmo 
dire suggestiva, della solita pietà di Ratchis, di quella pietà che il 
nostro ammirò nel duca e nel re 1) » Anche qui Ratchis è clemente, 
Astolfo impetuoso, valorosi entrambi, u I tre, figli del duca (Pemmone) 
sono cari al suo cuore; li chiama viros strenuo* , glorie della gente 
Langobarda (VI, 26) » ; la conoscenza, che traspare dalle sue parole, 
« della vita intima della famiglia ducale (VI, 20 e 51) palesa che 
Paolo visse molto da vicino alla corte friulana ». 

Il De Santi (2) deduce dalla viva pittura, che Paolo fa nell' Hist. 
Lang. (VI, 51) del giudizio del duca Pemmone, eh' egli dovette tro- 
varsi presente a questo avvenimento. Quest'opinione dipende dal- 
l'avere anticipata la nascita di Paolo di parecchi anni; ma invece, 
secondo ogni probabilità, quando accadde questo fatto (circa 737), 
Paolo era fanciullo fra i dieci e i quindici anni; e non sappiamo 
quindi se avrebbe potuto assistere al solenne giudizio del re contro 
un duca. Si può credere piuttosto, che — siccome quel fatto inte- 
ressava particolarmente il Friuli — Paolo ne sentisse parlare più 
volte, tanto nella sua terra nativa, quanto in seguito a corte. 

Se Paolo avesse vissuto in realtà a corte durante il regno di 
Liutprando, se avesse ricevuto presso di lui mantenimento, educa- 
zione, se lo avesse conosciuto personalmente, sarebbe strano che, 
nel narrare la storia del Suo regno, non avesse mai trovata occa- 
sione di far parola di ciò, non fosse mai uscito in qualcuna di quelle 
attestazioni — tanto frequenti nella sua opera — di aver visto coi 
propri occhi, di avere ascoltato, di avere assistito in persona ai fatti 
che narra e di cui vuol attestare la veridicità. Sarebbe strano che 
egli non sapesse dirci nulla di peculiare sulla vita intima del re, 
nulla di meno comune e convenzionale di quell'elenco di qualità 
morali, con cui si chiude V Hist. Lane/.; che non avesse una parola 
d'affettuoso rimpianto, di gratitudine pel suo signore e benefattore. 
A parer mio, Paolo non conobbe personalmente il re Liutprando. 

D'altra parte non si può negare che Paolo dimorasse non breve 
tempo nel territorio friulano, e non soltanto nella fanciullezza. 

Che in realtà, come pensa il Cipolla (3) la conoscenza, dimo 

(1) Tamassia, p. 15. 

(2) 17 febbr. 1900, p. 429. 

(3) Le fonti ecclesiastiche adoperate da P. D. per narrare la storia dello 
scisma Aqìiileiese (Atti e meni, del Congr. di Civid. , p. 146). 



-Bi- 
strata da Paolo nell' Ilìst. Lang., di fonti ecclesiastiche, riguardanti 
la Chiesa di Aquileia e di Grado — i Cataloghi patriarcali, una let- 
tera di Pelagio II, gli Atti del Sinodo scismatico di Marano, — si debba 
proprio far risalire ai « primi studi » da lui compiuti « nei suoi 
giovani anni >i , non oserei affermare. Bisognerebbe infatti presupporre 
nel giovinetto Paolo un avviamento agli studi storici, di cui, per 
quanto riguarda il tempo della sua adolescenza, non abbiamo nes- 
suna prova. Si potrebbe forse pensare che, avviato agli studi ec- 
clesiastici, Paolo imparasse nella sua giovinezza « a conoscere vari 
documenti importanti per la gloria della sua Chiesa e della sua 
città natale » ; ma non mi sembra possibile che tale conoscenza 
gli giovasse poi, alla distanza di tanti anni, per compiere l'ultima 
delle, sue opere. 

Ma partendo dalla congettura non improbabile che Paolo com- 
piesse i primi studi nel Friuli e forse in Cividale, il Grion (p. 21) 
giunse a deduzioni troppo spinte, che si dovrebbero per lo meno 
esporre come semplici ipotesi. Neil' Hist. Lang. (VI, 26) Paolo rac- 
conta come — caduti nella battaglia perduta da Perdulfo quasi tutti 
i nobili Friulani — il nuovo duca Pemmone « congregatis omnium 
nobilium, qui . . . obierant, filiis , sic eos cum suis natis pariter nu- 
trivit, acsi et ipsi ab eo geniti fuissent. n II Grion suppone che « il 
non ricco Warnefrit, il cui figlio cantò più tardi non aver marsupia, 
vi funi litteris nutrivi (1), abbia goduto per la sua prole della munifi- 
cenza del duca, che educava e manteneva i figli dei nobili caduti 
nelle battaglie del' primo decennio del sec. Vili. » 

Osserverò anzitutto che il passo di Paolo parla di una battaglia 
sola, e non abbiamo il diritto di estendere ad altri casi ciò che 
è detto di un fatto eccezionale, che portò con sé una straordinaria 
disposizione da parte del duca. Inoltre il Grion — adattando evi- 
dentemente la cronologia della vita di Paolo a questa sua conget- 
tura — lo suppone nato nel 714, ed educato alla corte ducale coi 
figli dei nobili. Ma quei giovani, come rammenta il Grion stesso, bat- 
terono gli Slavi a Lavriana circa il 725; in quell'anno non erano 
dunque più adolescenti (2), mentre Paolo aveva allora circa dieci anni, 

(1) In vero la condizione di Paolo, quando in Francia scriveva queste parole, 
non ha nulla che fare con quella della famiglia paterna. 

(2) H. [;. , VI, 45 - Cum iam nobilium, quos cum suis natis nutrierat, filios 
eos iam ad iuvenilem perduxisset aetatem ecc. 



— 88 — 

anche se si accetta la data della nascita proposta dal Grion ; peggio 
ancora, se era nato fra il 720 e il 730. Bisognerebbe ritenere che 
l'educazione dei figli dei nobili — anche non caduti in guerra — 
fosse divenuta una consuetudine nell' aula ducali» friulana; cosa di 
cui non abbiamo prove. 

Ma quel che sopratutto non si può, né si deve pensare, è che si 
parli in questo passo di una u scuola ducale », come dice il De Santi 
(p. 427), e che Paolo facesse quivi studi grammaticali. Quei giovani 
raccolti a corte avranno certamente ricevuta un'educazione, ma 
quella delle armi, poiché l'intenzione del duca era di riparare alla 
perdita di tanti guerrieri, preparandone altri ben addestrati, che fe- 
cero infatti buona prova a Lavriana nel 725. 

Peggio ancora quando si vuole che quivi insegnasse il grammatico 
Flaviano. Neil' Hist. Lang. (VI, 7), Paolo, parlando del re Cuniperto, 
inserisce questa notizia: u Eo tempore floruit in arte grammatica 
Felix, patruus Flaviani praeceptoris mei; quem in tantum rex dilexit, 
ut ei baculum argento auroque decoratum inter reliqua suae largi- 
tatis munera condonaret. » Paolo non dice nulla della patria di Felice 
e di Flaviano, né del luogo, in cui questi fu suo maestro; ma se 
qualche congettura si può fare, non sarà certo in favore di Cividale. 

Se il re Cuniperto colmò Felice di doni, fra cui « una scolastica 
ferula (1) », se u in tantum eum dilexit. ... », avrà dovuto — come 
giustamente osserva il Grion (2) — conoscerlo da vicino per amarlo; 
questo grammatico avrà quindi vissuto molto probabilmente a corte, 
per lo meno in Pavia. Se anche non era Ticinese per nascita, sarà 
venuto alla capitale, poiché non erano tempi, in cui un letterato, 
che estrinsecasse le sue doti lungi dalla corte, potesse godere dei 
favori del re. Sappiamo infatti che Carlo Magno trattenne, sia pure 
per qualche tempo soltanto, presso di sé i dotti, anche stranieri, che 
lo aiutarono ad attuare i suoi disegni di riforma educativa del suo 
popolo. Quindi anche Flaviano avrà insegnato, secondo ogni proba- 
bilità, se non alla corte Ticinese, per lo meno in Pavia, seguendo 
le tradizioni dello zio. E cosi intesero i più, antichi e recenti, dal 
Tiraboschi al Novati (3). 

(1) Novati, Le orig., p. 59 e Grion, Una cantica di Felice zio del maestro 
di Paolo Diac. (Pagine Friulane, 28 sett. 1899, p. 86). 

(2) Una cantica ecc., 1. e. 

(3) Tosti (p. 35), Bethmann (p. 255), Waitz (G. g. A. , p. 15 16 e M. G. H., 
p. 13), Cipolla (Fonti edile ecc., p. 4), Balzani (p. 59), Hodgkin (p. 71), 
Del Giudice (p. 345), Calugaris (1899, p. 110) Tamassia (p. 16). 



— 89 — 

Questa congettura è tanto più probabile, io quanto che ci resta qual- 
che altra prova di favori del re Cuniperto verso i letterati e di una certa 
cura delle lettere alla sua corte, come il Carmen de Si/nodo Tici- 
nesi (1), composto da un magisùer Stephanus per incarico del re. 
Il Grion ;2) vorrebbe identificare l'autore di questo ritmo collo stesso 
Felice, che avrebbe adottato il nome di Stephanus, come prova di 
grato animo verso il re, che lo aveva « qualche anno prima benigna- 
mente regalato di corona. » Ma abbiamo forse qualche prova che 
Felice solesse assumere questo nome? Sappiamo nemmeno eh' egli 
avesse otteuuta « la corona di lorbacche o lauro... secondo il costume 
dei Greci e dei Romani » ? Non darei dunque a questo carme — che 
il Grion traduce elegantemente in prosa — il titolo di u Cantica di 
Felice coronato poeta Oividalese », quando non sappiamo se il carme 
è opera di Felice, se questi fu poeta, se fu coronato, se la sua pa- 
tria fu Cividale. 

Ma il Dahn (p. 9) combatte l'opinione del Bethmaim che Fla- 
viano fosse maestro di Paolo a corte, osservando che Paolo, nel carme 
Sensi cuius, dice di aver appreso il greco in scolis (3) , e quindi non 
in aula. Gli fu risposto dal Waitz (4), che queste scuole potevano 
essere benissimo a corte; e si potrebbe anche aggiungere che, se è 
probabile che Paolo studiasse il greco sotto la direzione del gram- 
matico Flaviano, egli non dice però esplicitamente di averlo appreso 
da lui. Quando poi il De Santi (5) obbietta che la poesia Sensi 
cuius non si può portare qual prova storica, perchè « supremamente 
burlesca », non pensa che il tono scherzoso di questa poesia non 
poteva condurre il poeta ad alterare una notizia incidentale, riguardo 
alla quale non vi farebbe stata alcuna ragione di asserire » il ro- 
vescio della realtà (fi) ». 

(1) M. G. H. Scr. Lang., p. 189 — Cfr. Manitius, Geschichte der christlich- 
lateinische Poesie, ecc. , p. 397. 

(2) Una cantica di Felice ecc. , p. 86. 

(3) v. 16-18: Graiam nescio loquellam, ignoro Hebraicam; 

tres aut quattuor in scolis quas didici syllabas 
ex his mini est ferendum maniplum ad aream. 

(4) G. g. A., 1. e. 

(5) 17 febbr. 1900, p. 426. 

(6) Si disputa fra i dotti se quel grammatico Flavianus, citato negli Scolia 
Bernensia, sia il maestro di Paolo (Muller, Fleickeis. Ann. , 1866, p. 561 e 



— 90 — 

Anche prima del Grion, il Liruti aveva espressa l'opinione che 
Paolo avesse iniziati i suoi studi in (Dividale. Egli pensa che, essendo 
questa città fra quelle scelte dal Capitolare di Lotario dell'825 come 
centro di studi, vi fessero scuole anche in precedenza, come risulta 
dalle parole del Capitolare medesimo, riguardo a quel Dungallo, che 
già insegnava in Pavia, e dalle parole di Paolo su Felice e Flaviano, 
che avrebbero secondo lui insegnato in Cividale. 

Il Grion, riprendendo questa congettura, dubita se Flaviano fosse 
a maestro particolare di Paolo, ovvero stipendiato dalla munificenza 
del duca Pemmone »; e crede che il re Cuniperto, rimunerando Felice 
— forse in grazia di un'epopea da lui composta sulla ribellione di 
Alàhis — ■ estendesse u le sue larghezze fino a un letterato di Civi- 
dale (1) ». Non è improbabile che Paolo abbia attinto ad una fonte 
speciale, forse poetica, per narrare la lotta fra Cuniperto e Ala- 
bis; ma non v' è il menomo fondamento per ritenere che questa 
fosse un'opera di Felice, tanto più che Paolo, parlando di questo 
grammatico, non ne fa alcun cenno. Ad ogni modo non altri che un 
poeta cortigiano avrebbe forse composta un'opera di quel genere; 
onde tale ipotesi non conferma certamente l'opinione del Grion stesso, 
che Felice fosse cividalese. 

Anche più oltre va il De Santi, che, traendo le legittime conse- 
guenze dalle due ipotesi del Grion — l'educazione di Paolo presso 
Pemmone e la residenza di Flaviano in Cividale — fa di costui un 
precettore alla « scuola ducale » di Pemmone, e suppone che il 
grammatico, compiuto " un primo corso di lezioni ai principini e agli 
altri figliuoli dei nobili », continuasse poi il suo insegnamento a 
Paolo e ad altri giovani friulani. Questo è cadere nell'arbitrario, 
nel romanzesco. 

E avendo osservato il Calligaris (1899, p. 57) che 1' opinione del- 
l' educazione di Paolo alla corte ducale friulana è destituita di prove, 
il De Santi (p. 433) rispose che anche 1' ipotesi dell' educazione alla 
corte langobarda ha come prova » 1' epitaffio d' Ilderico e nuli' altro n. 
Ma se egli accetta il documento come autentico, esso dev' essere per 

Rhein, Mas. , voi. 23°, p. 202), o se sotto questo nome si debba intendere il 
grammatico Carisio (Keil, Hermes, I, p. 334; e Hagen, Anecd. Helv. in Gram- 
mat, lat. ex ree. Keil, Supplem,. , p. 163). Ad ogni modo non è esatto dire, 
come Cipolla (Fonti edite ecc., p. 6) « udì le lezioni di Flaviano (pseudonimo 
di Carisio grammatico, secondo Hagen). » 

(1) op. cit. , p. 21, Guida Stor. di Cividale, p. 273 e Pag. Friul. die. 1893. 



— 91 — 

lui una prova e delle più valide ! Gli è cbe, al solito, ciascuno segue l'epi- 
taffio solo in quanto non contraddice alle sue opinioni, lasciandolo poi 
in disparte, o tacciandolo di male informato nel caso contrariò. E 
così fa appunto il De Santi in questo luogo, poiché 1' epitaffio collega 
evidentemente all'aula regalis tutta V educazione di Paolo. 

Osserva giustamente il Calligaris (1899, p. 110) che, per appianare 
queste difficoltà, bisognerebbe avere notizie più precise sulla vita let- 
teraria langobarda, sulla parte che re e duchi ebbero in essa. E que- 
stione, o meglio è un cumulo di questioni dibattute fin dal tempo 
del Muratori (1) e del Tiraboschi 12], che cercarono di portarvi luce 
per mezzo di documenti, e studiate in seguito da molti altri, fra cui 
ricorderò il Giesebrecht (3), 1' Ozanam i'4), il De Rossi, il Novati (5). 

In vero non abbiamo nessuna prova che i re langobardi — all' in- 
fuori di Cuniperto — si dessero pensiero dello stato degli studi 
e del culto delle lettere nei loro domini. Liutprando è detto da 
Paolo u litterarum ignarus » ;H. L., VI, 56) ; per Ratchis non v' è 
che la testimonianza sospetta dell' epitaffio, scritto da un monaco, che 
a un re monaco attribuisce la premura pei sacri studi; per Deside- 
rio Paolo stesso, che loda la cultura di Adelperga e di Arichi, non 
ha mai una parola d'encomio in questo senso (6). Nessuno di essi 
u è ricordato nei canti di un poeta dotto »; e, prescindendo dal « ri- 
sveglio civile, sociale, economico, che in realtà si effettua dalla fine 
del sec. VII in poi nelle province langobarde (7) », non abbiamo per 
questo tempo alcuna traccia di un rinnovamento letterario e scientifico. 

Ma non è questa una ragione per credere che in Pavia e nelle altre 
principali città del dominio langobardo non esistessero scuole prima 
del Capitolare di Lotario, che dava loro carattere ufficiale. Non si 
può, è vero, affermare che alla corte langobarda vi fossero scuole sul 
tipo delle palatinae del regno Eranco, poiché anche il Novati (p. 84) 
dubita che la cappella palatina, istituita da Liutprando (8), fosse an- 

(1) Antiquitates histor. M. Aevi, dissert. 43. 

(2) op. cit., Ili, 2, 1-3. 

(3) De litterarum studiis apud Italos primi Medii Aevi, p. 14 seg. 

(4) Des écoles en Italie aux temps barbares. 

(5) Le orig., p. 79 seg. e L" influsso del pensiero latino sulla civiltà Hai. del 
M. Evo, p. 19. 

(6) Novati, Le orig. p. 98. 

(7) Id. id., p. 79. 

(8) H. L., VI, 58. 



— 92 — 

che qui, come in Francia, una scuola, sia pure soltanto pei giovani 
destinati alla carriera ecclesiastica. Ma non potevano mancare nella 
capitale langobarda quelle scuole ecclesiastiche, che si erano certa- 
mente mantenute in ogni tempo u non solo nelle città maggiori, ma 
anche nelle ville e nei borghi (1) », e quei maestri di grammatica- 
di cui parecchi laici, e molti romani di nascita — che « facevano 
privatamente scuola di lettere ». Anzi il Talini (2J ritiene che Pavia 
fosse nel Medio Evo il centro della cultura laicale, e che, per la sua 
importanza politica e i conseguenti rapporti colla Francia e coli' 0- 
riente, fosse uno dei luoghi più acconci alla diffusione del sapere (3). 

E come Pavia, certamente anche le altre città maggiori del domi- 
nio langobardo non potovano essere prive di scuole (4) ; il Capitolare 
di Lotario non avrà destinate a caso le città, a cui gli studenti do- 
vevano accorrere dai luoghi vicini; ma avrà scelto quelle, in cui la 
cultura era meno trascurata, la tradizione letteraria e il culto della 
romanità meno spenti. Una di queste città è Forum Iulii (5); quivi 
poteva dunque Paolo ricevere nella sua fanciullezza e adolescenza i 
primi rudimenti delle lettere, iniziare, forse in una scuola ecclesia- 
stica, quegli studi grammaticali e quegli studi sacri, di cui doveva 
dare in seguito notevoli prove. 

Certo è che — dovunque fosse acquistata — 1' educazione lette- 
raria di Paolo fu assai buona pei suoi tempi: il suo latino è molto 
più corretto di quello dei contemporanei (6); le sue opere rivelano 
una conoscenza completa e talora profonda degli autori, che si stu- 
diavano nel Medio Evo ; un carme di Pietro da Pisa ed uno di Paolo 
stesso (7) c'informano ch'egli conosceva la lingua greca, tanto da 
poter istruire i chierici, che dovevano accompagnare a Costantinopoli 

(1) GlESEBRECHT, Op. CÌt., p. 14. 

(2) Di Lanfranco pavese e della cultura classica in Pavia (Arci), slor. 
Lomb., 1877, p. 265 e 267). 

(3) Ofr. anche Novati, L'influsso del pensiero lat. ecc. p. 19, e Volpe, 
Pisa e i Longobardi (Studi storici, voi. X, p. 404). 

(4) Di alcuni indizi di cultura nelle città della Toscana parla il Volpe (op. 
cit., p. 404) Ofr. anche Novati, 1. e. e Bartoli, St. della letter. Hai., I, p. 176. 

(5) Reliquae civitates Forum Iulii ad scholam concurrant. 

(6) Il Mommsen (N. Ardi, V, p. 53), confrontando un passo di Paolo con uno 
di Gregorio di Tours, loda il suo « chiaro, per lo più facile latino, il periodare 
lungi da ogni affettazione, la facilità stilistica ». 

(7) M. G, H., Poet. lat., I, n. 11 e 12. 



— 93 — 

la figlia di Carlo Magno, promessa sposa all' imperatore Bizantino. 
Dove e da chi apprese Paolo questa lingua ? Dice il Tamassia (p. 16) 
che, se la lingua greca era certo conosciuta in Cividale pei rapporti 
coi Bizantini, doveva però essere oggetto d' insegnemento a Pavia. 
E poiché è probabile che il grammatico Flaviano fosse maestro di 
Paolo nel greco , si può forse ritenere eh' egli lo apprendesse in 
Pavia. 

E vero che Paolo stesso, nel carme Sensi cuius, dice di averlo ap- 
preso da fanciullo — puerulus (1) ; — ma, se si consideri che la co- 
noscenza, eh' egli ne aveva era tale, da poterne impartire l' insegna- 
mento ad altri, si dovrà ammettere che non si poteva trattare sol- 
tanto dei risultati dei primi studi, compiuti nella fanciullezza. Non si 
debbono prendere alla lettera le parole di Paolo, poiché sono le pa- 
role d' un uomo già vecchio, che rammenta la propria giovinezza; e 
sul fatto di rappresentarsi fanciullo potè influire lo scopo di profes- 
sarsi ignaro di quella lingua, appresa da gran tempo, e quindi quasi 
dimenticata (2). Nulla vieta di credere che, oltre le « tres aut quat- 
tuor syllabae », imparate forse da fanciullo nelle scoine di Civi- 
dale, ne acquistasse una conoscenza più profonda nella scola Ticinese 
presso Flaviano. 

Se prestassimo fede all' epitaffio, dovremmo credere che soltanto 
da Ratchis — cioè soltanto nel 744 — Paolo fu avviato agli studi 
ecclesiastici. Ma in realtà tutte le sue opere rivelano uno spirito 
plasmato fin dalla giovinezza secondo idee e sentimenti propri del 
clero. Le citazioni, i paragoni desunti dai sacri testi, le abitudini 
mentali rivelano un uomo applicato da lungo tempo a studi di carat- 
tere sacro ; egli congiunge la religione all'amore del sapere, la dot- 
trina al misticismo. Probabilmente egli fu destinato alla carriera ec- 
clesiastica fin dalla prima giovinezza, come la sorella era " primis 
Christo sacrata sub aunis (3) ». 

Non sarà dunque forse lontano dal vero il supporre che Paolo — 
appartenente a una nobile famiglia friulana , in stretta relazione 

(1) V. 35: Pauca, mihi quae fuernnt tradita puerulo 

Dicam; cetera fugerunt iam gravante senio. 

(2) La traduzione dell'epigramma greco Traor puer, che P. aggiunge a que- 
sto carme, per mostrare che di quella lingua non é affatto ignaro, non è certa- 
mente sua, ma da lui appresa insieme al testo greco (Cfr. Mommsen, Hermes 
XXVUI, p. 34). 

(3) Cfr. il carme Verba tui famuli (v. 13). 



— 94 — 

colla famiglia ducale — fosse avviato fin dalla fanciullezza in una 
scuola cividalese , forse ecclesiastica, a quegli studi grammaticali, 
che dovevano fare di lui un dotto, e a quegli studi sacri, che lo do- 
vevano preparare allo stato ecclesiastico, a cui forse era destinato, 
come quella posizione, in cui poteva meglio esplicare le doti del suo 
ingegno. In seguito, quando Ratchis passò dal ducato al soglio re- 
gale, Paolo potè forse seguirlo in Pavia — sia che suo padre fosse 
addetto al seguito del novello re, sia che Paolo stesso fosse divenuto 
a lui caro -- e potè quivi acquistare quella cultura, che lo distin- 
gue fra gli uomini del suo tempo, coi mezzi maggiori e migliori, che 
la capitale gli offriva. 

Quando ricevesse gli ordini ecclesiastici e a quale chiesa appar- 
tenesse non ci è dato sapere, u Patriarchio Aquileiae civitatis dya- 
conus » lo dice il Salernitano, seguendo la sua abitudine di dare 
come certo ciò che gli sembra plausibile, per mostrarsi meglio infor- 
mato degli altri nei particolari (1). Da lui attingono questa notizia 
gli altri cronisti ; anzi Giovanni Vulturnese ne fa un a archidiaco- 
nus n. Il Tiraboschi ed il Tosti — per seguire al tempo stesso l'epi- 
taffio e il Salernitano -- suppongono che Paolo dalla corte di Pavia 
tornasse nel Friuli, e fosse quivi ordinato diacono della chiesa di 
Aquileia. 

Ma i più, seguendo 1' epitaffio, credono che Paolo divenisse eccle- 
siastico non prima di esser stato rivolto, per consiglio di Ratchis, 
agli studi teologici, e quindi alquanto dopo 1' assunzione di questo re 
al trono langobardo. Così il Liruti crede che Paolo prendesse gli or- 
dini ecclesiastici, quando Ratchis si fece monaco; il Tamassia (p. 17) 
pensa che lo studio della teologia, consigliato da Ratchis, non potesse 
andar disgiunto dall' entrata negli ordini sacri ; il Crivellucci (p. 18) 
dice che dall'epitaffio si può e si deve desumere ch'egli era già dia- 
cono fin dai tempi di Ratchis. 

Ma di questa influenza, esercitata da Ratchis sulla vocazione ec- 
clesiastica di Paolo, non abbiamo altra prova che la testimonianza 
sospetta dell'epitaffio. Bisogna guardarsi dal vedere in Ratchis — 
come il monaco panegirista -- un monaco già prima della sua en- 
trata in Montecassino ; probabilmente egli rinunciò per ragioni poli- 
tiche al trono, e non per puro ascetismo; non vi sono perciò dati 
sulficenti , per ritenere che egli comunicasse questo spirito ascetico 
al giovane Paolo. 

(1) Daiin, p. 21. 



— 95 — 

Si cercò di dedurre qualche indizio sulla data del diaconato di 
Paolo da allusioni di carattere ascetico, contenute nelle sue opere, e 
dall'intitolazione di una di esse, cioè i Versus de annìs a princìpio (1), 
di cui è certa la data della composizione (763). Questo titolo suona 
nel codice: « Versus Pauli diaconi de annis a principio ». Secondo 
il Daini (p. 19j si tratterebbe di un'aggiunta del copista, poiché Paolo 
era divenuto famoso con questo nome. Invece il Traube (p. 709) pensa 
che non si possa disconoscere il u carattere autentico n della notizia 
data dai codici dell' HisL Romana fra il libro X e l'XI: « hucusque 
historiam Eutropium composuit, cui tamen aliqua Paulus diaconus 
addidit iubente dornna Adelperga etc. n. 

Quindi egli ritiene come assolutamente originaria la designazione 
di diaconus in questo luogo e nel titolo di altri scritti di Paolo, fra 
cui il carme del 763; mentre giudica che ogni altra aggiunta, come, 
ad esempio, monachi Casinensis, sarebbe sospetta. Anche dall' allusio- 
ne al giudizio universale, contenuta in quel carme (v. 31-33), il Ta- 
massia deduce che esso conviene più ad un ecclesiastico, che a un 
poeta di corte. 

Io credo che Paolo fosse già ecclesiastico non solo nel 763, ma 
anche prima, e forse già prima della monacazione di Ratchis. Infatti, 
in primo luogo — come osserva il Orivellucci (p. 18) — è difficile che 
Paolo si desse agli studi teologici, in modo da segnalarsi, senza ab- 
bracciare lo stato ecclesiastico, in un tempo, in cui la cultura in ge- 
nere, e a maggior ragione le discipline sacre, erano patrimonio quasi 
esclusivo del clero; in secondo luogo tutte le opere di Paolo, comprese 
quelle che si presumono giovanili, sono improntate di un marcato 
spirito ascetico. Non sarei lungi dal credere ch'egli facesse parte di 
quel clero palatino, che, da Liutprando in poi, esisteva alla corte 
langobarda, e di cui Paolo stesso conosce e menziona 1' istituzione (2). 
Osserva infatti il Tamassia (p. 17), che u nota e cara gli è la storia 
della Chiesa pavese (3), e l'onore e la purezza del sacerdozio longo- 
bardo sono tenuti alti di fronte ai recenti scandali n (4). 

(1) M. G. H., Poet. lai. I, n. 1. 
(2; H. L., VI, 58. 

(3) H. L., IV, 42; V, 38; VI, 4, 29, 48. 

(4) H, L., V, 6. Il Crivellucei crede che al tempo di Liutprando, tanto ze- 
lante nel fondar chiese e monasteri, e che per primo ebbe una eappella palatina, 
P. ricevesse impulso alla vocazione ecclesiastica, e sotto Ratchis ricevesse gli 
ordini sacri. Sorprende che il Crivellucei, sostenitore dell' epitaffio, se ne allon- 
tani con quest'ipotesi, poiché l'epitaffio parla di studi teologici solo nel tempo 
di Ratchis e per suo impulso. 



96 — 



Invece il Grion (p. 21) riconnette l'entrata di Paolo nell'ordine 
ecclesiastico col trasferimento della serie patriarcale dal castello di 
Cormons a Cividale, avvenuta nel 737 (1); e il De Santi (2) - portando 
anche qui oltre i giusti limiti la congettura del Grion — osserva 
che il titolo di Diacono « negli usi degli antichi tempi indicava la 
carica, onorevole e primaria tra il clero, di amministratore dei beni 
della Chiesa, o più in genere, di consigliere del vescovo, o, come ora 
diremmo, di cancelliere della sua curia e precipuo intermediario nella 
trattazione degli affari ». Nulla v'ha che ripugni nel ritenere che 
Paolo fosse scelto a quest'ufficio da Callisto negli anni dal 737 al 
744, come uomo di studi, pratico negli affari e caro al principe; 
anzi ciò risponde all' espressione dei cronisti diaconus ecclesiae Aqui- 
leiensis. 

La congettura del Grion riposa sull'opinione che Paolo nascesse 
nel 714, poiché altrimenti nel 737 sarebbe stato troppo giovane 
per ricevere gli ordini ecclesiastici ; quindi va incontro alle dif- 
ficoltà provenienti dall' accettare questa cronologia. Del resto nulla 
vieta di supporre che Paolo ricevesse gli ordini ecclesiastici in Civi- 
dale, e che un impulso agli studi sacri gli venisse dal rifiorire (pro- 
babile) di tali studi in quella città, in occasione del trasferimento del 
patriarcato. 

Ma quanto alle supposizioni del De Santi, si può domandare a 
che scopo la critica ha demolite le favolose costruzioni dei cronisti 
medievali, quando se ne vogliano creare altre non meno infondate. 
Perchè non piuttosto cancelliere e notaio di Desiderio, che a can- 
celliere e precipuo intermediario » del patriarca Callisto ? Credo che 
si potrebbe sostenere con maggiori prove — siano pure indiziali — 
la prima congettura che non la seconda. 

E non è neppure possibile stabilire, come fa il Grion (p. 22), 
che proprio allora Paolo componesse gl'inni per l'Assunzione della 
Vergine, a S. Scolastica, a S. Giovanni, ed altri u che conosciamo o 
ci sono ignoti ». Il De Santi dice che queste sono « semplici sup- 
posizioni, ma non prive di buon fondamento ». Quale ? Non bisogna 
dimenticare che si discute persino se questi inni siano veramente 
opera di Paolo ; come si potrà dunque fissare il tempo della loro com- 
posizione, deducendolo dalle probabili vicende della vita di Paolo? 

(1) H. L., VI, 51. 

(2) 17 febbr. 1900, p. 430 seg. 



— 97 — 

Anche meno fondata la supposizione del Grion (p. 25) — che del 
resto egli non dimostra, e dà come cosa certa — che Paolo fosse 
u ordinato sacerdote ». Che con questa espressione e colla parola 
u pretare » il Grion non voglia intendere semplicemente il diaconato, 
risulta dal passo precedente: u II diacono... non era per anco sacer- 
dote ». Donde trasse il Grion questa notizia ? Ad ogni modo non vedo 
perchè soltanto dopo 1' ordinazione potesse copiare in Ravenna l' iscri- 
zione sepolcrale del duca Droctulf, che inserì poi nell' Hist. Lang. E 
perchè proprio nell' estate 751 ? Il Grion non vede abbastanza la ne- 
cessità di far conoscere la base delle sue induzioni. 

Ma, riguardo a questo periodo, si presenta una questione più 
grave, cioè quella del soggiorno di Paolo — ecclesiastico o no — 
alla corte di Ratchis. 

Neil' Hist. Lang. (II, 28), narrando la leggenda di Alboino e del 
teschio di Cunimondo, Paolo offre una prova della veridicità del 
suo racconto : « Ego hoc poculum vidi in quodam die festo Ratchis 
principem ut illut convivis suis ostentaret manu tenentem ». 

Il Liruti ne deduceva che Paolo fosse « ordinario commensale » 
del re, congiungendo quest' attestazione a quella dell' epitaffio — 
che forse in realtà deriva dal passo di Paolo — e il Tosti (p. 36) 
ed il Bethmann (p. 256) argomentavano da queste due testimonianze 
un diuturno soggiorno di Paolo alla corte. Il Dahn invece sostenne 
(p. 10) che il passo àelVHist Lang. fa piuttosto pensare che u il gio- 
vane figlio di Warnefrit, forse accompagnando suo padre in una 
visita alla corte, contasse fra gli ospiti, a cui veniva mostrato il 
teschio di Cunimondo ». 

Questa limitazione non si può assolutamente accettare. Anzitutto 
osservò giustamente il Tamassia (p. 15) che u dato anche il rigoroso 
cerimoniale langobardo, ben noto al nostro (1), un tale spettacolo, né 
allora, né adesso, si può godere da tutti e senza difficoltà ». In se- 
condo luogo Paolo dice che vide Ratchis tenere in mano la coppa 
singolare in quodam die festo, in uno cioè dei molti giorni, in cui 
assistè ai conviti di Ratchis. La cosa insolita per lui è la vista del 
teschio di Cunimondo, non un banchetto a corte, altrimenti avrebbe 
detto « quel giorno, in cui io fui presente alla tavola reale », e non 
indeterminatamente « in quodam die festo ». Egli non ricorda più 
bene in qual giorno accadde il fatto ; sa soltanto che fu un giorno 
festivo, perchè rammenta la solennità del convito. 

(1) H. L., I, 23; ne ritum gent'S infringeret... 7 



— 98 - 

Ma all' infuori di questo accenno al convito di Ratchis. vi sono 
altri motivi di ritenere, che Paolo vivesse a corte per un tempo non 
breve. 

Pavia è la città, di cui nell' Hist. Lang. dimostra più esatta cono- 
scenza : sa il nome e la situazione delle porte (1) ; sa da chi furono 
fondate le chiese e i monasteri, e il luogo, ove sono posti (2) ; sa 
dove furono sepolti re o persone illustri del luogo (3) ; conosce il 
nome popolare di certe località, e ne sa dire la ragione (4) ; parla di 
luoghi che gli furono mostrati (5), di leggende, che gli furono nar- 
rate da cittadini Ticinesi (6) ; racconta tradizioni, leggende, costu- 
manze proprie della città (7) ; di modo che non si può dubitare eh' egli 
vi dimorasse a lungo. Ma e' è di più : u la menzione di molti edifici 
costruiti dai re (8), le storielle di Unulfo, di Garibaldo, della mosca 
ferita da Cuniperto (9), altri episodi della vita di Ariberto e di 
Liutprando (10) figurano nelle pagine del Nostro, perchè chi ha nar- 
rato tutte queste cose, respirava, per così dire, l'aria di corte; ed 
alla sua volta aveva udito quei racconti, trasmessi dall' una all' altra 
generazione di gasindi o fedeli (11) ». Inoltre Paolo fu certamente a 
Monza, ove vide le pitture che Teodelinda aveva fatto eseguire nel 
suo palazzo, vide il palazzo di Teodorico, la basilica di S. Giovanni (12). 
Conosce le condizioni climatiche di questa città (13) e la sua di- 
stanza da Milano, onde si può pensare che vi si recasse da Ti- 
cinum. E poiché Monza era una delle residenze della corte lango- 
barda, molto probabilmente Paolo vi sarà andato, facendo parte del 
seguito del re. 

(1) II, 27; IV, 48; V, 36. 

(2) IV, 47; V, 33, 34, 37; VI, 6, 17, 58. 

(3) IV, 47; V, 33, 41 ; VI, 17, 35, 58. 

(4) V, 34: quae Ad perticas appellatili" ecc. 

(5) IV, 42 : In civitate quoque Ticinensi usque nunc ostenditur, ubi Arria- 
uus episcopus aput basilica sancti Eusebii baptisterium habuit, etc... 

(6) IV, 47: boc mihi ipse retulit, qui hoc ipsum suis oculis factum vidit. 

(7) II, 26, 28 ; IV, 45, 51 e V, 1 seg ; VI, 6, 38, 58. 
(8; V, 6, 34. 36 ecc. 

(9) V, 2; IV, 51 ; VI, 6. 

(10) V, 37; VI, 8, 38. 

(11) Tamassia, ]>. 17. CIV. anche Calugaris (1899, p. 113). 

(12) IV, 21 e 22; V, 6. 

(13) IV, 21. 



- 99 — 

Del soggiorno di Paolo a corte durante il regno di Ratchis non 
dubitarono, nonostante le obbiezioni del Dahn il Del Giudice, il 
Balzani, il Dummler, l : Hodgkin, che non decide se vi fosse in qua- 
lità di studente o di figlio di un cortigiano. Il Calligaris crede che 
queste testimonianze indirette non possano valere come « prove con- 
vincenti e sicure » ; ma « nell'incertezza, in cui siamo — egli dice — 
per la vita di Paolo, non è gran guadagno trovare testimonianze, che 
non solo non contraddicono, ma paiono anzi confermare quel che 
dice l'epitaffio? n. Resta però a vedersi se l'autore dell'epitaffio 
trasse la propria notizia d'altronde che da queste u testimonianze 
indirette », e se queste siano perciò fonti, invece che conferma della 
notizia stessa. 

Difficile determinare in che qualità Paolo venisse alla corte di 
Ratchis. Forse per questo il Marcotti avanza — senza alcuna restri- 
zione dubitativa — l'opinione che Ratchis chiamasse alla corte w il 
giovane Diacono » (era poi già diacono ?) " che era in pieno possesso 
della grammatica latina, e quindi atto a trattare gli affari diplomatici, 
spirituali e temporali ». Chi faccia di Paolo un cancelliere, un no- 
taio di Desiderio, potrà dire di seguire i cronisti ; ma donde venne 
al Marcotti l'idea di farne una specie di segretario di Ratchis? 

Un maestro invece ne fa il Grion (p. 23) già fino dal tempo di 
Ratchis — sempre per avere anteposta la nascita di Paolo, attribuen- 
dogli almeno sei anni più del dovere — e crede che egli a abbia 
istruito la figlia Ratrude, o altre, che il re avesse ». Non mi pare 
che dal fatto dell' istruzione impartita da Paolo ad Adelperga — 
fatto non assolutamente certo anch'esso — si possa legittimamente 
trarre l'idea di una specie d'incarico stabile, ch'egli avesse, d'i- 
struire le figlie dei re langobardi. 

Anche meno fondata è l'opinione del De Santi (1), che il con- 
vito, di cui parla 1' Hist. Lang., avesse luogo non nella reggia Tici- 
nese, ma nell'aula ducalis friulana, perchè Paolo dà in questo luogo 
a Ratchis il titolo di principem. Vedremo anche in seguito come non 
si debba ricercare in Paolo molta esattezza nei titoli dignitari, onde 
qui principem può stare benissimo per regem. Anche nell' epistola a 
Teodemaro (2), egli chiama Carlo Magno u pium principem ». Inoltre 
la famosa coppa, che risaliva al tempo di Alboino — anche se falsi- 
ci) 19 maggio 1900, p. 399. 
(2) M. G. H.. Epist, II, p. 506. 



— 100 — 

ficazione (1) — non poteva essere conservata altrove che nella reggia 
di Ticinum. 

Ma le relazioni di Paolo con Eatchis, sia nel ducato friulano, 
sia alla corte di Pavia, furono sempre certamente quali potevano es- 
sere fra un ecclesiastico, un uomo di studio e il suo re. Non vi sono 
motivi di ritenere col Grion (p. 22) che Paolo potesse offrirsi « a 
seguire l'esercito del suo condiscepolo » (cioè Eatchis) nella sua 
spedizione in Carniola (2) ; tanto più che Paolo aveva allora molto 
meno di venticinque anni, come crede il Grion. Ad ogni modo non 
possono certamente alludere a un fatto di questo genere quei versi 
di Alcuino, che il Grion adduce come prova, poiché quivi si par- 
lerebbe in ogni caso di nemici di Carlo e quindi di spedizioni franche. 
Non è lecito adattare il testo alle proprie opinioni; come fa il Grion, 
leggendo u hostibus Avaribus n, invece che u hostibus a nostris ». 
Né mi sembra che in quei versi possa essere contenuta un' allusione 
a una possibile partecipazione di Paolo alla lotta di Eatchis contro 
Desiderio (Grion, p. 23). Molto probabilmente Paolo non prese mai 
parte a nessuna impresa militare ; e al tempo di questa guerra in 
particolare, non si può affermare con sicurezza che non fosse già 
monaco. 

Ed ecco che si presenta la questione forse più difficile e più 
dibattuta fra gli studiosi della vita di Paolo, quella cioè della data 
della sua monacazione. 

(Continua). 

EVELINA MENGHINI. 



(1) Cfr. Grion, p. 24. 

(2) M. G. H., Poet. lat., I, p. 70. 



EU DI PRECEDENZA M CREMONA E 

NEI SECOLI XVI, XVII E XVIII 



SOMMARIO 



L origine della controversia — Le orazioni di Marco Gerolamo Vida — La corrispondenza 
tra il Vida e il Viceré — La condanna del Vida — Le orazioni di Giulio Salerno — Le 
contese del 1554 e del 1559 — La Ticinensis Historia di Bernardo Sacco — La contesa 
nel 156S — Stefano Breventano — La contesa nel 1581 e nel 1622 — L' opera di Cesare Cre- 
monini e di Jacopo Antonio Marta — Le estrazioni a sorte nel sec. XVII — Le lettere 
di Ludovico Antonio Muratori — L' epigramma di Pietro Ercole Belloi — La controversia 
nel secolo XVIII. 



Le Corti italiane erano già nel secolo XV piene di frequenti 
e rumorose contese tra gli ambasciatori dei principi e delle 
città. 

La prammatica dei ricevimenti doveva venir regolata da spe- 
ciali disposizioni, l'ordine nelle udienze e nelle funzioni doveva 
esser scrupolosamente fissato ed osservato (1): e guai a venirci 
meno ! Erano scandali e liti interminabili che scoppiavano sul 
più bello della festa o al momento più solenne dei funerali, e che 
si trascinarono talvolta per anni e per anni, di generazione in 
uenerazione. All' orecchio dello studioso ne giunge ancora un eco 
dalle cronache, dai documenti, dalle relazioni ufficiali. 

Giulio II nel 1504, per evitare simili scandali, aveva redatto 
un regolamento per le precedenze ; ma all' incoronazione di Pio 
V vediamo ancora i diplomatici accapigliarsi. Il Senatore di Roma 

(I) Uno di questi regolamenti diplomatici si veda in Archivio Storico Lom- 
bardo, Anno XVII p. 146, dove A. Maspes pubblicò una « Prammatica pel ricevi- 
mento degli ambasciatori inviati alla corte di Galeazzo Maria Sforza Duca 
di Milano (14 Dicembre 1468). 



— 102 — 

e P Ambasciatore di Francia si contendevano il passo : il Cardi- 
nale d'Urbino, primo diacono, per acquietare la contesa fu co- 
stretto ad invitare il Senatore a ritirarsi dal corteo. 

Una simile controversia divampò a lungo al Concilio di Trento 
tra l'ambasciatore di Francia, De-Lansac e quello di Spagna. Do 
Luna; sotto il pontificato di Innocenzo XII una processione 
del Corpus dòmini venne ritardata quattro ore per una contesa 
di precedenza tra i cardinali Diaconi ed il Conte Martinez amba- 
sciatore imperiale. (1) 

Né sempre queste liti finirono in una bolla di sapone : « in 
più di una occasione, i seguiti degli ambasciatori si contesero 
la precedenza con la spada alla mano, dando luogo a delle 
vere battaglie ». Al concilio di Costanza, « il vescovo Don 
Diego d'Amaya, ambasciatore del re di Castiglia, avendo lunga- 
mente disputato, senza successo, con 1' ambasciatore d' Inghil- 
terra per avere la precedenza su di lui, per finirla, prendendo 
vantaggio dalla sua prestanza fisica, trascinò questi in una chiesa 
prossima, e lo gittò in una tomba aperta. Tornato poscia al pro- 
prio posto, disse al suo collega Don Diego Fernandez de Cordoba : 
Come prete l' ho sepolto io, voi fate il resto come uomo di spada e 
cavaliere di nascita quale siete » i2). 

Se tanto diffuse in. ogni tempo furono queste controversie tra 
diplomatici, figuriamoci a quale importanza esse non dovet- 
tero ascendere nel cinquecento e nel seicento, quando le mode 
e gli usi di Spagna ebbero il massimo fiore tra noi ! Un esage- 
rato rispetto delle forme e dell' etichetta, una ridicola gelosia 
del proprio « honore » e del proprio « luogo » una strana os- 
sessione per i titoli accademici, nobiliari e semplicemente ono- 
rifici informavan di sé ogni atto della vita pubblica. Nel 1569, 
(piando Pio V concesse a Cosimo de' Medici il titolo granducale, 
scoppiò tra le corti di Firenze, di Mantova e di Ferrara una 

(1) A. Reumont. Bella diplomazia italiana dal secolo XIII al XVI, Fi- 
renze !só7, |>. mi. 

(2) G. C. Montagna. La diplomazia nel passato e nel presente, in Nuova 
Antolof/ia. Anno XXXVIII, p. H20 (16 Novembre 1903). 






— 103 — 

interminabile controversia di precedenza che non sbollì del tutto 
se non nel 1691. 

Nel 1556 Alessandria inviò i nobili Armuzzi e Ferrari amba- 
sciatori a Carlo V perchè fossero diminuiti i balzelli e fosser 
tolti i soldati Spagnuoli dalla Cava. Sul più bello della pero- 
razione, r Armuzzi, in presenza di Carlo V, si perde d'animo; 
gli sfuggì il Alo del discorso e non potè continuare. Il secondo ora- 
tore, il Ferrari, intervenne e fini la diceria. Appena giunto sulle 
scale, il Ferrari si sentì colpito da un potente ceffone. Era 
r Armuzzi, offeso dell' aiuto arrecatogli dal collega perchè con- 
trario alla consuetudine ed all' etichetta (1). 

Durante la guerra di Valtellina, il generale Serbelloni rice- 
vette una lettera nella quale era annunciato 1' arrivo dei nemici. 
Egli, avendo osservato che l' indirizzo non portava tutti i ti- 
toli che gli spettavano, non volle aprirla: perciò, sopraggiunti 
all' improvviso i Francesi, fu compiutamente battuto (2). 

I nostri magistrati cittadini erano allora quasi tutti altrettanti 
Armuzzi o Serbelloni: né sotto la cappa plumbea del Cxoverno 
spagnuolo, nel grande e triste silenzio dei palazzi municipali, 
nelTa monotonia non mai rotta della ristretta vita cittadina, altra 
occupazione, altro ufficio era loro riserbato che codesto continuo 
accapigliarsi per la lunghezza delle proprie toghe ed il « luogo » 
delle loro città. 



La contesa di precedenza tra Cremona e Pavia, oltre che per 
P importanza che le conferisce la sua durata, più di due secoli, 
si raccomanda all' attenzione dello studio so per la varia e non 
disprezzabile letteratura cui diede origine. In favore di Cremona 
ci restano non solo le note Cremonensium orationes III contro, 
Papienses in controversia principatus di Marco Gerolamo Vida, 
ma orazioni del filosofo Cesare Cremonini di Padova, e del giure- 



(1) Ghilini. Annali dì Alessandria a. a. p. 152. 

(2) Cantò. Sulla Storia lombarda nel sec. XVII, p. 41. 



— 104 — 

consulto napoletano Iacopo Antonio Marta, che ebbe bella fama 
ai suoi tempi. Pavia potè vantare le tre orazioni in risposta al ve- 
scovo d'Alba composte dal giurista Giulio Salerno, il De Italicàrum 
rerum varietate et elegantia di Bernardo Sacco, e la Storia 
dell' antichità di Pavia di Stefano Breventano. E intorno a que- 
ste opere maggiori ci restano, sperdute per gli archivi e per le 
biblioteche, centinaia di scritture minori e di curiosi documenti, 
che potranno colorirci un lato interessante della vita italiana sotto 
il dominio spagnuolo (1). 

La contesa ha principio nel 1548, ma per ritrovarne le ra- 
dici converrà risalire fino al 1546, quando, compiutosi il nuovo 
censimento del Ducato e fattasi una nuova ripartizione di tri- 
buti, furon stabiliti 300. 000 scudi come cifra totale di contribu- 
zione di tutto il ducato. 

Questa spartizione di carichi fu causa di infinite contese, spe- 
cialmente tra le città minori e Milano e diede luogo a malumori 
tra le varie terre, ed a controversie di precedenza tra i muni- 
cipii ; poiché poteva esser sollevata la questione se l' importanza 
di ciascuno di essi dovesse venir determinata dai vecchi privi- 
legi ducali o dall' entità della contribuzione al Fisco Imperiale. 
Occasioni al prorompere di queste rivalità non mancavano certo; 
ogni città aveva presso il Viceré un ambasciatore od oratore 
eletto ogni due anni dal Consiglio di provvigione tra i giurecon- 
sulti collegiati; e alle udienze, alle solennità, alle processioni pub- 
bliche gli oratori si trovavano insieme riuniti. La precedenza nei 
ricevimenti, i posti migliori nelle solennità, la destra nei cortei 
venivano concessi a quelli di loro che rappresentavano le più im- 
portanti città : ma quali erano adesso le più importanti città ? La 

(1) I Manoscritti più importanti pei - la nostra controversia sono le due Apo- 
logie del Vida per opera di Francesco Arisi che si conservano nella Biblioteca 
di Crem ina (Civica. — Aa. 5 25), i documenti raccolti dall' Arisi (Bibl. di 
Cremona, Civica — Aa. 3. 21), le orazioni del Salerno nella Bibl. Univ. di 
Pavia (MS. 40 — 500 — 537 — 541), le allegazioni Pavesi pure nella Bibl. di 
Pavia (Ticinensia II), gli atti della precedenza che sono nel Museo di Storia 
Patria di Pavia (Pàcchi 554-555), le Provvigioni Pavesi per gli anni 1550- 
1559, le lettere di oratori (1551-1557) sempre al M. di S. P. di Pavia. E natu- 
ralmente, nel!' infinita moltitudine di carte, non poche mi saranno sfuggite. 



— 105 — 

questione a noi pare frivola e di poco conto : ina per i nostri 
diplomatici, giunti pur allora alla capitale, dritti ed impettiti nel se- 
vero giustacuore e nell'enorme collarino, dalla piccola città di 
provincia, dove 1' autorità della loro famiglia e la sonorità del 
loro cognome aveva loro dato assoluto dominio sulle cose muni- 
cipali, essa doveva assumere una straordinaria importanza ed 
una eccezionale gravità. E poi erano così latti quei nostri uomi- 
ni del seicento : per uno strano atteggiamento del loro animo e 
e della loro fantasia in ogni cosa dell'arte e della vita essi non 
coglievano che il lato formale, che la pompa dell'esteriorità. 
La religione fu per loro solo una scrupolosa pratica dei 
culti : la poesia una serie di immagini, quando non fu cac- 
ciata negli acrostici; la diplomazia divenne un affare di etichetta. 

Non è meraviglia dunque che questa frivola questione desse 
fuoco a tante contese e facesse nascere tutti quegli scandali, 
quelle liti, quei processi al cui svolgimento assisteremo nel corso 
di più di due secoli. 

Verso la fine del 1548 sbarcò a Genova e giunse a Milano Fi- 
lippo II accolto, come scrive il Ghilini (1), con ogni sorta di possi- 
bile trattenimento: giostre, tornei, conviti, commedie e donativi. Que- 
sto fu uno dei più importanti avvenimenti che abhiano commosso 
la popolazione del Milanese in quei tempi (2) ed alle cerimonie del 
ricevimento, alle feste, alle udienze si ripeterono le solite querele 
di precedenza tra gli oratori delle nostre città. Stanco di questi 
piati il governatore Ferrante Gonzaga, uomo rude ma schietto 
ed avvezzo più alle fatiche del campo e della guerra che ai sottili 
maneggi degli oratori, decise di troncare la vana controversia (3) 
affidandone la decisione a Francesco Taverna rerum extraordi- 
nariarum totius provinciae disceptator, come dice il Vida, e 
gran cancelliere del Ducato. Il Taverna, da buon funzionario di 
Spagna, senza indugi rispose doversi dichiarare prima nella di- 
fi) Ghilini. Annali di Alessandria, a. a. p. 149. 

(2) Formentini. Storia della dominazione spagnuola in Lombardia. Milano, 
1881, p. 95. 

(3) Cremonensium orationes III adversitsPapienses in controversia princi- 
patus — Ediz. Padovana del 1764 — pag. 21. 



— 106 - 

gnità e negli onori quella città che maggiori contributi n-n- 
clesse alle casse dello Stato e avesse più redditi: eam civitatem 
ornnino praeferendam quae rnagis cerna esset quae/ce gran- 
diorem pecuniam in aerarium referret tum in vectigalibu* 
(qui nervi sunt imperii) tum ex pensitatione extraordinaria, 
cum imxetpàha provinciae imponuntur. 

Se il racconto del Vida è esatto (e nulla si oppone a che vi 
prestiamo fede, che anzi anche il Bressiani nel 86C XVII mi 
sembra ricordi questa sentenza (1)) i Pavesi nel 1548, all'alba 
della nostra contesa, avrebbero subito una prima sconfitta poiché 
era noto e risaputo che Cremona era assai più ricca di Pavia e 
fruttava al Fisco Spagnuolo immensamente di più della vicina 
città (2). 

Il responso del Gran Cancelliere sonava naturalmente ostico 
ai Pavesi, i quali non si acquetarono e continuarono le loro que- 
rele per mezzo del loro oratore in Milano. La questione fu ri- 
messa al Senato (3), il cui presidente Giacomo Filippo Sacco (4) 
litteris ac Senatus consulto invitò i Cremonesi ed i Pavesi ad 
un nuovo giudizio. 

(1).. devesi anteporre Cremona a Pavia come quella che è di maggior valuta 
al Stato come anco nel li pagamenti Camerali, poiché paga maggior somma Cre- 
mona che non Pavia né qual si voglia altra città di quello Stato. G. Bressiani. 
Frammento del sommario di Storia Cremonese. MS. della Bibliot. Govern. di 
Cremona. 

(2) Nel 1546 sopra la somma totale di contribuzione del Ducato di 300,000 
scudi, la quota di Cremona e contado fu fissata in se. 60,000 quella di Pavia in 
soli 37,000. 

Nell'Estimo nel 1554 Cremona fu quotata per scudi 57,257 e soldi 71, Pavia 
e principato 39,317 e soldi 20; nel censimento del 1593 Cremona scudi 29,925 
e s. 70, Pavia 16,706, soldi 45 e denari 6. V. Formentini, op. cit. pp. 89-94. 

(3) Nello sciogliere queste questioni perdeva gran tempo e si dava gran daffare 
in questi anni il Senato ! Neil' Archivio di Stato di Milano restano pacchi intieri 
di documenti riguardanti queste contese di precedenza recate innanzi al Senato : 
portano il Titolo « Consulte e Memorabili del Senato riguardanti Precedenze fra 
Ministri e Tribunali ». 

(4) G. F. Sacco fu eletto presidente nel 1530, morì il 15 Agosto 1550. Vedi 
Verri, Storia di Milano, 11, 279 ,• Arisi, Cremona Liter., voi. II , p. 78 ; Ghi- 
i.ini. Annali d'Alessandria, p. 149; Pietro Terenzio, Notizie della vita e delle 
opere di Bernardo Sacco Pavese, 1857, p. 5. 



— 107 — 
Questa eia la citazione del Senato in data 3 Gennaio 1549 (1). 

Praetori Cremonae 

Controversiam Cremonensium cura Papiensibus ortam quinam sci- 
licet eorum praecedere debeant, dirimere statuimus. Monebitis itaque 
nostro nomine Decuriones istins urbis ut intra decem dies proximos 
scribant et producant in manibus secretarii subscripti omnia funda- 
menta et jura quibus innituntur. Moniti namque sunt et Papienses 
ut suam et ipsi productionem eodem tempore faciant. Nos autem, di- 
scussis omnibus quae utrinque fnerint producta, quod convenire vi- 
debitur decernemus. 

In eadem forma Praetori Papié. 

Jacobus Philippus. 

L' 11 Gennaio si radunarono i Consiglieri di Provvigione di 
Pavia (Decuriones) ed elessero una commissione di cittadini pre- 
posta ad negotium praecendetiae: di questi commissarii resta un 
elenco insieme ai colleghi loro aggiunti con elezione del 9 Giu- 
gno 1550 (2). 

Questi commissarii si diedero subito attorno per raccogliere 
documenti e privilegii concessi dai Papi, dagli Imperatori, dagli 
Sforza, dai Visconti alla loro città ricercando nelle Cronache e 

(1) Il Bossi (Storia di Pavia. MS. della Bibl. Univ. di Pavia) dice la nostra 
controversia già avvampante il 3 Gennaio 1548 : lo ritengo un lapsus calami per 
1549, perchè questo primo documento ha precisamente la data 3 Gennaio 1549. 

(2) Essi furono Francesco Maria Gualla , Gaspare Ottoni, Giov. Michele 
de' Gerardi, Augusto Isimbardi, G. Francesco Mezzabarba. Polidamante Maino, 
Giacomo Francesco Gambarana, Giov. Maria Corti, Teodoro Medda, Giov. An- 
drea Zerbi, il conte Girolamo Lonati, il conte Scaramuccia Visconti, il March. Ot- 
taviano Malaspina, Gerolamo Recearia, Bartolomeo Beccaria, Cari' Antonio de 
Giorgi, il Capitano Gerolamo Sacco. Ambrogio de Giorgi, Nicolò de Ozeno, il Conte 
Alessandro Beccaria, Benedetto Corte, Enrico Furnari, Giuseppe de Fudini, il Re- 
ferendario Cesareo Manfredo de Ozeno, Pietro Francesco Bottigella, Ludovico Pal- 
lavicino, G. B. Landocibo, Gherardo Maggi, G. B. de' Bellisomi, G. B. Bot- 
tigella, Gerol. Guarguaglia, Giac. Ant. de Bosco, il Conte Ottaviano Langosco, 
Bartolomeo de Olevano, Augusto de Petra, Luca Berzio, Pietro Francesco Busca, 
G. Maria Lonati, Gerolamo Bottigella, il Conte Luigi Beccaria. (Archivio del 
Museo di Stor. Patria di Pavia). 



— 108 — 

nella storia testimonianze dell' antica si, ma, ahimè, perduta flo- 
ridezza e grandezza di Pavia. 

E in poco tempo poterono far depositare nella Cancelleria del 
Senato, a Milano, dall'oratore Rolando Corte l'allegazione che 
comincia : 

Etsi videatur durura Civitati Papiae et iudicari debeat inconve- 
niens quod Cremonenses velint in iudiciutn vocare ipsam Cìvitatem 
occasione praelationis et praecedentiae, tainen ut pareatur literis Cae- 
sareis datis Mediolani 3 Ianuarii "proxime praeteriti, 

Agentes prò ipsa Civitate Papiae dicunt cives suos fuisse et esse 
in quasi possessione indubitata praecedentiae (1). 

E questo perchè Bernardino Corio nella sua Storia di Milano 
tramandò i Gonfaloni di Pavia aver tenuto il primo posto dopo 
quelli di Milano nelle solenni esequie di Gian Galeazzo, per i 
privilegi imperiali concessi in varie età a Pavia, per lo splendore 
delle lettere e delle arti, per il fiorente Studio Generale, e per 
il fatto che Carlo V nelle sue Costituzioni nomina prima Pavia 
poi Cremona. 

A questa curialesca allegatio iurium vanno accompagnati i 
relativi documenti : un privilegio di Federico Barbarossa del 1164, 
un privilegio di Enrico VI del 1191, due privilegi di Federico II 
del 1209, e del 1232, il decreto di Venceslao imperatore che erige 
la città di Pavia a contea per G. Galeazzo Visconti (1396), una 
lettera di Galeazzo Maria Visconti del 1423, una lettera di Ga- 
leazzo Sforza in cui dichiara essergli Pavia cara sopra ogni altra 
città del Ducato eccetto Milano (1474), il decreto d' erezione di 
Pavia a principato del 1499, una lettera di Ludovico il Moro 
che afferma Pavia prima città Lombarda dopo Milano (1500), 
il testo del trattato di Bologna (1529). 

Intanto, mentre a Cremona i cittadini andavano in solluchero 
per una frase di Filippo II, entratovi trionfalmente il 9 Gen- 

(1) Archivio del Museo di S. P. — Pavia. Si legge anche nel ms, 541 della 
Bibl. Uiuv. di Pavia — in 4 e. rumi, a stampa col tit. Prima comparitio Pa- 
piensis in causa precedentiae. 



- 109 - 

aaio del 49 ed ospitato nel palazzo Treccili , Incolumi Cre- 
mona, omnia brevi recuperabo (1) , i Decurioni compivano 
lo stesso lavoro dei colleglli di Pavia, coadiuvati dall' oratore 
a Milano Bartolomeo Osio. Il quale rimetteva alla Cancelleria 
del Senato la sua allegazione, una serie di documenti sotto il 
titolo : « Pro civitate Cremonae contra Civitatem Papiae in 
causa praecedentiae inter alia adducuntur fundamenta » (2). 

I documenti son questi : un privilegio di navigazione fluviale 
concesso ai Cremonesi da Enrico V nel Luglio 1115, un privi- 
legio di navigazione sul Po concesso da Federigo Barbarossa nel 
Marzo del 1195, un privilegio pure del Barbarossa di sovranità 
su Crema (1162), una lettera di Federico II in cui conferma la 
benevolenza concessa dai suoi avi ai Cremonesi (1219), un privi- 
legio di Federico II nel 1243, un privilegio di navigazione 
siili' Oglio rilasciato da Ludovico il Bavaro nel 1224, un privile- 
gio di Carlo IV, il diploma di Sigismondo imperatore allo Studio 
Generale che doveva fondarsi in Cremona, con privilegi pari a 
quelli concessi a Bologna, Parigi, e Montpellier (1413) (3) , un 
privilegio di Carlo V del 1541 (4). 

Quantunque il decreto Senatorio del 3 Gennaio imponesse la 
presentazione di tutti gli atti entro dieci giorni per venire quanto 
prima alla sentenza, le cose, secondo il costume del tempo e 
secondo il costume degli avvocati, furon trascinate in lungo. I 
Cremonesi si valsero di questo tempo loro non conteso per in- 
durre per mezzo di amici e di cittadini influenti il poeta Ge- 
rolamo Vida a farsi paladino della loro causa e a mettere in 
buon latino quella vasta e multiforme congerie di notizie erudite 
e di cavilli curialeschi che i Deputati alla controversia avevano 
apprestato. 

Girolamo Vida, quantunque fosse vescovo d'Alba, preferiva la 

(1) Zava Francesco. Orationes ad Decuriones Crem. 

(2) Archiv. Municip. Pavia e MS. 541 Bibl. Univ. Pavia col titolo. Pro Ci- 
vitate Cremone contra Civitatem Papié in causa precedenti e infrascripte addu- 
cuntur inter alia fundamenta. 

(3) Vedilo per esteso in Akisi, Crem. Lit. 1. 225. Sullo Studio Cremonese, 
Cfr. G. Romano, Lo Studio Cremon. in Archivio Storico Lomb. Anno XXIII, 
1896, pag. 132. 

(4) Archivio del Museo di S, P. Pavia. 



— 110 — 

quieta dimora di Cremona, nelle sue case di S. Margherita, al- 
l'agitata ed irrequieta vita che Alba, devastata dalle guerre e 
tuttavia sotto il prepotente dominio di uh capitano spaglinolo, 
Francesco Fornaro (1), poteva allora offrire. Al Vida si rivolge- 
vano spesso i suoi concittadini por favori e raccomandazioni 
presso i potenti ed anche poc'anzi il Vescovo d'Alba aveva rac- 
comandato Pietro Giovarmi Schinchinelli al viceré Gonzaga 'd). 
Per la- nostra contesa il Vida sembrava dunque l' uomo l'atto a 
posta: influente per mei-iti e per amicizie presso la Curia, presso 
il viceré e presso il Senato, latinista di grido, e letterato di 
gran fama e pur tuttavia non ignaro del diritto civile ed eccle- 
siastico, cui egli aveva atteso in Roma ed a Mantova negli anni 
di gioventù (3). Il Vida accettò volentieri la difesa della propria 
città, per 1' amore che ad essa portava e per conquistarsi il fa- 
vore dei concittadini su cui contava per guadagnarsi la sedia 
vescovile di Cremona in cambio di quella così squallida d'Alba. 
E se Paolo 1(1 non fosse morto di li a poco, avrebbe concesso 
al Vida quanto era nei suoi voti, perchè, per la morte del Card. 
Benedetto Accolti, la sede di Cremona rimase vacante (4). 

(I) Vedi le lettere X V-XV1I-XVI1I del Vida al Gonzaga pubblicate da A. Ron- 
chimi in Atti e Memorie della R. Deput. di St. Patria per le prov. di Modena 
e Parma, S. I voi. IV. 

(2) Ronchini, op. cit. lettera V. 

(3) Novati, Sedici lettere inedite di M. G.Vida vescovo d'Alba, in Arch. Str. 
Lomb. 1898 pag. 234 , voi. X. anno XXV). 

(4) li Lancetti, (Sulla vita e sugli scritti di M. Ger. Vida, Milano 1831) 
afferma che il Vida accettò l'incarico di scrivere le orazioni per i Cremonesi, 
« anche per gratitudine ai suoi concittadini che l'avevano designato vescovo » 
e lo stesso ripete il dotto Ronchini. In realtà il documento che ci parla dell'in- 
carico affidato e accettato dal Vida è del 21 Maggio 1549 e la deliberazione del 
Capitolo della Cattedrale che designa a vescovo il Vida è del 13 Novembre. E 
la designazione spettava al Capitolo per la morte di Paolo III avvenuta, come 
ognun sa, solo tre giorni innanzi, il 10 Novembre 1549, e per la vacanza della 
S. Sede Apostolica. Il 16 Novembre il Vida partecipò l'avvenuta designazione 
al Viceré Gonzaga, raccomandandosi (V. Ronchini op. cit. p. 88 doc. IX). 

Ter la designazione del Vida, vedi il racconto tradizionale ampiamente discusso 
in Novati, op. cit., Arch. Stor. Lomb. 1899 pag. 5 (voi. XI, A. XXVI). 

Le speranze del Vida furono deluse : nonostante la deliberazione del Capitolo 
del Duomo fu eletto Francesco Sfondrati, che rinunciò (Crern. hit. voi. II 
p. 101-102). 



— Ili — 

Accettato V incarico, il Vida forse manifestò il desiderio che 
questo gli venisse affidato per deliberazione regolare del Con- 
siglio (1) ; e perciò Martedì 21 Maggio 1549 si raccolsero i De- 
putati e l' oratore Bartolomeo Osio e decisero ad unanimità (par- 
tito posito et obtento per omnes) di mandare le scritture raccolte 
al Vida perchè egli, mutando, togliendo, aggiungendo a suo pia- 
cimento, ne traesse una elegante orazione, e di stampare 1' ora- 
zione dopo che l'autore l'avesse rimessa ai magistrati, ad aeter- 
naiii rei memoriam et ut omnibus clarius tura, honos et 
gloria civium Cremonensium elucescant et cognoscantur. 

Secondo la deliberazione del 21 (2), il 30 Maggio i Presi- 
denti al governo di Cremona scrivevano al Vida, ritornato alla 
sua sede vescovile di Alba, accompagnando le scritture ed i do- 
cumenti che avevano inviato con un messo particolare. 

Il 4 giugno il Vida rispondeva ai Magistrati della sua città 
con una lettera, che come tutte quelle del vescovo d'Alba, sente 
un po' del vecchio e del chiesastico, ma è piena di sentimento 
e di vigoria. 



l e* 



Magnifici Signori miei osservandissimi. 

Io, che in questa occorrenza vorrei essere il più elegante che mai 
fosse sì per difendere la dignità della patria nostra, la cui memoria, 
sempre nell' animo mio è viva, come anche per soddisfare alle SS. 
VV., alle quali per lor gentilezza è piaciuto deferire tanto alla 
persona mia e per messo particolarmente inviarmi tanto onorevole 
impresa, sarei molto ingrato e scortese (li quali vizii ho sempre te- 
nuto lontani da me, non lassandomeli approssimare), s'io non ado- 

(1) Così mi pare si debbano interpretare le parole : quae collectae fuerunt 
ut transmittantur ad Rev. Episcopum Albensem cum quo de hoc factum fuit 
verbum nomine istius Magnif. Comunitatis, et super hoc dandas esse literas 
praefato Reverendis. Episcopo cum ipsis scripturis, nella deliberazione del 
21 Maggio. 

(2) La deliberazione dei Deputati Cremonesi, e la lettera, al Vida furono già 
parecchie volte pubblicate, perciò mi dispenso dal riferirle per esteso. Vedile in 
Arisi (Crem. Literata II, 116-117), in Vairaw {Cremonensium monumenta 
Homae extantia) e in fronte all' Edizione Padovana delle Cremon. orationfs 

adversus Pop. del 1764. 



— 112 — 

perassi quel poco e debole ingegno qual Dio e la natura mi hanno 
donato, e a tutta mia forza non iscacciassi tanto opprobrio ed igno- 
minia dal nome Cremonese, quale all' orecchie mie fu ed è sempre 
dolcissimo. Non vorrei promettere alle SS. VV. gran cose che poi 
non potessi tenere, ma 1' animo mio dà speranza, purché non sia an- 
gustiato da carestia di tempo, di dir tali cose de la città nostra, che 
non solo servirà a questo temporale bisogno, occorrendo al presente 
pericolo, ma con qu-^st' occasione ancora le infinite ottime qualità e 
condizioni de la patria nostra saranno consacrate all' eternità, se il 
mio scrivere potrà qualche cosa. Ho scritto certe particolarità al Ma- 
gnifico Messer Antonio Maria Augusto (1) circa questo negozio ri- 
spondendo a certe di lui, reputandomi scrivere a codesta Magnifica 
Comunità, avendo quel dabben gentiluomo donato e consecrato la 
vita sua alla detta Università, servendoli dì e notte tanto fedel 
ed amorevol menti e con tanta sufficienza. 

Da lui le SS. VV. potranno intendere in qualche particolare il 
parer mio, massimamente circa l' avvocazione della causa, se le su- 
spicioni che si hanno dei Giudici hanno fondamento. Mi raccomando 
ed offero quanto più posso alle SS. VV. (2). 

Mentre Gerolamo Vida s'accingeva così a cesellare finemente 
i periodi delle sue Verrine contro Pavia, continuavano a Milano 
le contese e gli scandali alle udienze viceregali tra gli oratori 
delle varie Città. Lodi e Como e più tardi Alessandria e Tortona 
vennero ad intrecciare le loro rivalità collo svolgimento della 
contesa tra Cremona e Pavia, e ciascuna di esse ebbe in questo 
tempo il suo piccolo Vida. Per Como il Vescovo Giov.Antonio 
Volpi (3) scrisse un'orazione « In causa praecedentiae inter 

(1) Antonio Maria Augusto (indifferentemente o Agosta, o Agosti, o Au- 
gusti) nacque di nobile famiglia Cremonese, e nel 1523 fu ammesso al Collegio 
dei notai: nel In31 fu eletto al Decurionato, e nel 1543 conservatore degli or- 
dini. Morì il 2 agosto 1555. Lasciò un poemetto inedito, Mariados, in lode di 
M. V. ed un carme gratulatorio ai Santi Pietro e Marcellino per la liberazione 
di Cremona dai Francesi nel 1523, edito questo in Cremona Lit. Voi. \l, p. 22lJ 

V. Lancetti, Biografia Cremonese 1.105-107. 

(2) Edita in Arisi. Crem. hit. Voi. Il, p. 107. 

(3) Q. Antonio Volpi nacque a C o nel 1514 e studiò diritto a. Pavia. Fu 

assunto al vescovato di Como nel 1559 dopo la rinunzia di Monsignor Bernal- 



— 113 — 

Conili, n et Laicdem Pompeiani » ingegnandosi, scrive il Cantù, 
di opporre al cacio, al burro, al riso, al bestiame dei pingui 
campi lodigiani i marmi, le acque termali, gli ulivi, i cedri di 
queste spiaggie (1). 

Il medico Francesco Cigalini compose intorno a questi anni 
il De nobilitate patriae, che il Giovio dice perduto (2), ma che 
un gentile informatore mi comunica esistere anche oggi nella 
biblioteca di Don Santo Monti, conservatore del Museo di Como. 
E neppure al concetto ispiratore de « La nobiltà di Como » di 
Tommaso Porcacchi sono estranee del tutto le nostre guerricciole 
municipali (3). 

In favore di Lodi il letterato Giovanni Giacomo Gabiani (4) 
compose una « Oratio prò Laudensibus adversus Novoco- 
menses», che Francesco de Lemene (5) copiò e mandò a Fran- 
cesco Arisi quando questi intraprese lo studio apologetico delle 
orazioni del Vida. 

dino della Croce. Fu nunzio apostolico in Isvizzera, e dal 1562 al 1563 fu a 
Trento membro del Concilio di cui sottoscrisse gli atti. Morì nel 1588. Cfr. 
Veree, Storia di Milano, li, 367 e Bollettino di Società Storica Comense, voi. Vili 
p. 190 nota 1. 

(1) Cantù, Storia di Como \Como, Ostinelli, 1900) voi. Il p. 165. 

(2) G. B. Giovio, Gli uomini della Comasca Biocesi antichi e moderni nelle 
arti e lettere illustri (Modena 1784) pag. 60-61. 

(3) La nobiltà di Como descritta da Tommaso Porcacchi da Castiglione Are- 
tino, In Venetia appresso Gabriel Giolito de' Ferrari MDLXVIII. È in due libri: 
nel primo parla della storia di Como, nel secondo ne descrive le meraviglie 
naturali ed artistiche. 

Sul Porcacchi V. Ghilini, Teatro d'uomini lett. I, 217 e Nouvelle Biogra- 
phie Generale sous la direct, de M. Hoefer, Paris., Didot. Tomo 40 p. 815. 

(4) Su G. G. Gabiani, cfr. Argelati, Bibliotheca Script. Mediol. T. I. P. 
II, p. 648 — T. II. P. II p. 2154. Arisi, Cremona hit. II 293. Del Gabiani è ripor- 
tato un verso dedicato a Luigi Galleani nell'Ed. Cominiana delle opere del Vida 
Voi. II, pag. 108: 

Vida poeta, meae decus immortale Cremonae. 

(5) Forse dell" orazione del Gabiani possono aver parlato l'Arisi e il Can- 
neti nella loro corrispondenza epistolare con Francesco di Lemene che esiste 
ancor oggi m'Ha Bibliot. di Lodi. Cfr. Cesare Vignati F. de Lemene e il suo 
epistolario inedito in Archivio Storico Lombardo A. XIX (1892) p. Il p. 660. 



— 114 -- 

Como si vedo, è tutta una letteratura che intórno à queste 
controversie si venne formando, uè letteratura da poco prezzò : 
tutt' altro. Si è che queste contese che a noi sembrano vane e 
meschine e su cui intcsserono tanti patriottici pistolotti i 
vecchi critici delle orazioni Vidiane, appassionavano fortemente 
l'anima di quegli uomini; né lo studioso può in alcun modo 
trascurare o deridere quello che allora rappresentava un atteg- 
giamento generale degli spiriti. 

Dal giugno del 1549 al 31 maggio 1550 mancano documenti 
intorno alle contese di Pavia e di Cremona: probabilmente la 
cosa, pel momento, fu quietata ed i Cremonesi stettero zitti nel- 
l' attesa delle orazioni del Vida, che, secondo le sue parole, do- 
vevano affidare all'eternità « le infinite ottime qualità e condi- 
zioni della patria » loro. 

A meno che nel 1549 non debba collocarsi un'orazione re- 
citata in Senato da Paolo Ala, di cui ci parla Francesco Zava nella 
terza orazione ai Decurioni di Cremona. « Audito et percepto 
nescio quo murmure excitato a Papiensibus ex veteri more 
suo agentibus de veteris dignitatis loco Cremonensibus distur- 
bandis et eicendis, la città di Cremona inviò l'Ala a Milano a 
difendere i patri diritti innanzi al Senato. Ma lo Zava non ha 
cura di darci alcun accenno cronologico : ci dice solo che le 
orazioni furon tenute prima che l'Ala divenisse senatore : « in 
quem amplissimum locum antequam cooptaretur ». 

Il Lancetti vorrebbe quest' orazione dell'Ala anteriore a quelle 
del Vida (1) : ed io, nell'assenza di documenti, non saprei dargli 
ragione né torto. Nell'Archivio di Stato di Milano ci restano 
due lettere (2) di Gerolamo Vida a Ferrante Gonzaga, nella 
prima delle quali egli raccomanda la candidatura dell'Ala alla 
sedia curulc in sostituzione del defunto Giambattista Schizzi 
di Cremona, nella seconda, partecipando l'avvenuta designazione 
del Senato, raccomanda la conferma imperiale a tale voto Sena- 
Iorio. E le lettere pollano la data VII dicembre 1551 e 28 Di- 
cembre 1551. 



(1) Lamcetti. Biografia Cremonese, Voi. I. p. 13S. 

(2) V. Appendice. 



— 115 — 

L'orazione di Paolo Ala è dunque certamente anteriore al 
1551, e torse anteriore anche al 1550. 

Paolo Ala il) nato di nobilissima famiglia cremonese, fu 
giureconsulto di molta fama ai suoi tempi e fu eletto a sciogliere 
persino una questione tra Solicino e Casalmaggiore : eletto Se- 
natore nel 1551, morì a Milano il 4 Gennaio 1563. 

La sua salma fu portata e sepolta a Cremona: per lui il Vida 
dottò quest'epigramma, che io non esito a dire uno dei più belli 
del nostro Umanesimo. 

Has quoque, Paule, rosas variosque hos accipe-flores 

Quos moesti carum spargimns ad tuinulum. 
Sic humus aeternis tibi vernet circum amaranthis, 

Sic tibi perpetuos halet et aura crocos. 
Salvete illustres manes, vobisque perennis 

Sit sine fine quies — sit sine nocte dies. 

La parola di Paolo Ala nella nostra contesa fu tanto eloquente 
e persuasiva che, secondo lo Zava, i concittadini che erano ac- 
corsi ad udirla, ne levavano al cielo l'efficacia e la bellezza, 
ed i Pavesi, convinti e dimentichi di sé stessi, esclamarono : Sa- 
tius eroi res nostras domi agere quam huc in contentionem 
curii Cremonensibus qui in omni re se invictos attestantur,' 
venisse ! 

{Continua). E. Levi. 

(1) Arisi, Cremona hit. II 229. 



MUSEO PAVESE DEL RISORGIMENTO ITALIANO 



Doni pervenuti ai Museo nell'anno 1903. 



La suppellettile del Museo Pavese del Risorgimento Italiano va 
aumentando per continue donazioni di oggetti, di documenti e di 
esimie opere d'arte, che rendono sempre più importante la raccolta. 
Essa però è ancora lontana dal rappresentare la gran parte che 
ebbe Pavia col suo circondario e l' Università Lombarda nei fasti 
dell' Indipendenza Italiana. 

E un vero peccato che la proposta dell' onorevole Rampoldi, 
di raccogliere in un museo documenti ed oggetti a perenne me- 
moria di quanto fecero la passata generazione e quella che va scom- 
parendo per l'unificazione italiana, sia sorta troppo tardi; quando 
molti dei fattori dell'indipendenza erano morti e disperse le loro 
memorie. È bensì vero che molti di questi, pronti di mano e schivi 
di onori, non cercarono le prove delle loro eroiche azioni, contenti 
solo di avere compiuto il loro dovere; ma è anche certo che, iniziato 
prima il museo, molto altro materiale si sarebbe salvato, perchè tutti 
gli scomparsi, modesti fattori dell' unità, possedevano qualche, non 
chiesta, attestazione del loro disinteressato valore, e queste memorie 
riunite ci avrebbero rivelata una bella pagina della storia dei Pa- 
vesi, che nelle cospirazioni e nei sacrifici di denaro e di sangue non 
furono secondi agli Italiani delle altre città o regioni. 

Per non parlare dei Cairoli, dei quali fortunatamente sono con- 
servati a Gropello preziosi documenti e memorie, è doveroso ricor- 
dare Gaetano Racchi, Giuseppe Pedotti, Giacomo Griziotti, Lazzaro 
Salterio, Angelo Bassini, Luigi Bossi, Candido Guangiroli, G. B. Pe- 
relli, i Fratelli Strambio, i Fratelli Novaria, i Fratelli Casali, i Fra- 
telli Mantovani e Biagio Perduca, imperterriti cospiratori e soldati 
valorosi della riscossa nazionale. Ne va dimenticato Pasquale Mas- 
sacra che nel 1849 affrontò la morte per indurre soldati Unghe- 



— 117 — 

resi a disertare l' odiata bandiera, né il prof. Reali che nel 1848 af- 
frontò le bajonette per liberare gli studenti assaliti dalle orde Au- 
striache. Chi ha ammirati nell'azione quei nostri eroi e li vide poi 
nella vita cittadina e famigliare, ha dovuto convenire che furono dei 
grandi originali, o per meglio dire gente di un altro mondo, perchè 
mentre nelle cospirazioni e nelle pugne meravigliarono per 1' abne- 
gazione ed il coraggio, arrivata la sesta giornata, si squagliarono 
come gente fuori di posto, che cercasse quasi di nascondere le belle 
opere compiute. Se confrontiamo i nostri col massimo Eroe che ri- 
posa a Caprera, possiamo quasi pensare ad una affinità atavica e che 
qualche cosa di vero siavi nella tradizione consacrata dalla lapide di 
Pontori, in comune di Né sopra Chiavari, che fa discendere la fa- 
miglia Garibaldi da Garibaldo figlio di re Grimoaldo, colà trafugato 
bambino da Pavia dalla madre Ariperta per sottrarlo alle vendette 
di Bertarido. 

Ritornando a parlare del materiale raccolto, siamo costretti a ri- 
petere i lamenti dell' anno scorso e cioè, che il locale adibito al ri- 
parto Risorgimento del Civico Museo, è assolutamente insufficiente 
a contenere neanche una terza parte degli oggetti raccolti, come del 
resto sono insufficienti anche i locali degli altri riparti. Si è già 
detto che lo splendido gruppo, Giovanni ed Enrico Cairoti, di Ercole 
Rosa ed i bozzetti premiati al concorso pel monumento alla famiglia 
Cairoli vennero depositati, per insufficienza di spazio, in una sala 
della scuola di pittura ; per la stessa ragione, si dovette collocare 
in altro locale del Malaspina l'esimia opera dell'illustre Tantardini 
rappresentante il Colonello Chiassi morto a Bezzecca. di cui in seguito. 
Nell'angusto locale trovansi chiusi in cartelle, documenti e stampe 
ed ammucchiati gli oggetti come fossero in una bottega da rigattiere 
e non in un museo, di modo che bisogna armarsi di eccezionale co- 
raggio per fare incetta di nuovi doni. 

Chi ha visitate le ampie sale del Castello Sforzesco a Milano, può 
comprendere la imperdonabile dimenticanza dell' amministrazione co- 
munale di Pavia per il patrimonio storico, artistico e patriottico do- 
nato al Comune da benemeriti cittadini: patrimonio attestante l'atti- 
vità dei nostri padri e che, opportunamente disposto alla portata del 
pubblico, servirebbe ad educarlo con prove materiali e coli' insegna- 
mento dei fatti compiuti, e ad incitare i presenti ed i futuri all'emu- 
lazione produttrice di grandi cose. 

Né solo Milano fece buon viso ai tesori, che, per la fortunata sua 



— 118 — 

posizione, possiede dell'intera regione, ma altre città 'li minore im- 
portanza hanno disposto le loro raccolte in appropriati locali. Tra 
esse sono degne di menzione Bologna, e .specialmente Mantova, nelle 
cui sale del risorgimento rivive il feroce processo, che ebbe nome 
dalle forche di Belfiore. 

Nei giornali cittadini del Marzo 1903 comparvero articoli per la- 
mentare, con noi, la dimenticanza in cui sono lasciati i musei citta- 
dini, ma nessuno, cui spetta di provvedere, si mosse. Riesciremo ora 
a scuotere l'apatia, che, per altro, è comune alla maggioranza dei 
nostri concittadini?... Vogliamo sperarlo, ed è appunto in questa spe- 
ranza, che le commissioni preposte ai Musei continuano nell' incetta 
del materiale con buoni risultati. C'è grato anzi segnalare un cospicuo 
dono fatto di questi giorni al Museo del Risorgimento, dall' egregio 
nostro concittadino Dott. Giuseppe Obicini, di armi, brevetti e medaglie, 
del proprio zio Giuseppe Pedotti, e di una splendida lettera del Ge- 
nerale Giacomo Medici, accompagnante alla madre la medaglia al 
valore, attestante delle grandi virtù militari addimostrate dal Pedotti 
nella difesa del Vascello nel 1849 e tra i cacciatori delle Alpi nel 
1859. Il Dott. Obicini, che offerse già prima il cartone del quadro di- 
pinto da Barbotti rappresentante la morte di Pedotti a S. Fermo, 
avrebbe regalati anche due grandi ritratti ad olio di Garibaldi e di 
Pedotti, ma se ne astenne perchè ha constatato de risii, che questi 
quadri per deficienza di spazio non si possono esporre nella sala 
del Risorgimento, ma sarebbero stati depositati in locali inadatti. 
Quando potremo avere questi due ritratti ? Solo l' Amministrazione 
comunale può dirlo. 

I doni, che arricchirono il museo nel 1903, sono i seguenti : 

Dal Sig.- Capsoni Camillo. 

1. Autografo delle due quartine dedicate da Aleardo Aleardi al- 
l' Ing. De-Filippi, il 12 agosto 1859, in occasione della partenza del 
De-Filippi dalle prigioni di Josephstadt. 

2. Ventiquattro firme di condannati a Josephstadt. 

Dal Sig. Zoia Prof. Lvigi. 
Stutzen raccolto a Rivoltella, battaglia di S. Martino 1859, dal 
Dott. Natale Zoia. 

Dal Sig. Rag. Agosteo Cav. Pietro : 
Seicentoquarantasette stampe, per la massima parte ritratti di 



— 119 — 

uomini illustri, che contribuirono al risorgimento italiano colla penna 
o colla spada, oppure onorarono l'Italia coli' ingegno, e di altri che 
combatterono l'unità italiana. Vi sono poi anche carte geografiche, 
alcune di pregio, vedute di battaglie di diverse epoche e modelli di 
costumi militari di diversi Stati. 

Dal Municipio di Pavia. 
Bandiera della Sezione Pavese Comizio Veterani Lombardi, fre- 
giata dalle seguenti medaglie : 

a) d'argento Società Mutuo Soccorso militari in congedo Mi- 
lano 1882. 

b) bronzo commemorativa VII centenario Legnano. 

e) metallo bianco commemorativa inaugurazione monumento Ga- 
ribaldi Pavia, 11 Maggio 1884. 

Dalla -gentildonna Giuseppina Maiocchi nata Opplzzi : 

1. Statua in gesso rappresentante il Colonnello Giovanni Chiassi 
Com. te il 5° Regg. t0 Voi. 5 It. ni morto a Bezzecca il 21 luglio 1866, 
opera esimia dell' egr. scultore Antonio Tantardini. 

2. Piedestallo in legno fatto appositamente confezionare pel col- 
locamento della statua. 

Dal Sig. Gherbi Pietro di Vigevano : 
Borraccia di un bersagliere morto a Palestro il 30 Maggio 1859, 
raccolta dal Gherbi sul campo di battaglia e dallo stesso portata 
nelle campagne delle Sicilie nel 1860 e del Tirolo nel 1866. 

Dal Sig. Contratti cav. Giovanni: 

1. Fotografia dell' ing. prof. Luigi Contratti, altro dei duumviri 
delle dieci giornate di Brescia. 

2. Sei documenti relativi ad insegnamenti del prof. Contratti nel- 
l' Istituto Tecnico di Pavia. 

Dalle, Sig. Bertagnoni Prof. Ada ed Annita in Rampoldi: 

1. Autografo del Colonnello Achille Majocchi al Prof. Luigi Ber- 
tagnoni. 

2. Id. id. Ausonio Franchi id. id. id. 

3. A. Franchi, Opere diverse, volumi sedici. 

4. F. Seismit Doda. I volontari Veneziani 1852. Voi. 1. 

5. Almanacco nazionale della Gazzetta del Popolo anni 1860 e 
1862. 

Dal Sig. Burzio Gerì. Emilio: 
1. Medaglia di bronzo coniata dal Governo Borbonico a comme- 
morare l' assedio della cittadella di Messina 1848. 



— 120 — 

2. id. coniata dal governo di Napoleone III a ricordo dell'annes- 
sione di Nizza alla Trancia, 24 Marzo 1860. 

3. Catenelle d'ottone che ornavano un kepi della fanteria Sarda 
nel 1848. 

Dal Sig. Zambelli Ing. Spirito: 

1. Tre documenti del corpo volontari italiani, riguardanti il do- 
natore, campagna 1866. 

2. Tre lettere di un volontario da Firenze e da Monterotondo, 
campagna 1807. 

3. Tre biglietti cartacei da L. 5 di soccorso ai romani 1867. 

4. Due stampe di canti patriottici. 

5. Lettera di Emilio .Spagnolo al donatore cogli indirizzi di Ca- 
vallotti latitante nel 1873. 

6. Litografie in morte di Felice Cavallotti. 

Dal Sig. Luigi Borzini: 
Litografie rappresentanti : 

1. Luogotenente Pesenti alla battaglia di Custoza 1866. 

2. Quadrato del 49 Eegg. Fanteria a Villafranca (24 Giugno 1866) 

3. Brigadiere Fiora di Novara cavalleria contro quattro ulani. 

4. Vittorio Emanuele II a Goito (30 maggio 1848). 

5. Colonnello Barattieri di S. Pietro a Custoza (24 giugno 1866). 

6. Battaglia del 1859. 

Ing. IL Pavesi. 



RECENSIONI 



Anonymi Ticinensis Liber de laudibvs civitatis ticinensis. A cura 
di Rodolfo Maiocchi e Ferruccio Quintavalle. Città di Castello, S. Lapi 
MDCCCCIII. 

Pavia, fra le città lombarde che hanno avuto un grande passato, 
è forse la sola che manchi quasi completamente di monumenti sto- 
•riografici medioevali, perchè, a parte alcuni scritti che appartengono 
più propriamente alla letteratura agiografica ed encomiastica, e senza 
tener conto di Liutprando, di cui è incerta 1' origine pavese, le vi- 
cende della sua vita nell'alto e basso Medio Evo sono note sopratutto 
per le tracce che hanno lasciato nelle cronache e nei documenti del 
tempo, grazie alla importanza che essa ebbe per molti secoli, prima 
come capitale del regno longobardo, poi come centro politico del regno 
dei Franchi e dei Tedeschi. Per spiegare questo fenomeno di steri- 
lità dovrei addentrarmi in una ricerca storica e psicologica, che 
qui sarebbe affatto inopportuna. Nondimeno la cosa meritava essere 
rilevata, perchè ci dà ragione della grande importanza che fu sempre 
attribuita al Commentario dell'Anonimo Ticinese, e che deriva non 
solo dal valore intrinseco del documento, vivacissima dipintura della 
vita e del costume pavese nella prima metà del trecento, ma anche 
dal fatto che, nell' assoluta mancanza di altre cronache e di monu- 
menti dello stesso genere, il Commentario rappresenta una vera ecce- 



zione. 



Il Commentario fu pubblicato la prima volta da L. A. Muratori 
nel T. XI de' suoi Rer. Hai. Script, sopra una copia fornitagli dal noto 
padre cassinese Gr. Beretta, che la trasse a sua volta da un' altra 
copia eseguita dal notaio Michelangelo Canevari sullo scorcio del 
sec. XVII. 

Ma di quel documento esiste nel nostro Civico Museo un esem- 
plare che, se non è proprio l'autografo, gli è assai vicino per tempo 
e per fedeltà di riproduzione: è il bellissimo codice dell'Anonimo, co- 
munemente attribuito al XIV sec, che trovato la prima volta nel 1608 



— 122 — 

tra le carte di Carione Pietra, patrizio pavese, dopo essere passato 
per varie mani e varie vicende, venne da ultimo in potere del dottor 
Carlo Bonetta, il quale lo lasciò con tutte le sue preziose raccolte al 
Comune di Pavia. 

Su questo codice, ignoto al Muratori, è condotta la nuova edizione 
curata dagli egregi proff. Maiocchi e Quintavalle per la ristampa delle 
cronache muratoriane a cui attende lo stabilimento Lapi di Città di 
Castello, sotto la direzione dei professori Carducci e Fiorini. 

Il Commentario dell' Anonimo costituisce il fascicolo 17 della nuova 
collezione, e in grazia della diligenza con cui il lavoro fu eseguito 
non esitiamo ad asserire che ora possediamo dell'Anonimo Ticinese 
una edizione degna dello stato presente degli studi e che, fino alla 
scoperta dell'autografo o di una copia più antica, dovrà ritenersi 
definitiva. 

Ma gli editori non si sono fermati alla semplice riscampa del testo. 
Essi vi hanno aggiunto una introduzione e delle note illustrative. Nel- 
l'una sono trattate ampiamente tutte le questioni riguardanti i vari codici 
del Commentario e la personalità dell'Autore; nelle altre sono chiariti 
sotto molteplici aspetti i vari accenni d'interesse generale e locale che 
s' incontrano in quel singolare documento. Tutti sanno che il Terenzio 
aveva già pensato ad una larga illustrazione dell'Anonimo, che poi 
non fece, limitandosi a quel breve saggio che ne diede in appendice 
alla sua traduzione inserita nell' Almanacco della provincia di Pavia 
pubblicato nel 1864. Quello che non fece il Terenzio hanno ora fatto 
i proff. Maiocchi e Quintavalle, e di ciò tutti i cultori della storia 
locale dovranno esser loro sinceramente grati. 

E noto che del Commentario dell'Anonimo, oltre al codice Bonetta 
abbiamo alcune trascrizioni tardive, due delle quali sono nell'Univer- 
sitaria di Pavia, l'una unita alla cronaca del Parata e che non va 
più in là del seo. XVII, l'altra di mano del Robolini, copiata fedel- 
mente da un ms. di Girolamo Bossi. I lettori di questo Bollettino 
rammenteranno che su queste ultime trascrizioni il nostro ottimo col- 
lega prof. L. De Marchi, ora professore a Padova, fondò acutamente 
P ipotesi dell' esistenza di un antico codice anteriore al Bonetta. Su 
questo punto ci rassicurano ora interamente i nostri editori, i quali 
con buone argomentazioni riescono a provare sufficientemente il loro 
asserto che il ms. Bonetta rappresenti, fra i inss. finora conosciuti, la 
redazione più antica del Commentario. SulF altra affermazione che esso 
•■ rappresenti anche il testo del Commentario quale uscì dalla mente 



- 123 - 

dell' ignoto autore in Avignone », sarà bene fare qualche riserva, 
finché non sia ben assodata l'età del codice, che potrebb' essere al- 
quanto posteriore a quella fissata intorno alla metà del sec. XIV, e 
finché, in mancanza dell'originale, siamo privi di un termine di con- 
fronto indispensabile per pronunziare un sicuro giudizio comparativo. 

Venendo a parlare della personalità dell' Anonimo, gli editori di- 
mostrano con grande chiarezza (ciò che del resto già si sapeva) che 
il nome di Sigeberto dato all'autore del Commentario dipese da un 
equivoco in cai caddero il P. Romualdo e i polemisti del processo 
iniziatosi nel 1695 circa 1' autenticità delle reliquie di S. Agostino. 
Cade così anche -1' affermazione del Merkel che l'attribuzione a 
Sigeberto fattane dagli autori degl' Indice* ch'Omologici ad SS. R. I. 
(Torino 1885) possa essere stata desunta da un preteso dato interno. 

Ma se è facile metter da parte Sigeberto, non è altrettanto facile 
scoprire il nome dell' autore, che continuerà ad essere Anonimo an- 
che dopo i diligenti studi del Malocchi e del Quinavalle. Su questo 
punto gli editori, piuttosto che a formulare un'opinione propria, si sono 
trattenuti a discutere quelle degli altri, di che non oseremmo muover 
loro rimprovero, pensando che il vero campo di una ricerca originale 
sarebbe stato l'Archivio Vaticano, dove l'immensa copia di materiali 
relativi al pontificato di Giovanni XXII è piuttosto di ostacolo che 
d'incoraggiamento a condurre un'indagine di questo genere in modo 

esauriente. 

Colla questione della personalità dell'Anonimo si collega stretta- 
mente quella del tempo in cui il Commentario fu scritto. Gli editori 
accettano la data del 1330, quale risulta àalVAdum et scriptum del- 
Wxplicit, e credono che l'interdetto di cui si parla nel Commentario, 
sia quello del 1321 e non 1' altro del 1327. Le due opinioni, stretta- 
mente coordinate fra loro, non sono tali da eliminare ogni dubbio; 
pure ci sembrano per vari rispetti degne di considerazione. Fu in 
base alla prima di esse specialmente che il can. Bosisio, nel 1857, 
formulò la congettura che 1' autore del Commentario fosse Giovanni 
Mangano canonico di Valenza ed avvocato nella Curia Romana. La 
quale opinione parve confortata da tali argomenti che recentemente 
il Novati quasi si meravigliava che l'opera del Mangano passasse per 
anonima u mentre da un pezzo ne era accertato l' autore ». Ma il 
Novati ignorò le obbiezioni che il can. Terenzio fece fin dal 1864 
all'ipotesi del Bosisio; obbiezioni che ora vediamo sostanzialmente 
accettate dai professori Maiocchi e Quintavalle, sebbene, per una 



— 124 — 

strana dimenticanza, il nome del Terenzio sia rimasto nella penna, 
e si veda citato soltanto a proposito di quella congettura sul frate 
Onesto da Pavia, a cui il benemerito erudito pavese non aveva dato, 
del resto, alcuna importanza. 

Confutata anche l'ipotesi del Dell'Acqua, il quale mise innanzi il 
nome del padre Lanfranco da Pavia abate di 8. Salvatore, gli editori 
cercano di ricostruire la Hgura dell' Anonimo sui dati interni for- 
niti dal Commentario e fanno qualche congettura tanto sulla persona 
dell'Autore quanto sullo scopo del suo scritto. È questa la parte più 
originale dell'introduzione, in cui gli editori hanno campo di fare 
osservazioni nuove e giudiziose, specialmente in quanto si riferisce 
alla cultura dell'Anonimo e alle fonti di cui usufruì per il .suo lavoro. 
Nondimeno anche in questa parte un critico imparziale troverebbe 
materia di larga discussione. Non è infatti un pò arrischiato am- 
mettere che l'Anonimo avesse qualche conoscenza di greco pel solo 
fatto che egli si servì di un vocabolo greco per significare ima cosa 
di uso comune? e che in Pavia vi fossero persone che conoscevano 
il greco, solo perchè in S. Michele Maggiore era in uso un'officia- 
tura in quella lingua? Anche le lodi della rettitudine dì giudizio, 
della memoria felicissima, del sano criterio nel giudicare le cose, del 
mirabile spirito d'osservazione possono parere un tantino esagerate, 
se si riflette che l'orizzonte in cui si muove l'intelletto dell'Ano- 
nimo è piuttosto angusto, che il campo delle sue osservazioni è ri- 
stretto, e che il suo spirito è tutt' altro che scevro da superstizioni, 
da pregiudizi e da quella credulità infantile che si riscontra così 
spesso anche in altri scrittori del suo tempo. 

Ancor meno accettabile mi pare 1' ipotesi che 1' autore del 
Commentario possa essere stato un membro dell' antica e nobile fa- 
miglia dei Pietra. Gli editori hanno fatto bene a circondarla di molte 
cautele, relegandola timidamente in fondo ad una nota: essa non ha 
in favor suo nessun argomento che regga alla critica. Che sappiamo 
noi delle vicende del codice Bonetta anteriormente al 1G08? e che 
cosa c'impedisce di credere che esso sia passato per altre mani 
prima di venire in possesso di Carione Pietra ? L' ipotesi non si 
reggerebbe neppure se il codice Bonetta fosse, puta caso, non una 
copia, ma l'originale, e potesse dimostrarsi che esso fosse apparte- 
nuto ai Pietra fin dal sec. XIV, e quindi conservato come cimelio di 
famiglia- E non è neppure esatto, come affermano gli editori, che lo 
scrilto dell'Anonimo non fosse destinato alla pubblicità. Questa affer- 



— 125 - 

inazione è contraddetta dallo stesso Anonimo, il quale, a un certo 
punto scrive : quc utrum superstitiosa sint, an cqyprobanda, prudens 
lector ' attendai , che è il linguaggio di chi parla ad un pubblico di 
lettori; ed è contraddetta anche dallo scopo a cui, secondo gli editori, 
l'Autore avrebbe voluto far servire il suo scritto, quello cioè di di- 
fendere i Pavesi innanzi alla corte di Avignone e spianare la via alla 
revoca dell' interdetto. Se questo fu veramente il motivo che spinse 
l'Anonimo a scrivere il suo libretto, è chiaro che egli, lungi dal te- 
nerlo occulto, dovè cercare di dare al suo scritto la maggiore e più 
larga diffusione. 

Ma anche su quest' ultimo punto dobbiamo fare le pivi ampie ri- 
serve. A meno di ammettere che il tentativo dell'Anonimo sia comple- 
tamente fallito (la liberazione dall'interdetto non venne che nel 1341\ 
sembra ben difficile che un umile frate credesse di avere tanta au- 
torità da vincere le resistenze che alla corte papale doveva incontrare 
la revoca di un provvedimento il quale aveva oramai un carattere più 
politico che religioso. Ad ogni modo, se l' Anonimo avesse mirato 
alla difesa di Pavia presso la corte pontificia, questo scopo avrebbe 
messo maggiormente in rilievo nel suo scritto, il quale, dato il modo 
che fu concepito e composto, rientra invece perfettamente nel campo 
di quella letteratura encomiastica, che attestava, in sul finire del 
Medio Evo, il rifiorire delle tradizioni patidottiche nei nostri mag- 
giori comuni. 

All' introduzione segue il testo del Commentario. I proff. Majocchi 
e Quintavalle ne hanno curato con grande amore la ristampa, se- 
guendo fedelmente la lezione del codice Bonetta, e l' hanno arric- 
chito di un commento illustrativo, che è una delle cose più utili 
di questa edizione. Per la buona riuscita del commento gli editori 
non hanno risparmiato né fatiche né diligenze : oltre alle opere di 
generale interesse storico, furono sfruttati largamente tutti i sussidi 
dell' erudizione locale e si ricorse non di rado a documenti d' archivio, 
per illustrare, dov' era richiesto dal bisogno, tutti quegli accenni ad 
usi, costumi, monumenti ed istituzioni che per la singolarità loro 
meritavano un particolare schiarimento. Senza dubbio anche questa 
parte può dar luogo ad osservazioni ed appunti: si potrebbe osser- 
vare, per es., che 1' illustrazione topografica e artistica de' monu- 
menti accusino una maggior cura di precisione e di esattezza che 
non quella puramente storica dei fatti e delle istituzioni; che l'illu- 
strazione in qualche punto ostenti un' erudizione superflua, in qualche 



- 120 — 

altro pecchi di soverchia sobrietà. Ad un pubblico di lettori poco 
famigliari conia storia pavese non sarebbe stato inopportuno dire qual- 
cosa intorno alla fine del Regisolc e alle controverse opinioni circa 
1' idqntificazione di quel famoso monumento. Giovava forse spendere 
qualche parola intorno a quella officiatura in lingua greca nella 
Basilica di S. Michele, a cui s' è già accennato, e farci sapere se 
essa per avventura si riconnetta colla diffusione che, a datare del 
VII secolo, ebbe in Italia il rito greco, e coli' importanza che il 
culto di S. Michele, introdotto da' Bizantini, acquistò anche presso 
i Longobardi, i quali fecero di quel santo una specie di patrono 
nazionale. A proposito della Basilica di S. Giovanni in Borgo non 
bastava rimandare al lavoro del Merkel sull'epitafio di Ennodio, per- 
chè il Merkel cita, a sua volta, e riproduce un luogo di P. Diacono, 
che non è un modello di chiarezza e di esattezza storica. Nel luogo 
in cui l'Anonimo accenna alla partecipazione dei Pavesi alla guerra 
di Troja, gli editori contraddicono al Terenzio, il quale aveva sup- 
posto trattarsi della spedizione di Enrico II contro Troja di Puglia : 
ma più utile sarebbe stato esaminare se e fino a che punto Pavia, 
città longobarda, abbia partecipato a quel risveglio di tradizioni clas- 
siche, che si rispecchia nelle vantate origini troiane di molte città 
della penisola. 

Ma forse sarebbe eccessiva pedanteria addentrarsi in una più 
minuziosa disamina. Solo mi si conceda di accennare ad alcuni altri 
punti che mi paiono di una particolare importanza. 

Eondandosi su P. Diacono, gli editori scrivono che la città sembra 
prendesse il nome di Papia sul principio del sec. Vili, dapprima 
associato a Ticinum, poi da solo. Ma non hanno badato che già nel 
sec. VII Papia apparisce accanto a Ticinum nella cronaca del così 
detto Eredegario, e meglio ancora nel noto Carmen de synodo Ticinensi 
che è dell' anno 698 all' incirca. 

Non è neppure esatto che le adunanze di vescovi in Pavia non 
risalgono oltre i tempi del regno feudale, perchè non altro che una 
adunanza di vescovi fu la famosa Sinodo Ticinese del 698, in cui 
fu condannata 1' eresia dei Tre Capitoli e cessò definitivamente lo 
scisma del patriarcato d'Aquileia. 

Non posso neppure accordarmi con gli editori nella ipotesi che i 
noti InsUtuta Regalia siano del X secolo. Senza fare una minuta ana 
lisi di quel documento, il <juale manca ancora di un' edizione critica 
e di uria conveniente illustrazione, basterà notare che in esso si 



- 127 — 

parla di uno Studìum Generale. Ora Studio Generale è il termine te- 
cnico dell' organismo scolastico medioevale giunto al suo pieno svi- 
luppo, della primitiva scuola di diritto divenuta Universitas studiorum; 
e questa trasformazione non avvenne prima del XIII secolo. 

Prima di finire, ricorderò che al testo del Commentario gli edi- 
tori hanno fatto seguire, come sono nel codice Bonetta, gli altri quattro 
testi di cui l'Anonimo si servì come fonti del suo libretto. Essi sono: 
a) Cronica Uè Corporibus sanctis Papié; b) Sermo in depositione sancii 
S;/ ri; e) Cronica brevis de sanctis Episcopis ticinensibus ; d) Descriptio 
situs Lombardie et omnium regionvm eiusdem. Anche l'edizione di questi 
testi è condotta con molta diligenza, e i proff. Majocchi e Quintavalle, 
mettendoli a disposizione degli studiosi, hanno fatto opera assai 

opportuna. 

G. Eomano. 



BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO 



P. Ponti e L. Laffranchi , 

Tarraco o Ticinum? (Estr. dal 
Bollettino Numismatico, Gennaio 

1904). 

Gli aa. tornano sulla questione 
dell' attribuzione alla zecca di Ti- 
cinum delle monete colla sigla T 
finora attribuite a Tarraco (Cfr. 
il nostro Bollettino, III 257j, per 
rispondere alle obbiezioni solle- 
vate contro quella attribuzione 
in un numero recente del Mo- 
natsblatt di Vienna. Non cono- 
scendo direttamente l'articolo del 
periodico viennese, sentiamo il 
dovere di non pronunciarci in 
modo esplicito sulla questione, 
sebbene l' impressione nostra sia 
questa che, se le difficoltà solle- 
vate in quel periodico sono quali 
appariscono nella risposta dei si- 
gnori- Monti e Laffranchi, esse 
sono poco solide e i due egregi 
numismatici hanno avuto buon 
gioco nel confutarle. Naturalmen- 
te, come già fu da noi osservato 
in precedenza, il punto in discus- 
sione si collega con una specie 
di questione pregiudiziale di ca- 
rattere essenzialmente storico : 
quale sia stata la vera importan- 
za di Ticinum nel periodo impe- 
riale. Su questo punto sentiamo 
di non essere ancora abbastanza 



illuminati, né ci pare molto con- 
cludente 1' affermazione che u una 
prova dell'importanza di Pavia 
nei bassi tempi si può avere nelle 
monete autonome conia'te sotto 
Baduela re dei Goti colla leggen- 
da Felix Ticinus ». L'importanza 
di Pavia nel periodo barbarico 
dipese da ragioni politiche e mi- 
litari che furono già messe in ri- 
lievo; quella di Pavia negli ultimi 
secoli dell' impero romano atten- 
de ancora di essere conveniente- 
mente studiata e valutata. Sull'in- 
teressante argomento il nostro 
Bollettino tornerà fra poco con 
uno speciale lavoro. 

G. Bonnet-Maury. Saint Co- 
lombari et la fonda tion des tnona- 
slères irlandais en Brie au VII 
siede. (In Eevue Hislorique, uov. 
dee, 1903). 

Prima di venire in Italia, dove 
fondò il nostro celebre monaste- 
ro bobbi ense (a. 612 , Colombano 
fu in Francia, dove spiegò una 
larga azione morale ed economi- 
ca colla fondazione di numerosi 
monasteri. A questo periodo si 
riferisce la memoria del B.-M., 
ehe ci piace segnalare a' lettori 
del Bollettino. 

L' A. traccia rapidamente il 



129 - 



quadro delle condizioni morali e 
politiche della Francia, quando 
vi apparve Colombano come legi- 
slatore di monasteri. Accenna ai 
vari cenobi da lui fondati ad Ane- 
gray, a Fontaine, a Luxeuil, l'ul- 
timo de' quali, a causa della sua 
situazione, acquistò ben presto 
la preponderanza sogli altri e 
fu come il centro da cui la vita 
monastica irlandese irraggiò sui 
paesi vicini, dando origine ad un 
gran numero di monasteri filiali 
sorti nelle diocesi di Besanzone 
e di Reims, di Treviri, d' Amiens, 
di Rouen, di Meaux, oltre a' con- 
venti di Lure, d' Orbais, di S. 
Gallo, e al più famoso di tutti, 
quello di Jumièges. Fu dopo la 
fondazione del monastero di Ane- 
gray che Colombano scrisse la 
sua regola assai più rigorosa e 
quasi barbara paragonata a quella 
di S. Benedetto , sebbene an- 
ch' egli, al pari del solitario di 
Montecassino. concepisse la vita 
monastica come un efficace tiro- 
cinio destinato a sradicare dal 
cuore dell'uomo ogni cattivo istin- 
to e combattere 1' egoismo per la- 
sciare libero posto alla legge di- 
vina. Da ciò 1' importanza che 
anch' egli accordò al lavoro ma- 
nuale, obbligando i frati a lavo- 
rare la terra, dissodare boschi, 
coltivare gli orti e la vigna ecc. 
L' A. non si occupa di tutti i 
monasteri sorti in Francia per 
opera di Colombano e dei suoi 
discepoli, ma si limita alla sola 
diocesi di Meaux, cercando di re- 
care qualche luce su quattro o • 



cinque conventi od eremitaggi fon- 
dati in Brie, e dei quali ben poco 
si sapeva finora. Egli poi rias- 
sume i servizi resi da quei mo- 
naci alla civiltà francese, notan- 
do che, dal punto di vista mate- 
riale, fu ravvivata 1' agricoltura 
e sorsero delle colonie agricole 
che col tempo divennero villaggi 
ed anche città ridenti e prospe- 
re; e dal punto di vista sociale 
e morale, fu assicurata una più 
efficace protezione dei servi e dei 
inananti contro le esazioni dei si- 
gnori feudali, e di fronte ad una 
società barbara e dominata dal- 
l' idea della forza fu dato l'esem- 
pio di un' esistenza pacifica fon- 
data sulla virtù e sul lavoro. 

C. Cipolla, V abbozzo della con- 
venzione conchiusa nel 1166 Ira 
il comune di Piacenza, e i Mala- 
spina. (Estr. dagli Atti della R. Ac- 
cademia delle Scienze di Torino 
voi. 39, 1903,. 

Fu già notata dal Grieserbrecht 
l'importanza che ebbe per la lega 
lombarda l'adesione dei marchesi 
Malaspina durante la guerra con- 
tro 1' imperatore Federico Barba- 
rossa. 

E noto il patto del 26 dicembre 
1167 stipulato tra i detti Mala- 
spina e la lega, pubblicato pri- 
ma dal Boselli, poi dal Vignati. 
Di quel patto il C. ha ora tro- 
vato l' abbozzo, senza data, nel- 
1' archivio di S. Antonino di Pia- 
cenza e 1' ha pubblicato con una 
breve illustrazione. E un docu- 
mento importante, non solo per 



- 130 



le aggiunte di prima mano che 
esso contiene e che rappresen- 
tano un secondo stadio della re- 
dazione primitiva, ma anche per 
le numerose e gravi differenze 
che vi si riscontrano rispetto al 
testo definitivo edito dal Boselli. 
Notiamo che il patto imposto 
alle città della lega : Neque de- 
bent facere pacem, nec concordiam 
cum imperatore, vel Papiensibus, 
sine marchiane et filio, ila lamen 
ut non possit eos tenere in werru 
per frauderà, quale si legge nel 
testo del 26 dicembre 1167. ricor- 
re egualmente nell' abbozzo, nel 
quale non si parla che di Obizzo 
Malaspina, laddove nel testo de- 
finitivo compaiono anche i nomi 
di Moroello e di Guglielmo. 

C. Cipolla. La storia scaligera 
secondo i documenti degli archivi 
di Modena e di Reggio Emilia. 
Venezia 1903 (Estr. dalla Miscel- 
lanea della R. Deputazione di sto- 
ria veneta). 

A poca distanza dal volume di 
Documenti per la storia delle re- 
lazioni diplomatiche fra Verona e 
Mantova nel sec. XIII (Cfr. Bol- 
lettino, I 374), l' indefesso profes- 
sore dell' Università torinese ha 
pubblicato questa nuova raccolta 
di documenti tratti dagli archivi 
di Modena e Reggio Emilia e ri- 
guardanti la storia scaligera nel 
sec. XIV. I criteri seguiti nel 
primo volume furono applicati 
anche in questa pubblicazione: 
non è il caso quindi di ripeterli. 
La raccolta si divide in due parti: 



la prima comprende i documenti 
modenesi, che sono 44, di cui ben 
41 riprodotti per esteso; la se- 
conda abbraccia i documenti reg- 
giani, in tutto 43, pubblicati 38. 
I documenti dei due gruppi non 
hanno tutti la stessa importanza: 
maggiore certamente è quella della 
serie modenese, fra cui troviamo 
dei documenti che hanno un reale 
valore per la storia italiana. Tra 
gli altri il C. è riuscito a trova- 
re quello dei trattati d'alleanza 
stipulati a Ferrara il 16 aprile 
1362, tra il cardinale Egidio d'Al- 
bornoz e i signori d' Este, Car- 
rara e della Scala, di cui finora 
non era conosciuto che il sunto 
datone dal Pigna e dal Ghirar- 
dacci. 
Interessa più direttamente Pavia 
il doc. n. XII contenente i patti 
della tregua stipulata a Castel- 
nuovo il 19 luglio 1333 tra Gio- 
vanni di Boemia e Roberto di 
Napoli e i loro rispettivi alleati. 
In quel documento, come alleati 
di Giovanni, si parla di Papien- 
ses extrinsecos, sicut si qui sunt. 
Si tratta dei guelfi pavesi che, rien- 
trati in Pavia nel giugno del 1331 
sotto la protezione del boemo, ne 
erano poco dopo riusciti, appena 
la città ricadde sotto il dominio 
de' Beccaria. Ma l'espressione del 
documento fa supporre che fosse- 
ro ben pochi : forse la maggior 
parte era rimasta nella città. La 
quale è compresa nell'istrumento 
come alleata di Roberto, e così 
pure Musso Beccaria e i suoi 
figli. 



131 — 



Un buon indice di nomi di luoghi 
e di persone chiude a proposito 
questa interessante pubblicazio- 
ne, alla quale avrebbero giovato 
una maggiore perspicuità nelle 
note illustrative e una maggior 
accuratezza nella esecuzione tipo- 
grafica. 

F. Carabellese. Nozze e con- 
suetudini pugliesi del secolo XII. 
Bari, Laterza e f. 1 1904 (Nozze 
Pansini — Palieri). 

La Puglia, come fu per varii 
secoli il campo disputato tra Lon- 
gobardi, e Bizantini, così fu il 
terreno in cui vennero e rimase- 
ro lungamente a contatto gì' isti- 
tuti giuridici romano-bizantini e 
e il diritto longobardo importato- 
vi dal ducato beneventano. Sulla 
coesistenza e sui reciproci influs- 
si dei due diritti ha recato molta 
luce un recente lavoro di E. Be- 
3ta (77 diritto consuetudinario di 
Bari e la sua genesi in Rivista 
ital. perle scienze giuridiche voi. 
$6 del 1903), in cui fu messo a 
profitto il copioso materiale of- 
ferto dai volumi finora pubblicati 
Ipl Codice diplomatico barese. In 
in campo identico, ma più cir- 
soscritto, si aggira 1' opuscolo nu- 
dale del Carabellese. Ripubbli- 
:ando una carta sponsalicia mol- 
"ettese del 1187 (la 148. a del voi. 
[II del detto Cod. dipi.), il C. ne 
llustra molto accuratamente il 
jontenuto e la forma, dimostran- 
lo come nelle formalità inerenti 
il giure matrimoniale e negli ob- 
)lighi contratti dai coniugi si 



conservò, meglio che in ogni altro 
campo, 1' efficacia del diritto lon- 
gobardo, per quanto anch' esso 
non rimanesse immune dagl' in- 
flussi romano-bizantini e da quelli 
del diritto canonico g. r. 

A. Giul ini. Vicende feudali, del 
borgo di Parabiago {Giornale Aral- 
dico, agosto 1901, n. 8). 

Come contributo alla storia dei 
feudi del Milanese, 1' A. ricostrui- 
sce, coll'aiuto di documenti degli 
archivi di Milano, le vicende feu- 
dali del borgo di Parabiago, dal 
tempo della sua infeudazione, du- 
rante la dominazione spagnuola, 
fino a quando fu devoluto alla R. 
Camera e sottoposto alla giurisdi- 
zione del podestà di Milano (9 
aprile 1780). Principale argomen- 
to di questo studio è la lotta fra 
il conte Francesco Arese, che vo- 
leva acquistare il feudo, posto in 
vendita nel 1648, ed alcuni gen- 
tiluomini di Parabiago, che cer- 
cavano di redimere questa terra 
dall' infeudazione; lotta che ebbe 
fine, dopo la morte dell' Arese, 
coli' acquisto del feudo in nome 
di Camillo Castelli, primo di quei 
marchesi Castelli, signori di Pa- 
rabiago, sui quali 1' A. 'raccolse 
già notizie nei suoi « Appunti 
storico-genealogici sui Castelli 
marchesi di Parabiago » (Giorn. 
Arald., a. 27.° n. 2-3). 

E. Riboldi. La famiglia di Pi- 
namonte da Vimercate secondo 
nuovi documenti (Arch. stor. Lomb. 
1902, fase. 35.° ) Per mezzo di 



132 



un documento, da lui rinvenuto 
nell' Archivio di Stato di Milano, 
l'A. completa i risultati del suo 
studio su Pinamonte da Vimer- 
cate, specialmente per ciò che ri- 
guarda la sua vita privata, la sua 
parentela e indirettamente le con- 
dizioni politiche della sua casata. 
Si tratta di un atto di vendita 
dei beni di Cisano e di Caprino 
fatta nel 1147 dal padre, dal fra- 
tello di Pinamonte e da lui me- 
desimo. 

Congiungendo i dati derivati da 
quest'atto alle notizie offerte da 
altri documenti su alcuni con- 
giunti di Pinamonte, l'A. per- 
viene a formare 1' albero genea- 
logico dei Vimercate. Segue l'edi- 
zione del documento del 1147, 
preceduto da regesto e descri- 
zione dell'originale. e. m. 

E. Costa. Andrea Alciato allo 
Studio di Bologna. [Atti e me- 
morie della r. deputazione di S. P. 
per le province di Romagna. Lu- 
glio-Dicembre 1903). 

L'A. non ci dà molte notizie 
nuove dopo quelle che abbiamo 
desunto dall'articolo del Girardi- 
ni (v. 1' ultimo fascic. di questo 
Bollettino, p. 253 e seg.) : an- 
ch' egli ci riassume le numerose 
trattative che partirono da Bolo- 
gna per chiamare in quella città 
1' Alciato allora lettore in Pavia, 
aneli' egli ci riproduce i brani di 
lettere in cui l' Alciato comuni- 
cava alPAmerbach il malconteto 
che l'Università Pavese gli pro- 
curava, e il vivo desiderio di 



mutar sede, — ma ci inette in 
più chiara luce quale posizione 
occupasse l' Alciato nel campc 
del giure rispetto ad alcuni con- 
temporanei (per es. a Filippo 
Decio che pure insegnò a Pavia), 
e come la corrente ideale eh' egli 
rappresentava contribuisse ad au- 
mentare i disagi del soggiorno 
pavese. 

G. Bustico. Il teatro patriottico 
di Milano e il culto per V. Alfieri. 
(Estratto dalla Rivista Teatrale 
Italiana, A. IV. V. 7." Fase. 1. 

L' A. mostra come alcune trage- 
die dell' Alfieri, durante la Ci- 
salpina e sotto il Regno venissero 
recitate nel " Teatro patriottico » 
ora de' Filodrammatici, e suscitas- 
sero gli entusiasmi cittadini pel 
nuovo soffio di libertà che allora 
spirava. 

Ma l'A. in questo suo opuscolo, 
dalla forma un po' trascurata, va 
troppo oltre, deducendo che in 
detto teatro vi fosse un culto per 
l'Astigiano. A noi sembra che un 
seguito di rappresentazioni (in 
un tempo, si noti, in cui niun 
altro tragico poteva assicurare 
il successo quanto l'Alfieri, e pel 
valore artistico e pel carattere 
patriottico dell' opera sua) e la 
stessa inaugurazione di un busto 
a V. Alfieri due anni dopo la 
morte, non siano sufficenti per 
affermare in quel teatro l'esisten- 
za di un vero culto, e per attri- 
buirgli il merito che ne scaturì-' 
soe, di esser stato un centro di 
idee nazionali. 






133 — 



Non volevano piuttosto quegli 
attori secondare il gusto del pub- 
blico per una speculazione arti- 
stica ? Obi erano essi ? E percbè 
la prima loro rappresentazione 
non fu una tragedia dell'Alfieri ? 
L' amore di vedere dappertutto 
nei tempi passati dei sinceri so- 
stenitori di libertà dovrebbe far 



sentire il bisogno di più minute 
indagini per suffragare asserzioni 
le quali (come nel nostro caso) 
possono avere un fondo di verità, 
ma che, per esser degne dell' im- 
portanza loro assegnata, andreb- 
bero dimostrate con dati più 
sicuri. e. r. 






NOTIZIE ED APPUNTI 



Il passaggio dei Bretoni per Tortona e per Broni nel 1376. 

— L' itinerario dei Bretoni che nel 137G sotto il comando del fami- 
gerato Roberto di Ginevra (che poi fu papa col nome di Clemente VII), 
vennero alla conquista dello stato della Chiesa, non è noto in tutti 
i particolari. Qualche notizia nuova, per ciò che riguarda il nostre 
territorio, possiamo ora dare, desumendola da una nota inserita 
in un volume di documenti esistente nell'Archivio della Curia Torto- 
nese col titolo: Secolo XV. Bandi dei duchi di Milano e documenti di- 
versi, volume messo insieme dal notaio di Tortona Lorenzo degli Oppiz- 
zoni e di cui sarà data più larga informazione in uno dei prossii 
fascicoli. La notizia, come i lettori potranno osservare leggendo la 
nota, fu estratta da un vecchio libro di memorie e inserita nel co- 
dice tortonese da Dertonino degli Oppizzoni, figlio dello stesso Lo- 
renzo notaio. Eccola : 

MCGCLXXVJ die sabati XXJ mensis Junnij venit Societas Berthonorum in 
suburbijs Tendone hora quasi terciarum. Qui Berthoni ibant causa recuperane 1 
Civitatem Bononie et alias civitates quas Ecclesia perdiderat, et habuerunt 
passimi a domine nostro Galeaz Vicecomitte. Et erant isti Berthoni numero 
Duodecim millia equitum, et die sequenti circa auroram equitaverunt usque 
ad Broni et castrametati sunt circha locum illuni et nickil potuerunt facere 
et cum magno pudore recesserunt. Et dieta die XXJ Junij quatuor millia Ber- 
thonorum iverunt ad locum Castellarij Squazzonorum et invaserunt viridarium 
d. Gillij de Guidoboni. Hec supra prò memoria rerum antiquarum est extracta 
a quodam libro veteri per me Dertoninum de oppizonibus filium d. Laurentij 
jussu et mandato dirti d. Laurentij patris mei # legens in dicto libro veterj anno 
dui currente M° CCCC L XXXX1I1J die X mensis màreij (fol. 4 verso). 



Trattatisti pavesi di demonologia. - Spigoliamo dal recente 
volume di J. Hanskn, Quellen and Untersuchungen zur Oeschichte des He? 
caenwahns und der Heocenverfolgung im Mittelalter, Bonn, Cari Georgi 
L901, iilciinc uotizie di ira-Itati e trattatisti pavesi di demonologia che 
non sono senza interesse per la storia locale. 



- 135 — 

Oltre a vari documenti riguardanti le streghe e la letteratura de- 
monologica in Lombardia, tra cui un parere dell'Alciato (p. 310), l'Han- 
sen pubblica, con sei illustrazioni, degli estratti di un trattato De 
laniis (sic) et phitonicis inulieribus teutonice unholden vel hexen 
scritto da Ulrico Molitoria di Costanza Studii Papiensis decretorum 
doctor et curie Constantiensis cansarum patronus, opera composta a 
Costanza il 10 gennaio 1489 e più volte pubblicata ed anche tradotta 
in tedesco (p. 243). 

Nelle Memorie e documenti per la storia della R. Università di 
Pavia, parte l a p. 38 il Molitoris è ricordato come insegnante negli 
anni 1420-1421 sulla fede di un elenco ms. del Comi. La data attri- 
buita all'opera del Molitoris ci fa dubitare dell'esattezza di quest'ul- 
tima notizia. 

L' Hansen riporta altresì alcuni estratti dell' opera del dome- 
nicano pavese Vincenzo Dodo intitolata : Apologia Dodi contra li di- 
fensori de le strie, et prineipaliter contra Questiones lamiarum fratris 
Saniuclis de Cassinis. Eiusdem Dodi questio apologetica contra invecti- 
vaifi predicti Samuelis in doctrinam Sancii Thome Aquinatis. L' opera 
fu terminata di scrivere il 9 ottobre 1506 e stampata in Pavia da 
Bernardino de Garaldis in 44 fogli in-4.° La prima parte giunge fino 
al foglio 35. Di questa prima edizione, molto rara, l' Hansen non co- 
nosce che un solo esemplare, quello esistente nella Marciana di Ve- 
nezia. Una seconda edizione, del 1510 all' incirca, fu stampata a 
Rouen, a Caen e a Rennes ed è costituita da 13 quaderni in-8° di 
cui 7 non numerati. Anche questa è molto rara, perchè l' Hansen non 
riuscì a trovarne che una sola copia nell'Ambrosiana. 

L' opera fu scritta per confutare il trattato, anch' esso rarissimo, 
del frate milanese Samuele de Cassinis intitolato Question de le strie 
o Questio lamiarum, composto nel 1505 e probabilmente stampato a 
Pavia. In questo trattato il Cassinis aveva attaccato apertamente la 
dottrina scolastica del volo delle streghe. Il Dodo sfidò il Cassinis 
ad una pubblica disputa nell' Università di Pavia {ad singularem pu- 
gnarli corani Ticinensi utriusque facultatis Achademia per conclusiones 
subiectas invitavi). Ma il Cassinis, nel giorno stabilito, non si presentò. 
La sua opera è dedicata Senatori regio Angustino Panigarole. 

La figura del Dodo era finora poco conosciuta. Molte notizie nuove 
ha aggiunto l' Hansen traendole dall'Archivio dell'ordine domenicano 
in Roma. R. 



— 136 — 

Monete trovate in territorio di Copiano. — Il passato gen- 
naio, alcuni contadini, nell' eseguire degli scavi in terreno ricino al 

cimitero di Copiano [Pavia) rinvennero un vaso <li torni coita, che 
spezzato a colpi di zappa sparse all'intorno una grande quantità di 
monete di bronzo di piccolo modulo, dagli scopritori subito divise 
fra loro. Erano circa diciassette chilogrammi, poche di discreta con- 
servazione, molte di pessima. Parecchie persone ne presentarono al 
nostro Civico Museo di Storia Patria a più riprese un certo numero, 
circa un centinaio, e s'è così potuto stabilire che tutte appartenevano 
agli Imperatori Valeriano (a. 253-259 d. Or.), Gallieno (a. 259-268 
d. Cr.), e Claudio il Gotico (a. 268-270 d. Cr.). Nessuna delle mo- 
nete esaminate, perchè comunissimo, mancava alle nostre raccolte. 

M. 

Una lettura. — Il 13 marzo di quest' anno, per invito del Con- 
siglio Direttivo della nostra Società, il Ch. mo Prof. G. Yidari, tenne 
nel solito locale dell'ex Teatro Anatomico, e innanzi ad un pubblico 
numeroso ed elettissimo, un' importante lettura su Girolamo Cardano 
medico matematico e filosofo pavese del Cinquecento. 

La lettura del nostro socio, lavoro assai pregevole non meno per 
la forma che pel contenuto, sarà pubblicata in uno dei prossimi nu- 
meri del nostro Bollettino. 

Nel centenario di E. Kant. — Non possiamo a meno di espri- 
mere il nostro vivo compiacimento per l'alta segnalazione toccata 
recentemente al nostro consocio Prof. Sen. Carlo Cantoni della Uni- 
versità pavese, il quale, in occasione del primo centenario della morte 
di E. Kant, fu nominato, insieme col Prof. Caird di Oxford, unici fra 
gli stranieri, dottore onorario della Università di Kònigsberg. 

Crediamo di far cosa grata ai nostri lettori, riproducendo qui il 
testo del documento di nomina, il quale per noi italiani è. non solo 
argomento di compiacenza, ma anche, per le sue medesime singolarità, 
oggetto di curiosa attenzione. 

Quod Deus Optimus Maximus Felix Faustumque Esse Iubeat \ Auspiciis 
Sapìentissimis Fa, Felicissimis t \ Augustissimi Serenissimi Potentissimi Prin- 
cipis .!<• Dm, uni | Guìlelmi II \ Imperatioris Germanorum Borussiae 
Regis | Domini Nostri Longe Chmentissimi | Rectore Magnifico \ Lado- 
vico Teep \ Philosophiae Doctore Et Philologiae Professore Publico Ordi- 
nario | Ordinem Philosopftorum In Academia Albertina \ Immanuelis 



- 137 - 

Kant | Saeciilarem Memoriam Recoleniem Viro Illustrissimo \ Carolo 

Cantoni Senatori Regni Italici | Philosophiae In Universitate Ticinensi 
Professori In Italia Universa Propagatori Qui Disciplinae Kantianae 

Exstitit Inlerpres Subtilissimus | Existimator Integerrimu? Defensor Acer- 
riinas Amplificalo)- Ingerì iosissimus \ Dignitatem Lira Privilegia Doctoris Phi- 
losophiae | Honoris Causa | Cunctis Suff'ragiis Contulisse Ac Sollemui Hoc 
Diplomale Confirmasse Testar \ Otto Muegge \ Philosophiae Doctor Minera- 
logiae Et Geologiae Professor Publicus ordinarius Philosophorum ordinis H. T. 
Decanus \ In Academia Albertina D. XII M. Februarii A. MDCCCCIV. 

Notizie Varie. — Nel volume che la Società Numismatica Ita- 
liana pubblicò 1' anno passato come omaggio al Congresso interna- 
zionale di scienze storiche in Roma (Milano, Cogliati 1902), Vincenzo 
Dessi ha illustrato due tremissi d'oro recanti sul diritto busto a 
destra, davanti lettera T, e nel rovescio la figura alata di S. Michele. 
Le due monete furono trovate in una località denominata Tetti presso 
Tempio in Sardegna. Il Dessi opina che le due monete longobarde 
siano state battute a Pavia, l'ima al tempo di Astolfo, l'altra più 
tardi. 

Alcune pagine interessanti intorno alla monetazione longobarda, 
specialmente in rapporto col diritto pubblico, si leggono nel lavoro 
di Benno Hilliger intitolato Der Schelling des Volksrechfs und das 
Wergeld pubblicato nell' Historische Vierteljahrschrift, VI (1903). 

Si è pubblicato il III volume della Storia delV arte italiana # di 
A. Venturi (Milano Hoepli 1904). E dedicato allM?^e romanica, e oltre 
a vari accenni a monumenti pavesi nel testo, riproduce tra le figure: 
statua di vescovo ffig. 110), quattro capitelli di chiese romaniche pa- 
vesi (fig. 190-193) e i due frammenti di musaico di S. Pietro in Ciel 
d'Oro e di S. Maria del Popolo (fig. 396 e 397) : tutti cimeli esistenti 
nel Museo Civico di Pavia. Per una svista dell'Autore, i capitelli delle 
tre figure 190, 191 e 192 sono attribuiti alla Basilica di S. Michele 
Maggiore, laddove provengono, come tutti sanno, dalla demolita Ba- 
silica di S. Giovanni in Borgo. 

Tre lettere di Pio V (Grhislieri), estratte dalla Trivulziana, furono 
pubblicate lo scorso anno neWArch. stor. lomb., p. 361 seg., da quel 
solerte bibliotecario ing. Emilio Motta. Nuove notizie su quel pon- 
tefice e sopra un ramo pinerolese dei Grhislieri di Bosco ha pubbli- 

* 



- 138 — 

cato P. L. Bruzzone nei due articoli Federico GkUtlieri e / Qhlslieri 

davanti alla giustizia penale inseriti nella Rivista di Storia, Arte, .Ar- 
cheologia di Alessandria anno XII fase. IO e 11. Di Papa Pio V si oc- 
cupa anche il dott. Carlo dell'Acqua in un articolo in corso di pub- 
blicazione nel periodico milanese II Buon Cuore. 

Nella l il delle sue Briciole Storiche pubblicate a Como, Tip. Ca- 
valieri e Bazzi 1903, dal Dott. Santo Monti (Nullo), sotto il titolo : 
Il corpo di Gio : Galeazzo Visconti e quello della sua prima moglie 
Isabella d' Angiò (sic) alla Certosa di Pavia, l'A. ci dà alcune notizie 
nuove circa la cerimonia della traslazione del corpo d'Isabella di 
Valois dalla Chiesa di S. Francesco in Pavia alla Certosa, seguita il 
1. marzo 1510: notizie estratte da alcune scritture esistenti nell'Ar- 
chio di Stato in Milano. 

Sull'artista pavese Giovanni Antonio Amadeo e sugli studi re- 
centi illustranti la sua vita e le sue opere ha pubblicato un articolo 
riassuntivo L. Beltrami sul Marzocco di Firenze, n. 9 del 1903. 

Si sono pubblicati in Pavia i primi due fascicoli di una Rivista <ìi 
scienze storiche, organo della Società cattolica per gli studi scienti- 
fici, diretta dal Chiar. Prof. Sac. Rodolfo Majocchi. La nuova Rivista, 
che uscirà mensilmente, reca i seguenti articoli d'interesse pavese: 

M. Mariani, Vita Universitaria pavese nei secoli XIV e XV (ri- 
stampa del noto lavoro recante lo stesso titolo). 

R. Majocchi, Un diploma originale berengariano ora ritrovato. 

Id., Una lettera di S. Ignazio da Logola al Comune di Pavia. 

Dott. Diego Sant'Ambrogio, Una speciale raffigurazione iconografica 
di Madonna e la duchessa Caterina Visconti nella Certosa di Pavia e 
nel Duomo di Milano. 

Al giovane periodico, che ci fa sperare nuovi e preziosi contributi 
alla storia locale, diamo il benvenuto e facciamo i migliori auguri. 

Necrologio. — Siamo dolenti di annunziare la morte avvenuta 
nell' ultimo trimestre di due nostri soci. Sono il nob. Enrico Re, ex 
colonnello, residente a Milano, ma di cospicua famiglia pavese ; e il 
del Sac. Prof. D. Giuseppe Radlinsky canonico onorario della Catte- 
drale di Pavia, ex Vice-Rettore del Collegio Borromeo, uomo stimato. 
per bontà e dottrina. 



ATTI DELLA SOCIETÀ 



Verbale dell'adunanza generale ordinaria della Società Pavese di Storia Patria 

del 24 gennaio Ì904. 



A Pavia, nella sala dell' ex-teatro Anatomicodella R. Università, 
alle ore 14, si sono adunati, sotto la presidenza del Ch. Prof. G. 
Romano Presidente della Società, e in relazione all'invito circolare 
spedito a tutti i soci, i signori: Prof. Pietro Pavesi, Prof. M. Mariani, 
Sac. R. Majocchi, Ing. Luigi Sabbia, Ing. Gaetano Salvatore Manzi, 
prof. Filonilla Compagnoni, Prof. Elisa Provenzal, Prof. Evelina Men- 
ghini, Prof. G. Vidari, Dott. F. Salveraglio, Prof. T. Taramelli, Ettore 
Rota, Prof. P. Rasi, Prof. G. Niccolini, Ing. Urbano Pavesi. 

Non essendosi coi presenti raggiunto il numero richiesto dallo 
Statuto per la validità dell' adunanza, il Presidente differisce l' aper- 
tura della seduta, di seconda convocazione, alle ore 15, avvertendo 
che allora saranno valide le deliberazioni qualunque sia il numero 
dei presenti. 

Battute le ore 15, il Presidente dichiara aperta la seduta e prega 
il Segretario Prof. R. Majocchi di mettere a verbale i nomi dei soci 
sopraggiunti dopo il differimento. Sono i signori: Prof. Vitaliano 
Menghini in rappresentanza del R. Liceo Foscolo, Prof. Sala Conta- 
rmi, Conte A. Cavagna Sangiuliani, Carlo Marozzi, Ing. Alessandro 
Campari, Guido Gnocchi, Dott. Pietro Dagna, Dott. A. Morandotti in 
rappresentanza dell' On. Sindaco, Prof. F. Quintavalle, Avv. Carlo 
Belli, Prof. F. Ferrara, Prof. P. Bastari, Prof. G. Patroni, Prof. 
V. Bellio, Prof. V. Rossi, Prof. E. Gorra, Enrico Gerardo, Prof. Ram- 
poldi, Prof. G. Bariola, Prof. Natali, Avv. Ferdinando Albertario, 
Prof. Beccalli, Prof. S. De-Dominicis, Col. V. Mori. Risultano presenti 
40 soci. 

Il Presidente espone le condizioni morali della Società nel- 



— 140 - 

l'anno 1909, mostrando com'essa abbia oramai messo salde radici ed 
incontrato dovunque le maggiori simpatie Accenna alla parte presa 
dal Sodalizio nella difesa degPinteressi cittadini in relazione al patri- 
monio storico ed artistico, e specialmente nella questione del Ponte Ti- 
cino e nella proposta di una Sopraintendenza degli >Scavi in Lombardia; 
nonché a diversi problemi di cui la Società dovrebbe e potrebbe oc- 
cuparsi in avvenire, quali la questione della definitiva collocazione del 
Museo Civico di Storia Patria, ora in locali insufficienti, e quella del 
Castello Visconteo da rivendicarsi all'arte, quale edificio indicatissimo 
per la riunione dei Musei e Istituti artistici comunali. 

I Socii raggiungono ora il numero di 207; però il presidente di- 
chiara di non dar mojta importanza al numero di essi, ma piuttosto 
alla loro attività e collaborazione. Commemora i quattro soci defunti 
nel 1903. Passa a dire del Bollettino e della sua redazione, accen- 
nando ai più importanti lavori pubblicati nell'anno. Sebbene modesto 
nelle sue proporzioni e nelle sue pretese, il Bollettino incontrò il fa- 
vore del Congresso Internazionale di scienze storiche di Roma nel 1903, 
e il conto in cui è tenuto è dimostrato dalla frequente richiesta di 
cambii con altri periodici che ora s'elevano al numero di 50. 

Discorre in seguito de' miglioramenti che si potrebbero fare al 
Bollettino, per renderne più variati gli argomenti e più ricca la parte 
bibliografica. Dà notizia della trascrizione che il Prof. Majocchi sta 
facendo di due grossi volumi di documenti raccolti dal notaio Op- 
pizzoni di Tortona e delle pratiche corse colla Società Subalpina e 
colla Tortonese per la pubblicazione di essi. Quindi presenta la parte 
stampata del Codice Diplomatico dell'Università, accennando alle cure ■ 
che esso richiede e alle vicende tipografiche che ne hanno ritardato 
il compimento. Ha una parola per la conferenza da lui tenuta nel 
dicembre scorso, promettendo che altre se ne terranno nell' anno 
nuovo. E poiché è scaduto il triennio di suo governo della Società, 
ringrazia il Consiglio direttivo per l' efficace, opera prestatagli. 

Dopo "la sua esposizione il Presidente invita i Socii a fare le os- 
servazioni che fossero del caso ; ma, nessuno avendo chiesto di par- 
lare, prega il Prof. Mariani Economo-cassiere della Società a fare 
l'esposizióne del Rendiconto 1903. Il Rendiconto è approvato nelle 
sue risultanze di L. 3232.19 per l'attivo, e di L. 168L75 per il passivo, 
con mi residuo attivo di L. 1550.44 Nello stesso modo si approva 
all'unanimità il Bilancio di Previsione, che presenta un attivo di 
Li 3927.94 e utì passivo ài L. 2800 con una eccedenza attiva di 
L. II-J7.MI. 



- 141 - 

Dopo di che il Presidente invita i Socii a voler procedere all' ele- 
zione delle cariche, nominando scrutatori i Prof. Sala Contarmi e 
Quintavalle. Si raccolgono le schede che danno il numero di 40. 
Dallo spoglio fatto dagli scrutatori risulta che a Presidente è eletto 
il Prof. Giacinto Romano con voti 39 : a Vice Presidenti il Conte 
A. Cavagna Sangiuliani con voti 38 e il Prof. P. Pavesi con voti 36; 
a Consigliere il Prof. Brillio con voti 39 ; a Bibliotecario il Dott. 
P. Saiveraglio con voti 39. Il Presidente li proclama eletti. Dopo di 
che la seduta è sciolta. 

Il Presidente 
G. ROMANO 

II Segretario 
R. Majocchi. 



ELENCO DEI SOCI 



CONSIGLIO DI PRESIDENZA 

Presidente : Romano Dott. Giacinto Prof. Ord. di Storia moderna nella 

R. Univ. di Pavia. 
Vice Presidenti: Cavagna Sangiuliani Conte Comm. Antonio — Pavesi 

G. Uff. Pietro, Prof, nella R. Univ. di Pavia. 
Consiglieri : Bellio Cav. Vittore Prof, nella R. Univ. di Pavia. 
» Rossi Dott. Vittorio » n » 

n Schiappoli Dott. Domenico Prof, nella R. Univ. di Pavia. 

ìi Campari Cav. Ing. Alessandro — Pavia. 

» Pavesi Ing. Urbano — Pavia. 

Segretario : Majocchi Sac. Rodolfo — Pavia 
Vice Segretario: Quinta valle Dott. Ferruccio, Prof, nel R. Liceo di 

Pavia. 
Bibliotecario: Salveraglio Dott. Filippo, Bibliotecario della R. Univ. 

di Pavia. 
Economo- Cassiere ; Mariani Cav. Uff. Mariano, Prof, nella R. Univ. 
di Pavia. 

Agabiti Prof. Cav. Ferdinando — Pavia. 
Albanese Prof. Manfredi della R. Univ. di Pavia. 
Ai.bertario Cav. Avv. Ferdinando, Presidente della Deputazione Pro- 
vinciale di Pavia. 
Ancona Dott. Margherita — R. Ginnasio Beccaria in Milano. 
Arbasino Prof. Eligio, Preside del R. Liceo-Ginnasio di Voghera. 
Aschieri Prof. Cav. Ferdinando, della R. Univ. di Pavia. 
Associazione degli Impiegati Civili — Pavia. 
Attendolo Bolognini Conte Ercole — Pavia. 

Bariola Dott. Giulio, Ispettore nella R. Galleria Estense — Modena. 
Baratta Dott. Mario - Voghera. 
Baserga Prof. Umilio — Lemna (Lago di Como). 
Bastari Prof. Pietro, del R. Ginnasio di Pavia. 
Bazzetta Nino — Domodossola. 



— 143 — 

Bernucci Nob. Dott. Carlo, Direttore della segreteria universitaria 
di Pavia. 

Beccalli Prof. Camillo, del R. Liceo di Pavia. 

Belli Coirmi. Avv. Carlo — Pavia. 

Ben ini Prof. Rodolfo, della R. Univ. di Pavia. 

Buretta Avv. Paride — Pavia. 

Bersonzoli Dott. Gaspare, Vice-direttore del Manicomio Provinciale 
di Voghera. 

Bertolasio Sac. D. Salvatore, Prevosto della R. Basilica di S. Mi- 
chele — Pavia. 

Bianchi Dott. Adelaide, della R. Scuola Normale di Teramo. 

Biblioteca della R. Università di Pavia. 

Biblioteca Nazionale di S. Marco — Venezia. 

Bilioteca Civica di Novara. 

Boffalossi Sac. Don Angelo, Rettore dell'Orfanotrofio Maschile di 
Pavia. 

Boni Sac. Dott. Giuseppe, Canonico della Cattedrale di Pavia. 

Bonomi Cav. Uff. Prof. Celso, Preside del R. Istituto Tecnico A. Bor- 
doni di Pavia. 

Borgognoni Romeo, Pittore — Pavia. 

Bozzi Dott. Avv. Italo — Pavia. 

Brugnatelli Prof. Luigi, della R. Università di Pavia. 

Bucchia Comm. Augusto, Maggior Generale a riposo — Verona. 

Bustico Dott. Guido, della R. Scuola tecnica di Salò. 

Butti Dott. Attilio, Prof, nel R. Liceo Beccaria di Milano. 

Cairoli S. E. Contessa Sizzo Elena — Roma. 

Calcagni Antonio — Pavia. 

Campagnoli Dott. Alessandrina, della R. Scuola Tecnica di Pavia. 

Cantoni Prof. Comm. Carlo, Senatore del Regno — Pavia. 

Capasso Prof. Carlo, del R. Liceo di Maddaloni. 

Capocasale Dott. Domenico, del R. Ginnasio di Monteleone Calabria. 

Capsoni Rag. Camillo, Presidente della P. Casa d' Industria — Pavia. 

Carabellese Prof. Francesco, della R. Scuola Superiore di Commercio 
di Bari. 

Carena Conte Gian Giuseppe — Milano. 

Carotti Dott. Giulio, Segretario della R. Accademia di B. A. - 
Milano. 

Ciapessoni Piero — Bellagio. 

Civardi Sac. Don Antonio, Canonico della Cattedrale di Bobbio. 



- 144 — 

Civoli Cav. Prof. Cesare, della R. Università di Pavia. 

Codara Prof. Antonio, del R. Liceo di Bergamo. 

Colombo Prof. Alessandro, del R. Ginnasio di Grosseto. 

Comune di Pavia. 

Corbellini Prof. Alberto, del R. Ginnasio di Pavia. 

Cornalba Mons. D. Leopoldo, Prevosto dei SS. Primo e Felieiano — 
Pavia. 

Cortellini Prof. Nereo, del R. Ginnasio di Parma. 

Compagnoni Prof. Filonilla, della R. Scuola Normale di Pavia. 

Costanzi Prof. Vincenzo, della R. Univ. di Pisa. 

Croce Prof. Benedetto — Napoli. 

Dapelli Avv. Cav. Giuseppe, Segretario del R. Collegio " Ghislieri — 
Pavia. 

Damiani Avv. Andrea — Brescia. 

Dagna Dott. Pietro, R. Subeconomo — ■ Pavia. 

Dal Verme Conte Generale Luchino, Deputato al Parlamento — Roma. 

Danione Comm. Tito Generale d'Artiglieria — Roma. 

Danioni Cav. Prof. Emilio — Pavia. 

De Dominicis Cav. Prof. Saverio, "della R. Univ. di Pavia. 

Della Croce Avv. Ambrogio, Deputato Provinciale — Vigevano. 

De-Magistris Nob. Maria Letizia Ved. Franzini — Pavia. 

De-Marchi Prof. Cav. Luigi della R. Università di Padova. 

De-Silvestri Avv. Ludovico — Pavia. 

De-Grislanzoni Barone Ernesto , Consigliere Provinciale — Mon- 
tebello. 

Devoto Prof. Luigi, della R. Univ. di Pavia. 

Drovanti Sac. Don Luigi — Vignarello (Vigevano). 

Faggi Prof. Adolfo, della R. Univ. di Pavia. 

Fava Prof. Francesco, del R. Ginnasio di Reggio Calabria. 

Ferrara Prof. Giovanni, del R. Ginnasio di Pavia. 

Ferrari Comm. Avv. Carlo, Prefetto della Provincia di Pavia. 

Fichi Mons. Can. Dott. Carlo, Provicario della diocesi di Pavia. 

Filomusi-Guei.fi Prof. Gioele, della R. Univ. di Pavia. 

Fiocchi Dott. Pietro, Segretario del R. Economato dei B. V. di Lom- 
bardia — Milano. 

Fiocchini Doti. Lino — Corteolona. 

PORMENTI Prof. Carlo, della R. Univ. di Pavia. 

Fossati Prof. Cav. Ercole — Pavia. 

Franchi Avv. Giacomo, Segretario Generale della Congregazione di 
( 'arità — Pavia. 



- Ì45 — 

Friso Prof. Cav. Luigi, Rettore del R. Collegio Ghislieri — Pavia. 

Gadaleta Prof. Antonio del R,, Ginnasio di Teramo. 

Galletti Prof. Alfredo, del R. Liceo di Voghera. 

Galli Prof. Ettore, del R. Liceo di Cremona. 

Callotti Ambrogio, Medico chirurgo — Gambara (Brescia). 

Ganassini Ing. Gaetano — Milano. 

Gandolfi Alessandro Ferruccio , Cancelliere del R. Tribunale di 
Pavia. 

Gerardo Enrico, Industriale — Pavia. 

Ghism Rag. Dionigi, Industriale — Pavia. 

Ghia Sac. Prof. Pietro, Coadiut. titol. al Carmine — Pavia. 

(ìi [metti Cav. Dott Carlo, R. Ispettore degli scavi e monumenti — ■ 
Casteggio. 

ÈrlULiETTi Dott. Davide, Presidente della Congregazione di Carità — 
Pavia. 

Gnocchi Guido, Commerciante — Pavia. 

Golgi Comm. Prof. Camillo, Senatore del Regno, Rettore della R. Uni- 
versità di Pavia. 

Gorra Prof. Egidio, della R. Univ. di Pavia. 

Griffini Ing. Cav. Angelo — Pavia. 

Griggi Ing. Francesco — Pavia. 

Griziotti Avv. Antonio — Pavia. 

Guarneri Cav. Aristide, Industriale — Pavia. 

Guarnerio Prof. Pio Enea, della R. Univ. di Pavia. 

Hoepli Comm. Ulrico, Editore — Milano. 

«imbardi Marchese Luigi — Milano. 

Labate Prof. Valentino, del R. Liceo di Messina. 

Lanzoni Ing. Angelo, Presidente della Camera di Commercio — 
Pavia. 

Legé Sac. Don Vincenzo, Canonico della Cattedrale di Tortona. 

Liceo Foscolo di Pavia. 

Locati Prof. Sebastiano Giuseppe della R. Univ. di Pavia. 

Long > Prof. Carlo, della R. Univ. di Pavia. 

Lorini Comm. Prof. Eteocle, della R. Univ. di Pavia. 

Maffi S. E. Mons. Dott. Pietro, Arcivescovo Primate di Pisa, i 

Mauìcchi Colonn. Achille — Torre d'Isola. 

Manfredi Prof. Silio, del Ginnasio di Monza. 

Mantovani Prof. Giuseppe — Pavia. 

Manzi Gaetano Salvatore, Ingegnere — Pavia. 



— 146 - 

Marcacci Prof. Arturo, della R. Università di Pavia. 

Mariani Mons. Don Francesco, Prevosto di S. M. del Carmine — 

Pavia. 
Marozzi Carlo — Milano. 

Martinazzi Comm. Giovanni, Maggior Generale a riposo — Pavia. 
Martinelli Prof. Ulrico, del R. Ginnasio di Sondrio. 
Massazza Cesare — Pavia. 
Meani Prof. Filippo, del Ginnasio di Lodi. 
Menghini Dott. Evelina — Pavia. 

Meriggi Ing. Prof. Luigi, del R. Istituto Tecnico di Pavia. 
Meriggi Notaio Aureliano — Pavia. 
Meyek Prof. Alfred > Gottholu — Berlino. 
Minguzzi Prof. Livio, della R. Università di Pavia. 
Montemartini Prof. Giovanni, Direttore dell'Ufficio del Lavoro — 

Roma. 
Monti Prof. Achille, della R. Univ. di Pavia. 
Monti Nola. Avv. Enrico — Pavia. 

Monterisi Prof. Donato, della R. Scuola Tecnica di Bari. 
Morandotti Notaio Tito — Pavia. 
Mori Cav. Colonn. Valerio — Pavia. 
Museo Civico di Storia Patria — Pavia. 
Muzio Pietrq, Maestro — Pavia. 

Nascimbene Dott. Teresa, dell'Istituto Roncalli — Vigevano. 
Natali Prof. Guido, del R. Istituto Tecnico — ■ Pavia. 
Nicgolini Prof. Giovanni, della R. Univ. di Pavia. 
Oppizzi Avv. Bassano — Pavia. 

Orlandi Avv. Camillo, Conservatore dell'Archivio Notarile di Pavia. 
Orlandi Avv. Luigi — Pavia. 
Parona Cav. Dott. Giovanni, Notaio — Pavia. 
Patroni Prof. Giovanni, della R. Univ. di Pavia. 
Pellegrini Antonio — Pavia. 
Pellegrini Ing. Pino — Pavia. 
Peroni Prof. Baldo, del B.. Ginnasio di Sondrio. 
Pietra Cpmm. Ing. Pio, Presidente del P. I. Sordo Muti — Pavia. 
Pisani Dossi Nob. Comm. Alberto, Ministro Plenipotenziario a riposo 

— Ponte Chiasso. 
Ponte Prof. Giuseppe — Pieve del Cairo. 
Porro Alberto, Capitano nel 9" Artiglieria— Pavia. 
Pozzi Cav. Ing. Lauro — Milano. 






- 11? - 

Prato Prof. Filippo, del R. Liceo Beccaria — Milano. 

Puavedoni Cau. Prof. Giovanni, Rettore del Collegio S. Agostino — 

Pavia. 
Predieri Prof. Dott. Alessandro, dell'Università di Pavia. 
Predieri Avv. Enrico — Pavia. 

Provenza l Prof. Elisa, della R. Scuola Normale di Pavia. 
Qi'ikici Cav. Quirino, Sindaco di Pavia. 
Radice Avv. Gerolamo — • Milano. 

E \>i polpi Prof. Roberto, Deputato al Parlamento — Pavia. 
Rasi Cav. Prof. Pietro, della R. Univ. di Pavia. 

Re Nob. Carlo, Consigliere Delegato della R. Prefettura di Avelino. 
Reda eli. i Prof. Angelo, del R. Ginnasio di Lugo. 
Ricci Prof. Serafino, Addetto al Museo Kirkeriano di Roma. 
Ricci Prof. Carlo, del R. Ginnasio di Viterbo. 
Rili.osi Prof. Attilio, del R. Ginnasio di Mortara. 
Rodolfi Sac. Prof. Ferdinando, del Seminario di Pavia. 
Rossi Case Prof. Luigi, del R. Liceo di Vigevano. 
Rossi Prof. Giovanni, della Scuola Tecnica di Stradella. 
Rossr Giovanni — Pavia. 
Rota Ettore, Collegio Ghislieri, Pavia. 
Sabbia Luigi, Ingegnere — Pavia. 
Sacchetti Prof. Armida, della R. Scuola Normale di S. Pietro al Na- 

tisone. 
Saglio Cav. Ing. Pietro — Broni. 

Sala Contarini Prof. Giuseppe, del R. Ginnasio di Pavia. 
Salvemini Prof. Gaetano, della R. Univ. di Messina. 
Sanna Prof. Giovanna, della R. Scuola Normale Maschile di Napoli. 
Sartirana Nob. Comm. Galeazzo, Maggior Generale di Cavalleria — 

Udine. 
Sassi Cav. Uff. Edoardi), Ing. Capo del Genio Civile — Pavia. 
Sara Prof. Carlo, Direttore della Civica Scuola di Pittura — Pavia. 
Savoi.di Prof. Ardi. Angelo, Ispettore degli scavi e monumenti per 

la Provincia di Pavia — Milano. 
Scaglioni Dott. Luigi, Medico Comunale — Pavia. 
Scuri Cav. Prof. Ernesto, Direttore del P. I. Sordo Muti — Napoli. 
Sea.ssa.ro Ing. Gio. Batt., Direttore della Società Ital. del Gaz — 

Pavia. 
Sol. erio Sac. Gu ìlie'.mo, Coadiut. Tit. al Carmine — Pavia. 
Spalla Dott. chimico Luigi — Pavia. 



148 — 



Spkirani Prof. Carlo, del Ginnasio di Varallo Sesia. 

Spizzi Avv. Giovanni, Sindaco di Mariano — Castel Lambro. 

Squadrelli Avv. Angelo — Milano. 

Scardi Dott. Carlo — Iesi. 

Supino Prof. Camillo, della R. Univ. di Pavia. 

Taramki.li Cav. Uff. Torquato, Prof, nella R. Univ. di Pavia. 

Tolio Prof. Silvio, della Scuola Tecnica di Pavia. 

Venco Avv. Cav. Giovanni, Deputato Provinciale — Pavia. 

Vidari Prof. Giovanni, della R. Univ. di Pavia. 

Vico Dott. Francesco, Notaio — Pavia. 

Villa Prof. Guido, del R. Liceo T. Tasso — Roma. 

Volta Nob. Cav. Avv. Zanino, Segretario della R. Univ. di Pavia. 

Zambelli Ing. Spirito — Corteolona. 



PERIODICI CHE PERVENGONO IN CAMBIO ALLA SOCIETÀ . 



Analecta Bollandiana — Bruxelles. 
Annales de Bretagne — Rennes. 

Archivio Storico Italiano — Firenze. 

Archivio Storico Lombardo — Milano. 

Archivio Storico Messinese — Messina. 

Archivio Storico per la Città e Comuni del Circondario di Lodi — Lodi. 

Archivio Storico per le Provincie Napoletane — Napoli. 

Archivio Storico Siciliano — Palermo. 

Archivio della Società Romana di Storia Patria — Roma. 

Atti dell'Ateneo dì Bergamo — Bergamo. 

Atti della R. Accademia delle Scienze — Torino. 

Atti della Società Ligure dì Storia Patria — Genova. 

Atti della R. Accademia di Scienze Lettere ed Arti di Lucca — Lucca. 

Atti della R. Accademia Peloritana — Messina. 

Atti della I. R. Accademia di Scienze Lettere ed Arti degli Agiati — Rovereto. 

Atti e Memorie della R. Deputazione di Storia Patria — Modena. 

Atti della R. Deputazione di Storia Patria per le Romagne — Bologna. 

Bollettino Storico della Svizzera Italiana — Bellinzona. 

Bollettino Storico Bibliografico Subalpino — Torino. 

Bollettino della R. Deputazione di Storia Patria per V Umbria — Perugia. 

Bulletin de la Socièté Scientifique et Littéraire des Basses Alpes — Digne. 

Bidletin de la Socièté d' Etudes des Hautes Alpes — Gap. 

Ballettino dell' Istituto storico Italiano — Roma. 

Ballettino della Comoiissione Archeologica Comunale di Roma — Roma. 

Bullettino Senese di Storia Patria — Siena. 

Commissione Provinciale di Archeologia e di Storia — Bari. 

Compte-Rendu des Séances de la Commissioni Rogale d' Histoire — Bruxelles. 

Commentarti dell'Ateneo di Brescia — Brescia. 

Giornale Araldico Genealogico Diplomatico — Bari. 

Giornale Storico e Letterario della Liguria — Genova. 

Jahrbuch far Schweizerische Gcschichte — Berna. 

Mémoires et Documents publiés par la Socièté Savoisienne d' Histoire et d' Ar- 
cheologie — Chambéry. 

Periodico della Società Storica Comense — Como. 

Quellen und Forschungen aus italienischen Archìven und Bibliotheken he- 
rausgegeben von K. Preussichen Historischen Institut in Rom. — Roma. 



- 150 — 

Rassegna Pugliese di Scienze Lettere ed Arti — Tram -Bari. 

Rendiconti della R. Accademia dei Lincei — Roma. 

Rendiconti del R. Istituto Lombardo di Scienze Lettere ed Arti — Milano. 

Repué d'Histoire Ecclésiastique — Louvain (Belgio). 

Rivista Storica Italiana — Torino. 

Rivista Ligure di Scienze Lettere ed Arti — Genova. 

Rivista di Storia Antica — Padova. 

Rivista Abbruszese di Scienze Lettere ed Arti — Teramo. 

Rivista di Storia Arte Archeologia della Provincia di Alessandria — Alessandria 

Rivista Storica Calabrese — Reggio Calabria. 

Rivista Storica Salentina — Lecce. 

Rivista di Scienze Storiche — Pavia. 

Studi e Documenti di Storia e Diritto — Roma. 

Studi Sassaresi — Sassari. 

Studi Storici — Pisa. 

Vierteliahrschrift fùr Social — und Wirlschaftsgeschichte — Lipsia. 



Prof. GIACINTO ROMANO Direttore Responsàbile. 



Pavia, Prem. Tip, Succ. Frat. Fusi. -- Largo di Via Roma, 7. 



9 4 5,:- i 

Solb |y 

4 £ 



DELL'ARTE METRICA 01 MAGNO FELICE ENN0DI0 

VESCOVO DI PAVIA 

(Parte II : Metro eroico e lirico). 



A) Metro eroico. 

Nella I parte del lavoro siili' arte metrica di S. Ennodio, parte 
ristretta soltanto alle poesie in metro elegiaco 1 ), notavo, verso la 

') Bollettino della Società Pavese di Storia Patria, anno li, 1902, fase. 1 eli, 
p. 87 sgg.: efr. anche, come complemento di questa prima parte del lavoro, 
paggio di alcune particolarità nei distici di S. Ennodio [in Rendiconti del 
R. Ist. Lomb. di Scienze e Lett. Serie li, voi. XXXV, 1902, p. 335 sgg.). A 
questi due lavori mi riferisco ora di volta in volta anche per la bibliografia. 
Ennodio é trascurato affatto dai principali scrittori di metrica, come, per es. , 
da Luciano Miiller, eziandio nella seconda edizione del suo capitale lavoro De re 
metrica poetarum Latinorum ecc. Petrop. et Lips. 1S94. Colgo ora l'occasione 
di ringraziare la critica italiana e straniera per le benevoli parole con le quali 
accolse questi due miei lavori. Mi si permetta poi di riferire qui, non per una vana 
compiacenza, ma a conforto delle mie fatiche e a spiegazione e giustificazione del 
metodo allora ed ora pure seguito, i giudizi di due filologi dottissimi e veramente 
uezQixonaroi, Giovanni Tolkiehn e Isidoro Hilberg : il primo cosi conchiude la 
sua recensione nella Berliner Philolog. Woch. (XXII, 52, col. ltìll sgg.): « Beide 
Ibhandluugeii zeugen von eingehenden Studien des Verfassers und lassen ini ein- 
zelnen dio pnnlichste Sorgfalt und Genauigkeit erkennen, sodass sieeinen nutzlichen 
Beitrag zìi.- Geschichte der lateinischen Metrik sowie zur Charakteristik des Eniio- 
dius nach der formalen Seite hui bieten ». E Isidoro Hilberg, più addentrandosi nella 
questione del metodo, scrive nella sua minuta recensione queste non insulse 
parole contro coloro che a torto accusano siffatti studi di micrologia {Woch. 
f nr Mass. Phil. XIX, 35, col. 949): « Es giebt min freilich sehr angesehene 
Fachgenossen, wehhe die Statistiker unter den Philologen nur als eiue Art 
Statisten gelten lassen wollen, gut genug, uni ihnen als Folie zu dienen, wenn 



- 154 - 

chiusa di essa, che quanto alla seconda parte riguardante la co- 
struzione metrica degli altri suoi componimenti sia in metro 
eroico (esametri) sia in metro più propriamente Lirico, la 
via era già spianata, almeno per quello che si riferiva agli 
metri, dalla prima parte del lavoro stesso, e che rispetto agli 
altri metri trattavasi di componimenti non molto lunghi e scarsi 
di numero (p. 140). 

Seguendo ora, per uniformità e brevità di trattazione, lo stesso 
metodo e omettendo le considerazioni d'indole generale e la bi- 
bliografia, pei' cui rimando alla P. I. comincerò dagli e s a ni.e t r i 
Knrà oii%ov (i quali, come già avvertii, non si differenziano so- 
stanzialmente dagli esametri usati nel distico: cfr. P. I, p. 103 
e anche p. 00), notandone le particolarità sia dei piedi conside- 
rati in sé stessi sia nella loro unione a formare il verso intiero ') ; 
da questo esame risulteranno chiare le reciproche analogie e dif- 
ferenze (quali e in che grado vi saranno) fra i due generi di 
esametri neh' usus dicendi di Ennodio. 

Le poesie di Ennodio in esametro eroi e o , sia stanti 
a sé sia come parti integranti di componimenti polimetri, sono in 
tutto 43 con un totale di versi 506, e la loro lunghezza oscilla 
fra un massimo di 170 versi e un minimo di 1 verso solo 2 ). 

sie selbst voi - dem fassuugslos lauschendeu Publikum in grossen Rollen agiren. 
Die Statistiker konnen. sich trósten. Ihre ' geistlosen " Feststellungen des That- 
bestandes tragen in sich die Gewahr der Dauer, wabrend die funkelnden uiid 
schillernden Hypothesen so manches geistreichen philologischen Histrionen gar 
bald hinweggeweht werden. Auch diesen Mirnen flieht die Nachwelt keine Kranze ». 
E mostrano pure di approvare il metodo e apprezzarne i risultati, fra altri, Il 
llamorino in Atene e Roma (V, 45, col. 701), il Giambelli in Bollett. di Filai. 
Class. (IX, 3. p. 54 sgg.), il Lejay in Revue Critìqueecc' (XXXVII, n. 31, p. 100). 

') Con termini già correnti chiamansi queste ricerche « osteologia e sindesmo- 
logia » dei versi: una parola nuova, assai espressiva, usa G. Eskuche: « Vers- 
anatomie » a pag. 80 della Einleitung di L. Friedlander all' ediz. delle Satire 
di Giovenale (Leipz. 1895), al capitolo III « Juvenals Versbau » (l' Eskuche si 
attiene in ciò allo stesso" metodo seguito dal suo maestro Th. Birt in « Martials 
Versb*] », che fa parte della Introduzione di L. Friedlander agli epigrammi 
di Marziale [Leipz. 1886], pagg. 30 s$g.). 

') Seguo anche in questa seconda [tarlo del lavoro l'edizione dal Har.tel, non 



— loo — 

§ I. Ora quanto alla proporzione fra dattili e spondei ') 
e fra cominci a menti dattilici e s p o n d a i e i (cfr. 
P. I, p. 91 sgg.), ecco i numeri da me trovati negli esametri 
eroici di Ennodioj 

Spondei 1 131 : Dattili 893 (totale piedi 2024), e quindi 
spondei e dattili stanno fra loro nel rapporto di circa 127 : 100, 
ossia in piedi 2024 gli spondei rappresentano circa il 56 °| , i 
dattili circa il 44 % ; si noti poi, che pur superando il numero 
degli spondei di circa l j 5 il numero dei dattili, tuttavia i comin- 
ciamenti dattilici in confronto degli s p o n d a i e i sono più 
numerosi : ciò che è, come già avvertimmo pei distici (P. I, p. 92 
sgg.), in istretta connessione con quel fine senso dell'arte dei poeti 
dattilici romani di far apparire, più che fosse possibile, dattilico il 
verso, dichiarandone subito il carattere fondamentale fin dal 
principio 2 ). Infatti su versi 506 i cominciamenti dattilici essendo 

quella del Vogel (vedi le ragioni di questa preferenza in P. I, p. 89; cfr. p. 87, n. 1). 
Indico qui tutte le poesie in esametri col numero dei loro versi espresso in ordine 
decrescente: di versi 170 una (I, 9); di versi 70 u n a (I, 4 : è un polimetro 
esametri dal v. 53 al v. 122); di versi 52 una (I, 5); di versi 13 tre (II, 9 
24; 128); di versi 12 due (1,7: è un polimetro [esametri dal v. 33 al v. 44] 
II, 44); di versi 10 due (li, 95; 150); di versi 8 cinque (II, 8; 90; 97 
103; 147); di versi 7 tre (II, 23; 50; 100); di versi 6 due (II, 98; 101); d 
versi 5 due (II, 25; 75); di versi 4 una (II, 106); di versi 3 sette (11, 31 
46; 51; 52; 96; 123; 127 a e &)■ di versi 2 dieci (II, 26; 27; 30; 49; 54 
55; 57; 58; 59; 108); di versi 1 tre (II, 89; 92; 93). — Alle due edizioni so 
pra menzionate aggiungiamo qui in nota, avendo occasione, nel corso del lavoro 
di riferirvici ben di sovente, V indicazione delle due più antiche edizioni di 
Ennodio dopo V editto princeps di Basilea (— b, del 1569), pubblicate, nel mede- 
simo anno (1611), da due benemeriti studiosi del Vescovo pavese, lo Schott e 
il Sirinond. (quella dello Schott è di poco anteriore all'edizione del Sirmond): 
Beati Ennodii Ticinensis Episcopi opera... illustrata, opera Andr. Schotli ecc. 
Tornaci, jMDCXI, e Magni Felicìs Ennodii Episcopi Ticinensis opera Jacob. 
Sirmondus ecc. illustravit. Parisiis, MDCXI. 

') Naturalmante, quanto ai piedi nell'esametro, si deve tener conto, in que- 
sto computo, dei quattro primi solamente, e ciò per l'ovvia ragione espo- 
sta P. I, p. 93, n. 1. Quindi, essendo i versi 506, si computeranno soltanto 
piedi 2024 (cioè 506 X 4). 

2 ) Di far questo non sentiva bisogno il poeta dattilico greco, la cui lingua 



— 156 — 

354 o gli spondaici 152, essi stanno fra loro nella proporzione di 
circa 233 : 100, ossia i cominciamomi datti] i e i rappresentano 
circa il 70 % , gli spondaici circa il 30 % Ora, paragonando 
queste cifre con quelle ottenute per gli esametri del distico, si vede 
che esse combaciano q nasi esattamente; infatti ivi gli spondei 
rappresentano ir 58 °/ , i dattili il 42 °/ ( i\ I. p. 93, n. 1 ), e còsi i co- 
minciamenti dattilici e spondaici rispettivamente il 07 °; e il 
33 °/ (P. I, p. 93, n. 2): se negli esametri eroici il numero dei 
dattili ha una leggera preponderanza sul rispettivo numero dei 
dattili negli esametri de] distico, ciò è forse in relazione col 
fatto che un maggior numero di dattili è necessario pel penta- 
metro, che è per legge metrica doppiamente dattilico nel 
secondo emistichio ; viceversa, se negli esametri del distico i co- 
minciamenti dattilici sono in piccola misura inferiori di numero 
ai coininciamenti dattilici degli esametri eroici, ciò è forse in 
armonia con la natura stessa della strofa elegiaca, la quale es- 
sendo necessariamente dattilica nella seconda metà del 
pentametro, cioè alla fi n e del periodo metrico, meno 
richiedeva la nota dattilica al principio dello stesso. 

§ II. Quanto alle sedici forme {ox^axa) dell'esametro 
nei primi quattro piedi (cfr. P. I, p. 95 sgg.), ecco la loro fre- 
quenza in ordine decrescente l ) : 



era già di per sé stessa abbastanza dattilica : non fa meraviglia quindi, che Omero, 
per es., ami così spesso il cominciamento spondaico del verso. Del resto cfr. il 
recente lavoro di J. La Roche, Ber Hexameter bei Vergil (in Wiener Studien, 
19l)1, p. 121 sgg.), dove egli dimostra, come « der vergilianische Vers in den 
wichtigsten Punkten das gerade Gegentheil von dei» homerischen ist » (p. 121). 
') Con d e con s sono indicati rispettivamente i dattili e gli spondei nelle 
prime quattro sedi dell" esametro, dove sono ammessi promiscuamente dattili e 
spondei: versi OJiovÒ£ià'C,ovxeg, di cui non havvi esempio negli esametri dei di- 
stici di Ennodio (cfr. 1'. I. p. 95, „. 1), ricorrono due volte, in nomi propri (1,9, 
117; 119), nei suoi esametri eroici: di che a suo luogo. 



Forma 



I 


dsss 


li 


ddss 


III 


dsds 


IV 


sdss 


V 


ddds 


VI 


ssss. . 


VII 


sdds . 


Vili 


dsdd . 


IX 


dssd ■ 


X 


dddd : 


XI 


sdsd : 


XII 


ssds : 


XIII 


ddsd .- 


XIV 


SSSd : 


XV 


sddd : 


XVI 


ssdd : 



157 



Esempio 

• Talibus arsissent dictis et viscera ponti . . . 
: Perdidimus, genetrix, virtutis praemia nostri . . . 
Surge, age, et obstantem properanter discute sommila 

Suspiret cupiat discurrat ferveat oret .... 

Maximus ecce, vides, generis spes unica suninii . 

Et naturalem concludens veste decorem . . . 

Et si quid teneros potuit transducere niores . . 

Huius ad abstrusas veniat mea lampada fìbras 

Quique polos vicit soli mihi cedere iussus . . . 

Sed teneram leviore ferit puer ille sagitta . . . 

Tunc sic adloquitur matrem fluitantibus armis 

Seivavit raptum pelagus tunc littore tectum . . 

Fondere voce sono sensu probitate pudore . . . 

Quae portant niortes praestant mihi (lamina soinnos 

Praelegit bene cauta sinus, ubi serviat Auster. . 
Sis felix semperque feras mea ninnerà tectum . 



Frequenza 



103 


volte 


77 


» 


75 


» 


44 


» 


34 


» 


27 


» 


26 


» 


2! 


» 


17 


» 


14 


» 


13 ') 


» 


13 ') 


» 


13 ') 


» 


11 


» 


10 


» 


8 


» 



506 



Anche da questa tavola risulta chiara la corrispondenza for- 
male fra gli esametri eroici e quelli del distico in Ennodio : in- 
fatti le forme dell' esametro, che, come negli elegiaci principi, 
così in Ennodio ricorrono più frequenti o meno fre- 
quenti nei suoi distici, cioè, da una parte, le forme dsss, ddss, 
dsds, e, dall' altra, le forme sssd, sddd, ssdd, occupano anche 
negli esametri eroici di lui rispettivamente le une il 1°, il II , il 
HI posto, le altre il XIV . il XV , il XVI (cfr. P. I, p. 96 sgg.) ; 
trovano poi quasi perfetto riscontro anche gli altri schemi metrici, 
sui quali non mette conto d'insistere a lungo : piuttosto aggiun- 
gerò, per le conclusioni che se ne volessero ricavare a colpo 
d* occhio, uno specchietto, in cui sono paragonati fra loro gli 
schemi metrici degli esametri del distico (cifr. P. I, p. 98) con 
quelli degli esametri eroici quanto alla loro frequenza : 



') Alle forme sdsd, ssds, ddsd, che ricorrono un egual numero di volte, 
fu assegnato, a ciascuna, un numero progressivo per ragioni di perspicuità e per 
mantenere la corrispondenza con i sedici schemi dell'esametro. 



- 158 



I* forma negli 


esani 


del 


dist. 


: dss$ = I* 


negli 


esani. 


eroici 


103 


volte 


II' 


» » 


» 


» 


» 


ddss — II* 


» 


» 


» 


77 


» 


III* 


» » 


» 


» 


» 


dsds = 111* 


> 


» 


* 


75 


» 


IV 


» » 


» 


» 


» 


8888 ZZZ VI" 


» 


» 


» 


27 


> 


V* 


» » 


» 


» 


» 


sdss — IV* 


» 


» 


» 


44 


> 


VI* 


» » 


» 


» 


» 


ddds — V* 


» 


» 


> 


34 


» 


VII* 


» » 


» 


» 


» 


sdds — VII* 


» 


» 


» 


26 


» 


Vili* 


» » 


» 


» 


» 


dssd = IX* 


» 


» 


» 


17 


» 


IX* 


» » 


» 


» 


» 


ddsd = XIII" 


» 


» 


» 


13 


» 


X* 


» » 


» 


» 


» 


dsdd = Vili* 


» 


» 


» 


21 


» 


XI* 


» » 


» 


» 


» 


sdsd — XI* 


» 


» 


» 


13 


» 


XII* 


» » 


» 


» 


» 


ssds — XII* 


» 


» 


» 


13 


> 


XIII* 


» » 


» 


» 


» 


dddd = X» 


» 


» 


» 


14 


» 


XIV* 


» » 


» 


» 


» 


sssd -z XIV* 


» 


» 


» 


11 


» 


XV» 


» » 


» 


» 


» 


sddd = XV* 


» 


» 


» 


10 


» 


XVI* 


» ' » 


» 


» 


» 


ssdd = XVI" 


» 


» 


» 


8 


> 
















Somma : 


506 





Come si vede, la corrispondenza risulta piena fra le forme 
I a , IP, 111% VIP 1 , XI a , XII a , XIV a , XV a , XVI a , e quasi piena fra 
le altre : una notevole eccezione parrebbero presentare le forme 
ddsd e dddd, che occupano rispettivamente il nono e il tre- 
dicesimo posto negli esametri del distico, mentre negli esa- 
metri eroici si trovano, la prima al tredicesimo, la seconda 
al decimo posto ; ma si osservi, che la forma ddsd ricorre 
insieme con le forme sdsd e ssds un egual numero di volte (cioè 
ciascuna 13 volte) : sicché nulla impedisce di ammettere eh' essa 
possa considerarsi all' undeci m o posto (avvicinandosi quindi 
al corrispondente nono della stessa forma negli esametri del 
distico); quanto alla forma dddd, che s'incontra 14 volte, per 
poco, cioè per un punto solo, non occupa un posto di quelle che 
ricorrono 13 volte: sicché si può dire ch'essa virtualmente si 
trovi, per ès., al tredicesimo posto, venendo così a com- 
baciare con la stessa forma, la XIII a , degli esametri del distico. 

Che se Ennodio, come già avvertii anche pei distici di lui 
(P. I, p. 102), non ostante la non indifferente preponderanza 
degli spondei sui (lattili, comincia in proporzione di gran lunga 



- 159 — 

feaaggfore gli esametri con base dattilica anziché con base 
spondili e a, egli si manifesta ottimo versificatore anche in 
i|uesto che. dato il cominciamento spondaico, assai di rado fa consi- 
stere questo in una parola sola: infatti uri simile esordio del- 
l' esametro eroico, cioè con dieresi s p o n d a i e a , non s'in- 
contra in versi 506 più di 14 volte (I, 5, 2 ; 10 ; 32 ; 9, 1-0; 12 [con 
elisione: Phoebum et]; 20; 123; 155; 170; II, 27, 1; 89, 1 ; 96, 
1 ; 3; 147, 1), ossia neppure nella proporzione del 3 °/o (circa 
del 2, 77 \) >). 

§ III. Venendo ora alla chiusa degli esametri, è risa- 
puto che. ottimi erano ritenuti quegli esiti che consistevano in 
una parola o b i s i 1 1 a b i e a o trisillabica (cfr. P. 1, 
p. 102 sgg. e il recente lavoro di E. De Jonge, La fin de 
V liexamètre latin, in Le Musée Belge, 1903, p. 266 sgg. e 
p. 276), e che, per le ragioni già da me addotte altrove 2 ) e 
ebe credo inutile di qui riferire, negli esametri eroici più che non 
negli esametri del distico le clausole bis illabi che prepon- 
derano sulle trisillabiche; negli esametri poi elei distico di 
Ennodio abbiamo anche notata la singolarità del fenomeno, elio 
in ossi non havvi nessun esempio di terminazioni, le quali non 
sieno o bi sillabiche o trisillabiche (con prevalenza 
di quelle su queste) ; esaminando ora i suoi esametri eroici 3 ì, 
vi troviamo, oltre tre chiuse monosillabiche (I, 9, 51 ; 69 ; II, 
55, 2) e due quadrisillabiche (I, 9, 117; 119), 326 bi si Ila- 
fa i e he e 175 trisillabiche (bis. 326 -\- tris. 175 + mon. 
3 _|_ quadr. 2 == 506): cioè in versi 506 le bisillabiche rappre- 

') Questa dieresi spondaica è un po' più frequente in Ennodio nei distici, 
dove negli esametri essa rappresenta il 5,48%, nei pentametri il 5,08%, e 
quindi in media il 5,28% (cfr. P. I, p. 102). 

2 ) De elegiae Latinae compositione et forma (Patav. 1894), p. 78, n. 2; 
p. 1J6, n. 1 ; Scampoli metrici, in Bollett. di Filologia Classica, 1894, p. 45. 

'i Quando V est (es) alla fine dell'esametro aderisce per elisione (mediante 
àferesi) alla precedente parola uscente in vocale o in m, si considera come for- 
mante un sol tutto con questa: quindi, per es. nell'esametro I, 4, 89 la finale 
ipso est è calcolata Disillabica, e trisillabica ubiqne est nell'esametro li, 24, 11. 
Cfr. p. 162, nota 1, e P. I, p. 103, n. 1. 



- 160 — 

sentano circa il 64 °/ , le trisillabiche circa il 35 %, mentre Le 
altre insieme circa 1' 1 %. Adunque non sole; anche qui le clau- 
sole b i s i 11 a b i eh e prevalgono sulle trisillabiche, ma 

inoltre questa prevalenza è di gran lunga maggiore che non 
negli esametri del distico : ciò che non deve recar meraviglia 
trattandosi di metro eroico (cfr. P. I, p. 103 sg.). Quanto alle 
chiuse monosillabiche, le abbiamo considerate tali perchè il 
monosillabo finale (che in tutti e tre i luoghi è est : I, 9, 51 mens 
est; 69 mens est; II, 55,2 mas est) non è eliso, per aferesi, con 
la sillaba antecedente : si deve però aggiungere che in tutti e 
tre i luoghi il monosillabo finale è preceduto da un altro mone- 
sillabo (e quindi non è chiusa viziosa, come sarebbe in generale, 
tolti i casi di ricercati effetti retorici o di stile, se susseguisse 
a parola di più sillabe^ e che, ad ogni modo, ha valore di co- 
pula semplice e di enclitica l ), almeno in I, 9, 69 e II, 55, 2 
(invece in I, 9, 51 1' est ha valore pregnante = boxi, eveon, e si 
contrappone a erit del v seg. 2 i. Quanto poi alle due chiuse 
quadrisillabiche [I, 9, 117 « Qui potuit rigidas de rupibus 
Apennini » ; 119 « Helias fuit hic mage : nam quis Helisaeum »), 
si avverta che ambedue cadono in n orni propri e che nel 
primo esempio havvi il dattilo, come di consueto negli spondia- 
zonti, alla quarta sede, mentre, nel secondo, alla terza 3 ). 

') Cfr. L. Mùller, de re metr.\ p. 364 sgg. ; 466 sg. 

-) Anche alla fine del primo ordine metrico, cioè dell'emistichio determi- 
nato dalla cesura principale, non ricorre mai un monosillabo, fatta eccezione 
per I, 9, 119, di cui ci occupiamo altrove (p. 167 e nota I),- quanto a 11, 103, 1 
1' est, in cesura principale e non eliso, è preceduto da altro monosillabo (non), 
al quale si appoggia inoltre con valore enclitico; quanto poi a II, 127*, l, l'est 
non eliso, sempre però con valore enclitico, sarebbe preceduto da parola Disil- 
labica (pecus) in fine del primo emistichio, se come principale si pone la cesura 
semisettenaria: ma altri, prescindendo dalla pausa del senso e tenuto conto della 
qualità della cesura, vi potrebbe vedere come principale la cesura semiquinaria 
(cfr. pag. 165, nota 4).' 

ò ) Per la chiusa esametrica Apennini cfr. Quint. IX, 4, 65 sg. ; Miiller 
1. e, p. 257, e osserv. De elee,, cit., p. 71 sg. (il verso è in parte un' imitazione 
di Apollinare Sidonio, e. II, 319 ed. Mohr); per la chiusa Heìisaeum fpresso 
Vogel Eeliseum, p. 44), si noti che il piede che precede nam quis è trattato 



— 161 — 

Quantunque poi negli esametri la finale in sillaba breve 
a p e r t a sia assai più tollerabile che non nei pentametri (cfr. 
oss. P. I, p. 108 sg. e nota 1 di p. 109), pure" è un fatto che nei 
• buoni poeti dattilici essa non s' incontra molto di frequente ; 
negli esametri del distico l'abbiamo trovata in Ennodio appena 
40 volte (il che dà sur un totale di versi 493 poco più dell' 8 % : 
cfr. P. I, p. 109, n. 1) ; negli esametri eroici si legge 39 volte ] ), 
cioè in versi 506 il ricorso di simili chiuse è rappresentato da 
circa il 7, 70 % •* come si vede, anche per questo rispetto la dif- 
ferenza fra P esametro eroico di Ennodio e il suo esametro del 
distico è incalcolabile. 

§ IV. Già parlando delle elisioni nel metro elegiaco in 
Ennodio, ne abbiamo notata non soltanto la loro costante le- 
gittimità, ma anche, ciò ch'era puro da aspettarsi da un versi- 
ficatore tardo e così diligente seguace dei modelli migliori, la 
loro relativa scarsezza (rappresentata da poco più del 3 °/ in 
Aersi, esametri e pentametri, 986, cioè dal 4, 06 % circa negli 

spondaicamente (nani quis), venendo spesso in Ennodio una sillaba breve allun- 
gata per posizione davanti ad h (cfr. la nota 4 a pag. 179: 1" esempio non è 
registrato dal Hartel Dell' indice al lemma H prò consonante, p. 671, col. 1 : 
esempio tanto più notevole questo in quanto che il prolungamento avviene in tesi). 
Del resto il nome proprio Helisaeus è usato variamente in latino sia quanto 
alla sua grafia (più spesso senza aspirazione e senza dittongo) sia quanto alla 
sua quantità: cfr. De-Vit, Onomasticon T. Il, p. 710 e T. Ili, p. 325: qui però 
sbaglia il De-Vit, il quale pur cita questo verso di Ennodio, assegnando ad Heli- 
saeus la quantità di pirrichio nelle due prime sillabe, mentre qui deve misu- 
rarsi Helisaeum; in un altro luogo, dove ricorre questo nome in poesia (presso 
Apol. Sid. e. XVI, 31 ed. Mohr) la scansione è lì eli s e i (cosi si chiude l'esametro : 
venisti in pecUis Helisei); anche il confronto, in latino, con HelTas (Elias: 
però Elias in Paul. Noi. V, 42, altrove sempre Elias: cfr, Adalb. Huemer a 
pagina 16 del lavoro cit. innanzi, p. 164, nota 4); parla in favore della scan- 
sione Helisaeus (Elisaeus o Heliseus o Eliseus), come il confronto, in greco, con 
'Ehoocùog suggerisce piuttosto la forma, in latino, col dittongo. Questo nome 
non è registrato nei lessici del Forcellini e del Georges. Del resto cfr. p. 167, 
nòta I. 

') I, 4, 66; 71; 90; 98; 106; 5, 6; 8; 11; 22; 27; 9, 5; 6; 9; 17; 27; 
35 ; 53 ; 56 ; 58 ; 60 ; 62 ; 70 ; 84 ; 1 32 ; II , 8 , 1 ; 8 ; 9, 6 ; 1 1 ; 24 , 3 ; 44 , 1 ; 
6: 9; 49, 2; 95, 7; 97 , 8 ; 106, 4; 125, 3; 147, 7; 150, 9. 



— 162 — 

esametri, dal 2, 84 % circa nei pentametri : cfr. P. I. p. 109 s< 
Negli esametri eroici Ennodio mostra a questo proposito un'eguale 
diligenza : infatti, mentre le suo poesie meno lunghe vanno quasi 
esenti da elisioni (per es., nel libio li [epigrammatà] se ne in- 
contra una sola, li, 103, 5), osse ricorrono, in versi 506, nel nu- 
mero complessivo di 22 '), ossia nella proporzione circa del 
4, 35 °/ . Si noti adunque anche qui hi corrispondenza fra l' esa- 
metro eroico e quello del distico per questo rigorismo e quasi 
direi pedanteria neìP evitare la sinalefe, sia quella per apostro- 
phum sia quella per mdlnpiv, avvertendosi inoltre, che queste 
elisioni, oltreché essere tutte legittime e lievissime -), si trovano 
anche a grande distanza fra loro, né mai due nello stesso verso. 
eccettuato solo I, 4, 70 Surge, age, et obstantem ecc., dove si 
mira anche ad un effetto retorico (cfr. Verg. Aen. Ili, 109 Sarge, 
age, et haec ecc.). 

') Sono indicate nella nota seguente. Da questo indice furono esclusi, come 
già avvertii anche pei distici (P. I, p. 110, n. 1 : cfr. inoltre le mie Adnotatio- 
nes metricae in Claud. Rut. Namat. ecc., pubblio, nella Riv. di FU. XXV, 
fase. 2, p. 186, n. 1, e lapreced. nota 3, p. 159, del presente lavoro), gli incontri 
di parole uscenti in vocale o in m con l'enclitico est, giacché in questi casi 
l'elisione è soltanto apparente: cfr. B. Maurenbrecher, il quale nel suo poderoso 
volume intitolato Hiatus und Verschleifung ini alien Latein (Leipz. 1899: da 
me recensito in Bollett. di FU. Class., 1900, n. 9, p. 195 sgg.) trascura appunto 
anch' egli questi casi, « da wir es hier mit Synkope und Enklisis des ^st zu 
thun haben, nicht mit Synalophe » (p. VII). Del resto simili esempi non ricor- 
rono in Ennodio più di 12 volte: I, 4, 67; 71; 89; 92; 120; 9, 122; li, 23, 6; 
24, 11 ; 92, 1 ; 98, 1 ,• 101, 2; 3, e questi si notano quasi tutti, comedi consueto nei 
buoni poeti (cfr. oss. P. I, 1. e), o alla fine del verso (I, 4, 89; 92; II, 23, 6; 
24, 11; 98, 1) o alla fine della cesura principale (che qui è sempre la pentnmi- 
mere: I, 4, 67; 71; 120; II, 92, 1; 101, 3): in soli due versi (I, 9, 122 piena 
est; II, 101, 2 vitiosa est) l'incontro ha luogo fuori della cesura, nel quarto 
piede in arsi nel primo verso, in tesi nel secondo. 

2 ) Cosi l'elisione non si notamai né in parola giambica preced. né in cesura, né 
nella prima arsi né alla fine del verso, e nella grande maggioranza dei casi av- 
viene fra sillaba breve p r e e e de ip-t e e altra susseguente breve o lunga sia 
per natura sia per posizione, non mai fra* una lunga precedente e una 
breve susseguente, né le elisioni un po' più dure, cioè quello delle sillabe lun- 
ghe e delle altre terminate in M, si riscontrano fuori dei posti legittimi, che 



163 



§ V. Come negli esametri del distico la cesura è trattata 
da Ennodio secondo la regola e la consuetudine classica (cfr. P. I, 
p. 1 1 1 sgg.), ricorrendo in quelli q nasi se m p r e , come prin- 
cipali, le cesure forti (o la pentemimere [in proporzione di 
gran lunga maggiore] o la eftemimere accompagnata per lo più 
da altre cesure secondarie o sussidiarie, cioè dalla tritemimere 
e dalla trocaica: solo in un luogo si considera come principale 
la trocaica e in un altro la bucolica: cfr. 1. e, p. 1 13) , 
cosi la stessa diligenza e rigorosità metrica si nota nei suoi esa- 
metri eroici. Infatti su 506 versi ben 435 sono forniti di cesura 

sono la tesi del primo piede, l'arsi del secondo e tutti i posti del quarto: cfr. 
Zambaldi, Metrica ecc. p. 232; cfr. inoltre le osservazioni di G. Heskuche in 
Juvenals Versbau, p. 57 sgg-. della edizione di Giovenale di L. Friedlander (I voi., 
Leipz. 1895) e di Th. Birt in Martials Versbau, p. 35 sgg. dell' edizione di Marziale 
di L. Friedlander (I voi., Leipz. 1886). — Per comodità di controllo a quanto è sopra 
affermato aggiungo qui in nota lo specchietto di queste elisioni, avvertendo che per 
quantità lunga di una sillaba ho inteso tanto quella prosodica o per 
natura quanto quella metrica o risultante dalla posizione: 
1, 4, 63: in tesi del quarto piede: fra antibacchio (ieiuna) e monosillabo lungo 
per posizione (et) ; 70 (doppia elisione): in tesi del primo piede: fra trocheo 
(iurge) e pirrichio (age), da una parte, fra pirrichio (age) e monossilabo breve 
(et), dall'altra; 79: in tesi del quarto piede: fra antibacchio (swnptura) e 
monos. lungo (ex); 83: in arsi del terzo piede: fra due trochei (quove e 
•ire); 86: in tesi del quarto piede : fra peone terzo (reparata) e ionico a malore 
(incendia) ; 88 : in tesi del quarto piede : fra trocheo (Icmga) e ionico a maiore 
(oblivia); 109: in tesi del primo piede: fra trocheo (Me) e pirrichio (ego); 112: 
in tesi del primo piede : fra trocheo (ecce) e anapesto (iterum) : — identico 
cominciamento: 1, 5, 33 e II, 103, 5 — ; I, 5, 33: vedi I, 4, 112;— 42: in arsi 
del quarto piede: fra trocheo (o spondeo: tiro) e monos. lungo per posiz. 
(ad); 45: iu arsi del secondo piede: fra anapesto (subito) e molosso (absòr- 
ptinn \; 1,9, 12 : in tesi del primo piede : tra trocheo (Phoebum) e monos. lungo 
per posiz. (et) ; 58: in tesi del secondo piede: fra trocheo (idem) e anapesto 
(animus); 66: in tesi del primo piede: fra trocheo (membra) e anapesto 
(animus) ; 74 : in tesi del quarto piede : fra spondeo (pulchro) e monos. lungo 
per posiz. {in); 83: in tesi del primo piede: fra trocheo (dextra) e anapesto 
(animae); 88: in tesi del primo piede: fra trocheo (ecce) e anapesto (aliud); 
133: in arsi del secondo piede: fra trocheo (ferrum) e molosso (expugnat) ; 
• 135: in arsi del secondo piede: fra tribraco (dominum) e molosso (expectat); 
139: in tesi del quarto piede : fra ionico a minore (peregrino) e monos. lungo 
por posiz. (in); II, 103, 5: vedi 1, 4, 112. 



— 104 - 

pentemimero o semiquinaria p r i n e i p a 1 e ri o n d u b b i a '), 
e 43 di cesura eftemimere o semisettenaria principale pure 

non dubbia (accompagnata sempre dallo cesino ausiliarie 
tritemimere o semiternaria e trocaica [xatà tqìxov tqox<uùv\ o fem- 
minina o debole) 2 ). Rimangono versi 28, nei quale può essere 
incerto, secondo il criterio che si adotta, quale cesura debba fis- 
sarsi come principale: così, allorché concorrono due ce- 
sure forti (la pentemiijiere e la eftemimere), v'ha chi, seguendo 
un criterio puramente ritmico o metrico, dà, in ogni raso, la 
preferenza alla pentemimere, alla cesura, cioè, xai ègotfjv dell'esa- 
metro dattilico in latino (clr. Geli. XVIII, 1.",, e R I. ]( . ]p>. : io 
son d'avviso però che in simili casi, quando alla cesura ertemi- 
mere segua una forte interpunzione e conseguente pausa di 
senso, oppure quando, precedendo la tritemimere con forte in- 
terpunzione, si frazionerebbe troppo la recitazione naturale del 
verso se si desse la preferenza alla pentemimere invece che alla 
eftemimere (come in flammei dee et : discari! populi fune cre- 
scere divam), si debba ritenere incisione principale la efte- 
mimere 3 ). A questo genere appartengono i 19 luoghi seguenti: 
I, 4, 59 (eftem. con tritem. e pentem.) >); 84 (eftern. con tritem, 
e pentem.) ; 5, 2 (eftem. con pentem.) ; 9, 10 (eftem. con pentem.) ; 
30 (eftem. con pentem.) 3 ) ; 01 (eftem. con tritem. e pentem.); 

') In Virgilio (Eneide) la pentemimere si nota nei °/ 7 dei suoi versi, men- 
tre in Omero la cesura prevalente è quella trocaica (non la pentemimere, come 
prima si credeva): cfr. La Roche 1. e, p. 121. 

2 ) I, 4, 55; 58; 66; 83; 102; 103; 122; 5, 5; 24; 29; SI; 34; 7, 34; 
36; 40; 9, 4; 5; 6; 7; 9; 18; 24; 48; 52; 56; 66; 69; 82; 83; 88; 89; 102; 
113; 115; 121; 137; 156; 167; 169; II, 9, 2; 3; 6; 11. 

3 ) Cfr. Christ, Metrik- ecc., p. 172 sg. 

') Per questo concorso di cesure nell'esametro cfr. le osservazioni del- 
rEskuche 1. e, p. 73 sgg. e del Birt, 1. e, p. 41 sgg.; cfr. inoltre il recentis- 
simo lavoro di Adalb. Huemer, De Ponili Meropii Pendini Nolani re metrica, 
p. 45 sgg. (in Dissert. philologae Vindobonenses, 1903, voi. VII) e, in generale, 
Miiller 1. e, p. 195 sgg. e 202 sgg. 

6 ) Qui non è da calcolare la tritemimere, che cadrebbe dopo 1» congi un z ion e 
monosillabica ut preceduta da parola polisillabica; analogamente, anzi a più 
forte ragione, dicasi del caso consimile della preposizione ad nell'esempio 
seguente, I, 9, 76. 



— 165 - 

71 (eftem. con tritem. e pentem.) ; 76 (eftem. con pentem.) l ); 
108 (eftem con tritem. e pentem.); II, 8, 1 (eftem. con tritem. e 
pontoni.) 2 ) ; 2 (eftem. con tritem. e pentem.) ; 3 (eftem. con 
tritoni, e pentem.); 24,6 (eftem. con pentem.); 52, 1 (eftem. con 
tritoni, e pentem.) ; 75, 5 (eftem. con tritem. e pentem.) ; 90, 3 
ottoni, con tritem. e pentem.) 3 ) ; 95, 6 (eftem. con tritem. 
e pentem.); 127 b , 1 (eftem. con tritem. e pentem.) J ) ; 147, 8 
(eftem. con pentem.). 

Restano ancora da esaminare 9 luoghi, in 6 dei quali (del 
tipo tu famulum, tu, sancte, mone: da solvere grates, oppure 
se stupuit tane ipse, reor, bene conscius oris) alcuni potreb- 
bero considerare, se non come p r i n e i p a 1 e , almeno come 
equipollente alla eftemimere la trocaica : osservando 
però che la interpunzione e conseguente pausa del senso (la 
« Sinnpause ») è più marcata dopo la eftemimere 5 ), che, nel 



' Vedi osservaz. nella nota precedente. 
' « Aatistes genio pollens precitate pudore»: .qui forse il vincolo della 
allitterazione, più forte se la consonanza allitterante e tutta in un emistichio, 
potrebbe suggerire di adottare come principale la cesura pentemimere: antisles 
genio \\ polle»,» probitate pudore; mala considerazione che l'allitterazione non 
è molto infirmata anche se è distribuita nei due emistichi e che, principalmente, 
genio si unisce immediatamente a, pollens, a cui appartengono p o i ano xoivov 
gli altri due complementi, mi ha. fatto propendere per la preferenza -da darsi 
alla eftemimere rafforzata dalla sussidiaria tritemimere: autiste* | genio pol- 
lens || probitate pudore. 

J ) « Verberibus plectri, doctor, servire coegi ,» : per l'intima unione di 
plectri con verberibus altri potrebbe ritenere qui come principale la cesura 
pentemimere: ma considerando che forte pausa si fa pure dopo doctor e che 
in tutti gli altri versi di questo breve carme ricorre sempre la Cesura pente- 
mimere, ho data la preferenza, anche per la ragione della varietà, alla eftemi- 
mere (che è per di più accompagnata dalle tritemimere, sua consueta cesura 
ausiliaria). 

') « Hic mulus geminum pecus est, sed corpore simplex » : che qui ce- 
sura principale sia la efteminere è indizio anche, l'est, che volentieri sta in 
cesura (del resto cfr. osserv. a p. 160, nota 2). 

•*) Poiché si è disputato dai metrici, et adirne sub indice lis est, se, per es., in 
versi della specie del classico infandum, regina, iubes renovOre dolorem sia da 
considerare come principale la cesura t r o e a i e a oppure la effe m i m e r e , 



— 166 — 

dubbia, la cesura l'orto deve avere, in ogni caso, la preferenza! 
ni confronto della debole e chej infine, alcuni metrici propone 
dono ad escludere quasi all'alto, in concorrenza di altre cesure 
legittime dell' esametro, la femminina, come aliena, in generaled 
alla poesia latina, per quanto frequente in greco cf'r. Clirist 1. e, 
p. 173 e 176 sgg.), per queste ragioni pongo in tutti e sei 
quei luoghi come cesura primaria la e fi e in i ni e r e : questi s e i 
luoghi sono: I. 4, 101 (ef'tem. con tritoni, e troc.) : Ilo eftein. con 
tritem. e troc); 9, 33 (eftem. con tritoni, e troc: inolile dreresfl 
dopo monosillabo nel secondo piede) : 36 (eftem. con tritem. e troc: 
inoltre dieresi dopo monos. nel secondo piede): 168 (eftem. eoa 
tritoni, e troc: inoltre dieresi dopo monos. nel secondo piede); 
II, 9, 12 (eftem. con tritem. e trac.). 

Degli altri tre luoghi, che sono I. 4, 116; 5, 21 ; 9, 119, ner 
primo (sed teneram leviore ferii puer ille sagitta), dove con- 
corrono, oltre la cesura ausiliaria tritemimere, la trocaica e la 
eftemimere, non esiterei a considerare come p r i m a r ì a la 
trocaica, sia perchè, mancando una qualsiasi interpunzione 
dopo la eftemimere, il verso è più equamente e meglio diviso, nella 
recitazione naturale, dopo leviore che non dopo ferii, sia anche 
perchè con questa scansione si ottiene quell" artistico colloca- 
mento dell 1 aggettivo e del sostantivo alla fine, ciascuno, del ri- 
spettivo emistichio, che è tanto frequente nella poesia latina 
specialmente dattilica (di che ci occupiamo più sotto, p. 168 sgg.; 
cfr. P* I. p. 121 sgg.) ; e così pure vorrei calcolare principale 
la trocaica nel secondo verso (ad. flammas properare Pado dm 
ce a te ooraces), giacché con la pausa principale dopo Pado sa- 
rebbe troppo offesa la « Sinnpause » e la recitazione naturale del 
verso. Finalmente quanto al terzo verso (Helias fuit Jtic mage : 
nam quis Helisaeum) . esso è di una costruzione cosi inelegante, 
anzi mostruosa, che certo costituisce un brutto unicuin negli 



e i più propendono per questa cfr. phrisf I. e, p. 176 e 178; Miiller, fiere 
mi-i, ■. ree , p. 204 sgg.; 210 sgg.; 243 sg.), a maggior ragione, eiedo. si 
dovrà ammettere rome primaria la efteininfere aei sei luoghi indicali, dove 
bawi una assai più lolle pausa di senso dopo la delta cernia. 



esametri (sia eroici che del distico) di Enaodio : taccio dello spon- 
diazonte (scusato però dal nome proprio), taccio della diastole 
quis (cfr. sopra, p. 160, n. 3), taccio anche di quelle due dieresi 
nel secondo e terzo piede, ma esso è principalmente difettoso, 
perdio' la cesura, sia che si voglia ritenere come principale la 
pentemimere oppure la eftemimere con la sussidiaria tritemimere 
(meglio forse quella. in vista della forte dieresi dopo mage), deve 
di necessità porsi, in ambedue i casi, dopo parola monosillabica 
(hic o nani) preceduta da parola polisillabica (futi o mage) >). 
Riassumendo i risultati or ora esposti e concludendo, diremo 
che anche gli esametri eroici di Ennodio, come già vedemmo 
per quelli del metro elegiaco, non si allontanano dalla norma 
classica nell'uso delle cesure, ricorrendo in essi, si può dire, 
costantemente (giacché nulla osta che anche in I, 4, 116 
e f, 5,- 21 si stabilisca, come principale, la eftemimere) la cesura 
forte, sia nella forma di eftemimere accompagnata quasi sempre, 
come di regola generale, dalla tritemimere, sia, di gran lunga 
più spesso, nella forma di pentemimere : cioè su versi 506, questa, 
come principale, si nota 435 volte, quella (tenuto conto delle 
considerazioni fatte) 68 volte, mentre, quanto agli altri tre esa- 

') Probabilmente il verso è corrotto (lo Schott, p. 18 dei Paemata, vi 
pone I' asterisco, ma uè in margiue uè nelle Notationes suggerisce, contro il 
suo solito, alcun emendamento): per togliere almeno una, di quelle brutte dieresi 
e attribuire un' incisione sicura e legittima all'esametro, proporrei, lasciata stare 
la licenza, non rara in Ennodio, della diastole, di leggere con lievissimo emen- 
damento cosi: Helias fuit hice magis:nam quis He li s e u m (oppure anche 
'pi i s Relìseum o Hel isaeum) : ej)er vero la lettera e poteva facilmente cadere 
dopo il e di hic; quanto a mage (« ut potè prò pfftis et mage prò magia, t(jj 
ÙQ^aiafxcò » : Donat. ad Terent. Adelph. 2. 3, 11), difficilmente inclinerei ad 
attribuire alla latinità di Ennodio questo arcaismo (cfr. Miiller 1. e, p. 499), 
ehe sarebbe per giunti un anaì; Àeyófisrov nelle sue poesie (cfr. gli Indici 
del Hartel, p. 683, col. I, e del Vogel, p. 393, col. I) ; (pianto alla sinizesi in 
fine di verso (Heliseum: così i codd., heliseum), si confronti l'esametro di A- 
poll. Sidonio citato sopra, p. 160 sg., n. 3, e, in generale, ivi pure per la 
grafia e quantità del nome. 



- 168 - 

metri, in uno (1, 9, 119) è dubbio so si deva fissare coni'- pri- 
maria la e f t o m i m e r e -o la p e n I e m i m e r e , negli altri 
due (I, 4, 116 e I, 5, 21) è forse da dare la preferenza alla 
trocaica; nesssun esempio poi hawi in questi esametri di 
cesura bucolica p r i n e i p a 1 e. 

§ VI. Venendo ora per ultimo all' esame della collocazione 
nel verso dell' aggettivo rispetto al suo sostantivo, sia nella coppia 
semplice sia nella coppia duplice, è fuor di dubbio che questa 
ricerca, di grande importanza, sotto l'aspetto artistico, noi com- 
ponimenti strofici, corno abbiamo visto parlando del distico (cfr. 
P. I, p. 12Q sgg.), appare di assai minore momento, com'è naturale 
in quei componimenti, in cui il ritmo metrico procede x<aà otì X ovg. 
Senza dunque soffermarci a lungo su questo punto, ci conten- 
teremo d'indicare solo per sommi capi anche per gii esametri 
eroici 1' usus di Ennodio a questo riguardo, mettendolo a con- 
fronto con P usus già notato nei suoi distici '). 

') Pei- brevità di trattazione mi riferisco alle indicazioni già date (P. I, 
p. 120 e nota 1 ; p. 122; p. 125 sgg.) relativamente sia alla terminologia sia alla 
rappresentazione grafica dei vari gruppi (semplici e duplici), nonché, al modo 
di distinguere, nell'aggruppamento duplice, la coppia p f i n e i p a 1 e dalla cop- 
pia secondaria. Solo, per ragioni di perspicuità, aggiungo ora qui in nota, 
che con A S indico la precedenza dell'aggettivo rispetto al suo sostantivo nella 
coppia semplice, e con SA il caso inverso; quanto air aggruppamento duplice, 
potendo una coppia non essere affatto compresa dai termini dell'altra (gruppo 
esteriore), oppure esserne com|.re<a interamente (gruppo interior e), op- 
pure avere i suoi termini intrecciati e alterna t i con quelli dell'altra (gruppo 
a 1 t e r n a t o) , rappressntandosi con A S (o SA) la coppia principale e 
con A'S' (oS' A') la coppia secondaria, è evidente che si avranno per ciascuno 
dei tre aggruppamenti duplici otto forme diverse, secondochè nelle singole 
coppie precede l'aggettivo oppure il sostantivo e secondochè i termini rispet- 
tivi di queste si corrispondono fra loro in posizione ehiastica oppure in posizione 
parallela (cfr. P. I, p. 126 sg.) : di ciascun aggruppamento indico qui, exem- 
pli causaj una l'orma, sola fra le più usate, rimandando per le altre ap. 172 sg.:" 

A S A' S' 

i) Aggnipp. esteriore: Km-ma .1.9 ,r,s" : Timi pavidus genitor summisso Zumine fatar. 

A A' S' s 

interiore: " - 1 - 1 ' S'S:Tanc pulcuer teretem Mxuram pertulit arcus. 

a A' s S' 

8 ) " alternato; » ,i,r ,v.s": Blandior Alenerò sucus subduoitur haustu. 



— 169 — 

E per cominciare dalla e o p pia semplice, anche negli 
esametri eroici, non altrimenti che negli esametri del distico 
(P. I, p. 121), la forma AS prepondera di gran lunga sulla forma 
SA : infatti in quegli esametri, nei quali ricorre un sostantivo 
solo accompagnato da un solo attributo (che sono in numero 
di 187), la coppia AS si legge 138 volte e la coppia SA 49 volte, 
cioè quella supera di poco meno di % questa ') : che se poi 
esaminiamo il modo come la coppia AS o SA è distribuita nei 
due emistichi determinati dalla cesura p r i n e i p ale, anche 
soìto questo rispetto l'analogia è quasi perfetta fra l'esa- 
metro eroico di Ennodio e quello del distico: infatti, indicando 
graficamente i quattro casi distinti : 1° - con ....A || ....S (rispetti- 
ramante ....S || .....4) i casi, in cui 1' aggettivo si trova alla fine 
del pi-imo emistichio e il sostantivo alla fine dell'altro (o in- 
versamente): 2° — con A || £ (rispettiv. S \\ A) i casi, in. cui l'ag- 
gettivo e il sostantivo (o inversamente: sostantivo e aggettivo) 
ricorrono, o tutti e due o anche un solo, in qualunque alt r a 
sede di ciascun emistichio; 3° - con^S || .... (rispettiv. SA \\ ....) 
i casi, in cui la coppia é tutta nel primo emistichio ; 4° — 

con.... || AS (rispettiv || SA) i casi, in cui la coppia è tutta nel 

s 1 1 e ondo emistichio, ecco i numeri da me notati per l'ima specie 
di coppia e per l'altra, numeri che metto direttamente a con- 
fronto con quelli già trovati per gli esametri del distico (P. I, 
p. 122 e 123) : 



V Trascrivo qui in nota V indice cumulativo di quelle forme, sia nella 
coppia s e m p lice sia nella coppia d u p 1 i e e, le quali si possono dire incerte o 
rridu cibili (cfr. P. I, p. 128 sg. e uota 1), e che, o per un rispetto o 
pn- l'altro, possono ridursi in parte sotto l'una o l'altra delle forme esa- 
minate, senza alterare sensibilmente i risultati ottenuti: I, 4, 102; 110; 5, 2; 
27; 42; 7, 33; 34; 9, 13; 50; 53; 55; 58,- 63; 70; 85; 88; 103; 105; 109; 
110; 127; 100; li, 23, 2; 24, 7; 8; 50, 2; 90, 4 (cfr. p. 175, nota 2); 95, 3; 
96, 1; 98, 3; 4; 100, 1; 101, 1; 103, 3; 7; 106, 1; 3; 147, 4; 150, 2; 3; 5. 



il 



Forma 



- 170 - 

a) Coppia AS: 

A\\.... S : 45 volte ') : ( negli eH&m. del dist. 52 volte 

A || S : 45 » 2 ) : ( » » » » 40 » 

AS|| .... : 10 » 8 ) : ( » » » » 8 » ) 

....|| AS : 38 » *) : < » » » » 41 » ) 





Somma 


. 138 


» 




• 






b) 


Coppia 


SA : 


Forma : 


....S||.... A 


4 volte 


6 ) 


: ( ne, 


» : 


S\\A 


5 


» 


6 ) 


( » 


» : 


.S'Ali-... 


13 


» 


'): 


( » 


» : 


....|| SA 


27 


» 


8 ): 


( » 



(negli esani, del dist. 3 volte) 

» » » 11») 

» » » 15 » ) 

» » » 30 » ) 



Somma : 49 



Quali conclusioni d' indole estetica od artistica si possano ri- 
cavare dal vario modo di collocazione dell' aggettivo rispetto al 
suo sostantivo (nel che, come abbiamo visto, non havvi notevole 
differenza fra gli esametri eroici e quelli del distico in Ennodio, 

') I, 4, 61; 65; 70; 75; 79; 81; 97,- 106; 111; 117; 5, 18; 36; 50; 9, 
2; 12; 19; 43; 45; 60; 84; 94; 122; 128; 142; 148; 154; 165; 166; II, 24, 
13; 25, 1; 3; 30, 2; 44, 10; 51, 3; 52, 3; 90, 7; 95, 9; 10; 100, 3; 103, 8; 
106, 2; 147, 2; 3; 5; 150, 6. 

2 ) I, 4, 60; 73; 92; 108; 112; 120; 5, 4; 17; 32; 34; 40; 7, 37; 38; 9, 
16; 18; 47; 49;. 61; 68; 71; 79; 98; 100; 101; 126; 131; 132; 146; 151; 153; 
157; 161; 163; 170; 11, 8, 6; 25, 2; 4; 31, 2; 50, 6; 59, 1; 92, 1; 103, 6; 
128, 6; 7; 12. 

3 ) I, 5, 44; 9, 44; 111; 123; 168; II, 9, 6; 24, 3; 27, 1; 44, 7; 54, 2. 

4 ) I, 4, 53; 56; 62; 68; 71; 78; 115; 122; 5, 9; 10; 15; 16; 30; 35; 
41; 9, 3; 7; 21; 41; 51; 52; 57; 74; 86; 120; 135; 136; li, 8, 3; 9, 5; 44, 
1; 52, 2; 58, 2; 75, 3; 90, 1; 6; 93, 1; 98, 5; 150, 1. 

B ) I, 9, 39; 54; II, 44, 5; 125, 2. 

8 ) I, 9, 33; II, 9, 8; 23, 7; 128, 8; 147, 7. 

') I, 4, 58; 66; 5. 49; 9, 10; 29; 34; 56; 121; II, 8, 1 ; 9, 4; 11; 24, 
11; 95, 1. 

8 ) I, 4, 54; 72; 82; 95; 104; 5, 5; 39; 7, 39; 41 ; 9, 66; 96; 156; II, 9, 9; 
13; 24, 1; 5; 25,5; 26, 1 ; 46, 3 ; 75,4; 90, 5; 97, 3; 100, 6; 101, 3; 6; 
128, 2; 13. 



-ni- 
ello s' attenne alla norma classica) l ), ho già indicato nella 
f. I, p. 123 sgg., dove inoltre studio una simile collocazione anche 
nel pentametro : alle considerazioni adunque fatte mi riferisco 
ora per ragione di brevità, e passo senza più alla coppia 
duplice nel suo triplice aspetto di gruppo esteriore, in- 
teriore e alternato (cfr. p. 168, nota 1). 

La coppia d u p 1 i e e ( t u 1 1 a in un sol verso e composta di 
non più di q u a 1 1 r o termini, cioè d u e sostantivi coi rispettivi 
due attributi nella stessa proposizione: per le forme 
incerte e irriducibili cfr. sopra, p. 169, nota 1) s' incontra negli 
esametri eroici di Ennodio 108 volte, delle quali 23 appartengono 



l ) La forma.... A||.... S, com'è risaputo, è la ptù artistica di tutte 
ed è anche la più frequentata dai poeti, dirò cosi, canonici del metro dattilico; 
negli esametri di Ennodio ricorre con eguale frequenza la forma A || S, che è 
quella che più si avvicina alla classica, venendo ciascuno dei due termini della 
coppia distribuiti in ciascuna delle due serie metriche determinate dalla cesura 
principale; si avverta inoltre, che in questo caso anche in Ennodio l'uno o 
1' altro dei due termini (o anche tutti e due) occupa quasi sempre una sede 
importante del verso (per es. il primo o l'ultimo posto o del verso o di un 
emistichio), oppure dall' occuparla ne ò impedito solo o da una proclitica 
(per es., preposizione) o da una enclitica (per es., est). La ricerca poi del- 
l' omeoteleuto, di cui ci siamo occupati a lungo per combattere un certo modo di 
considerarlo alla chiusa di ciascun emistichio del pentametro (cf. P. I, p. 134 sgg.), 
non può aver luogo nell'esametro per le ragioni ivi esposte (P. I, p. 135, nota 1): 
alcuni luoghi però presentano una consonanza finale (sensibile specialmente con 
la lettura m e t r i e a del verso) risultante per lo più dall' eguaglianza di 
terminazione voluta dalle leggi della declinazione e della coniugazione (e eh' io 
già dissi omeoteleuto di flessione: per questo e per altro rimando 
in generale alla mia Memoria sull' Omeoteleuto latino, pubblicata negli Atti 
dell'Accad. di Padova, voi. VII, 1891, p. 423 sgg.): questi luoghi, in alcuni 
dei quali havvi omeoteleuto imperfetto per la differente quantità naturale, 
se non metrica, delle due finali (cfr. 1. e, p. 428 sg.), sono tutti esempi di 
omeoteleuto monosillabico (cfr. 1. e, p. 455) e si notano tutti nelle arsi 
o IP o III 1 o IV: uno solo (I, 5, 29) offre esempio di omeoteleuto b is il 1 ab i co 
(con l'enclitica que) in arsi e mezza tesi rispettivamente del III e V piede. Ecco i 
luoghi: I, 4, 60; 6G; 5, 29; 44; 7, 34; 9, 29; 56; 87; (59; II, 9, 11; 54, 2; 
95, 3; 147, 1. 



- 172 — 

al gruppo esteriore l ) , 42 al gruppo interiore : . 

43 al gruppo alternato 3 ). Anche qui, come abbiamo già 
osservato pel distico in Ennodio (cfr. P. I, p. 129), le due specie 
egualmente linone e preferite dai poeti elegiaci, cioè quelle del- 
l'aggruppamento interiore e dell'aggruppamento alternai o, 

superano, per frequenza, di gran lunga (ciascuna quasi del 
doppio) la specie dell'aggruppamento esteriore. Inoltre,, 
quanto alle singole otto forme di ciascuna delle tre specie di 
aggruppamento (cfr. sopra, p. 168, notai), ecco in umeri di fre 
quenza per ognuna di esse : 

I. Neil' aggruppamento esteriore: 

l. a Forma SASA' ricorre 3 volte 4 j 

A SS' A' >> 2 » 5 ) 

SAA'S' » 1 volta 6 ) 

ASA'S' » 6 volte 7 ) 

SA' SA » 1 volta 8 ) 

A'S'SA » 5 volte 9 ) 

SA'AS » 5 » 10 ) 

A'S'AS » » 



2. a 


» 


3. a 


» 


4. a 


» 


5. a 


» 


6. a 


» 


7. a 


» 


8. a 


» 



Somma : 23 

') I, 4, 64; 5, 12; 14; 23; 24; 9, !; 67; 97; 107; 113; 158; 164; 169; 
II, 8, 5; 9, 1; 23, 6; 57, 1; 58, 1; 75, 2; 96, 2; 100, 7; 125, 1; 128, 9. 

? ) 1,4, 74; 86; 87; 88; 93; 105; 116; 5, 45; 46; 52; 7, 35; 42; 9, 8 
73; 130; 138; 139; 140; 143; 144; 147; 152; 162; II, 23, 3; 24, 12; 30, 1 
44, 6; 9; 50, 1 ; 7; 54, 1 ; 55, 1 ; 59, 2; 89, I ; 90, 8; 95, 2; 97, I ; 100, 5 
103, 4; 108, 2; 127», 2; 128, 3. 

3 ) 1,4, 69; 80; 96; 98; 119; 121 ; 5, 3; 6; 7; 22; 33; 43; 47; 48; 7, 43 
9, 11; 32; 75; 92; 93; 112; 129; 145; II, 8, 4; 9, 7; 24, 2; 26, 2; 31, 3 
46,1, 2; 51, 1; 57, 2; 95, 4; 7; 97, 4; 6; 98, 2; 103, 2; 125, 3; 128, 4 
11 ; 147, 1; 150, 7. 

4 ) 1, 5, 23; 9, 158; li, 75, 2. 
6 ) I, 9, 164; II, 9, 1. 

c ) II, 96, 2. 

') I, 4, 64; 5, 24; 9, 67;. 107; II, 57, 1; 100, 7. 

8 ) li, 128, 9. 

°) 1, 5, 14; 9, 113; 169; II, 8,-5; 58, 1. 

,0 ) I, 5, 12; 9, 1; 97; II, 23, 6; 125, 1. 



173 — 



II. Neil' aggruppamento interiore 



l. a 


Forma : 


SS' A 1 A 


ricorre 





volte 


2. a 


» 


ASA'S 


» 


4 


» l ) 


3. a 


» 


SA'S'A 


» 


3 


» 2 ) 


4 .a 


» 


AA'S'S 


» 


15 


» 3 ) 


5. a 


» 


S'SAA' 


» 


5 


» 4 ) 


6. a 


» 


S'ASA' 


» 





» 


7. a 


»" 


A'SAS' 


» 


5 


» 5 ) 


8. a 


» 


A' A SS 


» 


10 


» 6 ) 




Somma 


42 





III. Neil' aggruppamento alternato: 



1.» 


Forma : 


SS' A A' 


ricorre 


1 


volta 7 ) 


2. a 


» 


S'SA'A 


» 





volte 


3. a 


» 


SA'AS' 


» 


12 


» «) 


4. a 


» 


SAA'S 


» 





» 


5." 


» 


AS'SA' 


» 


1 


volta 9 ) 


6. a 


» 


A'SS'A 


» 


1 


» 10 ) 


7. a 


» 


A'AS'S 


» 


6 


volte n ) 


8. a 


» 


AA'SS 


» 


22 


» 12 ) 




Somma 


: 43 





') I, 5, 52; 9, 73; 130; II, 90, 8. 

2 ) I, 9, 144; II, 54, 1; 127«, 2. 

•) I, 4, 88; 105; 7, 35; 9, 139 ; 140; 147; II, 24, 12; 44, 6; 9; 50, 7; 59, 
2; 95, 2; 97, 1 ; 103, 4; 128,3. 

4 ) I, 4, 87; 9, 143; 162; II, 23, 3; 108, 2. 

B ) I, 4, 74; 116; 11, 30, 1 ; 89, 1 ; 100, 5. 

°) I, 4, 86; 93; 5, 45; 46; 7, 42; 9, 8; 138; 152; II, 50, 1 ; 55, 1. 

7 ) II, 147, 1. 

s ) I, 4, 80; 5,22; 48; 7, 43; 9, 11: 11,24, 2; 46, 1 ; 95, 7; 97, 6; 103, 2; 
125, 3; 128, 4. 

'i II, 26, 2. 
. 10 ) 11, 150, 7. 

") 1, 5, 33; 9, 32; 75; 11, 46, 2; 57, 2; 128, 11. 

1! ) 1, 4, 69; 96; 98; 119; 121; 5, 3; 6; 7; 43; 47; 9, 92; 93; 112; 129; 
145; 11, 8, 4; 9, 7; 31, 3; 51, 1; 95, 4; 97, 4; 98, 2. 



— 174 — 

Anche qui adunque, come risulta dalle premesse tabelle 
paragonate con quelle di P. I, p. 126 sg. (cfr. p. 129 s^u< . 
Ennodio, non altrimenti che negli esametri del distico, se- 
gue la buona regola dei poeti classici di dare la preferenza a 
quelle forme dei singoli aggruppamenti, nelle quali si nota la 
precedenza degli aggettivi rispetto ai loro sostantivi in posizione 
parallela (così la forma 8, a AA'SS', del gruppo alter- 
nato, la 4 a e 8, a AA'S'S e A' A SS', del gruppo interiore, 
la forma 4, a ASA'S', del gruppo esteriore); anche con re- 
lativa frequenza si nota in Ennodio P altra collocazione, pure ar- 
tistica, in cui i due aggettivi sono compresi fra i loro due so- 
stantivi, corrispondendosi i quattro termini fra loro in posizione 
chiastica (forma 3 a , SA'AS', del gruppo alternato: cfr. P. I, 
p. 129). Come poi, trattando degli esametri del distico in Ennodio, 
abbiamo notato che questa legge di eleganza metrica è confer- 
mata nel Nostro anche in modo inverso (cfr. "P. I, p. 130), così 
é da dire lo stesso ora riguardo ai suoi esametri eroici : infatti, 
trascurando, come meno frequente e meno artistico, il gruppo 
esteriore, vediamo che quelle forme , nelle quali am- 
bedue gli aggettivi sono posposti ai loro sostantivi (forine 
l a e 5 a , SS' A' A e S'SAA', del gruppo interiore; forme ' l a 
e 2 a , SS'AA' e S'SA'A, del gruppo alternato), ricorrono 
complessivamente 6 volte '), mentre i casi opposti, nei quali 
cioè ambedue gli aggettivi precedono i loro sostantivi 
(forme 4 a e 8, a AA'S'S e A'ASS', del gruppo interiore; 7 a 
e 8, a A'AS'S e AA'SS', del gruppo alternato), sono 53 : sicché 

') Il numero 6 è dato dalla ricorrenza di 5 volte della forma S'SAA' 1 e di 
1 volta della forma SS'AA', mentre le altre due forme, SS'A'AeS'SAA, non 
s'incontrano affatto negli esametri eroici di Ennodio (queste quattro 
forme ricorrono complessivamente 3 volte nei suoi esametri del distico: 
anche in questi della forma SSM'A non havvi esempio: cfr. P. I, p. 127). 
Altre forme, oltre le due indicate, delle quali s'incontra alcun esempio negli 
esametri eroici di Ennodio, sono la 8 a , A'S'AS, del gruppo esteriore, 1k 
6\ S'A SA ', del gruppo interiore, la 4\ S'A A'S, del gruppo alternato: 
ora di queste tre anche negli esametri del distico le due ultime non ricorrono 
all'atto, e assai raramente s' incontra, la prima (cfr. P. I. p. 120 sg.). 



- 175 — 

le due specie di aggruppamento stanno fra loro nel rapporto 
circa di 1 : 9. 

Esaminando poi se i quattro termini di ciascun aggruppa- 
mento si corrispondano fra loro più spesso in posizione chia- 
stica oppure in posizione parallela, vediamo anche qui, come già 
abbiamo veduto pel distico (P. I, p. 130 sg.), che la collocazione 
y.arà nagakfojfoofióv è di gran lunga preferita, secondo la norma 
classica, a quella v.mà xuìojlm'v: infatti sui 108 luoghi dei tre ag- 
gruppamenti la prima ricorre 69 volte, la seconda 39 volte 1 ). 

Finalmente resta a vedere in che modo i quattro termini delle 
singole coppie duplici sieno distribuiti per effetto della cesura 
[i r i m a r i a nei due emistichi : come abbiamo fatto pel distico 
(P. I, p. 131 sgg.), chiameremo divisione eguale quella 
in cui due dei quattro termini della coppia duplice (di qualunque 
natura sieno : o ambedue sostantivi o ambedue aggettivi o uno 
aggettivo [rispett. sostantivo] o l'altro sostantivo [rispettiv. ag- 
gettivo]) si trovano nel primo ordine metrico egli altri due nel 
secondo (1. 2. || 3. 4) ; analogamente diremo divisione ine- 
guale quella in cui un termine è nel primo ordine metrico, e 
gli altri tre nel secondo (1. || 2. 3. 4 ; rarissimo è il caso della 
divisione ineguale inversa: 1. 2. 3 J 4) 2 ). Ciò stabitito, 
ecco i numeri della divisione eguale e ineguale in cia- 

') a) Nel gruppo esteriore la collocaz. eh iasiica (forme 2 a . 3\6\7 a .) ricorre 13 volte 
» » interiore » » » ( » 2». 3\6 a .7 a .) » 12 » 

» » alternato » » » ( » 3". 4 a .5°.6 11 .) » 14 » 

Somma: 39 

b) Nel gruppo esteriore la collocaz. par arie la (forme 1». 4\5 a .8 a .) ricorre lo volle 
» » interiore » » » ( » l a .4 a .5 a . 8 a .) » 30 » 

» » alternato» » » ( » 1». 2 a .7\8\) » 29 » 

Somma: 69 
-) Negli esametri eroici di Ennodio si trovano 3 luoghi (che ascriviamo 
pure alla divisione ineguale), in cui tutti e quattro i termini della coppia 
duplice si trovano nel secondo emistichio (I, 4, 74; 87; 9, 162: vi si può an- 
che riferire 11, 90, 4, appartenente però alle forme i r r i d u e i b 1 i e che quindi 
trascuriamo: cfr. p. 169, nota 1); questi tre luoghi poi, come vedemmo anche per 
i due luoghi degli esametri del distico (P. I, p. 13"?, nota 2), appartengono 
tutti e tre al gruppo interiore. . 



- 170 — 

scuno dei tre aggruppamenti : 

a) Divisione eguale 

1 ) Nel gruppo esteriore 

2) » » interi o r e 

3) » » alte r n a t o 

Somma : 69 
b) Divisione ineguale : 

1) Nel gruppo esteriore ricorre 3 volte 4 ) 

2) » » interiore » 30 » : >) 

3) » » alte r nato » G » °) 



ricorre 


20 


volte 


') 


» 


12 


» 


8 ) 


» 


37 


» 


'■'') 



Somma : 39 

Le stesse osservazioni che abbiamo fatte per gli esametri 
del distico si possono ora ripeterà anche per gli esametri eroici : 
anche qui, pur essendo, nel suo insieme, di assai superiore (quasi 
della metà) la elivisione e g u al e rispetto alla divisione ine- 
guale, pure vediamo una notevole differenza nei singoli ge- 
neri di aggruppamento: infatti anche qui nei gruppi este- 
riore ed alternato la divisione eguale è di gran lunga 
più frequente dell' ineguale (cioè nel rapporto di 57 : 9), 
mentre nel gruppo interiore la divisione ineguale su- 

') I, 4, 64; 5, 12; 14; 24; 9, 1; 67; 97; 107; 113; 164; 169; 11, 8. 5; 
9, 1; 23, 6; 57, 1; 58, 1; 75, 2; 96, 2; 125, 1; 128, 9. 

2 ) I, 9, 105; 7, 35; 9, 140; 143; 144; 147; 152; 11, 44, 6; 9: 50, 7; 
97, I ; 103, 4. 

3 ) I, 4, 69; 80; 90; 98; 119; 121; 5, 3; 6; 7; 22; 43; 47; 48; 7, 43; 
9, 11; 92; 93; 112; 129; 145; 11, 8, 4; 9, 7; 24, 2; 26, 2; 31, 3; 46, 1; 2; 
51, 1; 95, 4; 7; 97, 4; 6; 98, 2; 103, 2; 128, 4; 11; 147, 1. 

') I, 4, 23; 9, 158; 11, 100, 7 (divis. ineg. i n v e r s a). 

r ') I, 4, 74 (ctr. p. 175, nota 2); 86 ; 87 (cfr. p! 175, nota 2); 88 ; 93 ; 1 16; 5, 
45; 46; 52; p. 175, 7, 42; 9, 8; 73; 130 (divis. ineg. i„ versa); 138; 139; 
162 (cfr. p. 175, noia 2); 11, 23, 3; 24, 12; 30, 1 ; 50, 1 ; 54, 1 ; 55, 1; 59, 
2; 89, 1; 90, 8; 95, 2; 100, 5; 108, 2; 127», 2; 128, 3. 
i I, 5, 33; 9, 32; 75; 11, 57, 2; 125, 3; 150, 7. 



- 177 — 

pera di molto la eguale (rapporto 30 : 12) ; inoltre anche qui 
si osserva che nei 22 esempi della figura 8 a , AA'SS', del gruppo 
a H e r n a t o (cfr. p. 173 e nota 12), la quale era ritenuta fra le più 
eleganti, non v'ha un solo esempio di divisione ineguale, e in 
tutti (eccetto I, 4, 119, dove l'aggettivo è il possess. tuas) l'agget- 
tivo della coppia secondaria occupa la fine del primo emistichio e il 
il suo sostantivo la fine dell' altro : collocazione questa dell' ag- 
gettivo, in generale, rispetto al suo sostantivo, che si nota ancora, 
complessivamente, 13 volte nei rimanenti 21 casi delle altre 
forme del gruppo alternato, 19 volte ') nei 42 casi del 
gruppo interiore (tutti con divisione ineguale), e una 
volta soltanto, II, 100, 7, nei 23. casi del gruppo meno artistico 
dei tre, cioè del gruppo esteriore: per le conclusioni d' or- 
dine estetico, che si ricavano paragonando questi dati statistici 
fra loro, cfr. P. I, p. 133 sg. 

Da quanto adunque siamo venuti finora esponendo chiaro ri- 
sulta, che anche 1' esametro eroico è trattato da Ennodio, sotto 
1' aspetto metrico, secondo le regole classiche, e che la sua strut- 
tura per quelle parti, rispetto alle quali lo abbiamo considerato, 
non si differenzia sostanzialmente dell' esametro del distico : col 
quale anzi combacia quasi sempre in siffatto modo, che, unendo 
i risultati ottenuti nelle due ricerche distinte, la proporzione, nei 
singoli casi, non ne verrebbe sensibilmente alterata : solo che 
nella presente disamina abbiamo rilevata, com' era da aspettarsi, 
una maggiore relativa preponderanza delle clausole bisiìlabiche 
sulle trisillabiche a paragone dell' esametro nel distico ; inoltre 
abbiamo notati negli esametri eroici di Ennodio due casi di spon- 
diazonti, di cui, come per regola quasi costante nel metro ele- 
giaco, non havvi esempio negli esametri de' suoi distici : tanto 
in questi poi quanto in quelli non ricorre esempio alcuno di 
versi ipermetri. 



') Vi è compreso I, 4, 11G, dove abbiamo fissata, come principale, la 
cesm a trocaica o femminina (cfr. p. 16G); se altri invece vi scorge, come 
principale, la eftemimere, lo deve escludere da questo computo. 



178 



B) Metro lirico. 

A questo metro appartengono in Ennodio : 

1) undici inni (1,10; 11; 12; 13; 14; 15; Hi; 18; lt> ; 
20 ; 21) in d i m e t r i giambici acatalettici, ciascuno 
composto di 8 strofe tetrastiche, e quindi ciascuno di versi 32 
(in tutto strofe 88 = versi 352) ; 

2) un solo inno (I, 17), pure di 8 strofe tetrastiche (e quindi 
versi 32) '), ma di metro a 1 e a i e o endecasillabo; 

3) I, 4 (polirnetro) % 25 - 28 ; II, 107 (polimetro), 5 - 8 ; 
II, 123, 1-5: in tetrametri trocaici catalettici 
(in tutto versi 13) ; 

4) I, 4 (polimetro), 29-52-; I, 7 (polimetro), 49-08; II, 107 
(polimetro), 1-4: in metro saffico minore (in tutto 
versi 48) ; 

') Per errore tipografico uell' edizione, da noi usata, del Hartel, p. 550, 
T inno appare di versi 37, essendo scritto in margine di fronte al terzultimo 
verso il n.° 35 invece di 30. Sbaglia poi il Teuffel (-Schwabe, Geschichte 5 ecc. 
11, p. 1237, § 7), il quale pone questo inno fra quelli in dim. giamb. acat. 
(errore ripetuto dal Dubois a pag. 38 sg. del lavoro citato innanzi, p. 196. nota 1). 
E sbaglia pure A. Ebert (Allgem. Gescli. der Litter. des Mittelalters im Abend- 
lande, 2 Auti. , 1889, I, 435, n. 2), il quale ascrive quest' inno al metro saffico. 
Del resto negli inni Ennodio si attenne al grande modello di S. Ambrogio 
(cfr. Manitius a pag. 364 dell' opera citata innanzi, p. 196, nota 1), e quindi se- 
condo le regole della poesia quantitativa, e non ritmica, come fecero pure Pru- 
denzio, Venanzio e altri : cfr. Miiller 1. e, pp. 95; 126; 557; 573; J. Huemer. 
Untersuókunffen ecc. (cit. alla p. 197-, nota 1), p. 18 sg. ; Schanz, Geschichte ecc., 
IV, 1, p. 207 e Nachiriige, p. 454.; Teuffel-Schwabe, 1. e, I, p. 46; II» p. 1108 
sgg. Gli inni di Ennodio sono tutti divisibili, e divisi anche dagli editori 
moderni, in strofe tetrastiche, e non soltanto « la plupart », come mostra di 
credere il Dubois 1. e, p. 38. 

2 ) Di questa polimetria esempi precedenti ad Ennodio sono, fra altri (cfr. 
P. I, p. 89), specialmente in Ausonio e in Paulino Nolano: cfr. Manitius 
alla pag. 362 dell'opera citata innanzi, p. 196, nota 1. In Ennodio questa poli- 
metria la troviamo nell' Epithalamium dictum Maximo V. C. (I, 4: vv. I -24: 
(I i s t i e i ; v v. 25 - 28 : t e"t r a m e tri t r o e, a i e i e a tal.; v v. 29 - 52 : 
s I i' o f e s a, I fi e h e : 53- 122 : e sa ni e t r i'; v v. 123 - 128: endecasillabi 
l'ai ce ii), nel canne dedicato a « Fausto » (I, 7: alla praefatio in prosa se- 
guono v v. 1 - 32 : d i s I i e i ; v v. 33 - 44 : e s a in etri; v v. 45 - 48 : 
distici; 49 - 68 : s t r o f e saffiche; 69-80: adonii) e infine nei 
Versus miss/ Agnello (11, 107: vv. 1-4: strofa saffica; vv. 5-8:' 
te tra m. trocaici calai.: il carme è chiuso da alcune righe in prosa.) 



- 179 - 

5) I, 7 (polimetro), 69 - 80 : in a d o ri i i xam oxiiov : versi 12 ; 

6) I, 4 (polimetro), 123-128: in endecasillabi fa- 
lò e i i : versi 6. 

§ 1). Il d i m e t r o giambico acatalettico o tetra- 
podi a iì i a m b i e a o v. quaternarius x ), usato specialmente da 
poeti tardi, preredenti ad Ennodio (come Alfio Avito, Mariano 2 ), 
Prudenzio), quale verso a sé e, come l'esametro e il trimetro, 
xtiTÙ ari'yor 3 ), ricorre in Ennodio in strofe di quattro versi 
ciascuna, e quindi, come di consueto nei versi asinarteti, con la 
libertà dell* iato e della syllaba anceps fra un verso e l'altro 
di'. Zamb. 1. e, p. 305) 4 ) ; vi è ammessa pure, come di so- 
lito nei sistemi giambici, la sostituzione della lunga irrazionale 

L Cfr. Zambaldi 1. e, p. 305; Christ 1. e, p. 352; Miiller 1. e, p. 98 sgg.; 
107; Gleditsch, Metrik der Grieclien und Ròmer, nel II voi. del Handbuch di 
Iw. Miiller (III parte, 3» ediz., 1901), p. 265; 289 sg. Cfr. inoltre Ramorino 
a p. 44 dell'opera citata alla p. 197, nota 1. 

2 ) Cfr. Fragmenta poet. Rom. ed Baehrens, p. 383 sg. ; L. Miiller nell'ediz. 
di Namaziano con frammenti di altri (Lips. 1870), p. 51 sgg. 

) Questo verso xaià oti%ov si legge, fra i più antichi, presso Levio e 
Vairone ; in Orazio è usato, come epodico, nei sistemi distici (Epod. 1-X e XIV- 
XV) : tale s' incontra anche in Seneca, Marziale, Prudenzio, Paulino ed altri. 
Cfr. inoltre Geli. XIX, 11, 3 sg. 

4 ) L'iato ricorre 28 volte: I, 10, 13-14; 19-20; 11, 12-13; 28-29 (in m) 
12, 10-11; 13-14 (m m); 21-22; 13, 6-7; 9-10; 10-11; 27-28; 28-29; 31-32 
14, 13-14; 18-19; 15, 6-7; 11-12; 24-25; 16, 9-10 (in m) ; 15-16 (in m) 
27-28 (in m) ; 30-31 ; 18, 3-4 ; 20, 6-7 ; 14-15 ; 21-22 ; 21, 20-21 ; 28-29 (in m) 
la syllaba anceps 60 volte: I, 10, 2; 3; 4; 6; 10; 14; 16; 23; 28; 31 ; 11 
6; 14; 17; 26; 12, 6 ; 8 ; 9 ; 14; 17 ; 23 ; 24 ; 25; 13, 3; 15; 18 ; 21 ; 29 
14, 7; 15; 24; 27; 28; 15, 5; 8; 27; 16, 2; 5; 8; 18 ; 23; 24; 18, 1 ; 6 
9 ; -10 ; 15; 23; 26; 30; 31 ; 19, 8; 12; 24; 20, 3; 8; 9; 12; 17; 26; 27. 
Si avverta però che per 1' uso di Ennodio di considerare V h ora come semplice 
-e«riio di aspirazione ora come vera e propria consonante (cfr. Saggio cit., 
p.346sgg. e,1n generale, Miiller 1. e, pp. 14; 289; 370; 382; 391 ; per Orienzio e 
altri poetrtardi cfr. Bellanger a pag. 161 sg. del lavoro cit. alla nota 1, p. 188; per 
Paul. Noi. cfr. Adalb. Huemer 1. e, p. 12 sg.), alcuni dei luoghi sopra riferiti 
possono essere esclusi dalla categoria o degli esempi di iato (come I, 13, 31-32 
pgallite-hoc ; 14, 13-14 munere-hostem ; 20, 6-7 spiritu-hoc, rientrando così i 
Ine primi nell'altra categoria) o di quelli di syllaba anceps (come 1, 13, 15' 
hudibus-habet ; 14, 15 congreditur-hic ; 19, 8 perdidit-hoc ; 20, 12 facit-hic; 
17 texerat-hac). 



— 180 — 

nei piedi dispari ') : però, mentre questa sostituzione è quas , 
di regola, per es., nei dimetri giambici dei distici di Orazio (j 
specialmente alla terza sede, in Ennodio invece il giambo pure 
ricorre ivi relativamente con grande frequenza, e più s] tesso ali; 
t e r z a sede che non alla p r ima: infetti su versi 352 il giamb( 
puro si trova in quelle due sedi 173 volte -), delle quali 5e 

') Al verso I, 15, 30, sia che si legga fuscat (congettura dello Schoti 
accettata dal Hartel) oppure fucat (volgata, seguita dal Vogel, CCCXLVI, 3C 
p. 253), havvi sempre lo spondeo irrazionale nel primo piede : qv od fi' irai eci 

quod fucat ecc.: sbaglia quindi il Hartel, il quale pone la dubbia lezioni 
fucat fra gli esempi di ea quae 'producuntur (Ind. p. 697, col. Il): la prima sii 
laba di fuco è lunga per natura (il Hartel fu tratto forse in errore dall 
Schott, il quale nelle Notat. in Poem. ad pag. 14 dice che « metrum exig| 
Quod fuscat ecc. »). 

2 ) Non credo necessario indicare i singoli luoghi : solo avverto che in quest 
computo sono compresi anche i casi dubbi, come, per es. quelli di muta cui 
liquida, dove si può, sì e no, ritenere determinata la positio debilis (come I, 1( 

1 ; 12, 5 ; 19, 18; 20, 11 : trascuro quei luoghi in cui il nesso di muta cut; 
liquida comincia la parola seguente), o quelli, nei quali la sillaba finale, n< 
primo o nel terzo piede, si trova innanzi ad h (secondo 1' osservazione fatt 
precedentemente : cfr. p. 179, nota 4), oppure innanzi a consonante doppia (come ;l 
10, 5 ; 27 ; 12, 20 ; 13 , 1 ; 7 ; 1 1 ; 16 ; 22 ; 31 ; 15 , 28), o infine quelli in ci 
la sillaba finale è per natura stessa o nell' uso degli scrittori di misura a ri e i pi t 
(come I, 14, 3; 15, 16; 19, 9; 10; 20, 7: per questi casi, che concernon 
tutti, tranne I, 19, 20, il pron. hic, hoc, cfr. Mùller 1. e, p. 425). Alcuni luogh 
da me ascritti alla classe suddetta, relativa, cioè, alla qualità del piede nella 

e 111 sede, meritano speciale considerazione : cosi ho rilento, secondo la lezion 
del Hartel, a questa categoria : hai) et homo ora gentìum (I, 13, 16 ; lo Schott, p. 
dei Poem., ha sonos et o,g.), dove la sillaba et sarebbe prolungata in arsi e davan 
ad h: ma la volgata, mantenuta anche dal Vogel, ha hom o habej ora gentiyn 
che, a mio avviso, può stare, ammettendosi iato, in arsi e davanti ad /;, eia licen* 
dell'anapesto (cfr. però oss. a p. 182, nota 2) al secondo piede ; la finale di ìiomo ■ 
com'è noto, di quantità comune (ammesso poi iato o, meglio, considerata come coi 
sonante, secondo l'uso non infrequente di Ennodio, Vh in liabet, altri potrebl 
anche vedere un tribraco nel I piede, come è nel primo verso dell' epigramni 
di Adriano, a cui accenno più avanti (pag. 182, nota 2). Interessanti particc 
larità in argomento presentano i nomi propri, che, in generale, sono trai 
tati, per necessità metrica, un po' liberamente anche dai poeti classici (v. Sai 
gio cit., p. 341 sgg.; cfr. inoltre Adalb. Huemer 1. e, p. 12 e liarnorino 
pag, 27 dell'opera cit. nella noia 1 di p. 197). Così I, 18, 7 in stirpe Ka:ari\ 
bona si può tanto scandire con sinizosi (cfr. Seggio cit, pag. 337, nota !• 



- 181 - 

appartengono alla sede [dima. 121 alla sede terza. Puro è 
sempre in Ennodio, come «li regola, l'ultimo piede (s'intende* 
con la libertà della sillaba finale indifferente), e quasi sempre 
inni» anche il secondo piede (in I. lo, 1? nos ud ten.è'bras hawi 

I. Huemer a pag. 33 sg. delle Untersuch. cit. alla nota 1 di p. 197) Naz ~ar Cus o 

irius (per la quantità, originariamente breve, ma usata anche come lunga 

Iella seconda sillaba oli. De-Vit. Onomast. T. IV. p. 638), quanto anche, con 

i licenza dell' anapesto (cfr. Zamb. 1. e, p. 305), A' a ;ar~i~s. In I, 18, 26 Medio- 

mum mox petit ila quantità originaria del nomee Me dio l'unum : cfr. la forma 

rreca presso Strabone. Tolomeo, Polibio, ecc. jShòtoldviov e MeòióXavov : 

« sed metri necessitate tertia fere producitur, vel prior » De-Vit, Onomast. T. IV. 

i. 428 dobbiamo di.necessità scandire MedTolanum o M~ediolan um, con una li- 

:enza quindi (prolungamento della seconda sillaba, però in arsi), che non trova 

.scontro altrove e che non è registrata nei lessici (giacché, anche ammessa la 

anone Mediolanium del cod. B, la quale non è indicata negli apparati critici 

lei Hartel [p. 551] e del Vogel [p. 254], ma bensì dal Vogel ne\V index, p. 394, 

•ol. II, e da lui introdotta nel testo, non si potrebbe scandire Medili la n i u m , 

•ol tribraco, o Mediolanium, col dattilo, o Meduìlanium , con smizesi nel pri- 

no piede: scansione che importerebbe un trocheo nel secondo piede). — In I, 14, I: 

Stephano potentius si deve di necessità, non potendosi ammettere in questo 

netro il trocheo, scandire, contro la quantità originaria (cfr. oTÉcpavog) cosi: 

S tephano ecc. : la licenza peròè in arsi. —E consimile licenza, ma più grave, 

lerehè non in nome proprio, si nota, nel terzo piede, in I, 14, 15: ceu palma 

ngr'editur (cfr. gradior : questo esempio di diastole nel terzo piede 

notato dal Hartel, che pur registra l'altro consimile Ambrosium, p. 697, 

ol. II; lo Schott, Notat. in Poem. ad pag. 7, propone connititur) ; egualmente, 

)erò in nome proprio, nel terzo piede: I, 15, 1 caelo ferunt Ambrosium (cfr. 

a gr. ànfioóoiog : un altro esempio v. in De-Vit, Onomast. T. I, p. 253 e 255: 

i-»l Nostro la scansione giusta è 1, 6, 40; II, 142, 2): si avverta però che qui 

H> hanno caelo ferunt haec Ambrosium : V haec fu già tolto dallo Schott (p. 13 

'i Poem.) e dal Sirmond (p. 590) : il Vogel invece propone con un fonasse di 

'Orlo o dopo caelo o dopo Ambrosium : a me pare che, conservato 1' haec (pro- 

tico, determinato e specificato poi da nomen, honor, aclio), si possa anche 

onservare la collocazione tramandata, introducendo la licenza, fiequentissima 

ii Ennodio, della sinizesi e togliendo quella della diastole nel nome proprio, ri- 

icendo quindi questo alla sua quantità legittima, così : caelo ferunt haec Am- 

ositim (invece di haec si potrebbe anche leggere hinc, « dalla terra », che 

•nrebbedi antitesi a caelo). — Altre particolarità da notarsi nelle due succitate 



— 182 - 

una legittima posilo debili* davanti a muta cum liquida) ')] 
soltanto tre eccezioni o particolarità si riscontrano in I. 12. 1 
13, 4; 15, 25: nel primo: vatis Cypriani et martyrù hisogr 
ammettere, nel secondò piede, o l'anapesto (CyprianiJ 2 )'o\ 
pure la sinizesi delle vocali nella seconda e terza sillaba (Cyprianil 
nel secondo: per dona eiusdem proferat havvi lo sponde 
nel secondo piede (cfr. oss. alla nota 2) : ma l'orse Ennodio credetf 



sedi del verso (l a e III*) sono: I, 15, 2: nomen, honor vel actio, dove pure pe 
necessità metrica si deve misurare nomen (si noti però che anche qui, come in ea 
analoghi notati sopra, la sillaba è in arsi e davanti ad h); I. 19, 2: quid Umile di 
gnum Mariae, presenta un unicum (non registrato dai lessici; nella misura del pe 
nultimo piede : infatti la quantità di Maria o è di due brevi nelle due prime 
labe o è breve nella prima e ancipite nella seconda (cfr. De-Vit, Onomast. T. lì 
p. 346: Adalb. Huemer 1. e, p. 16): qui invece dobbiamo necessariamente scandir 
dignum Mariae, noe essendo ammissibile il trocheo al terzo posto (l'esempio è ome 
so negli indici tld Hartel e del Vogel). — Finalmente in I. 21, 1: Dionysio Christì 
dedit è da ammettere o l'anapesto nel primo piede (Di on y s io; cfr. Zamb. 
e, p. 305), oppure, con sinizesi, lo spondeo (Dionysio). Del resto a proposito della li- 
bertà che si concedeva nell' uso dei nomi biblici e dei santi sono istruttivi questi 
versi del pia insigne fra i poeti cristiani, Prudenzio : « Carminis leges amor au- 
reorum — Nominili!) parvi faeit, et loquendi — Cura de sanctis vitiosa non est, 
— Nec rudis umquam ». 

Cfr. inoltre, in generale, le osservazioni e le citazioni dei Bellanger a pag. la 
sgg. del lavoro indicato alla nota 1, p. 188. 

'') E cosi pure necessariamente in I, 13, 19 quod saevit atrox barbarti m : la 
qual misura atrox il Georges nota come ricorrente solo nei poeti tardi (quantunque 
in ater, eia cui deriva atrox, la rispettiva sillaba sia lunga per naturai; cfr 
ora anche Thesaurus linguae lai. a questa voce, voi II, fase. V, col 1108. 

2 ) Ciò che sarebbe licenza assai grave in quella sede, giacché per poter 
ammettere ivi l' anapesto (risultante, nelle sue due brevi, dallo scioglimento di 
una lunga) bisogna ammettere prima di tutto la licenza della sostituzione dello 
spondeo (che sarebbe inoltre spondeo i r- r a z i o n a 1 e ) al giambo in sede pari: 
di che esempi ci offre [iure Ennodio. Nel noto epigramma di Adriano (Script. Hist. 
Aug., presso Sparziano, e. 25, 9) si trovano due tribrachi di seguito, al I e II piede, 
nel pruno verso, e un dattilo e un tribraco di seguito, al I e II piede, nel quarto 
verso (questo epigramma non appartiene alla poesia ritmica, come vuole lo 
Schuch, De poes. Lat. rhythm. Donauesehingae, 1851, p. 13, ma alla quantita- 
tiva : cfr. Miiller 1. e, p. 555 e nella ediz. di CI. Rut. Nani, coi frammenti di 
Adriano ecc. (Lips. 1870), p. 25 e 58. 



- Ì83 — 

di usure regolarmente il giambo, dimentico del valore consonan- 
tico di i (== ejttsdem ; del resto per la sporadica scansione 
eius, cui ns, huìus cfr. Midler 1. e, p. 319 sg.; qui lo Schott, p. 4 
dei Poei».. ha eisdem) : nel terzo : exórna, scinde, posteros 
havvi pure spondeo irrazionale alla seconda sede (forse Ennodio 
credeva di scandire exorna : cfr. p. 187, nota 2; lo Schott, Notai, in 
Poem. ad pag. 29, tenta di correggere : o sancte, adorna po- 
steros) 1 ). 

Anche in questi inni le elisioni sono rarissime (14 su 352 
versi, e quindi circa nella proporzione del 4 °/ ) 2 ), e quasi 
tutte leggerissime : nella massima parte la prima vocale elisa è 
una breve, oppure, se è lunga, la vocale seguente è un mono- 
sillabo lungo par natura o per posizione ; in due luoghi la sil- 
laba precedente termina in m (I, 14, 14: segue monosillabo; I, 
16, 16);' in altri due (I, 18, 21; 20, 19) l'elisione si nota fra 
due sillabe lunghe di voci polisillabiche, e infine in un altro (I, 
16, 21) l'elisione è durissima, avvenendo fra due monosillabi 
lunghi per natura (si ed e). 

Il monosillabo alla fine del verso non si riscontra in questi 
inni di Ennodio che due volte ed è in ambedue i casi il verbo 
fit (non preceduto da altro monosillabo: I, 14, 5; 19, 21); negli 
altri casi ; che sono in tutto 15 3 ), il monosillabo è est con va- 
lore enclitico. 

A differenza del metro elegiaco, dove, per regola quasi costante 
ogni strofa (distico) costituisce un' unità metrica, grammaticale 
e logica (cfr. oss. P. I, p. 115 segg.), più libere sono in generale 
le strofe più propriamente liriche, nelle quali il movimento ritmico - 

') Il Hartel fnell' Indice, p. 652, col. II) e cosi pure il Vogel (p. 394, 
col. II) riferiscono questo luogo fra gli esempi di sistole, trascurando però 
l'altro "da noi ora indicato; ma più che esempio di sistole è da ritenersi una 
licenza di lunga irrazionale in quella sede : cfr. osservaz. analoga innanzi, 
p. 187, nota 2. 

2 ) I, 10, 11; 11,6; 12; 12, 1; 13,4; 16 (secondo la lez. del Hartel; 
cfr. p. 180, nota 2); 23; 14, 14; 16, 13; 16; 21 ; 18, 21 ; 20, 19; 21, 14. 

3 ) I, 11, 29; 12, 30; 13, 1; 17; 14,2; 4; 10, 10; 18, 17; 19, 14; 16; 
29; 20, 5; 15; 21, 3; 22. 



- 184 — 

non si arresta sempre con forte interpunzione alla fine di cia- 
scuna strofa, ina con più o meno leggera pausa o senza pausa 
affatto trapassa e si ferma nella strofa seguente: in questi inni 
diEnnodio su strofe 88, escluse, naturalmente, le ulti m e strofe 
di ciascun inno, e quindi su 77 casi in cui essa può avvenire, 
la interpunzione forte alla chiusa di ogni strofa (tetrastica) si notd 
30 volte : negli altri casi havvi o interpunzione debole (31 volte ' | 
o nessuna interpunzione affatto (16 volte) 2 ). 

§ 2). L'inno I, 17 presenta questo di particolare, eh' esso è 
tutto formato di endecasillabi a 1 e a i e i 3 ) usati xatà 
ozixov in strofe di quattro versi (anche quest' inno è di strofe 
8 e quindi di versi 32 : esempi precedenti di endecasillabi alcaici 
usati a se sono in Prudenzio e in Claudiano). 

Questo verso confrontato con 1' endecasillabo nella strofa al- 
caica oraziana nulla presente di notevole, se non un'osservanza 
di metro ancora più rigorosa che non in Orazio: infatti, mentre 
in Orazio la 5 a sillaba in un luogo almeno è mantenuta breve 
(Od. Ili, 5, 17 si non perirei imm. ecc., dove però alcuni so- 
spettano perires o perirent; altri luoghi, come Od. Ili, 6, 9; 

>) I, 10, 16-17; 24-25; 11,8-9; 20-21; 24-25; 12,8-9; 16-17; 13, 12-13; 
16-17; 20-21; 24-25; 14, 8-9; 12-13; 24-25; 15, 20-21 ; 24-25; 28-29; 16, 
8-9; 12-13; 20-21; 24-25; 18, 12-15; 19, 12-13; 16-17; 20-21; 24.-25; 28-29; 
20, 24-25; 28-29; 21, 12-13; 20-21. 

2 )I, 11,4-5; 12-13; 16-17; 12, 20-21; 24-25; 28-29; 14, 16-17; 20-21; 15, 
8-9; 12-13; 16-17; 16, 28-29; 18, 24-25; 19, 4-5; 21, 16-17; 24-25. Per 
questa libertà di trapasso del ritmo da una strofa all' altra cfr. Manitius a 
pag. 364 dell'opera citata più innanzi, p. 196, nota 1. 

3 ) Crf. Zambaldi 1. e, p. 395 sgg. ; Gleditsch 1. e., p. 297 sg. ; Christ 1. e, 
p. 547 sgg. ; Miiller 1. e., p. 116 ; 181 sg. ; 233 (cfr. inoltre Fraccaroli a p. 52 sgg. 
del Stu/gio cit. alla nota 1 di p. 197). Quanto al verso endecasillabo alcaico, sia che 
io si voglia considerare come una pentapodia logaedica catalettica con anacrusi, 
come composto di una tripudia giambica catalettica e di una (ripodia logaedica 
catalettica col dattilo in principio (cfr. Stampini, Commento metrico ecc.. p. 72 sg.), 
oppure anche come una pentapodia giambica acatalettica con cesura penteminiere 
e con la sostituzione dell'anapesto al quarto piede (cfr. però oss. a p. 182, nota 
2), ciò è all'alto indifferente per la nostra ricerca: noi qui lo considereremo 
nel primo modo. 



— 185 - 

£3, 18, sono ancora più incerti) '). ed è talora violata la cesura 
(dieresi) dopo la 5 a sillaba, cioè- innanzi al dattilo 2 ) , in Enno- 
dio invece non liawi esempio nò dell'uno né dell' altro caso; in 
lui poi, come talora in Orazio nei primi tre libri delle Odi, si ri- 
scontra 1" anacrusi breve (in soli quattro versi: 5p nella; 10 qal- 
bus; 25 opus; 32 qui bus); i versi, non altrimenti degli endeca- 
sillabi alcaici di Orazio, sono trattati senza sinafia, cioè come 
asinarteti, e quindi con la libertà dell'iato (vv. 3-4; 21-22 [in 
m esegue li\) % e della syllaba anceps (vv. 11; 24). Una sola eli- 
sione si nota m questo inno (v. 16 : in cesura), ma trascurabile, an- 
che perché trattasi dell' aferesi di est (cfr. p. 162, nota 1), e un solo 
monosillabo in fine di verso (v. 6: est enclitico). Del resto, com' è 
pure m Orazio e nei poeti lirici, e come avvertimmo sopra, non 
tutte le singole strofe sono chiuse da forte interpunzione, ma ta- 
lora l' interpunzione è debole (vv. 4-5), talora nulla affatto (vv. 20- 
21 [in una parentesi]; 24-25). 

Un luogo, v. 20 sg. : « Nam sic ferale m tempore sordido — 
Dixere sanctae virginis arbitrimi », é degno di speciale conside- 
razione : e per vero se feralis dovesse intendersi nel senso di 
exitialis, come intende il Hartel nell 1 Index a pag. 667, col. I, si 
dovrebbe misurare feralis, e si avrebbe quindi la grande licenza 
dello s p o n d e o nel p r i ni o piede (cfr. Hartel nell' Index, al 
lemma conripiuntur, p. 652, col. II); ma questo esempio di si- 
stole non è registrato, e a ragione, nell'indice del Vogel (p. 394, 
col. II : infatti qui feralis non è da intendersi ad Feralia perti- 
nens (che sarebbe una tautologia col seguente tempore sordido), 
m;i bensì nelP accezione di ferus, saevus, immitis e sim., e quindi 

da misurarsi feralis (l'esempio è importante e da aggiungersi 
a <piei due unici citati, in questo senso, dal Georges dalle Chron. 
Pass, di Celio Aureliano e dai Sermones di S. Agostino). È strano 

') Cfr. Mailer I. e, p. 181, e inoltre il mio Commento delle Odi e degli 
Epòdi (Palermo, 1902), p. 154. Del resto per la lunghezza primitiva, conservata 
talora anche da poeti classici, delle desinenze verbali al, et, it cfr. Zambaldi 1. e., 
p. 154 sg. l'er Knnodio cfr. innanzi, p. 193. 

Cfr. Commento (cit. nella nota preeed.j, Od. I, 16, 21, p. 41. 

n 



186 — 



: 



che qui lo Schott (Notat. ih Poem. ad pag. 12) proponga fé 
intuì annotando che « feralem... primati) eirtendit », meni 

in questo significato Ini la prima breve per natura (cfr. fera 
ferus, ferinus, ecc.) Del resto per f e ralis anche nel senso di 
« ad Feralia pertinens » (secondo In falsa etimologia varronia- 
na da fero) cfr. Ovid. Fasi. 2, -Vii), e Miiller 1. e, p. 454. 

§ 3). T e t r a me t r i t, r o e a i e i e a I a 1 e itici v ). Questi 
si trovano in due polirhetri (1. i. 25-28; II, 107. 5-8) e in un carme 
a se (II, 123, 1-5): in tutto versi 13. È noto conio in questo verso, 
il più frequente, dopo il trimetro, giambico, nella poesia dram- 
matica dei Latini, questi si prendessero, a differenza dei Greci, 
una grande quantità di licenze : fra altro, quella di sostituire la 
lunga alla breve, e quindi lo spondeo irrazionale, anche nelle 
sedi d i s,p a r i , eccetto la settima, ossia ultima, e inoltre di scio- 
gliere, con maggioi* frequenza e licenza dei Greci, le lunghe (li- 
cenza che cessò verso la fine dell' antichità coi primi poeti cri- 
stiani : onde da allora il verso è sempre di 15 sillabe: cfr. Chris* 
1. e, p. 276). Come tipo del settenario latino perfetto (che ammette 
però la sostituzione della lunga irrazionale nei piedi p a r i) sce- 
glieremo, perchè serva di paragone coi tetrametri di Ennodio, il 
noto frammento di Porcio Licino {Fragni. Poett. Lati. ecc. ed. 
Bahrens, p. 277 : conservato da Gellio XVII, 21, 45), presso il quale 
« duos habes tetrametros trochaicos graecanicos » (Miiller 1. e. 
p. 528): 

» » 

Poénico bello secundo || Musa pinnató eradu 
intulit se béllicosam in |] Rómuli gentém feram. 

') Cfr. Zambaldi Le, p. 294 sgg. ; 512 sgg. ; Gleditsch 1. e, p. 261 sg. (cfr. 
p. 596 della I ediz.) ; Christ 1. e, p. 276; 294 sgg.; Miiller 1. e, p. 108; 231. 
Cfr. inoltre Ramorino a p. 45 sg. dell'opera citata alla p. 197, nota 1. Il tetrametro 
trocaico catalettico era detto dai Greei metrum Epicharmium (e anche, dal di- 
verso modo com'era trattato nei diversi generi di poesia, metrum Archilochium 
ossia lirico, tragicum, comicum, satyricum (outvqixÓv), e dai Latini versus 
septenarìus trochaicus o versus quadratus. È formato da un dimetro acatalet- 
tico e da un catalettico, regolarmente e generalmente separati i due cola dalla 
cesura (dieresi). 



- 187 - 

Nei tetrametri trocaici di Ennodio adunque non hayvi mai 
uè scioglimento eli lunghe né sillaba ancipite né iato fra i due 
cola (ammesso, ben inteso, e iato [cfr. i duo tetrametri sopra ci- 
tati | e sillaba aticeps fra i singoli versi, essendo questi asinar- 
teti : ad ogni modo iato anche in questo caso non si noterebbe 
che m due luoghi soltanto: I, 4, 25-26; II, 107, 5-6, e sylìaba 
apceps, non tenuto conto dell'iato, solo in (, 4, 25); la cesura è 
sempre osservata dopo il quarto piede; la sostituzione regolare 
• ledo spondeo (irrazionale) nelle sedi pari (II", IV a , VP), e quindi 
su 39 casi, si nota 22 volte, negli altri 17 casi rimane il trocheo ') ; 
la licenza di questa sostituzione nelle sedi dispari (I\ IIP, V a ) 
si riscontra 6 volte ~). Havvi un solo monosillabo in fine di verso, 
ma questo è l'enclitico es (II, 107, 8), e due leggere elisioni: 

I. 4. 27 e II, 107,7 (« quaeso aiuice » : si sa che la finale o di 
parole con penultima lunga ha talora, presso i poeti tardi, quan- 

') Sette volte nel piede seco n do (I, 4, 26 ; 27 ; II, 107, 7; 123, 1; 

; 3: 4 [segue h : cfr. p. 179, nota 4]) ; tre volte nel piede quarto (II, 107, 5 
[in cesura e segue muta cum liquida] ; II, 123, 3 [in cesura e segue li]; 4) ; sette 
volte nel piede s e s t o (I, 4, 25 ; 28; li, 107, 6; 123, 1 ; 2 [segue muta cum 
liquida] ; 3 ; 5). 

Tre volte nel piede primo (I, 4, 26; II, 107, 6; 123, 3); due 
volte nel piede terzo (II, 123, 3; 4); una volta nel piede quinto (II, 107, 

! : qui forse Ennodio credeva di scandire 1' imperativo così : serva: cfr. osservaz. a 
exornu, p. 183). Noncapisco perchè mai tanto il Vogel quanto il Hartel nei loro Indici 
notino come esempio di sistole nel primo piede del tetrametro soltanto il verso 

II, 123, 3 (p. 394, col. II Vog.; p. 652, col. II Hart., il quale anzi sospetta collo Schott 
[Notat. in Poem. adpag. 66] una trasposizione: faece mundi invece di mundi faece), 
mentre omettono gli altri due luoghi in quellasede. Inoltre il Hartel rimanda, per 
questa licenza, al verso 4 dello stesso carme (esempio indicato pure dal Vogel 1. e), 
dove la licenza si nota nella terza sede [... hoc quicumque] : ma né il Vogel né il 
Hirfl rilevano le altre licenze simili nelle, sedi dispari, e specialmente una ide n- 
tica, nel terzo piede, appunto in II, 123, 3... qui fucantur: questi (e gli 
altri! per me non sono esempi di sistole (quicunque, fucantur, ecc.), ma di 
lunghe irrazionali licenziosamente poste in quelle sedi dispari del metro tro- 
caico fofr. osservaz. analoga sopra, p. 183, n. 1: in generale però è difficile de- 
cidere se in consimili casi trattisi di sbagli prosodici oppure di licenze metriche). 
Ilei resto Ennodio nell'uso di questo metro è assai più rigoroso, per es., di Au- 
sonio : cfr. Theob. Raehse nella disserta/,. De re metrica Ausonii, Berolini, 1868, 



— 188 — 

tità breve '); del resto per Vo finale cfr. Miiller 1. e. p. '{'■>; 
34 ; 35 sg.). 

In complesso adunque questi pochi tetrametri Ennodiani pos- 
sono dirsi eleganti, anzi elegantissimi, confrontati, per es., con 
(fuelli dei comici: una sola ineleganza grande però vi si nota, 
ed è la frequente dieresi : infatti, per es., nel v. 5 del carme II, 
107 i singoli piedi, eccettuata 1' ultima dipodia catalettica, sono 
costituiti da singole parole (sei dieresi), e quattro dieresi con- 
secutive si riscontrano nel v. 6, e cinque (piasi consecutive nel 
v. 7 dello stesso carme. 

§ 4). Metro saffico minore 2 ). Questo metro si legge 
in tre polimetri (I, 4, 29-52; I, 7, 49-68; II, 107, 1-4: in tutto strofe 
12 e quindi versi 48). A tacere di Catullo, che primo usò questo me- 
tro presso i Latini, seguendo il modello di Saffo, è noto, che Orazio, 
il quale si attenne specialmente ad Alceo, 'è più rigoroso nella trat- 
tazione di questo verso che non il poeta veronese. Ennodio adunque 
segue piuttosto Orazio che non Catullo, ma in maniera ancora più 
severa e, direi anzi, pedantesca (così pure è da dire, per es., di Au- 
sonio : cfr. Raehse, 1. e, p. 38) : come in Orazio, in lui il se e o n d o 
piede è sempre uno spondeo, ma mentre in Orazio la ce- 
sura è qualche volta dopo il terzo trocheo, ossia dopo la sesta- 
sillaba, in Ennodio invece è costante la cesura semiquinaria, 
e dopo la V sillaba termina sempre anche la parola; inoltre, a 
differenza di Catullo e di Orazio, in lui non havvi esempio di 
sinafla. Come in Orazio, così in Ennodio 1' uscita del verso è ini 

l ) Cfr. in proposito il recentissimo lavoro di L. Bellanger, Le poème d' 0- 
rientius, Paris-Toulouse, 1903, al cap. II « La Versification », p. 150 sg.; inol- 
tre Adalb. Huenier 1. e, p. 7 sgg. 

-) Zambaldi 1. e, pp. 379; 392 sg, ; 554 sg. (e per l'adonio p. 206 sg.); 
Gleditsch 1. e, p. 297 (e per l'adonio cfr. p. 558 della I ediz.) ; Christ 1. e., 
p. 544 sgg. (e per l'adonio p. 150 sg.ì ; Miiller 1. e., pp. 1 14 sgg. ; 122 sgg. ; 
181; 232; 263 sg. (e per l'adonio p. 103 sg.); cfr. inoltre Fraccaroli a pag 31 
sgg. del Saggio cit. alla p. 197, notai. I primi tre versi della strofa li conside- 
riamo ciascuno come una pentapodia logaedica acatalettica col 
dattilo al terzo posto, e quindi, analogamente, l'adonio, anziché come una 
dipodia dattilica in bisyllabum, come il più breve dei versi logaedici (dipodijj 
logaedica acat. col dattilo al primo posto): cfr. p. 190. 



- 189 - 

differente e quindi ammette, oltreché syllaba anceps, anche iato 
(I. 4, 33-34; 43-44 [in ni]; 48-49; 7, 49-50 [in m e segue li: 
di', oss. p. 179,nota 4]; 57-58; 60-01 [in ni]; 06-07 [in ni]; II, 
107. :j-4 [in m]). 

Fra strofa e strofa interpunzione leggera si nota solo in I, 4, 32-33. 
I.* uscita del verso in vocale breve aperta si trova in tre luoghi (I, 
I. 38; 48 : 7.53). e in ci n q u e luoghi V elisione (I, 4, 31 ; 42; 43; 46; 
51 '); le strofe saffiche del ci, 7 e 11,107 vanno esenti da eli- 
sioni. In I, 4, 37 il monosillabo quod è in cesura, ma nulla havvi 
di men che legittimo, sia perchè il monosillabo è preceduto da 
altro monosillabo (si), sia anche perchè ha valore enclitico, e si 
può quindi anche scrivere siquod ; gli altri due casi di monosil- 
labo (in line di verso) si riducono air est enclitico e, per di più, 
preceduto da altro monosillabo, ambedue alla clausola dell' ado- 
rno [I, 4, 44; 7, 68). 

Altre particolarità non sono da notarsi in queste strofe saffi- 
che di Ennodio, giacché legittima è la diastole di pharetram, 
data la positio debilis innanzi a muta cura liquida, nella chiusa 

di I, 4, 50, e non meno legittima la sistole di illius nel princi- 
pio di I, 7, 62. 

Grave però è 1' errore prosodico no luit che si legge I, 4, 34 
(adceiiae pompavi noluit metalli), dove invano, contro il con- 
senso unanime dei codici e contro il senso del luogo, lo 
Schott pare che proponga di leggere notuit (in margine a 
pag. 72 dei Poern.: dico pare, perchè qui l' annotazione 
dello Schott non è chiara: ad ogni modo anche con notuit lo 
si taglio della quantità non sarebbe tolto). E consimile errore proso- 
dico s' incontra più sotto, al v. 50, marcidam damnans otiis 
pharetram, dove il Barth nei suoi Adversar., p. 478, propone 
viti hi iv. Tappar, crit. del Vogel, p. 277): qui lo Schott tace. 

'i Elisioni lievissime (eccetto l, 4, 43, secondo la lezione del Hartel, ma il 
luogo e «tubino), avvenendo fra sillabe di cui la prima o é breve o, se é lunga, 
la seconda sillaba è un monosillabo lungo per posizione. L'elisione di 1, 4, 42 
si nota in cesura, ina ha questo principalmente di inelegante che stacca la pre- 
posi/ione dm dal suo reggimento (cfr. caso analogo a p. 193). 



- 190 — 

§ 5). Versi adonii l ) (in un polimetro: I, 7, 60-80; versi 
12). Il versus Adonius, usato spesso dai Greci anche ad esprimere 
brevi sentenze o frasi proverbiali (p. es. nàvxa vofuoti, yv&di. 
aeavróv, fiodg ini parvi]) e come clausola ora di serio dattiliche ora 
di serie logaediche (di qui il doppio modo di considerarlo, ora 
come di natura dattilica ora logaedica : cfr. p. 188, nota 2), s' incon- 
tra nell'età classica dei Romani solamente nel metro saffico minore 
come quarto verso della strofa; comincia ad essere trattato a sé 
xaià axiypv con Terenziano Mauro (secondo il suo costume di 
dare le norme dei singoli versi usando i versi rispettivi: cfr. vv. 
2161-2176) ed è usato anche da Boezio (de consol. phil. alla fine 
del libro I: vv. 31), contemporaneo del Nostro. Nei dodici ado- 
nii di Ennodio, quantunque, come in Terenziano e in Boezio, i 
versi sieno considerati asinarteti e quindi con la libertà dell'iato 
e della syllaba anceps, pure non ricorre alcun iato, mentre i 
versi si chiudono tutti (ad eccezione di 69; 70; 72 in uscita vo- 
calica breve) o con vocale lunga o con consonante susseguita nei 
rispettivi versi seguenti da parola cominciante con consonante j 
il verso 71 è costituito da una sola parola (litterularum) : ad 
eccezione adunque di questa forma — -— — ~, che é un uni- 
cum, le altre forme sono le solite che si riscontrano pure in Te- 
renziano e in Boezio, e cioè — , *— — -, — ~, oppure — — , *— ■ — —, 
oppure — — —, — ~. 

§6). Endecasillabi falecii 2 ). Ricorrono, secondo 
l'esempio precedente di Catullo, Levio, Varrone, ecc., e poi di altri, 
come Stazio, Marziale, ecc., tema orlyor nel polimetro I, 4, dal v. 
123 al 128 (quindi in tutto vv. fi). 

Nell'uso del falecio Marziale, com'è noto, è più rigoroso di 

') Cfr. la nota 2 a p. 188. Sbaglia il Dnbois (a p. 37 del lavoro cit. alla nota I di 
p. 196), ohe considera questi versi come « dimètres anapestiques ». Della metrica 
di Ennodio il Dnbois si occupa assai brevemente a pag. 37 sg., dove indica i vari 
metri da lui usati, e a pag. 38 sg., dove nota alcune « fautes de prosodie », 
attingendo esclusivamente agli Iridici del Hartel e del Vogel. 

2 ) Cfr. Zambaldi 1. e, p. 390 sgg. ; Gleditsch 1. e, p. 291 ; Christ 1. e, 
p.537 sgg.; Moller 1. e, pp. Il4sg.; 178 sgg.; 231. Cfr. anche E. Leutsch, m PI, Uni. 
X. 740 sa-. 



' — 1!)] - 

• 

Catullo (cfr. FriedL 1. e, p. 28 sg.), ponendo egli sempre nella 
prima sede (base) uno spondeo, mentre in Catullo si trova ivi 
amile un trocheo ed anche un giambo (non mai però un tribraco : 
Cumc, -inni in LY. 10 è da intendersi trisillabo per sineresi o 
per consonantizzazione dell' i = j): anzi in un carme di Catullo, il 
LV, si nota anello la contrazione delle due brevi del dattilo in una 
lunga, e quindi lo spondeo al II posto; la cesura del verso in gene- 
rale è incostante e talora trascurata; Catullo inoltre lo usa anche 
Ipermetro, XL, 1, e spesso col monosillabo all'uscita. Nei s e i fale- 
cii indicati Enuodio usa s e m p r e la base s p o n d a i e a e se m- 
pre la cesura pente mimer e, che è sempre costituita 
dalla fine della parola che contiene o il dattilo (vv. 123 e 127) 
li le due brevi del dattilo (vv. 124; 125; 120; 128); la sillaba 
liliale trattandosi di versi asinarteti, è ancipite (con esito in vo- 
cale breve aperta ai vv. 124 e 120; con iato fin w] al v. 123- 
124). Nessuna elisione e nessuna licenza di nessun genere; un 
monosillabo non ricorre mai alla fine del verso, non preceduto 
in - ' da altro monosillabo uè da un polisillabo, mentre in Catullo 
\i sono vari esempi di questi versi chiusi da monosillabi a cui 
vanno innanzi parole bisillabiche, e in Marziale i monosillabi 
limili sono sempre preceduti da altri monosillabi, oltre i casi 
(ledi esiti in es o est enclitico sia non eliso sia eliso mediante 
aferesi per apostrophum o per sxfflvptv (cfr. Friedlander, 1. e, 
p. 20 seg.ì. 

?; 7). A compimento della nostra ricerca è necessario soggiunge- 
re poche parole per quelle brevi poesie di Ennodio, che si trova- 
no sparse qua e là fra i suoi componimenti in prosa, di cui fanno 
parto integrante cfr. P. I, p. 80, nota 2). 

E risaputo che la separazione dei carmina (in due libri) dalle 
altre composizioni di Ennodio (e inoltre la distinzione di queste 
in Epistulae, Opuscula, Dictiones) risale al Sirmond seguito in 
ciò da tutti gli editori, compreso il Hartel, ma escluso il Vogel, 
che si attenne alla tradizione manoscritta (la quale, se non sem- 
pre, è in gran parte determinata da una certa affinità di con- 
tenuto e da un ordine cronologico: cfr. Vogel nella prefazione, 
p. LUI sg.). 



— 192 - 

Ora, corno nei due libri dei carmina le poesie si trovano ta- 
lora precedute da brani di prosa (o col titolo di dictio. come I, 
6, o di prae fatto, come I, 7; 8; 9, o senza titolo, come II. 150), 
così, all' incontro, nei componimenti prosastici s'incontrano tal- 
volta brevi poesie come di e h i u s a (cfr. Epist. V, 7, p. 1 30 
ed. H. = CCIX, p. 174 ed. V.: 5 distici e 1 e g i a e i : Epist 
V, 8, p. 132 ed. H. = CCXXIV, p. 179 ed. V.: d i s t ic i e 1 e- 
giaci chiusi da due esametri; Epist. Vii, 21, p. 189 sg. 
ed. H. = CCCXXXV, p. 246 ed. V.: 3 distici elegiaci; 
Epist. VII, 29, p. 196 ed. H. = CCCLXII, p. 200 ed. V.: 2 di- 
stici elegiaci chiusi da 3 e n d e e a s i 1 1 a b i f a 1 e e i i ; 
Dici XXVIII, p. 506 ed. H. = CDLXVI, p. 325 ed. V.: 4 esa- 
metri), oppure i versi servono come di prefazione (cfr: Dict. 
XII, p. 461 ed. H. = CCCXX, p. 328 ed. V.: 3 distici ele- 
giaci; Dict. XXIIII, p. 498 ed. H. = CCVIII, p. 107 ed. V.: 3 
distici elegiaci), oppure i versi sono intercalati e fram- 
misti alla prosa, come nella Dictio VI Ambrosio et Beato 
(p. 401 sgg. ed. H. = CDLII, p. 310 sgg. ed. V.), .che è una specie 
di paraenesis didascalica, dove le singole parti del tema sono 
concluse (non « eingeleitet », come scrive il Teuffel 1. e, p. 
1236, n. 3) da versi di vario genere (Laus versuum : 12 ende- 
casillabi f a 1 e e i i ; Verecundia : 3 distici elegiaci; 
Casti tas : 10 esametri; Fides : 4 strofe in metro saffico 
minore; Grammatica: 10 tetrametri trocaici ca- 
talettici ; Rhetorica : 5 distici elegiaci): la com- 
posizione termina con 6 e s a in etri chiusi da 5 a d o n i i y.raà 
oti'xov '). Questa mescolanza di prosa e versi ricorda, solo, ben 
inteso, sotto l'aspetto formale, le saturae Menippeae, di Varro- 
ne: della quale mescolanza, a tacere di altri esempi nella lette* 

') Rscludo da questo indice il famoso Epitaphium Erniaria ( pubblicato nella 
Introduzione, |i. LV1I1, dal Vogol, e in ealce ai Carmina, p. 609, dal Hartel: 
ultimamente illustrato con tanta dottrina dal compianto collega C. Merkel, ui 
Memorie de IV Accori '. dei Lincei: classe di scienze morati ecc. Serie 5, Voi, III, 
Parte I), e lo escludo perchè, quantunque ritenuto da alcuni opera di Ennodm, 
esso non ò, in gran parte, che un centone di versi ennodiani, uè si deve a t tri- 
bù i re al Vescovo pavese. 



— 193 - 

raturà latina, ve n'ha uno di contemporaneo ad Ennodio: il de 
consol. philos. di Boezio. . 

* 

Senza insistere a lungo su questi versi sporadici di Ennodio, che 
come « disiecti membra poetae » si trovano dispersi passim in 
mezzo ai suoi componimenti in prosa e che, pel metro, hanno 
tutti riscontro in quelli già esaminati di proposito qui e nella 
P. I, mi contenterò solo di fare alcune osservazioni e di rilevare 
qualche particolarità più notevole. 

Anche qui i distici elegiaci presentano quella rela- 
tiva abbondanza di chiuse non b i s i 1 1 a b i e h e già notata 
altrove (P. I, p. 102 sgg.); in Epist. V, 7, nel carme al v. 8, cui 

è da misurare cui (cadendo nel secondo emistichio del pen- 
tametro : in tutti gli altri luoghi, nei quali ricorre questa forma, 
e che sono 18 [cfr. l' indice del Vogel a p. 395, col. I], o si deve 
scandire etti, oppure è ammissibile tanto cui quanto cui; del 
• resto cfr. Miiller 1. e, p. 318 sg., Adalb. Huemer 1. e, p. 6 e 
la citaz. del Hartel a pag. 701, col. I dell'indice); in Epist. VII, 
21, nel carme al v. 4, la preposizione propter chiude il primo 
emistichio del pentametro ed è così divisa dal suo reggimento 
(cfr. oss. analoga sopra, p. 189, nota 1); in opusc. VI, al v. 6 
del e. Verecundia (p. 403), havvi in cesura del pentametro il 
prolungamento della sillaba finale di libet davanti a parola 
che comincia con h (cfr. oss. alla nota 4 di p. 179 e anche 
alla nota 1 di p. 185) ; nel thema della Dictio a pag. 498, al 
verso 4: uxor ad alterità transierat copulam, si nota 1' errore 

prosodico copularli, che invano lo Schott nelle Notai, in Poemata 
ad. pag. 50 tenta di correggere con « vel thalamum vel trans- 
ieratque thorum [sic] »; per consimili licenze particolarmente 
presso i poeti cristiani cfr. Miiller nel libro VI dell' op. cit, p. 430 
sgg. e spec. p. 453, nonché il Bellanger e 1' Engelbrecht nei loro 
recenti lavori, il primo (già cit.) sopra Orienzio (p. 159 sgg.), 
l'altro sopra Boezio (p. 53 sgg. della III Abhandlung nei Sitzangsb. 
dell' Accad. di Vienna, 1902, intitolata Die Consolatio pìiiloso- 
phiae des Boethius. Beóbachtungen ecc.£ cfr. inoltre Adalb. Hue- 
mer 1. e., passim. 



- 104 — 

Negli esametri notevole è il v. 6 del e. ('astila* (opuac. VI, 
p. 404): hac legar, hac feriam, hac pacis foedera firrnem, dove 
non solo si nota iato (però in cesura e davanti h), ma anche il 
prolungamento (forse per posizione, se h è qui consonantico) 
della desinenza ain (cfr. oss. Saggia cit., p. 348, nota 49, e inoltro 
p. 347, nota 46). 

Negli endecasillabi falecii e degno (\i nota un 
verso, dove la cesura (contro queir uso, che è costante in 
Ennodio e che ho indicato sopra, p. 191) cade immediata- 
mente dopo il dattilo (Opusc. VI, p. 402, nel e. Laus versuum 
al v. 11: Christi militis insitum rigorem); nello stesso carine, 
al v. 2, si nota il prolungamento di que nell' arsi del dattilo e 
davanti al nesso str (« quodaXmque streputi parens Cantata ; 
qui lo Schott, p. 29 dei Poem., legge Quod cura quid ecc. »; la 
, diastole non è registrata negli indici del Hartel e del Vogel) e al 

v. 7 la base giambica {re solvat: qui il cod. B ha ressolvat, 

secondo l'apparato critico del Vogel, o res solvat, secondo 
quello del Hartel : del resto pel prefisso re cfr. Miiller 1. e. p. 448 
sgg.; inoltre Engelbr. 1. e, p. 56), mentre negli altri falecii di questo 
carme, e in quegli esaminati sópra, la base è sempre s p o n d a i e a. 
Interessante poi è anche il verso ultimo dei falecii in Epist. VII, 29, 
p. 196: exoptet sìmilem matrona sortem, dove, contro 1' uso co- 
stante del falecio, havvi la sostituzione dello spondeo (irrazionale) 
al trocheo nel terzo piede : che il luogo sia sicuro e che quindi 
a torto lo Schott (Notai, in Poem. ad pag. 69) corregga matrona 
in patrona, è provato dall' esplicita dichiarazione di Ennodio stesso, 
che in due luoghi giustifica quella licenza con un esempio di 
Terenziano (cfr. Epist. Vili, 21, p. 214, riga 15 sgg. >); Vili. 

') Il verso di Terenziano Mauro è il 1951 (Gramun. Latt.i VI, 2, p. 384, 
ed. Keil) : sic fui tir lacrimans, mittit habenas : cosi citato anche dal Vogel 
(p. 283, p. 16 sg.) : non capisco poi come qui i! Hartel, collo Schott, p. 250, e 
col Sirmond, p. 238, citi l'esametro intero di Virgilio (Aen. VI, I, da 
cui Teren/iano formò il falecio, il quale ha anche la licenza metrica mittTi), che é 
dato solo dal cod. I' (Vindobonensis) di seconda mano e in margine (secondo 
Hartel, p. 214; invece dal l> di prima mano e inoltre dal cod. C.^Vaticcnus, 



— 195 - 

29, p. 219, r. f 3 sgg.). Uguale osservazione si può fare a mo- 
menta (Opusc VI, nel e. Laus versuum, v. 4, p. 402: captivet 

docilis momenta cordis, dove pure a torto lo Schott'[m Poem. 

' i — 

Nota/, ad pag. 29] propone di emendare in talenta ; luogo 

omesso negli Indici del Hartel e del Vogel)). 

Il s a ffi e o minore (p. 405) e gli a d o n i i nani arixov (p. 410) so- 
no trattati alla stessa guisa dei rispettivi carmi esaminati sopra ; per 
latret (misura regolare, ma anche latret presso i poeti seriori : 
cfr. Georges alla voce e Mailer 1. e, p. 384 ; v. inoltre Adalb. 
Huemer 1. e. p. 13) nel v. 11 (II piede) del e. saffico Fides (p. 405), 
è da confrontare latrat a pag. 544 (Carm. I, 13, 21). 

Negli esametri trocaici, al v. 3 del e. Grammatica (p. 406 ): 
abstinens maini pudorem aure et ore vei'bero, havvi iato (in m) 
nella cesura (dieresi) : per questo verso cfr. oss. Saggio cit., p. 348, 
nota 49 : la licenza fu già notata dal Hartel (p. 671, col. II) e dal 
Vogel (p. 395, col. I), ma né 1' uno né 1' altro fa cenno dell' iden- 
tica licenza nel verso a quello susseguente : quicquid ars habet 
pavendum |l ars loqueadi temperai. 

Del rimanente nuli' altro è da rilevare come degno di parti- 
colare menzione in questi versi che stanno, per così dire, fuori 
della silloge poetica di Ennodio ; e quindi, raccogliendo le vele, 
entriamo finalmente in porto :... immensum spatiis conferirmi* 
aequor ! o, se non immensum, certo scopulosum ! 

Con 1' esame paziente e minuzioso della costruzione degli esa- 
metri e dei metri lirici abbiamo così compiuta la trattazione o s t e o- 
togica e sindes mológica (cfr. P. I, p. 140; Saggio 
cit., p. 336) di tutti i versi Ennodiani : per alcune particola- 
rità di carattere strettamente prosodico (su che ci siamo 
dovuti intrattenere talvolta per incidenza, come nel lavoro ante- 
riore, così nel presente per giustificare con osservazioni proso- 
diche le conclusioni sulla costruzione metrica dei versi 
stessi) e per altre particolarità notevoli negli esametri e versi 

secondo Vogel, p. 283), mentre il verso i u t e r o è in contraddizione col contenuto del 
luogo, trattandosi qui appunto di falecio, e non di esametro. — Per eguali licenze 
in Boezio, dove a ragione V Engelbrecht mantiene la lezione dei codd. contro il 
Peiper (1. e, p. 54 sg.), cfr. De cons. phil. I, e. IV, v. 2 e 11, p. 9 sg. ed. P. 



- 196 — 

lirici di Enriòdio di natura piuttosto stilistica [specialmente le 

unioni asin d e t i e h e e quelle a 1 1 i 1 1 e r a n t i ), ci riservia- 
mo di trattarle, come abbiamo fatto per la prima parte, in una 
ricerca separata: e questo anche per non abusare troppo dello 
spazio concessoci in questo Bolle/tino. 

Come conclusione generale del nostro lavoro si può ricavare 
questa, che, qualunque giudizio si voglia pur fare sul valore i n- 
trinseco delle poesie di Ennodio ■), è fuor di dubbio, che, 
sotto l'aspetto puramente formale e metrico, esse de- 
vono ritenersi eleganti, come quelle che sono diligentemente mo- 
dellate sugli schemi classici: anzi, com'era da aspettarsi, per 
questo riguardo, da un v e r s e g g i a t o r e tardo, ina dotto e, 
direi, saturo di tutta la letteratura pagana, dobbiamo dire ch'egli 
è più rigoroso (così da apparire talvolta perfino pedante) dei 
suoi stessi modelli nell' evitare certe asprezze e certe libertà, le 
quali pur s' incontrano in quelli. Per alcune licenze d' altro ge- 
nere, diremo eh' esse erano comuni a questi poeti tardi, a questi 
Epigoni dell'arte classica 2 ); v'hanno poi anche certe partico- 

') Cfr. a questo proposito P. I, p. 89 sg. Un difetto, in generale, della lingua 
e dello stile di Ennodio é, non di rado, la sua oscurità, cagionata principal- 
mente dalla artificiosità, singolarità o stranezza nell'impiego di certe parole e 
frasi e nella costruzione, nonché dalla stravaganza nell' uso di concetti astratti, 
di traslati e di altre figure retoriche. Non a torto adunque già il Rernhardy nel 
suo Grundriss der Ròm. Litt. B , p. 842, giudicava di Ennodio servendo che egli 
« die rhetorischen Redemittel vòllig aufbraucht uud erschopft »: il suo giudizio 
veramente qui si riferisce al Panegirico di Teodorico, ma è applicabile, in gene- 
rale, ai suoi scritti sia in prosa sia in poesia: scritti che cosi definisce, sotto 
l'aspetto formale, il Vogel (Arcliiv f. lai. Lex. und Gramm. XIII, 1903, 
p. 444) « ein charakt.erloses Kunstprodukt »: giudizio già prima da lui emesso 
nei suoi Ennndiana{Archiv ecc., I, 18S4, p. 267), dove chiamala sua lingua 
« marklos ». Del resto cfr. il recentissimo lavoro di A. Dubois, La Latinitè 
d' Ennodius (Paris, 1903), nonché M. Mamtius al § 2, Ennodius, p. 360 sgg. 
della sua Gesch. der christ.-lat. Poesie bis sur Mitte des 8. Jahrhunderts. 
Stuttgart, 1891, e W. Wattenbaeh a pag. 80 dell'opera Deutschlands Gesrhi- 
chtsquclleit i,u Mittelalter bis sur Mitte des dreizchnten Jahrhunderts. VII 
ediz. (curata da E. Diimmler). Stuttg. und Berlin, 1904 (I Voi.). 

2 ) Cfr. in argomento il liber sexlus della più volte citata opera de re me- 
trica 2 ecc.. di L. Miiller, intitolato de mutatis alioqui quanti! atibus syllabarum ecc., 



- 197 - 

larità metriche in Ennodio, le quali non si possono spiegare aV 
• trimenti che come veri e propri e r r o r i p r o s o d i e i : indizio 
questo del graduale affievolirsi del senso della q u a n t ita, come 
già avvertimmo altrove (Saggio cit., p. 336 : di che frequenti sono 
i segui precursori anche in poeti molto anteriori ad Ennodio, e 
specie in Commodiano l ), e che accenna al carattere che assu- 
merà più tardi la poesia nelle letterature neolatine, dove essa è 
essenzialmente acce n t u a t i v a. 

Pietro Rasi. 

i 

p. 430 sgg. ; efr. inoltre, passim, il libro quarto e quinto, de vocalìbus interse 
concurrentibus (p. 279 sgg.) e de vi consonarum coeuntium et de productis vel 
correptis finalibus, p. 380 sgg. 

') Cfr. V opusculum II dell'opera succitata del Moller, intitolato de poesi 
rhythmica, p. 554 sgg., e inoltre, anche pei- la bibliografia antica e moderna, 
F. Ramorino- nel suo importante lavoro : La pronuncia popolare dei versi 
quantitativi latini nei bassi tempi ed, origine della verseggiatura ritmica 
(estratto dalle Memorie della R. Acc. delle Scienze di Torino. Serie II, 
Tomo XL1II) e specialmente al eap. I : Dei componimenti metrici con errori di 
prosodia, p. 8 sgg. (per Commodiano, negli esametri del quale non si può, in gene- 
rale, [tarlare di poesia metrica o quantitativa , bensì ritmica o accentuativi, cfr. 
Ramorino op. cit., p. 65 sgg., e la compiuta trattazione di F. Hanssen, De 
arte melr. Commodiani. Argentora ti, 1881). Di capitale importanza é pure in 
argomento 1* opera di W. Meyer, Anfang und Ursprung der lat. and griech. 
rhythm. Dichtung (Mùnchen, 1885) : cfr. inoltre la nota 1 a pag. 135 del mio Sag- 
gio cit. per la bibliografia ivi riferita, fra la quale ricordo ora: G. Fraccaroli 
Saggio sopra la genesi della Metrica Classica. Firenze, 1881, e alla quale ag- 
giungo anche Joh. Huemer, Untersuchungen ubar die àltesten lat.-christ. 
Rhìjthmen. Wien, 1879. 



STEMMI E SIGILLI COMUNALI 

USATI NULLA PROVINCIA DI PAVIA <•) 



Prima che io mi occupassi dello Stemma di Patta (2), ben 
poco si era pubblicato al riguardo degli stemmi e dei sigilli co- 
munali della provincia. Soltanto dai cartografi, o per illustrazione 
di qualche nostra città (3\ s'era aggiunta la figura dello stemma 
rispettivo, senza descriverlo. Sono in vero da eccettuarsi la nota 
di Domenico Promis (4) sul sigillo di Mortara e di suo figlio 
Vincenzo (5\ parimenti storico e numismatico, su quelli antichi 
di Bobbio, e del moderno la breve descrizione del dott. Daniele 
Bertacclii (6): del cap. Enrico Pollini (7) il cenno sull'arma di 
Rebbio e l'opuscolo del nob. Teodegisillo Platee (8) sullo stemma 
di Stradella: il capitolo sul sigillo di Pavia di don Camillo Bram- 

(1) Memoria letta nell'adunanza 16 gennaio 1902 del R. Istituto Lombardo 
di se. e lett. in Milano. 

(2) Roma 1901, con 35 figg. nel testo, in Boll, della Consulta Araldica, 
voi. V, n. 22. 

(3) I.itta, Famiglie celebri italiani' — Bacì/i ili Savoia — Tav. geogr. XI e 
XV; Gustavo Chiesi, La provincia dì Pavia, Torino 1896; Cento Città d'Italia, 
suppl. al Secolo, ecc. 

(4) Sigilli italiani illustrati, in Mise, di storia ital. voi. IX, Torino 1870, 
§. XXIII, p. 360, tav. IV, fìg. 23. 

(5) Sigilli italiani editi ed illustrati, ibtd. voi. XV. 1876, p. 89 e 120, 
tav. I, n. I, tav. VI, n. XXVIII. 

(6) Monografia di Bobbio, Pinerolo 1859, frontespizio e p. 215. 

(7) Annuario storico-statistico lomellino per /'miao {872, Torino 1871, p. 97. 

(8) Sic, nani ilei la città ili Stralicila, Stradella 1878. 



- lui» - 

bilia (1), dell' ing. Pietro Saglio (JJ) le parole sullo stemma di 
Broni e su quello «li Carteggio il paragrafo del cav. Carlo Gin- 
netti (3): finalmente la memoria del conte Antonio Cavagna- 
Sangiuliani (1) su Stemma e sigillo del Comune di -Voghera. 

Ad ogni modo ben poco, ricordando che i comuni della pro- 
vincia pavese salgono al numero di 221. 

Pensai quindi di gettare le pi-ime palate di terra nella lacuna 
a colmarsi e mi rivolsi anzitutto agli egregi sindaci perchè mi 
fornissero le notizie necessarie, poi mi diedi a ricerche d'archi- 
vio. Ed ora, sembrandomi di aver raccolto un discreto mate- 
riale (5), oso metterlo in luce, almeno come curiosità per il 
pubblico e forse interesse per gli araldisti, che mi compatiranno 
se mi schiero, all' ultimissima coda, fra di loro. 

Unisco stemmi a sigilli, condividendo l'opinione dell'amico 
ponte Cavagna che le insegne, sotto le quali militavano i soldati 
'« originarono gli stemmi, e gli stemmi improntarono dei propri 
onorevoli segni gli antichi sigilli di città, di sovrani, di corpo- 
razioni religiose, ecc. » Ma, per semplificare il lavoro, classifi- 
cherò i Comuni pavesi in tre categorie: 1> di Comuni, che non 
usano insegne di sorta — 2.» di Comuni, che adottano il sigillo 
degli uffici governativi, o reale, che dir si voglia — 3." di Co- 
muni, e sono ì meno, che adottano stemmi e sigilli particolari. 



Appartengono alla 1." categoria 25 Comuni (6). Il loro sigillo 

(1) Monete di Pavia raccolte e ordinatamente dichiarate. § Xll. Il sigillo 
'le/ C,,, liane, Pavia 1883, p. 478, tav. X, ffg. 12. 

(2) Notizie storiche di Brani, con cenai relativi ai dintorni e particolar- 
mente ai Comuni di Stradella e di Barhianello, voi. II, Broni 1890, p. 115. 

(3) Costeggio - Notizie storiche. I. Le vie del. paese, Voghera, 1890, p. 76-79. 

(4) L'Agro vogherese — rnem. I, Cabrate Primo 1890, voi. 1, p. 1 con fìg. 

(5) Ringrazio tutti gli ili.'" 1 signori Sindaci, che vollero avere la bontà di 
Soddisfare il mio desiderio. Ringrazio parimenti il noli. Carlo Marozzi « notis- 
simo in questo genere di lavori » che mi ha favorita qualche indicazione. 

6 Baselica Bologna, Bercguardo, Carpignago, Copiano, Córteolona, Costa, 
Ae'NobLli (circondario di Pavia) — Frascarolo (Mortara) — Giussago, Lan- 



— 200 — 

municipale sia a socco che a umido, ovale o circolare, reca sol- 
tanto la dizione Comune di (p. e. Copiano, Frascarolo), op- 
pure v' è indicato il circondario (p. e. Santa Cristina, San Zenone;. 
o quello della provincia (p. e. Mirabelle, Magherno, Trivolzio), 
talora insieme col ninnerò dell'antico distretto (p. e. Tornano), o 
del mandamento (p. e. Laminano). Qualcuno sostituisce, alla parola 
Comune;, quella di Municipio o Giunta municipale p e. Carpi- 
gnago, Marci gnago, Trovo), o perfino 77 Sindaco del Comune 
di (p. e. Oliva-Gessi, Redavalle). 

Della 2." categoria, procedendo dai più semplici sigilli ai 
complicati, 3 Comuni (1) mettono nel centro il solo scudo di , 
Savoia moderna (2) sormontato dalla corona reale, ed in giro la 
dizione Comune di , anche senza il nome del circonda- 
rio (p. e. Galliavola). 

Un altro gruppo è costituito da quei Comuni, che usano lo 
scudo sannitico sopradetto, attorniato dal collare dell'Annunziata- 
e cimato dalla corona, il tutto sopra due paia di bandiere nazio- 
nali impugnate, sia il sigillo circolare, oppure ovale-trasverso. E 
sono 46 (3). Nella parte inferiore del contorno, qualcuno indica 

driano, Magherno. Marcignago, Mirabello (Pavia) — Oliva Gessi, Redavalle 
(Voghera) — Sant'Alessio e Vialone, Santa Cristina e Bissone, San Genesio, 
San Zenone al Po, Tornano, Trivolzio, Trovo, Turago Bordone, Vellezzo Bel- 
lini, Zeeeone, Zerbo (Pavia). 

(1) Galliavola, Gaeabarana, Tromello (Mortara). 

(2) Croce bianca in campo rosso, da non confondersi con lo scudo di Savoia, 
antica, cioè l'aquila spiegata di nero coronata del medesimo, ripresa di moda 
da S. M. Vittorio Emanuele III. 

(3) Albaredo Arnaboldi (Voghera) — Albuzzano, Badia, Bascapè, Battuda, 
Borgarello (Pavia) — Borgoratto Mormorolo (Voghera) — Bornasco (Pavia) — 
Bressana, Campospinoso (Voghera) — Carbonara Ticino, Casorate 1°, Cava Ma- 
nara, Ceranova, Chignolo Po (Pavia) — Oonfienza (Mortara) — Cura Carpignano, 
Filighera, Fossarmato, Gerenzago, Inverno, Lardirago, Marzano, Mezzana Ra- 
battone, Monticelli Pavese (Pavia) — Ottobiano (Moatara) — Ottone (Bobbio) — 
Parona (Mortara) — Pieve Albignola, Pieve Porto Morone (Pavia) — Rea (Vo- 
ghera) — Ròncaro (Pavia) — Rosasco (Mortara) — Siziano, Sommo. Spessa (Pavia) 
— Stuardi (Mortara) — Torre d'Arese (Pavia) — Torre Berciti (Mortara) — 
Torre del Màngano, Travacò Siccomario (Pavia) — Val di Nizza (Bobbio) — 
Valle s.iliinliene (Pavia) — Verrua Siccomario (Voghera) — Vidigulfo, Villau- 
I eiio (Pavia), 



— 201 — 

la provincia (p. e. Badia. Borgarello), od il circondario (p. e. Bres- 
sana, Rea), od il mandamento (p. e. Bornasco, Torre del Màn- 
gano); qualcuno mette Municipio o Giunta Municipale di ... . 
in vece di Comune (p. e. Ceranova, Inverno). Veggonsi perfino at- 
tuate certe, dirò così, alterazioni, come il sopprimere la corona 
reale da sopra lo scudo (p. e. Valle Salini bene), quando potevasi 
alla più spiccia togliere tutto lo stemma, imitando quelli di 
1." categoria. 

Nell'elenco poi figura Bascapè, il quale potrebbe aver avuto 
In stemma di questa famiglia (1); e Villanterio, che certamente 
possedeva, ancora nel secolo XVII, il suo scudo fasciato d' oro 
e di nero (2). 

Veniamo a quelli con stemma a padiglione. è un padiglione 
feenza colmo, poi-tante in centro lo scudo sannitico semplice, sor- 
in. .ntato da una corona larga con nastri laterali svolazzanti, e ne 
abbiamo 54 (3). Bisognerebbe però rilevare che Montescàno usa 
indifferentemente questo sigillo a padiglione e l'altro innanzi 

Fasciato d'oro e d'azzurro alla riga di rosso accompagnata da un'aquila 
Bel capo, il tutto sormontato da corona marchionale (?), come vidi ricamato a 
colori m un volume del seicento di quell'importante Archivio parochiale. 

) Trovasi nella raccolta di Marco Cremosano, mss. del XVII, .presso il 

>rgio Dal-Verme in Milano. Sarebbe uguale a quello di Ceva (Cuneo) se 

la corona e le palme. 
(3) Bastida de' Dossi (Voghera) - Borgo San Siro (Mortaraj - Bosnasco, 
Sranduzzo, Casigliano, Canevino, Casanova tonati, Castana (Voghera) — Castel 
{Agogna, Ceretto Lomellino (Mortara) - Cerignàle, Fascia (Bobbio) - Ferrera 
Mortara) - Fontamgorda, Fortunago (Bobbio) - Goido (Mortara) - Gon4to 
(Bobbio) - Langosco (Mortara) - Lirio, Lungavilla [già Calcababbio] (Voghera) 

- Meucónico (Bobbio) — Mezzanino, Montecalvo Versiggia, Montescàno (Vo- 
luTa,; — Nicorvo, Olevano Lomellina (Mortara) — Pancarana, Pizzale Porana, 

Rzzocorno, Retorbido, Robecco, Rocca de' Giorgi (Voghera) - Rondanina, 

Rnìno, Sagliano di Crenna , Sant'Albano (Bobbio) — Sant'Angelo Lomel- 

i (MortaraJ - Santa Galletta (Voghera) - Santa Margherita di Bobbio 

- San Ponzo Semola (Voghera) — Sartirana Lomellina, Scaldasole (Mortara) — 
iteghiglione Voghera) - Terrasa (Mortara) — Torrazza Coste, Torre del Monte, 

Trebbiano Nizza, Valverde (Voghera) — Velezzo Lomellina (Mortara) — Verretto 
ra I — Villa Biscossi' (Mortara) — Volpara (Voghera) — Zavattarello, 
Sèrba (Bobbio . 

13 



- 202 

descritto con te bandiere impugnate. Cosi pur'' va notato che, 

per (inalilo mi consta, nessuna delle nobili famiglie dei Lango 
dei Giorgi, dei Lonati, degli Olevano, dei Sartirana, dei Dal-Verme 
ha lasciato nello stemma comunale traccia delle proprie insegne, 
quantunque casati antichi e proprietari tuttora di rocche, castelli 
o terre. 

Il padiglione ha per altri 13 Comuni (1) il manto d'ermellino 
di cortinaggio, la collana dell'Annunziata, che attornia lo scudo 
e la corona stretta. Qualcuno di essi aggiunge l'indicazione del 
circondario (p. e. Casèi, Cécima, Domo), o insieme anch'' della 
provincia (p. e. Barbianello), o mette Municipio in vece di Coi, 
ninne di (p-'e. Canneto, Trebecco). 

Ed anche qui va notato che il Connine di Rovegno adotta 
indifferentemente questo od il sigillo a padiglione descritto più 
sopra; che Montébello non segna la collana dell'ordine supremo; 
che Torre de' Negri ha tuttavia, sull'esterno della parochialej 
l'arma dei Negri della Torre (2), la quale potrebbe essere stata 
sul castello dei conti feudatari o in municipio; in fine che la 
frazione di Casèi, già del conte di Carmagnola (1415), ha cosi 
dimenticato il suo stemma, che nel XVI secolo era uno scudo 
medio al leone rampante fra le lettere C-C, caricato nel capo 
di un'aquila spiegata di nero, animali ambedue volti a destra (3)3 

Terza sorta di padiglione senza colmo è quello con lo scudo 

(1) Barbianello, Bastida Pancarana, Canneto Pavese [già Montù de' Gabbi], 
Gasei Gerola, Cécima (Voghera) — Cella di Bobbio, Corte Brugnatella (Bobbio) 
Domo (Mortara) — Montébello (Voghera) — Rovegno (Bobbio) — Torre ile' Negri 
Torrevecehia Pia (Pavia) — Trebecco (Bobbio). 

(2) Partito: nel 1." d'oro a tre bande d'azzurro, al capo d'oro caricalo di 
un' aquila di nero, coronata dello stesso; nel 2.° d'azzurro alla torre rotonda 
d'argento, merlata di quattro pezzi alla guelfa e fondata su una rocca di verde, 
movente dal lato sinistro ; il lutto sotto un capo d'azzurro, caricato di un'aquila 
di nero, coronala d'oro. L'arma in posto è un po' diversa da quella descritta 
nell'Annuario della nobiltà italiana, Bari 1900, p- 1034, avendo la. torre mcr-_ 
lata di soli tre pezzi alla ghibellina e di due finestre. 

(3) Agenti del Comune — Confisca Torelli W gennaio 4536, in Archivio 
di Stalo di Milano. 



- 203 — 

sostenuto da «lue leoni rampanti, cui è sovraposto l'olmo in maestà, 
adottato da 12 Comuni (1). 

Ultima a padiglione è l'attuale stemma col colmo tenente 
la corona sormontata dalla stella d'Italia e i leoni afferranti 
le banderuole alzate. L'adoprano da solo 36 Comuni (2). Cinque 
indifferentemente con quelli a corona dai nastri svolazzanti, 
manto d'ermellino, o bandiere impugnate (3): alcuni indicando 

il circondario, altri in ovale lungo con la dizione Comune di 

sotto lo stemma (p. e. Caminata), altri servendosi più spesso 
dell' attuale e pei sigilli in ceralacca di quello meno recente 
q>. e. Godiasco). 

Avvertasi che Cergnago, prima del 1866, usava quello con 
corona dai nastri svolazzanti. Per Cervesina, almeno su perga- 
mene ordinate in onore dei propri funzionari anni sono, s'inventò 
uno stemma di testa di cervo in campo azzurro, sopra una fa- 
scia bianca, segnato da cinque borchie cannellate e sormontato 
ila corona murale. Concezione stravagante, fondata sul radicale 
del nome ■- quasi che non vi fossero Cervo (Porto Maurizio), 
Cerva (Catanzaro), Cervatto (Novara), Cervara (Roma), che lo 
giustificherebbero meglio — e sul ritrovamento nelle alluvioni 

[1 Curami (Voghera) — Cozzo (Mortara; — Donelasco (Voghera) — Gen- 
/( ,iir (PavTa — Golferenzo (Voghera) — Gravellona (Mortara) — Montesegale, 
Kontù Berchielli, Mornico Losana, Rocca Susella, Santa Maria della Versa, Ze- 
aevredo (Voghera). 

(2) Alagna (Pavia; — Albone.se (Mortara) — Bagnarla (Bobbio) — Botta- 
ro.ie Voghera) — Castellare de' Giorgi (Mortara) — Castelletto Po (Voghera) 
— Cergnago (Martara; — Cervesina, Cigognola (Voghera) — Cilavegna (Mor- 

— Codevilla, Corvino San Qnirico (Voghera) — Linarolo (Pavia) — Mez- 
Bigli (Mortara) — Mrradòlo (Pavia) — Montalto Pavese (Voghera) — Pieve 
del Cairo (Mortara) — Pietra de' Giorgi, Pinerolo Po, Portàlbera (Voghera) — 
fregola (Bobbio) — Rognano (Pavia) — Romagnese (Bobbio) — San Cipriano Po, 
San Damiano al Colle (Voghera) — San Giorgio Lomellina (Mortara) — San 
Martino Sicconiario (Pavia) — Semiana (Mortara) — Torre d' Isola (Pavia) — 
iorricella Verzate (Voghera,; — Valeggio, Valle Lomellina (Mortara) — Villanova 
d Ardenghi, Vistarino (Pavia) — Zerboló (Mortara) — Zinasco (Pavia,/. 

(3) Caminata (Bobbio)-— Casaiisma (o Cà-Tisma), Cornale, Godiasco, Silvano 
Pietra Togbei n . 



204 



del vicino Po di avanzi l'ossili di cervi (Cervus eurycéro ed 
elaphus), scoperti per altro più abbondanti a Mezzana Corti, fra 

Arena e Portai beni (1). 

Avvertasi inoltre che Cilavegna, feudo dei Taverna nel sei- 
cento e patria del distintissimo numismatico Pietro Tosi, ba per 
tal modo abbandonato il suo antico stemma, la cui insegna nel 
1458 erano due chiavi in croco trasversa col manico trifogliato, 
il tutto marginato dal nome del Comune (2 . Siccome le chiavi 
sono anche segno di sottomissione, potrebbe darsi che il detto 
stemma provenisse dalla resa di Vigevano (1449) al conte France- 
sco Sforza, essendone Cilavegna fin d'allora sotto la giurisdizione. 

* * 

Eliminati questi 194 Comuni, restano 27 ad esaminarsi. Dicias- 
sette invero usano sigilli governativi; ma, possedendolo, o credendo 
di averlo, o in attesa eli riceverne l' autorizzazione, intestane 
anche dello stemma proprio le loro carte, lo recano sulle bai 
diere, e via. Sono : 

Belgioioso (Pavia), che adopra sigillo governativo con lt 
bandiere impugnate; però s' è fatto disegnare uno stemma pro- 
prio, non ancora autorizzato, dall' Istituto araldico-artistico ii 
Roma. Ed esso è ovale, partito: al 1° di « Belgioioso » cioè 
scaccato d'argento e di rosso, al capo d'argento, caricato d'una 
croce del secondo (3), al 2° d'azzurro, all'aquila (?) d'oro coronata 

(1) Anche i Guelfi di Toscana hanno il cervo, saliente sopra un monte roc- 
cioso ; il Civrani abate di Avola e i Degoyzueta di Napoli il cervo passante, 
come si vedrà per Mortara e sappiamo di Codigoro ; i march, di Monferrato 
portavano le corna di cervo, nascenti dalla corona dell'elmo, come nello stemma 
di Crema, ecc. 

(2) Sez. stor. — Vicende dei Comuni, in Arch. Stato Milano. 

(3) Questa è l'arma comune a tutte le linee; ma la comitale di Belgioioso 
(con Albuzzano, Marzano, Vigalfo, Barona e Spirago) reca per supp. due leoni 
d'oro, la testa rivolta, coronati dallo stesso, quello a destra tenente tre rami 
d'alloro di verde, quello a sinistra tre rami di [ialina dello stesso. Questa comi- 
tale, alla sua volta, ha due rami. Il cadetto porta scudo inquartato : nel 1° 
e 4° d'azzurro all'aquila sorante coronata all'antica di oro e di rosso, nel 2" 



- 205 - 

«li rosso, il tutto cimato da corona volante principesca, senza il 
tocco. Ed in fatti i Barbiano d'Este, ch'ebbero questo feudo fin 
dal secolo XV, sono principi conti di Belgioioso. 

Eterne (Mortara) usa nei sigilli quello con corona a nastri 
svolazzanti : altresì un castello, fra giardino cinto di siepe, di 
due torri rotonde, racchiudenti un muro merlato di porta aperta. 
Lo credo insegna del forte famoso, eretto a metà del seicento, 
clic tante volte fu attaccato ed altrettante ha respinti i nemici 
di quest'antica abbazia, poi marchesato degli Arborio, oggi Ar- 
borio-Gattinara conti di Sartirana. che non recano però il ca- 
stello nella loro arma (1). 

Ma dato che brem presso i Levi-Liguri significasse bosco 
• • da brem venisse Breme, potrebbe credersi che la siepe rap- 
presenti la foresta circondante il castello; se non che le armi 
non rimontano al di là del XIV secolo e la siepe deve ritenersi 
ornamentale. 

Cassolnovo ( Mortara ), servesi del vigente sigillo gover- 
nativo più spesso del proprio scudo sannitico, partito: a de- 
stra (2) di rosso, a sinistra d' argento alla riga azzurra (che 
disegnasi erroneamente con linee verticali, in vece di orizzontali) 
col capo d'oro all'aquila sorante di nero, sormontato dall'elmo di 
lonte che disegnasi erroneamente da nobile), dal quale cadenti 
intorno allo scudo pennacchi rosso-azzurri, quasi lambrecchini. 

Cassolnovo è il capoluogo del Comune, che comprende la 
frazione Cassolo vecchio (1' antico Cassolium o Cassiolum, già 



e :: d'azzurro a tre gigli guelfi 2 su 1, brisato da bordura dentata di rosso 
e oro; lo scudetto comune è sul tutto e l'arma è circondata da rami d'al- 
loro e palma sotto padiglione rosso ermellinato e cimato da corona da prin- 
cipe. Quindi lo stemma, che si vorrebbe adottare dal Comune di Belgioioso 
ne differisce solo per la mancanza di brisura e dei gigli, e per 1' aquila unica 
posta di fianco, invece che di fronte. 

1 ) Di tutta la famiglia Arborio, essa è : d'azzurro alla croce di sant'Andrea 
ancorata d'argento, accantonata da quattro gigli d'oro, al capo dello stesso, 
to di un' aquila di nero, coronata all'imperiale. 
(2) Sinistra osservando, s'intende, secondo le norme blasoniche; e così si- 
nistra per destra, lo dico una volta per sempre. 



- 200 — 

colonia romana dei Cassiij, dotto anche Villareale, per la resi- 
denza degli Sforza e corto della marca d' Ivrea ; fu poi conci 
ai conti di Novara, indi ai Trivulzio quale feudo col titolo di contea. 
ed ai marchesi Gonzaga di Mantova (1679), principi del S. li. I. 
Non è stemma però di queste famiglie (1). 

Casteggio (Voghera) usa nei sigilli il governativo a padiglione 
senza colmo, circondato dalle parole — Municipio del Borgo 
di Casteggio; comunemente uno stemma, del quale il Giulietti (2) 
scrive « il vecchio quadrante (dell'orologio) portava al basso 

« uno stemma, che era identico o poco dissimile dall'attuale 

« nel riordinare le carte del Comune ritrovai in up vecchio re- 
« gistro censuario sottoscritto Signorini appunto un bollo o si- 
« gillo e che a quanto ricordo rassomigliava alquanto a quello 
« del campanile. Nell'antica sala comunale venne poi fatto dipin- 
« gere uno stemma simile con la leggenda in giro — Comunitas 
« Clastidii — .... In un sigillo, col (piale a Casteggio nel 1630 
« si Armavano le bollette eli immunità da morbo per coloro, che 
« da Casteggio, sano per la Dio grazia sino al dicembre, si re- 
« cavano altrove figurano in testa tre gigli o tre acquile e al 
« disotto le chiavi, ma nessun triregno. Evvi adunque una certa 
« differenza fra lo stemma del vecchio registro e quello usato 
« in comunità dai conservatori della sanità nel 1030 3 . Perciò 
« io crederei non ancora ben constatato lo stemma del Comune. 
« Il più probabilmente vero sarà quello del vecchio registro. 
« In quanto a quello dipinto sul quadrante dell'orologio io lo 
« crederei uno stemma di carattere misto appunto come di 
« spettanza mista è il campanile. L'autorità civile avrebbe il 

(1) I Trivulzio hanno un partito di duo tratti, di cui il 1." spaccato di tre, 
dei quali il 1." e d'oro a teista di tre volli di carnagione, coronata d'oro e sor- 
montata dal inoLto Mens unico di nero. 1 Gonzaga di Mantova portavano una 
grand' arma d'argento alla croce patente di rosso, accantonata da quattro 
aquile di nero, sul tutto leone coronato d'oro, '■>■<■. 

(2) Loc. cit. 

(3) I conservatori della Sanità pubblica usavano dappertutto uno stemma 
un po' diverso da ipudlo comunale. Cfr. la mia mcm. Lo stemnm ili l'ttria, 
p. 7 e nota 2. 



- 207 — 

« suo emblema nelP aquila Un Cosare Martinengo, che 

« da Filippo M. Visconti sul principio del secolo XV (che ap- 
« punto corrisponde alla costruzione della chiesa) fu primamente 
« investito del feudo di t'asteggio, potrebbe aver preteso (e ne 
« aveva il diritto) che l'aquila della sua famiglia figurasse sulla 

« torre o campanile del Comune In quanto agli emblemi 

« del campo inferiore indicano probabilmente il diritto della corte 
« di Roma di nominare Parrochi, oppure che la Chiesa di Ca- 
« steggio ebbe a patrono un S. Pietro Apostolo. Simili emblemi 
« figurano in diversi altri edifizi ecclesiastici della Diocesi pia- 
« centina ». 

Chi ha mai capito, dalla lettura di questo paragrafo II del 
Ciiulietti, intitolato — L'Orologio e lo Stemma del Comune — 
quale in sostanza esso sia? Aggiungasi che nelle carte comunali 
si rappresenta male, errato o mutilato. Realmente è spaccato: 
al 1." di rosso all'aquila d'oro con la testa rivolta a sinistra, 
sormontato dalla corona murale del medesimo di tre pezzi, rigato 
o cucito (?) d'azzurro al 2.° burellato di rosso e d'argento, cari- 
cato di tiara, posta su due chiavi di Santa Sede rovesciate d'oro, 
ora tolta e sostituita da tre palle o bisanti 2. 1. del medesimo. 
Lo scudo, sannitico- tondo o perale inverso, sembra bordando 
d'oro, ed è cimato da elmo di bastardo pur d'oro, con la visiera 
alzata a metà, e sopra due punte di lancia impugnate ; dall'elmo 
partono due nastri bianco-rossi a un nodo, e sotto lo scudo leg- 
gesi — Comunitas Clastidil — degli stessi colori. 

A proposito delle spiegazioni avanzate dal Giulietta, notisi 
elio l' investitura feudale a favore del Martinengo è del 9 feb- 
braio Itti (1), e che l'arma comune a tutta la famiglia, d'origine 
bresciana, consiste in un'aquila spiegata di rosso coronata in 
campo d'oro (2), oppostamente a quanto vedesi nello stemma di 
Carteggio. Siccome poi esso è passato agli Sforza- Visconti- Ca- 
ra vau*- io. almeno dal 1475, per la Violante Benti voglio, il cui 
figlio Muzio fu primo conte di Casteggio (3), poi por l'ultima Bianca 

. I Cavagna, op. cit. voi. II, Casorate l.° 1890, p. 411 e seg. 

2 Ibid. p. 379, nota 2. 

3 Ibid. p. 402 e Albero genealogico tratto dal Litta. 



— 208 — 

Maria entrato in Sforza-Sinzendorf nel 1770, si potrebbe pen- 
sare alle armi degli altri feudatari per interpretare lo stemma 
della cospicua borgata, ch'ebbe il suo periodo culminante nel- 
l'epoca romana, della quale tanti cimeli e ricordi sono in luogo 
o a Villanterio (1). Ma, per parte Sforza, mancherebbe il Icone 
d'oro, rampante, che sostiene il cotogno, solo o inquartato nelle. 
armi d'ogni ramo, compresi i march, di Caravaggio: e, per parte 
Bentivoglio, mancherebbe il caratteristico trinciato - indentato 
del 1° e 4°, o del 2° e 3°, o del 2.° Inoltre l'autorità papale non 
fu mai esercitata su Casteggio, si da giustificare il triregno e 
le chiavi; l'elmo non è di metallo giusto, ecc. 

Concludendo, ritengo questo stemma di tempi diversi e dise- 
gnato da chi non conosceva le regole per blasonare, né i trat- 
teggi degli smalti, ne il significato costante delle posi/ioni; in 
una parola lo ritengo uno stemma enigmatico, antiaraidico. 

Castelnovetto (Mortara) qualche volta usa sigilli con stemma 
governativo a padiglione della terza sorta descritta; quasi sempre 
con l'arma propria, cioè il castello aperto di una porta e due 
finestre del campo, sormontato da due torri fenestrate e merlate 
di tre pezzi. Esso è ancora l'antico stemma, qual si vede nella 
lettera 18 luglio Ì494 dei presidenti agli affari del Comune, 
diretta al duca Gian Galeazzo Maria Sforza (2); però in quello 
del XV mancano le finestre nel castello, il cornicione ha den- 
tello e le finestre delle torri si stendono in basso, quasi fossero 
loro porte. Ricorda insomma il Castrum novetum, ossia il ca- 
stello distrutto dai milanesi nel XII e nuovamente edificato, non 
che ampliato poi dai Rasini, principi del S. R. I. e marchesi di 
questa terra (1573) che, all'origine, si chiamava soltanto Castello. 

Gambolò (Mortara) usa nei sigilli a umido lo stemma con 

(1) Quello a Villanterio è il più decisivo per la storia antica casteggiana, 
cioè il famoso monumento di Atilia Secundina, trovato da don Galeazzo Vitali 
nel 1789, ora di proprietà dell' ing. Meriggi. Ne trattarono e lo figurarono 
1' Aldini, il Cavagna, il Mommsen e parecchi altri, per ultimo il Giui.ietti nel 
n. unico 17 settembre 1893 del giornale « Il distornile » ed in Casteggio — 
Notizie sloriche IL Avarisi ili «litichila, Voghera 1893, p. 80 e seg. con tav, 

(2) Doc, diplom. Sforzeschi, in Ardi. Stato Milano. 



— 209 — 

la corona a nastri svolazzanti; però altrimenti lo scudo sannitico 
tondo, con croce rigala in campo bianco (?) contornato da palme 
e sormontato da corona di marchese, cioè da cerchio tempestato 
di gemme, sostenente tre fioroni, fra i quali i gruppi di tre perle 
poste 1 su 2. 

La corona sarebbe giustificata, perchè Campus latus,Gam- 
bo-lades , o Campus Laevorwm, Campo-leva, Gambo-lò, nel 
cinquecento passò in feudo ai march. Trivulzio signori di Vi- 
gevano, indi (1574) ai Litta della linea Visconti - Arese (1) col 
gitolo di marchesi di Gambolò. Però palme e corona sono acces- 
sori. Infatti, in documenti del seicento (2), scompaiono e resta 
soltanto la croce, in scudo ovale, alzata su di un monte; per di più 
la croce è latina, o del Calvario, ciò che mi fa pensare alle Clarisse, 
le quali nei tempi andati avevano un monastero in Gambolò. 

Garlasco (Mortara) usa lo stemma governativo nuovo con le 
banderuole alzate; ne ha però uno proprio, antico dicesi, che 
vedesi ancora fra i bassorilievi della chiesa parochiale e adottato 
fin sui bottoni delle divise de' suoi vigili e delle guardie locali. 
Lo scudo ovale convesso (bombe) porta croce bianca in campo 
rosso, è incartocciato da un barocco fenestrato, con foglie di 
lauro cadenti all' esterno, e cimato di conchiglia concava (3'. 

Luogo assai considerevole un tempo, già dei nostri monaci 
di S. Salvatore, fortificato in guisa da essere nel XIII secolo il 

(1) Tutti i Visconti, compresi i Litta - Visconti - Arese, ebbero il biscione 
d'azzurro, coronato d'oro, ondeggiante in palo, e ingolante a metà un fanciullo 
ignudo con le braccia distese; e questi Litta l'inquartarono nel 3°, nel 4° po- 
nendo l'arma d'Arese, eli' è un volo abbassato di nero, e sul tutto l'arma Litta, 
eh' è uno scaccato d'oro e di nero. 

L'i Confische Costa 1640, in Ardi. Stato Milano. 

Simile, quasi eguale, vediamo lo stemma di Oleggio (Novara). Le con- 
phiglie araldiche son sempre la valva destra di Pecten o Pectunculus, d'onde 
■ la storpiatura italianizzata di petonchl. Si figurano convesse, cioè vedute 
dal dorso, con cerniera ed orecchiette in alto, per cui diconsi anche montanti, 
|icr es. quelle dello stemma di Offanengo (Cremona), di Cruseilles (Carouge) , 
delle armi dei cavalieri d' Altopasso, delle nobili famiglie Crotti, Gagliardi, 
Piatamone, Ruffo, ecc. ; oppure concave, cioè mostranti la faccia interna con 
la cerniera in basso. 



— 210 — 

propugnaculum Papiae, passato dai Visconti ai march, di .Mon- 
ferrato, in fine ai Castiglioni (I) e stanza d' un ramo dei Pietra 
di S. Silvano, da questo lato non presta motivo del suo stemma. 
Ma sono significative la croce e la conchiglia, che simboleggi* 

crociate o pellegrinaggi, perchè i pellegrini usavano portare pe- 
tonchi appesi al loro abito; e qui infatti vanno famosi i pelle- 
grinaggi (il giorno dopo Pasqua e la seconda domenica di 
maggio) al vecchio santuario detto la Madonna delle Bozzole, di 
giuspatronato del Comune di Garlasco e che ne dista meno d' in 
miglio. Perù le conchiglie erano usate per ornamento o amuleti 
anche pi-ima dei pellegrinaggi e si ponevano, come i vasi, nelle 
tombe di coloro, che le avevano portato in vita; cosi ad esempio, 
è notevole il numeri) delle conchiglie trovate nelle tombe ror 
mane di Casteggio (2). Quindi la conchiglia potrebbe essere 
semplicemente dovuta al capriccio dell' inventore dello steniim 
Groppello-Cairoli (Mortara), oggi illustre pel sepolcro del 
cinque eroi pavesi del risorgimento italiano, che vi riposano in- 
sieme con la fortissima donna Adelaide Cairoli-Bono, loro madri 
ed educatrice a tutti i sacrifizi d'averi e di vite, prima del mille 
era Castrimi Grupelli, Grupellum o Ripellium, indi patria di 
S. Lanfranco de' Beccari, vescovo di Pavia, e feudo dei conti di 
Bovescala, dei Visconti e degli Sforza. Usa sigilli moderni cor 
le banderuole alzate, ma porta anche stemma proprio; ed esso, 
ricavato da antiche pitture, è uno scudo sannitico, cimato ora 
da corona murale, di bianco alla croce rossa (con fascia scor- 
ciata), accantonata da otto T d'azzurro, uno dritto e l'altro ro- 
vescio su ciascuna delle quattro partizioni. Del che non si co- 
noscono documenti esplicativi e probatori. Potrebbe credersi un; 
impresa, ma di chi non saprei, e per altro le lettere si mettonc 



(1) L'arma di questi Castiglioni, ramo dell'antichissima famiglia milanesi'. 
In sempre: di rosso al leone d'argento coronato d'oro, e sostenente con la zampa 
anteriore destra un castello d'oro a due torri. Cfr, Mauoz/.i C. , Famiglie »< 
bili "pavesi estinte^ in Giorn. arald. geneal. dipi. n. s. toni. IX. 1001, p. fi. 

(2) GlULIETTI, op. cit. voi. TI. p. IK4. 



— 211 — 

raramente nelle armi (1). Un proverbio, assai poco lusinghiero, 
vorrebbe derivati gli òtto T dall'essere i groppellini otto volte 
Testardi, che fa il paio con l'altro Cara-ti-lascio per Garlasco; 
etimologia cotesta più burlesca, ma non peggiore, di quella tro- 
vata dal Flecchia, secondo il Colli (2), cioè di Carolasco, com- 
posto di Carolus e asco, proprietà di un ignoto Carlo. 

Lomello (Mortara) ha sigilli ordinari con padiglione foderato 
di ermellino; ma nelle carte servesi del proprio scudo sannitico, 
circondato da rami d'alloro legati in basso da nastro, con fregio 
superiore. Esso è spaccato: al 1.° d'argento al destrocherio ve- 
stito, movente da sinistra ed impugnante una face, al 2.° d'azzurro 
al castello d' argento, aperto di una porta e due torri e sole na- 
scente che figurasi rozzo e dimezzato) al cantone destro superiore. 

Lomello o Lumello (Laevorum mellum , Lav-mellum, da 
meli collare o cingolo), che dà nome alla Lomellina, la quale ne 
prese lo stemma ed era in circa l'attuale circondario di Mortara, 
escluso il marchesato di Vigevano e il Siccomario, ha una lunga, 
ben nota storia. Da essa apprendesi che fu un maximum an- 
tiquumque castrum.; la chiesa prepositurale è l'antico mastio, 
eh' è nello stemma, e le mura della casa del paroco sono «la 
cinta della rocca. 

1 Anche lo stemma di Busto-Arsizio ha due B dell' uno nell'altro colore 
dello spaccato di rosso e d'argento, come due C intrecciati per Caramagna - 
Piemonte, due S per Sarouno e S. Salvatore Monferrato, o due F per Valenza 
ai fianchi della Ione : di Mestre M F nei cantoni inferiori della croce: di Busto- 
Garolfo un B, del quale la metà superiore e inferiore sono ciascuna dell'op- 
posto colore del campo, al pari della S nello spaccato d' azzurro e d'argento 
di Saluzzo: di Bollate un B nel capo, di Carmagnola un G in cuore, ecc. Così 
pure nello stemma dei cavalieri d'Altopasso c'è un T (tau) accostato da due 
petonchi: in quello dei Favaro di Padova due .1 maiuscole gotiche dell' uno 
Bell'altro colore dello spaccato d'oro e di rosso; quattro B (beta, che po- 
trebbero essere anche quattro acciarini, come nello stemma di Casale Mon- 
ferrato^ ; 'i cantoni della croce d'oro in campo rosso per gl'imperatori di 

utinopoli. Ma, ripeto, non sono comuni queste figure o imprese, spesso 
parlanti, tanto più A-L-B-A ai cantoni della croce rossa in campo bianco 
di Alba, o L - V - G - A ai cantoni della croce bianca in campo rosso di Lugano. 

2 Ricerche storiche sulla Lomellina, pai-te I, Mortara 18sl, p. 23. 



— 212 - 

Il sole nascente potrebbe significare che, con Berengario e 
Adalberto dei marchesi d' Ivrea, che esercitarono giurisdizione 
personale su Lomello, ebbe origine la Casa di Savoia. È una 
mia ipotesi, come l'altra che la face del 1". ricordi la distruzione 
del forte per opera del Barbarossa (1157) o dei milanesi (1213) 
ove non s' intendesse, con questa o con quello, la luce fatta nel 
giudizio di Dio sulla calunniata Gundeberga, per man di Pittone 
rimessa sul trono. Ma bisognerebbe derivare Lumello da lumen, 
contro il parere di tutti gli scrittori. Il fregio superiore allo scudo 
mi sembra una sostituzione della corona o dell'elmo di conte, 
sapendosi benissimo che, da Carlo Magno in poi, Lomello era 
contea ed i suoi conti frcgiavansi del titolo di palatini (del sacro 
palazzo), specie i Beccaria e i Langosco, eh' ebbero tanta parte 
nel periodo medievale di Pavia. 

Mede (Mortara), da med celtico, che significa fertile, o da 
medium, medicee, ad medias, perchè situata in mezzo ad Agogna 
e Sesia, usa pure nei sigilli lo stemma governativo attuale con 
le banderuole ; ma ne ha uno proprio, con scudo irregolare a 
cuore, di rosso alla croce bianca, contornato da arabeschi e ci- 
mato da elmo, aperto in maestà, con abbondante pennacchio 
bianco-rosso, cadente molto in basso. L'elmo è erroneo, sia per- 
chè manca di gorgieretta e d' altri segni, ma specialmente perchè 
doveva essere da conte, ossia posto per un terzo di profilo a 
destra, dipendendo Mede dai conti di Lomello (1104) e più tardi 
dai conti Guizzagli, venuti di Francia nel XVII in questa antica 
sede del Consiglio degli Stati della Lomellina. 

Palestro (Mortara), d' onde prende nome la celebre battaglia j 
del 31 maggio 1859, in cui Vittorio Emanuele II fu insignito 
sul campo del grado di caporale dei zuavi : Palestro, dico, usa 
sigillo a umido con padiglione, comunemente si serve del proprio. 
Ora è uno scudo sannitico, sormontato da corona murale, con 
palo secco e nodoso, ossia con i rami mozzi, movente dalla punta, 
in campo bianco, circondato da palme verdi (lì; l'antico, quale 
trovasi in molte calte di quell'archivio, aveva la sola arma par- 
fi) Simile è quello di Legnago (Verona). 



— 213 — 

lante in scudo a cuore capovolto, e tale si adopra tuttavia come 
bollo a fuoco del bestiame da macello. Inutile ricordare l'etimo- 
logia del Colli (1). che vuole Palestre derivato da paluster, e 
altre dello stesso genere. 

Rivanazzano (Voghera), a' piedi della collina di Nazzano, 
d'onde spiccano gli avanzi dell'alta torre e del castello degli 
Estensi, già pieve di Ripa de Vico Lardarlo, in fine feudo dei 
Rovereti-Mari di Genova, che nel 1712 assunsero il titolo di mar- 
chesi di Rivanazzano : usa sigillo governativo con le bandiere 
impugnate. Dubita però di essere stato in possesso d' uno stemma 
speciale, con l'aquila volante a destra in campo bianco o d'ar- 
gento, perchè era scolpito sul parapetto in sasso della casa co- 
munale e che Rivanazzano adotta ancora per sigillo dell'ufficio 
• li Stato civile. 

Robbio (Mortara) usa nei sigilli a umido il moderno gover- 
nativo con le banderuole alzate, circondato dalle parole : Ammi- 
nistrazione comunale — Robbio Lomell. ; altrimenti e di solito 
il proprio, attorniato da foglie di palma e cimato da corona du- 
cale, alla pianta sradicata al naturale fra due ruote d' oro, col 
capo all' aquila d' oro. 

Il Pollini (2) vi accenna così « Mi si dice che... in certa arma 
« del paese trovavasi disegnata una gigantesca ruota. Non è im- 
« possibile che questa ruota appunto abbia relazione e raffiguri 
« il principale istrumento con cui questi terrazzani dedicavamo, 
« secondo Plinio, alla tessitura di lini pregiatissimi ». A parte 
che un lomellino, scrivente di Lomellina, poteva meglio accer- 
tarsi dei fatti e non basarsi sui dicesi: a parte che la ruota 
unica, grande è di Sale (Alessandria) e Carrara (3), piccola di 
Rho (Milano), in vece per Robbio è duplice , come per Macerata ; 

(1) Op. cit. p. 71. 

(2) Op. cit., p. 195. 

(3) Che La per motto: Fortitudo meo, in rota. Anche i march. Theodoli di 
Roma hanno Tarma di rosso alla, grande mota d'oro; e cosi i Molinari ad 
una d'argento alla lancia di ferro infilzata ira i raggi, i Koero a tre pure 
d'argento in campo rosso, ecc. 



— 214 - 

la spiegazione del dotto e valoroso capitano (1) non sembra im- 
probabile. Infatti l' antico Roto-bium, Ro-bium, dicosi fosse rino- 
mato por T industria della Ida e lo ruote dolio stemma rappre- 
senterebbero gli aspi. Ma, so accettassimo l'etimologia di h'h««- 
dium da Floro. di Retovium da Plinio, la spiegazione anzi- 
detta cadrebbe nel vuoto, mollo più che don Carlo (alvi (2), 
nato da una di Robbie e buon conoscitore de' suoi dintorni, ci 
« sa dire che colà non si semina, né forse si seminò mai lino 
di sorla ». Allora le ruote di Robbie potrebbero diventare anche 
ombre di sole o raggi di carbonchio d' oro. 

Rovescala (Voghera) usa sempre lo stemma col padiglione 
foderato d'ermellino e, [ter solo sparagno di spesa, mai il pro- 
prio. Il quale sarebbe uno scudo sannitico, irregolare, spaccato: 
al 1° di rosso, al 2° di azzurro, alla rovere di verde fruttifera 
d'oro, sradicata, movente dalla punta e sinistrata da un leone 
d'oro controrampante al tronco. È sormontato da olmo di conte 
con gorgieretta e cimiero al leone d' oro sedente, linguato di 
rosso. 

E per verità Rovescala (Rovoscala, Róbuscaleta) ora contea 
già dal secolo X, con capostipite Bernardo, nel XV (1432) do- 
nata da Francesco Sforza ai Pece-rara. Questa però è l'arma fa- 
migliare dei conti di Rovescala e non dei Pecorara (3). 

Sannazzaro de' Burgondi (Pavia) continua ad usare stemma 
governativo con corona a nastri svolazzanti ; ma ha fatto più 
volte richiesta di ritornare al suo proprio antico, che certamente 
possedeva e che il sindaco del tempo, con lotterà 10 aprile 1842 
trasmetteva in copia all' intendente di Mortara, il quale gliel'avevq 
domandato. Anzi ad altra nota 5 luglio 1888, diretta a quella 

(1) Da Garlasco, m. in patria il 213 giugno 1895, decorato del Merito mili- 
tare di Savnja, del quale ha pubblicata anche ima Storia. 

(2) ('nini sturici sulla Loinellina fidile sue origini sino ni. secolo X, Mor- 
tara 1874, p. 61. 

(3) I Pocorara infalli hanno li» pecora d'argento, movente a destra su di 
un rialzo di terreno verde verso pianta pure di Nenie, col capo <1" oro all' aquila 
di nero coronata d'oro e con una lascia di rosso a Ire piccoli pali d'argento 
nella mela sinistra, lascia (die divide il campo dal. capo. 



- 215 — 

stessa sottoprefettura, questa rispondeva che nessun atto in pro- 
posito era sialo rinvenuto in ufficio por causo parecchie. Si pensò 
quindi che lo stemma di Sannazzaro l'osse di rosso alla croce 
bianca (o rossa in campo bianco?) in scudo ovaio convesso, 
perchè nel 1783 si è incisa una simile arma per segnare a fuoco 
le carni mastro (bollo grande) o soriane (piccolo), poi so n' è ser- 
vito per la milizia nazionale, fu riportata anche sulla fronte del 
così dotto l'oriniti 1 e sul teatro Bianconi. 

Nessun conno l'anno gli storiografi di Lomellina, o in parti- 
colare di Sannazzaro (1), doli' antico stemma ; al contrario io so 
elio un reclamo 9 luglio 1454 dei nobili e uomini di detta Co- 
munità al duca di Milano (2) reca il sigillo col biscione visconteo, 
che ha a destra la lotterà C su di una grande S, od a sini- 
stra pare un I con un grosso punto in alto, ma realmente è 
una ii sfragistica, in carattere del tempo, di cui è consunta quasi 
tutta la seconda, asta, visibile però a luce tangente. 

In queir epoca, dopo che i Salazar, venuti dall' « estrema » 
Spagna a stabilirsi fra noi nel castellimi Mariciorum dandogli 
il loro nome, corrotto quindi in San Nazaro (3), o fermatisi nel 
luogo già di tal nome, dal quale venne la corruzione del pro- 
prio (4) : ossia poco prima della permuta di Carrara, Moneta ed 
Avenza. fatta nel 1473 da Antonietto Fregoso, detto il Campo- 
fregoso, con Giacomo Malaspina, questi ultimi si erano investiti 
del feudo, e precisamente i Malaspina della linea di Fosdinovo, 
il cui ramo terzogenito continuò a chiamarsi signore, poi mar- 
fi Poktalupi, Siorin della Lomellina >■ <l<-l principato ili Pavia, Lugano 
1756, ]). SO e 286; Pollini, op. cit. p. ^04 e seg. ; Calvi, op. cit. ; Colli, op. 
cit. p. 25; Giovanni Gazzaniga, Storia 'li Sannasza.ro de' Burgondi, voi. I, 
Mortara-Yigevano 1894, voi. Il ibid. 1895. 

(2) Doc. diplom. Sforzeschi, in Ardi, di Stato di Milano, filza maggio-agosto 
1454. Signoria di Francesco 1°. 

(3) Lorenzo Salazar, Il cognome di Jacopo Sannazzaro, in Giorn. arald. 
genealogico, a. XXIV. n. H. estr. Nari 1H97, p. 3 e seg. 

I Constami (die i Salazar ijui man tennero, anche nella grafia primitiva, il 
pome; basti ricordare la fondatrice del nostro Orknntrofio femminile donna 
Salazar mar. Beccaria ed il di lei testamento 7 di- emine 1628. 



— 2]() — 

chese di Sannazzaro, fino al Luigi, autore testamentario del Tor- 
quato, pel quale nel 1835 il titolo ritornò al ramo Giuseppe pri- 
mogenito (1). 

Se non che i Malaspina dello spino fiorilo (con capostipite 
Opizzone III, separatosi da Morello II marcii, di Mulazzo, detto 
dello Spino secco), d'onde la linea di Fosdinovo. portano, m 
spaccato d'oro e di rosso, uno spino di verde, fiorito d'argento 
di 5 pezzi, attraversante sul tutto ; i Sannazzari ebbero sempre 
il caratteristico scaccato d'oro e di rosso {2) 3 ed i Fregoso lo 
spaccato nebuloso di nero e d'argento. Dunque i feudatari non 
improntarono delle loro insegne lo stemma di Sannazzaro de' Bur- 
gondi (3). Però i Malaspina ricevevano l' investitura dal duca di 
Milano, non come tale, ma come principe di Pavia, o meglio 
vicario imperiale, quindi direttario del feudo. Insomma, da questa 
notizia spiegherei nello stemma la vipera e lo lettere C (Comu- 
nitas), S (Sancti), Ti (Nazarii). 

Vigevano (Mortara) adopera nei sigilli a umido, anche lo 
stemma a padiglione, col collare della Annunziata, circondato 
dalle parole : Città di Vigevano-Lo niellino,. Più spesso il proprio 
con intorno soltanto le parole : Città di Vigevano. In altri si- 
gilli, nelle carte ecc. lo stemma senza quella indicazione, ora 
preciso, ora errato, invertendo il posto della torre, della porta e 
dell' aquila (4). Preciso 1' ebbi, per mezzo del sindaco, descrittomi 
sub" originale di Simone Dal Pozzo. 

(1) G. Vidari, Comparsa conclusionale in causa Rutta-Malaspina con albero 
genealogico di questa famiglia, Pavia 1871 ; Gazzaniga, Albero genealogico 
dei marchesi Malaspina di Sannazzaro, in fine del voi. II cit. e testo p. 74 e seg. 

{2) Ancora adesso 1' hanno i Sannazzaro-Natta di Torino. 

>'3) Antiqua gens germanica, fissatasi in mia parte della Gallia, dalla quale 
calarono più volte in Italia. Burgondi o Borgognoni a Pavia erano i portatori 
di grano e vino e costituivano un paralico, come tante altre società d'arti e 
mestieri. Cf. Anonimo ticinese, De laudibus Papiae Commentar ius, trad. italJ 
Terenzio, Pavia 1864, pag. XLVIII. L'epiteto de' Burgondi fu conservato nel 
1863 al nostro Sannazzaro per distinguerlo da quelli in provincia di Novara, 
(lomo, Brescia, Vicenza, Benevento. 

(4) Anche il LlTTA, op. cit. tav. geogr. XI, non lo figura esattamente e dà 
1' aquila di aero. 



- 217 — 

E uno scudo di rosso, circondato da arabesco, con arma d'ar- 
gento, consistente in un castello merlato di una porta (che si 
mette erroneamente nel torrione), avente a destra un' alta torre 
pure merlata, di due piani (non uno), finestrata di tre ad infer- 
riata. 1 su 2. a sinistra sul muro un 1 aquila sorante, a testa ri- 
voltata Malora l'atta erroneamente bicipite), d'argento, coronata 
del medesimo. Lo scudo è altresì cimato da corona ducale d' oro 
erroneamente invece di 5 si figurano anche 7 fioroni visibili), 
la < inalo è comparsa posteriormente, al pari di due palme spio- 
venti dall' alto di essa, e come il cartoccio. 

Questo stemma non ha bisogno che di ben poche dilucidazioni. 
Il castello vuol dire che Vigevano {Viglevanum, per alcuni da 
Vicus Laevorum, per altri da Vicus Gebuinus e simili), eretta 
a città e sede di vescovado nel 153H, è stato sempre luogo for- 
tificato ed ebbe da tempo antichissimo la rocca o castello, che 
Ludovico il Moro, valendosi dell' opera bramantesca « reformavit 
rt novis circumedificatis speciosa etiam turri munivit (1) ». 
L'aquila già è di tutte le città imperiali; la corona dice che 
Vigevano apparteneva al ducato di Milano, sebbene potesse figu- 
rarsi meglio da marchese, imperocché il marchesato dei Tri- 
vulzio. dal secolo XV, non entrò a far parte della Lomellina che col 
trattato di Aquisgrana ; le palme spioventi forse significano la 
vittoria dai vigevanaschi ottenuta sui pavesi nel 1272, o piut- 
tosto la loro eroica difesa del 1449. 

Zeme (Mortara) ha sigilli di scudo savoino con le bandiere 
impugnate ; ma il sindaco usa ancora la croce antica di rosso 
in campo bianco. Altri (2) gli darebbero uno scudo partito al 
1° d' oro, 2° di rosso all' aquila partita di nero e d' argento, 
scudo adottato dai conti della Pèrgola, feudatari di detto luogo, 
in vece del suo più antico, eh' era triangolare all' aquila aral- 
dica. 



(1) Iscrizione sulla porta d'entrata del Castello. 

(2) Cremosano rnss. cit. 



14 



- 218 



I restanti 10 Comuni non usano più o non si sono mai ser- 
viti dello stemma governativo, e precisamente : 

Arena-Po (Voghera), che ha diritto d' innalzare stemma pro- 
prio per R. D. 6 giugno 1885, il quale cosi lo blasona « interzato in 

« fascia, al 1° d'azzurro al covone d'oro od al grappolo d'uva 
« al naturale, uno accanto all' altro (figurati in guisa da non ri- 
« conoscersi, specialmente il grappolo sembra un piccione vo- 
« lante) ; al 2° d' argento (rappresentato anch' esso d' azzurro) 
« al castello di rosso merlato alla ghibellina ; al terzo di verde 
« a quattro bande ondate d' argento ; cimato dalla corrispondente 
« corona, formata da un cerchio di muro d' oro aperto di quattro 
« porte, sormontato da otto merli dello stesso, uniti da murio- 
« ciuoli d'argento ». 

La ricchezza in cereali e viti, l'antico castello col suo mas- 
siccio torrione, le acque del vicino Po, più biondo che non sia 
mai verde, sono espressi nello stemma di questa grossa borgata, 
già feudo dei Beccan prima e nel XVII dei conti Mandelli (1). 
Il suo scudo sannitico é poi attorniato da rami di quercia e d'al- 
loro, incrociati in basso. 

Bobbio, l'antichissima Ebovium o Bobium, cittadina apen- 
ninica, già capoluogo di provincia e ora di un nostro circon- 
dario, per lungo tempo retta da' suoi Abbati, nel XII passata ai 
Malaspina, indi ai Dal-Verme (1436), allorché entrò col proprio 
territorio a far parte del ducato di Milano : ebbe sempre un 
sigillo o stemma speciale. 

Quello d' oggi, dipinto anche sulla torre quadrata del duomo, 
è d'argento alla croce rossa, con due colombe nel 1° e 2°, af- 
frontate e posate sopra la fascia della croce, secondo il Bertac- 
chi (2) recanti in bocca « un ramoscello d'ulivo ». Lo scudo 

(1) Le armi di questi, dello quali vediamo ornate anche molte lapidi dei 
fianchi del nostro Ponte coperto sul Ticino, sono per i Beccan i monti 
con l'aquila sovrastante; pei- i Mandelli, come per il comune di Mandello, i 
tre leoni d'oro sovrapposti l'ima all'altro, leoparditi e correnti a destra. 

(2) Op. cit. p. 215. 



- 219 - 

sannitico o triangolare, circondato da rami di quercia incrociati 
in basso, va cimato da corona di conte; però la si figura più 
spesso ducale o regale antica di 5 punte visibili. Anzi il Litta (1) 
la disegna reale antica di Savoja col tocco, come attornia lo 
scudo di collana o nastro azzurro dell'Annunziata e fa la croce 
bianca in campo rosso, al pari della descrizione errata del 
Promis (2). 

La corona da conte è la sola giusta per questo stemma, quan- 
tocliè gli Abbati, a cominciare dall'ottavo (Hilduino) ebbero il ti- 
tolo di conte (3) col mero e misto imperio del bobbiese ; titolo 
usurpato poi dai vescovi (Ogliero Mal vicino) nel 1148. 

Le colombe (4), per quanto dicansi autorizzate dall'aver Bobbio 
fatto parte della Lega lombarda, alludono senza dubbio al celebre 
monastero di San Colombano, fondatore di esso fra . il primo 
cinque e seicento, nonché suo protoabbate. Una era anche nel 
sigillo degli Abbati, elittico, del XIII secolo, che trovasi nella 
Reale di Torino. Il Promis jun. ce lo figura e descrive (5) « rap- 
« presentante un abbate in piedi a capo scoperto (6), col pasto- 
« rale nella destra, e con una colomba sulla spalla sinistra col 
« becco vicino alla sua orecchia; in giro poi leggesi f S. Ab- 

(1) Op. ci t. tav. geogr. XV. 

-' °P- , ' lt - !»■ 9 °; copiato da Giovanni Vidari, Frammenti cronistorie^ del- 
l' agro ticinese, 2» ed. Pavia 1891, voi. I, p. 502. 

(3) 11 diploma è dell" imp. Lotario, datato da Villa Gandolfo 18 agosto 846 
e, almeno fino alta fine del XVIII, si conservava nell'Arch. Colombaniano (B. Ros- 
setti, Bobbio illustrato, voi. Ili, Torino 1795, p. 61); dopo le spogliazioni 
ordinate da Paolo V, non so se sia passato alla Vaticana di Roma, all' Am- 
brosiana di .Milano, o alla Universitaria di Torino e, nelP ultimo caso, se fu 
salvato dall'incendio di quest'anno. 

4,i San Colombano al Lambro (iMilano) porta una sola colomba, sovraposta 
croce i-ossa in campo bianco, come nello stemma dei deputati all' Officio 
Wladoruut dello Stato di Milano, secondo documenti da me veduti in Arch. 
civ. di Pavia. Gli altri comuni di San Colombano Belmoute (Torino) e San 
piombano Certenoli (Genova) non recano colomba nei loro stemmi; al con- 
trario r hanno Varzi e, nell'arma di famiglia, i Misciatelli, i Pasini, ecc. 
(5 Op. cit. p. 120, tav. VI, u. XXVllI ; Vidari, 1. cit. 
(,'j Veramente nella fig. sembra coperto da un calottino. 



- 220 — 

« batis Sci. Colvmbani D Bobio ». Qui la colomba potrebbe 
interpretarsi lo Spirito Santo, che gufila 1' Abbate nella sua 
missione. Per altro, nel tesoro della basilica di San Colom- 
bano si contava anche un antichissimo vaso di ottone (?), che 

serviva a riporvi il Viatico, in forma pure di colomba 1). 

Ma il Comune di Bobbio, ne] XIV circa, adottava un altro 
sigillo che, secondo il medesimo Promis (2), aveva « nel campo 
« un'aquila coli' ali mezzo spiegate, e tenente ferma una volpe 
« atterrata, alla quale col becco ferisce il capo ; attorno leggesi 
« f Sigillvm. Comunis. Civitatis. Bobiensis ». Il rendersi ra- 
gione di questo stemma è assai più difficile, perchè i Malaspina 
e i Dal Verme ebbero armi in tutto diverse (3) ed i simboli con- 
trastano la storia di Bobbio ; salvo che le figure parlino e dicano 
la potenza dell' aquila, non infrequente tuttavia sui monti circo- 
stanti, distruggi tri ce degli animali astuti, espressi con la volpe, 
e nocivi all' agricoltura in genere, già molto progredita a quei 
tempi per impulso dei monaci benedettini. 

Broni (Voghera), dice il Saglio (4), aveva per stemma « un 
« globo (leggasi scudo ovale convesso) rosso con fascia bianca 
« a croce (meglio alla croce bianca rigata), contornato da rami 
« d'alloro e di quercia con frutti, la quale fascia (non la fascia, 
« ma i rami) si univa nel basso formando un nodo ; all' intorno . 
« era lo scritto — Borgo regio di Broni — » Soggiunge : 
« questo stemma è pure rappresentato sul bollo comunale ; solo 
« che in esso all' alto sta scritto — Municipio di Broni — e 
« al basso — Provincia di Pavia ». 

L' egregio amico mi assicura che tutti i documenti da lui 

(1) Rossetti, op. ci t. Ili, p. 125. 

(2) Op. cit. p. 90, tav. I, n. I ; copiai, da Vidari, Framm. cit. p. 501. 

(3) Questi erano i Malaspina dello Spino secco, dunque avevano 1" arma 
di rosso al leone d' oro , coronato dello stesso, tenente uno spino secco di 
nero. L'antica insegna vermensc ora un fasciato d'azzurro e d'argento di 
4 pezzi; i Dal Verme l'hanno poi inquartata, nel 2° e 3° dello scudo, di cui 
il 1" e il 4" e un fasciato di rosso e d'argento di 8 pezzi, la seconda lascia 
rossa caricata di una palla d' oro, alla bordura dentata dello stesso. 

(4) Loc. cit. 



— 221 — 

compulsati non spiegano lo stemma, sebbene ritenga- che esso 
dati dall' epoca dei Comuni. Certo 1' arma dei Visconti-Scaramuzza, 
già Aicardi, cui Bruni fu donato il 24 gennaio 1432 (1) da Fi- 
lippo Maria, o quella dei successivi feudatari Ari goni-Casa ti, non 
hanno che fare con questa (2). Per altro la croce bianca in campo 
rosso è infatti di quell'epoca, e pare che fosse di tutto il partito im- 
periale o ghibellino (3), quindi, con Broni, la recano Asti, Como, 
Cremona (4), Garlasco, Mede, Mondovì, Novara, Pavia; vicever- 
sa il papale o guelfo aveva la croce rossa, p. e. Alessandria, Bob- 
bio. Ivrea, Milano, Novi, San Colombano, Santhià, Vercelli, ecc. 
Candia-Lomellina (Mortara) porta stemma ovale d'azzurro 
a tre gigli bianchi, col motto : Candida ut lilium di sotto al 
cartoccio, ed è cimato da corona ducale. Esso è abbastanza an- 
tico, vedesi sul portone del pretorio, nei vecchi stampati, ecc. 
La figura del blasone è chiaramente simbolica di questa Candia 
t,aumellorum (5), né tiene rapporti con lo stemma del pontefice 
Alessandro V, ivi nato dai Crusinalli di Omegna (6) ; la corona 

li Can. Gius. Boni, La donazione di Broni a Giorgio Visconti Scaramuzza 

— Ricerche storico critiche, Pavia 1899, §. 14, p. 16 e seg. e doc. B. p. 46. 

2) (ìli Arigoni-Casati non potevano mancare della tricia Casatorum, cioè 

delle due treccie a 3 capi simbolici di capelli di rosso, racchiudenti il mastio 

di rosso aperto del campo d' argento. 

(3i G. Roboi.ini, Notizie appartenenti alla storia della sua patria, voi. Ili, 
Pavia 1828, p. 243, nota 4. 

(4) L'insegna vecchia; perchè nel Codice Albertoi.li degli stemmi delle 
Cittì), fattosi nel 1816, quello di Cremona è partito, nel 1° fasciato di bianco 
alternato di rosso, nel 2° al braccio innalzato bianco e rosso con la mano 
di carnagione. Ed oggi, tolta 1' aquila austriaca, è interamente fasciato come 
sopra e cimato dal braccio tenente una palla, con la divisa Fortitudo mea in 
brachio. 

5) Per distinguerla dalla Candia Canavese (Torino) e che, come Candida 
(Avellino), o frazioni Candidi. Candii, una anche nel contorno di Pavia, si 
chiamavano dalla imbiancatura dei tessuti, colà più perfetta o compiuta in 
grande. Lascio ai Rusconi, ai Colli ed altri di leggervi il celtico Cand, o Li- 
bero- ligure Kant (regione), dias (sacra). 

6 Aveva il sole coi raggi alternati da stella. Cfr. Portalupi, op. cit., 
p. 52 e tav. di fronte a p. 38. 



— 222 - 

ducalo viene dai Visconti, che hanno posseduto Candia dal 1421. 

Montù-Beccaria (Voghera) ebbe facoltà di far uso d' uno 
stemma speciale con R. D. 6 novembre 1884, trascritto nei re- 
gistri della Consulta araldica, della Corte dei conti e dell'Archivio 
di Stato di Roma; il solenne documento, al Comune concessio- 
nario, fu dato da Roma il 15 febbraio 1885 a firme Umberto e 
Depretis, col disegno originale a colori. La descrizione blasonica 
è la seguente : 

« Stemma troncato semipartito, al primo di rosso al castello 
« d'oro merlato alla ghibellina, l'ondato sopra un monte erboso 
« al naturale ; al secondo d' azzurro a tre spighe di frumento 
, « impugnate ed accollate da un grappolo d'uva fogliato, il tutto 
« al naturale ; al terzo di « Beccaria » che è d' oro a tredici mon- 
« ticelli di rosso disposti tre quattro tre due uno. Esso stemma è 
« cimato dalla corrispondente corona, formata da un cerchio di 
« muro d' oro, aperto di quattro porte, sormontato da otto merli 
« dello stesso, uniti da muriccioli d'argento ». 

Non ho da aggiungere altro che quello era il fortissimo Ca- 
strum Montis Acuti (Mont-agu, Mont-uì Beccariarum o coini- 
tum de Beccaria (1), feudatari per lo meno dal XII al XIV se- 
colo, distrutto poi sotto il governo francese, allorché il territorio 
era già venduto dal re di Sardegna, ossia dato in contea ai Mar- 
tini (2). La ricca produzione di vini e la coltivazione ragguarde- 
vole dei cereali sono indicate nella seconda partizione dello 
stemma, il cui terzo è sopra descritto. Il contorno è fatto di rami 
d' alloro e quercia, legati in basso da nastro rosso svolazzante. 

Mortara, ora capoluogo di circondario e avanti il 1850 
della provincia Lomellina, alza uno stemma ovale, contornato di 
fogliami cadenti e arabeschi, cimato da corona di marchese (le 

(1) Il P. Siro Severino Capsoni, Memorie isteriche della rer/ia Città di Pavia 
e suo territorio, voi I, Pavia 1782, p. 203, riferisce il nome di Mons aeutm 
a Montù de' Gabbi, vulgo Montilo, oggi frazione di Canneto Pavese ; di questa 
opinione dichiarasi anche il SagliÒ (I. cit. i). 153), che crede si chiamass^ 
Mons Eerculis, o anche Montottone, il nostro Montubecoaria, troppo ben de- 
finito dall' aggiunto possessivo. 

(2) Oli attuali Montemartini ?!•... 



- 223 — 

perle tra i fioroni, in voce di tre poste 1 su 2, si riducono però 
ad una sola). É al cervo passante a destra, che s'abbevera ad 
un mortaio presso una quercia al naturale, al capo ci' argento 
(che si punteggia sempre, come fosse al contrario d' oro) all'aquila 
spiegata e coronata di nero. 

La storia e la leggenda vanno di pari passo a dirci che Mor- 
tara era al margine di un' immensa foresta, la Silva bella, o 
pulchra continuazione a monte della Silva carbonaria, stese 
fra il Tic in a s e il Terdubium (1), abbondanti di grossa sel- 
vaggina : che la pia regina Teodolinda, baciato Agilulfo duca di 
'forino e fattolo suo sposo, avviandosi da Lomello a Monza, tran- 
sitasse per una via della selva, che tuttora porterebbe il nome di 
viale della Regina, in fondo al quale sarebbe stato l'abbevera- 
toio dei cervi. L' aquila del primo la dichiara città imperiale ; la 
corona di marchese che Mortara nel XV fu feudo con tale titolo 
d«'i Sanseverini, nel XVII degli Orosco, di cui il prode Rodrigo 
moiì mastro di campo generale di Portogallo. 

Se non che queste insegne e figure si sono aggiunte e al- 
terate presso noi, perchè mi consta che, nel 1572, essendone 
pretore Gio. Pietro Mantegazza, lo scudo era semplicemente par- 
tito col cervo a sinistra e a destra il mortaio; il quale, della 
forma .tipica coi manichi, è rappresentato da solo nel sigillo 
della lettera 17 giugno 1462 del Consiglio e degli uomini di 
questa terra alla duchessa Sforza (2). Questo, col solo mortaio, 
è considerato dal Promis seniore, che lo figura un po' diverso (3), 
il controsigillo, recante << in giro S. Comunitas. Mortari. per 
« Sigillar,} comunitatis Mortanae » — controsigillo del si- 
gillo (4) « opera del secolo XVI, che ha uno scudo partito in 
« due campi con un mortaio nel primo ed un cervo spaven- 

1 Vedi la tav. Ar/er Laevorum et Mariconi,,, qui teste Plinio condidere 
Tirili ii,,i. I a annessa al su cit. volume del Capsoni. La selva era di castagni, 
ipiasi tutti ora tagliati per farne carbone, nei confini della regione eolica a de- 
stra d'I Ticino, cominciando da Carbonara. 

2) Doc. diplom. Sforzeschi sotto Francesco 1°. in Arch. Stato Milano. 

(3) O p . cit. p. 361, tav. IV. fig. 23 a destra. 

(4) Ibid. fig. 23 a sinistra. 



- 224 - 

« tato (1) nel secondo, e nel capo un' aquila spiegata ad una 
« tosta; attorno lcggesi Comvnitas. Antiq. PlBbeve.nvnc.Mor- 
« tari., parole che pare debbano spiegarsi Comùnitas vel an- 
« ti qua plebs nunc Morta/ria (sottintendendovi dieta,) •-. Dal che 
il Promis deduce la solita etimologia di Mortara da morti&ara, 
ricordando l'orribile eccidio di Franchi e Longobardi, avvenuto 
nel secolo Vili in vicinanza della Silva bella. 

Queste ed altre simili stiracchiature, miranti a provare che 
Mortara 

« — per li molti morti il nome prese (2) » 

andrebbero meglio sostituito con la leggenda del mortariurn. 
Di tale opinione fu pure un certo Romussi (3), che fino dall' anno 
1767 aveva lasciate manoscritte in proposito alcune' memorie. 
Dalla leggenda del cervo al mortaio egli credeva fosse « addi- 
« venuto il nome di Mortara, la quale in latina favella ed in 
« più monumenti trovasi scritto Morta rium. Lo stemma, di Mor- 
« tara perciò rappresenta un'aquila nera in campo bianco, e 
« al di sotto un cervo in campo azzurro, che beve in un mor- 
« taio ». Ma al prevosto Colli (4) anche, tale etimologia parve 
« non degna di molta considerazione ». Nella sua foga di de- 
rivare dall' idioma dei Celti le denominazioni di molti luoghi 
lomellini, scopre un mortair, che significa palude, e vi attri- 
buisce l' origine del nome Mortara , nelle cui bassure , per 
gli straripamenti dell' Arbogna, dovevano essersi formati degli 
stagni ; rileva poi come la sua spiegazione risponda più esatta- 
mente alla desinenza latinizzata di Mortara « che veniva detta 
Mortariurn ». 

Io sono dello stesso avviso. Senza ricorrere al celtico, sap- 

(1) Nell'attuale si rappresenta passante, ho detto; per altro nella citata 
figura sembra sulle fiamme di una immortalità. 

(2) Fazio degli Uberti, Il Dittamondo. lib. Ili, cap. V, 20" terzina, in ed. 
Venezia 1835 a pag. Ifi7. 

(3) Ricordato dal Pollini nell' Annuario fornellino per l'anno 1873, p, 152 
e riprodotto dal Colli, op. cit. p. 40. 

(4) Op. eit. p. 40-41. 



— 225 — 

piamo (1) che mortarium aveva il significato di stagnum, re- 
ceptàculum aquae stagnantis, fino dall'XI secolo ; e noi diciamo 
ancora morta, mortizza una lanca, o un letto abbandonato di 
fiume e rimasto aquitrinoso, un lento scolo d' acque in padule. 
Acque stagnanti che, intorno a Mortara, non sono poche anche 
adesso e quasi giustificherebbero queir altra etimologia da mortis 
— aria, dalla malaria dominante, come alcuni vogliono. Ad ogni 
modo il Promis doveva accorgersi che l'interpretazione da lui 
seguita era per nulla seria. Primo, il nunc in un sigillo del 
XVI, per riferirsi ad un fatto di ottocento anni innanzi, sarebbe 
anacronismo banale ; secondo, il fatto della battaglia di Carlo 
Magno contro Desiderio, o contro Adelchi, nelle vicinanze di Mor- 
tara è assai contestato dai critici moderni, relegato tra le favole; 
terzo, il Mo i-turi a non dà al genitivo il Mortavi dei sigilli, come 
la forma neutra Mortarium,' sempre usata, anche dall'Anonimo 
ticinese (2). 

Credo poi fermamente che il mortaio, rappresentato quale 
istrumento da cucina, sia stato messo nello stemma in simbolo 
di bacino d' acqua, completando poi le figure con la quercia per 
la selva e col cervo, spaventato o passante, ma affatto imaginario, 
anzi comune un tempo in quelle boscaglie. in vece col cervo 
per la nobiltà antica e con la quercia per la forza di questo 
luogo ; onde il popolo formò dallo stemma la leggenda, piuttosto 
che la leggenda dar origine allo stemma, il cui capo è un vero 
capo di Svevia. 

Pavia. Lo stemma da me proposto, ristorando, di poco mo- 
dificato, quello del 1583, è oggi quasi universalmente adottato (3). 
Aggiungerò che una lieve variante dei semitondi del seicento ho 
visto in un' istruzione per ritirare i soldi ridotti in sesini (4) ; 

il) Du Cange, Glossarium mediae et infimae latinitatis, voi. IV, Parisiis 
1845, alla parola Mortarium 5. 

-) « In Laumellina... est locus, qui... Mortarium nomen habuit » Op. cit. 

ed. Muratori, R. 1. S., Mediolani 1727, XI, col. 21 ; trad. Terenzio, p. XXXVIII. 

Sotto la mia Amministrazione (1899-1902) fu deliberato di metterlo di 

pietra anche sul palazzo coiimnale, detto il Mezzabarba dagli antichi proprie- 

tui ; poco dopo infatti s"è collocato in opera. 

(4) È del 1678 in Bibl. universitaria di Pavia. 



226 



assai più diverso è l'altro, irregolare, cori un ornamento a spicchi 
in cima al palo della croce, un tulipano aperto che lo finisce 
in basso, e le iniziali C -- P ai lati della parte inferiore, il quale 
intesta un proclama contro i questuanti nelle cinese, pubblicato 
in Pavia il 27 febbraio 1551 dal luogotenente Bernardo Botti- 
gella (1). 

Stradella (Voghera) ha Tarma ovale, d' azzurro alla croce 
bianca, in cartoccio barocco con rami di lauro passanti nelle vo- 
lute, cimato della corona murale. 

Così lo ha ripristinato il Consiglio comunale ventisette anni 
fa, su proposta di Teodegisillo Plateo (2), per uniformarsi alla 
circolare del 1852 della Regia Camera dei conti negli ex-stati 
sardi ed alla deliberazione 4 maggio 1870 della Consulta aral- 
dica. L'autore volle ritornare allo stemma del 1711, che era 
stato sfalsato nel 1771, sostituendo la « fascia » (leggasi croce) 
rossa alla bianca o d' argento nel globo azzurro, cimando lo 
scudo di una corona da conte e sottoponendo al cartoccio le 
parole Città di Stradella: Il Plateo cercò di dimostrare che così 
furono « bistrattate la storia e T araldica, deturpata T arte ed 
« usurpato il titolo comitale (3) » ; non ha tutti i torti, sebbene 
nel blasonare dovesse essere più esatto, né sia entrato a darci 
ragione della sua tesi. 

Perchè dunque il colore azzurro ? Non darò anch' io una ris- 
posta categorica ; certo esso è dominante neh' arma Gazzaniga 
da Stradella, riportato nella attuale dell' on. Arnaboldi, con RR. 
DD. del 1875 e 82 autorizzato ad aggiungere al proprio il co- 
gnome dell' ava paterna Maria Gazzaniga e riassumerne il titolo 
di conte di Pirocco (4). 

(1) Arch. vecchio manie. Pavia. Nella mia memoria sullo stemma della 
città ho dimenticato Robolini, Notizie ecc. voi. Ili, p. 241 e seg., opera di- 
sordinata, a brani, coi tic ultimi volumi senza indice, epperó di consultazione 
non facile. Per altro e' é nulla di nuovo a quel proposito. 

(2) Op. cit. Il cav. Plateo, (la Udine, ora tenente-colonnello degli alpini in 
riserva, fu segretario comunale di Stradella nel triennio 1S/6-78 ; la delibe- 
r azione della Giunta municipale è stala presa il 2 ottobre 1S77 e dal Con- 
Slglio il 25 slesso mese. 

(3) Ibid. p. ir,. 

(4) Frazione di Proni. 



227 



E la corona comitale ? Stradella non fu mai, è vero, contea ; 
nessun errore però, o « sconcio rimarcabile, che ferisca la 
vista 1 » se ha imposto al suo stemma la detta corona. Infatti 
Stradella. una strida via, sfrata parva, stradetta, sobborgo di 
Montanino, prima di diventare castrimi o 1' oppidum, dal 1865 la 
città simpaticissima, era feudo dei vescovi di Pavia fin dal X se- 
colo (2), i quali, dopo averne perduto il possesso, lo riacquista- 
rono circa il 1300 e lo tennero ancora per molto tempo. Ora i 
vescovi di Pavia sono conti, ed ebbero il titolo comitale da Lu- 
dovico II (3) : la corona sarebbe quindi un po' giustificabile. 

E giustificabile perfino la scritta : Città di Stradella, mes- 
savi non già perchè « si sia dovuto ricorrere all'espediente del- 
« P indicazione specificativa, non rappresentando lo stemma un 
« concetto chiaro (4) » ma perchè esso è quasi identico a quello 

di altre città (5). 

* 

(1) Op. cit. p. 14. 

(2) G. Benaglio, Elencfius familiarum in Mediolani dominio feudis... insi- 
gnium, Mediolani 1714, a pag. 76 «Episcopus Papiae feudatarius... Stratellae 
« ultra Padum.... ex diplomate Othonis Imperatoria diei 21 novembris 977 ». 

(3) P. Romualdo Ghisoni, Flavia Papia sacra, Ticini regii 1699, parte 1, 
p. 52, sotto Lintardo o Liutardo vescovo (830, o 841-64); S. S. Capsoni, Ori- 
nine e privilegi della chiesa pavese, aggiuntavi la serie cronologica dei ve- 
scovi di essa (giusta la serie Ughelliana ecc.), Pavia 1769 ; C. Gentile, Com- 
pendio storico-cronologico degli avvenimenti più memorabili riguardanti la 
E. Città di Pavia (per vescovi), voi. I, Pavia 1812, p. 271 ; Mons. F. Magani, 
pronotassi dei vescovi di Pavia, Pavia 1894, p. 30. Robolini, Notizie cit. Il, 
Paria 1826, p. 134, nega che il titolo di conte sia stato dato alla dignità di ve- 
scovo e lo crede concesso alla persona di Liutardo; però, nel voi. IV, part. II, 
Pavia 1832, p. 144 e relativa nota 1, ammette che il primo vescovo di Pavia, 
che assunse quel titolo, fu Pietro VI a metà del milletrecento. 

i4 Op. cit. p. 13. 

(5) Ad esempio Conegliano (Treviso), il cui stemma pare differisca dallo 
stradellino soltanto per il metallo della croce, se è d" oro anziché d' argento ; 
Conegliano porta pure campo azzurro e corona murale. Però la coroni fu ap- 
plicata assai tardi e non figura nello stemma del 1488, allorquando le fu 
confermato dalla Repubblica veneta il proprio statuto, dpi quale conserva in 
archivio l'originale con lo stemma in miniatura. Dico confermato, essendo la 
sua indipendenza dall'impero già decretata nel 1243, o dal 1181 riconosciutale 
la dignità di città libera; al XII anzi vuoisi che risalga l'assunzione di detto 
stemma. 



- 228 — 

Comunque, all'autore è sfuggito altresì che, pur sotto il do- 
minio dei vescovi, lo stemma di Strabella non aveva la corona 
comitale (Ine inde la dice baronale^, De la croco bianca, che po- 
teva essere rossa, dipendendo da papisti. Nel quattrocento (1 vi 
poneva per insegne duo chiavi in croce di St. Andrea, col manico 
volto in basso e trifogliato, le lettere C (Comunità*] S (Stratellae) 
ai lati e, fra la banda e la sbarra, l'orniate dai cannelli delle 
chiavi, in alto una mitra. Chiavi di sottomissione- e mitra, che 
chiariscono maggiormente (pianto dissi sopra. 

Un probabile passaggio da questo all'altro,, lo vedo in un 
sigillo (2), che ha lo scudo sannitico tondo con la croco fiancheg- 
giata dalle lettere CO - £ e cimato dalle chiavi in croce : non 
sono però certo che sia di Stradella perchè il sigillo fu trovato, 
con parecchi altri vecchi d' ignota provenienza, in vendita sul 
mercato. 

Varzi (Voghera), antica e popolosa borgata con notevoli fra- 
zioni, infeudata nel 1275 ai predetti Malaspina, sovrani della, 
Lunigiana, del ramo dello Spino fiorito, ai quali Varzi fu con- 
fermato nel 1456 da Francesco Sforza, cima giustamente il suo 
stemma con la corona marchionale. Ma le altre insegne non 
sono della famiglia Malaspina; cioè l'albero di palma nudrito, 
movente dalla punta, sinistrato da un leone controrampante al 
tronco, e avente a destra una colomba volante air albero, sopra 
una crocetta rossa di cinque quadrati (3). 

Avvi piuttosto qualche rassomiglianza con gli stemmi di Bor- 
dighera e San Remo, oltre che con 1' arma dei Maggi di Pia- 
cenza, inquartata in Marzoli Lo scudo d' argento (?) è quasi cir- 
colare e attorniato da rami d' alloro. 

Finalmente Voghera, città dal 1730 ed ora capoluogo del 
circondario già detto l'Oltrepò pavese, anticamente Vicus Iriae (4), 

(1) Lettera 11 settembre 1468 dei rappresentanti del Comune al duca Galeazzo 
Maria Sforza, in Doc. diplom. Sforzeschi, Arch. Slato Milano. 

(2) Di proprietà del sig. Ettore Maestri di Pavia. 

(3) Come la federale svizzera, o quella del Corpo sanitario detto la Croce 



J-(ISS({. 



(4) Iria nome del fiume sul (piale giace, detto poi Stafulfl, oggi Staffora. 



- 229 - 

Vie-evia, Viqueria, ha stemma e sigillo descritti nel modo se- 
guente : 

« Parlando delle parti esterne, diremo come Io scudo vadi 
« sormontato da una corona marchionale (sopraposizione poco 
« antica) e ornato all' intorno dei soliti cartocci ; tenendo conto 
« dell' interno trovasi esso diviso in due distinti campi, il supe- 
« riore a fondo d' oro porta 1' antica aquila imperiale nera, con 
« una sola testa, (aquila antica) ad ali spiegate ; l' inferiore a 
« fondo rosso porta nella parte soprastante tre fascie nere di- 
« mezzate da tre fascie bianche ». Così il Cavagna (1). 

Quest' ultima partizione non è spiegata dall' autore ; sappiamo 
perù che, neh' antico distretto pavese, i due sangui avevano in- 
segne differenti, e ce le descrive 1' Anonimo (2) : « quella dei 
« Militi è un campo dipinto a fascie trasversali bianche e nere, 
« che chiamano Baronia. Quella del popolo è tutta rossa ». Ecco 
dunque nello stemma di Voghera non solo rappresentato l' im- 
pero con l'aquila, perchè sotto di esso « durabit Viqueria tem- 
pore longo » e la dipendenza dai marchesi di Monferrato, nei 
sec. XIII e XIV, nel XA^II dai marchesi Dal Pozzo, con la sua 
giusta corona; ma anche il sangue militare, ossia la nobiltà, 
con le fascie nere' e bianche, il sangue popolare col rosso. 



La materia era troppo frammentaria e arida perchè potessi, 
supposto che il sapessi, dare allo scritto forma più corrente ; 
per altro nuove e pazienti indagini d' archivio l' accresceranno 
senza dubbio. Quindi la mia vuol essere considerata niente più 
di una comunicazione preliminare. Prego gli araldisti di non fare 
il viso dell' armi ad un modesto tentativo, per avventura fallito; 
di perdonarmi infine d'aver spigolato anche questa volta nel loro 
campo, tanto diverso da quello mio della zoologia. 

(1) Op. cit. voi. I, p. 8-9 e 13-14. Io l'avrei dotto più brevemente, se 
mi permette T amico, cioè: interzato in fascia, nel 1° d'oro all' aquila di nero, 
nel 2° alternato di nero e di bianco, nel 3° di rosso, cimato di corona mar- 
chionale. 

(2) Op. cit. trad. Terenzio, p. XL. 



- 230 — 

Pensino che siffatti abusi commisero anche Scarpa e Mauro 
Rusconi, facendo escursioni nelle belle arti e nell'archeologia; 
Saccardo nella storia : il conte Pericle Ninni nella scienza dia- 
lettale : Giuseppe Mangili, Michele Lessona, Antonio Stoppani 
nelle belle lettere, oppure il poeta Cnamisso nella morfologia ani- 
male, Goethe nelP anatomia comparata, nella botanica e nella geo- 
logia. Ben lontano dal paragonarmi a quegli illustri, io comprendo 
cotesti abusi di uomini colti, imperrocchè, come dice il mio chia- 
ro collega Patroni (1) « le fonti delle idee, che fanno la vera cul- 
tura, non sono che tre : le scienze naturali, le scienze sociali e 
storiche, 1' arte ». Anzi io chiamo cotesti abusi : bisogni estetici, 
riposi dilettevoli di menti affaticate da lavori più severi, oggetto 
precipuo dei loro anni studiosi e migliori. 

P. Pavesi 



(1) L' insegna mento dell' 'Archeologia e la sua missione pratica iti Italia, 
Prolus. al suo corso del 1902, in Rass. nazion. XXVI, fas. 539, estr. Firenze 
1904, p. 16-17 



Pavesi- Stemmi com.prov. Ravia. 



Tav. I. 




Case! (XVI) 




6roppello 




Cassolnovo 





Ci'lavegna(H58) 




Palestre» 




Villanteno(XVIl) Gambolo' Gam bolo'(1640j Castelnovettc 



L ìt. Tacchi Tictrdt e Ferrar i ■ 



JNIVEKiiiy OF/LLIMOIi 



Pavesi - Sferrimi coni. prov. Pavia 



Tav.II 




1 <£ v*<, 






Bobbio (XlVsec.) 

da Promis jun- 



lìt Taccìiiiiardt e Ft n are favi < 



< 1 

'LUNOIS 



Pavesi - Stemmi com.prov. Pavia. 



Tav.III. 



>/v 




Stradella (1877J 



Lt'f ToLCchirtotr^i e Ferra 2-1 '- Poe. 



F ILLINOIS 



DELLO STATO PRESENTE DEGLI STODI 
INTORNO ALLA VITA DI PAOLO DIACONO 



(Continuazione vedi Anno IV Fase. 1). 



"V- — ^Cona,ca,zion.e. 
a) Il Tempo. 

Tra i documenti pubblicati dal Lebeuf nel 1739, importantissima 
è una lettera, diretta da Paolo all' abate cassinese Teodemaro (779-97), 
dalle rive della Mosella, in un IO gennaio probabilmente del 783 (1). 
Poiché da questo documento risulta che Paolo dal cenobio Cassinese 
s; era recato in Francia, rimase provata la falsità della notizia dei 
cronisti medievali, che protraevano la monacazione di Paolo fin dopo 
la morte di Arichi di Benevento (787). Leone Ostiense aveva accettata 
la notizia del Salernitano, aggiungendovi soltanto il nome dell' abate 
Cassinese del 787 ; il che significa che nel sec. XII non se ne sapeva 
più nulla neppure in Montecassino. L' epitaffio adatta la data di quel- 
l' avvenimento al suo fine encomiastico, e le sue espressioni indeter- 
minate possono dar luogo a varie interpretazioni. Di modo che su 
questo punto rimase aperto il campo alle più svariate congetture. 

Già il Mabillon (p. 239), conoscendo soltanto l'epistola ad Ada- 
lardo — secondo lui certamente di Paolo — sospettò che la sua ami- 
cizia coli' abate Corbeiense fosse stata contratta in Montecassino, 
ove questi fu poco dopo il 771; e pose innanzi la congettura: 
An forte Paulus iam tum ibi monachus erat ? » (2) Ma, siccome 
egli non conosceva i documenti del cod. 528, e credeva che Paolo 
fosse stato condotto in Francia con Desiderio nel 774, cercava di ri- 

(1) M. G. H. Scr. Lang., p. 16 e Epist., IV, p. 506. 

(2) 1! Mabillon non pone la questione, se già Paolo al tempo dell'assedio 
li Pavia fosse monaco in Montecassino — come crede il Dahn (p. 22) — anzi 

egli dice: « non crediderim Paulum, ante subactum captumque a Carolo Desi- 
derimi!, vitae monasticae nomen dedisse. » (p. 238). 



— 232 — 

solvere questa difficoltà, supponendo un duplice viaggio di Paolo in 
Francia, e restava nell' incertezza sulla data della monacazione. Anche 
l'Oudin (p. 31) è incerto su questo punto, e sembra posporre la 
monacazione al ritorno in Italia. Eppure egli seguiva Sigeberto GenM 
blacense, che dice espliciiamente : « Paulus monachus Casinensis coe- 
nobii ... a Carolo Magno ascitus, ecc. » Neppure il Liruti, seb- 
bene posteriore al Lebeuf, sembra conoscere i risultati della scoper- 
ta di lui, poiché ripete ancora le attestazioni del Salernitano e degli 
altri cronisti; e crede che Paolo in Francia, non essendo ancor mo- 
naco, potesse attentare o essere accusato di avere attentato alla 
vita di Carlo. 

Dopo il Lebeuf fu fissato un termine axfem quem nel 782 — data 
probabile del viaggio in Francia — e il Tiraboschi (par. 10°; suppo- 
neva che, dopo la cattura di Desiderio, Paolo tornasse alla patria 
friulana, e di là, dopo la sconfitta di Rodgauso, si rendesse monaco 
in Montecassino. 

Il Bethmann (p. 259), ritenendo che l'errore dei cronisti fosse 
derivato già da molto tempo dallo scambiare il ritorno coli' entrata 
nel chiostro , avanza dubitosamente la congettura , che il dolore 
per la triste fine del suo popolo spingesse Paolo a lasciare « la scena, 
ove avrebbe dovuto servire al conquistatore del suo paese, al nemico 
della sua gente » — se pure non tu soltanto il disgusto della vita 
mondana che lo trasse al queto ritiro ;1). Osserverò che Paolo, alla 
corte franca, servì « il nemico della sua gente » ben più di quel 
che avrebbe potuto o dovuto fare, restando — anche fuor del chiostro 
— in Italia. 

La timida congettura del Bethmann fu ripresa dal Dahn (pag. 22 
seg.j, che per primo trattò di proposito quest' argomento, tentando 
un' analisi psicologica, che uon si può dire inai riuscita. La catastrofi 
langobarda — egli dice — i colpi di fortuna, che abbatterono le 
persone più care a Paolo, come Arichi e Adeiperga di Benevento, la 
difficile posizione, in cui doveva trovarsi un fedele di Arichi — che 
congiurava contro Carlo — di fronte al Papa, alleato dei Franchi, 
dovevano necessariamente spingere al chiostro, come ad unica via di 
scampo, un uomo del carattere di Paolo. Ove poi si aggiungano le 
sventure della sua famiglia, cioè la prigionia del fratello e la miseria 

(1) Anche il Tosti (p. 54) crede che « non gli reggendo l'animo di vedere 
trionfata la sua nazione dai Francesi, trasse a Montecassino ». 



— 238 — 

dei congiunti per la confisca del patrimonio, si comprenderà come 
la tendenza, già esistente in lui, alla vita contemplativa claustrale 
dovesse venire rinforzata, fino a produrre quella risoluzione. Di un 
tale momento psicologico abbiamo — secondo il Dahn — una prova 
nei versi 127-28 del carme a S. Benedetto : (1) 

Poemata parva dedit fainulus prò miniere supplex, 
Exul, inops, tennis, poemata parva dedit. 

Egli dunque si sentiva « verbannt, arni, hiilflos ». E siccome dal v. 130: 

Mitis adesto gregi mine, venerande pater, 

risulta ch'egli era già monaco ; e siccome quelle espressioni non po- 
sano essere da lui usate dopo gli onori tributatigli alla corte ca- 
rolingia, ne consegue che il carme fu composto appunto poco prima 
del suo viaggio in Francia, e cioè nel periodo 776-82. Quindi in questo 
periodo egli era exuì (flùchtig) per aver dovuto abbandonare il sog- 
giorno in Pavia o nella patria friulana o in Benevento ; tennis (der 
Mi-rei entblòsst) per la confisca del patrimonio; inops (hiilflos), cioè 
privo dell'appoggio dei principi beneventani, e più in sospetto che 
in favore ai potenti Tran chi. Di questa posizione imbarazzante, pe- 
nosa di fronte ai conquistatori è prova il carme u Nos dicamus » (2), 
in cui Carlo Magno, per mano di Pietro da Pisa, si rallegra che 
Paolo abbia finalmente deciso di rimanere in Francia, senza anelare 
più alla reclusione di prima (dein frùlieren Versteck). Questo prece- 
dente rifugio (Schlupfvvinkel), in cui egli si celava al re, non può es- 
sere che il chiostro. 

Osservò già il Calligaris (1899, p. 119), che tutto il sapiente edi- 
lìzio del Dahn cadrebbe d'un tratto, dinanzi a una sola domanda: 
E se Paolo fosse stato già monaco prima di quegli anni, dove an- 
drebbero tante e sì belle supposizioni? » Se vi siauo ragioni di cre- 
dere ohe così fosse iu realtà, vedremo in seguito; ora fermiamoci a 
considerare l'interpretazione data dal Dahn ai versi già citati del- 
l' inno a S. Benedetto ; interpretazione che anche il Calligaris e il 
G-riou (p. 29) accettano. 

(1) M. G. H. Poet. LaL., I, p. 40. 

(2) M. G. H. id. id. p. 48. 

15 



— 2)M - 

È vero che Paolo, anche essendo monaco, poteva non aver dimen- 
ticato il fratello e gli amici duchi di Benevento, poteva essere escluso 
dai luoghi a lui più cari, poteva lamentarsi dei beni familiari — 
del fratello, non suoi — perduti. Tuttavia, come rispose il Crivel- 
lucci (p. 16), questi lamenti sono per lo meno strani da parte di un 
monaco, il cui esilio sarebbe stato volontario, i cui beni non sareb- 
bero più stati sua proprietà per la rinunzia di dovere, e che sop- 
pratutto sarebbe difficilmente caduto in sospetto ai Franchi. 

Ma delle proprie sventure domestiche Paolo si lamenterà nella 
supplica a Carlo, non in un inno laudativo a S. Benedetto ! Non solo 
un' allusione alle sventure terrene, che avevano colpito il poeta, sa- 
rebbe « fuor di luogo in una poesia sui miracoli del Santo n (Crivel- 
lucci, 1. e), ma sarebbe contraria allo spirito del carme stesso. Non 
dobbiamo partire dal punto di vista della poesia religiosa moderna, 
più umana, che lascia intravedere i sentimenti del poeta ; questa poe- 
sia sacra medievale ha sempre alcun che di convenzionale ; ciò che 
non riguarda direttamente il Santo non può sembrare al poeta cosa 
degna di essere ricordata. Peggio poi quando si tratti di sentimenti 
tutti terreni, di lamentazioni su mali tutti terreni, che agli occhi 
del monaco dovevano essere invece scala ad acquistare la felicità 
eterna. Sventura comune dei mortali è 1' esilio dalla patria celeste 
(ecciti), la povertà dei meriti (inops), la nullità morale di fronte alla 
grandezza del Santo (tennis). 

Inoltre non bisogna togliere queste parole dal loro posto, disgiun- 
gendole dalle altre, a cui sono legate. « Famulus prò raunere sup- 
pleoc » chiama sé stesso il poeta ; e si scusa, egli « tennis e inops, di 
non poter dare che « poemata parva ». È tutta una serie di espres- 
sioni umili, proprie dei monaci, proprie di questo genere di poesia 
ascetica. Non tanto l'incontrare queste espressioni in una poesia può 
diminuire il loro valore come prove storiche (Dahn, p. 25); ma l'in- 
contrarle in una laude sacra. 

Anche nell' epitaffio di Venanzio Fortunato (1) Paolo si racco- 
manda all' intercessione dell' elogiato colle parole : « Redde vicem 
misero » (v. 11). Eppure allora, accolto con onore alla corte franca, 
non poteva dirsi infelice. Il significato è spirituale, come risulta dalle 
parole seguenti : u ne indice spernar ab aequo n. E si comprende 
benissimo come siano molto diverse le espressioni di umiltà, che 

(1) H. L., II, 13. 



— 235 — 

s'incontrano nell'epistola ad Adelperga (ecsiguus et suppleco), nella 
dedica dell'Oineliario a Carlo [suppleac), noli' epistola all' abate Teode- 
niaro [pusillus fìlius supplcx) ; poiché l'umiltà di fronte a potenti della 
terra aveva carattere diverso da quella, con cui il monaco si presenta 
al suo santo padre Benedetto. In questo carme non si manifesta sol- 
tanto 1' umile ossequio, ma, come dice giustamente il De Santi (1), 
» il sentimento del fedele e più ancora del monaco, che vive an- 
cora nell'esilio di questo mondo, povero di forza e meschino, specie 
se si paragoni colla potenza e la gloria di S. Benedetto ». 

Non a torto poi nota il De Santi che qui il Dahn cade in un cir- 
colo vizioso Bisognerebbe dimostrare che il carme fu certamente 
scritto dopo il 774, per poter dare a queste parole il significato che 
vi scorge il Dahn ; poiché, se s' intendono in senso spirituale, non 
si può più nemmeno affermare che il carme sia stato scritto prima 
del soggiorno alla corte Franca; e il dire che fu composto quando 
Paolo era già monaco è poco buon argomento, allorché si tratti di 
dedurne conseguenze per la data della monacazione. 

Anche il Tamassia (p. 21) interpreta queste parole nel loro signi- 
ficato materiale, e ritiene che il carme fosse composto in Erancia, onde 
si spiegherebbe la parola eocul, mentre 1' inops troverebbe riscontro 
in quell'accenno alla propria povertà, che Paolo fa nel carme « Sensi 
cuius „ 2 . Il munus poi sarebbe la grazia, che Paolo sperava da 
Carlo. 

Questa interpretazione incontra le difficoltà già esposte per quella 
del Dahn : il munus è la vita eterna, la beatitudine celeste, che il 
Santo può impetrare ai seguaci fedeli del suo Ordine; e u famulus 
prò miniere supplex » si professa Paolo, quasi voglia dire che divenne 
servo di Dio per ottenere il premio eterno. Quando poi si dia alla 
■arola exul un significato spirituale, vien meno ogni indizio della 
composizione di questo carme in Francia; perciò abbiamo anche qui 
un circolo vizioso. 

Non capisco poi come il Dahn possa vedere un argomento favo- 
revole alla sua opinione nel carme « Nos dicamus .,. La compiacenza, 
che Carlo vi mostra, perchè Paolo non anela più al ritorno nel chio- 
stro, è forse un motivo per credere che vi si fosse rinchiuso per na- 
scondersi agli occhi del re, per sfuggire ai sospetti caduti sudimi? 

(1) 18 agosto 1900, p. 422. 

(2 Vitam litteris ni emani, nih.il est quod tribuàm. 



— 236 - 

E il fatto che Paolo desiderasse di tornarvi, anche dopo esser venuto 
in favore alla corte Franca, non dimostra certamente che egli vedesse 
nel chiostro una via di scampo di fronte all' ostilità di Carlo (1). 

Quanto poi all' analisi psicologica del Dahn, essa è fondata su di 
un presupposto, che avrebbe bisogno di dimostrazione. La catastrofe 
del regno langobardo — egli dice (p. 23) — « doveva spingere for- 
temente un carattere come il suo al chiostro ». E più oltre chiama 
Paolo « der eifrige Patriot » (p. 20) ; e a pag. 24 dice che Paolo 
doveva trovarsi in una situazione imbarazzante, « non potendo pren- 
der parte né contro Arichi, né contro il papa ». 

Da che cosa argomenta il Dahn che il carattere di Paolo fosse 
tale, che la sventura della sua nazione dovesse affliggerlo in modo 
da spingerlo a rinunziare al mondo ? Donde rileva eh' egli fosse uno 
zelante patriotta ? che esistesse per lui la necessità di parteggiare per 
1' uno o per 1' altro dei grandi contendenti ? Il Dahn non lo dimostra 
e non lo dice. 

Vediamo invece quale concetto si fosse formato il Bethmann f p. 273) 
dell' animo di Paolo dalla lettura delle sue opere e dalla considera- 
zione delle sue vicende. « La vita di Paolo è la vita di un dotto . . . 
Tranquillo e modesto, ma onorato ed amato da tutti coloro che vis- 
sero a lui vicino, caro ai suoi Principi ed allo stesso Carlo, egli trovò 
pieno appagamento nella vita ritirata, nell'operosità dell'insegnamento, 
nell' attività letteraria » E più oltre fp. 284, : u Tutta la sua natura 
era sinè ira et studio; opinioni partigiane, giudizi vivaci, o la santa 
ira di un Tacito, di un Ambrogio, di un Geremia non si devono 
aspettare da lui ; ma imparzialità e indipendenza di giudizio ... A 
torlo il Muratori lo accusa di partigianeria pel suo popolo. L' amore 
per la sua gente lo spinse a narrarne la storia, gli fa ricordare fre- 
quentemente la sua patria friulana, gì' impedisce di parteggiare pei 
cattolici e ammiratori di Gregorio Magno contro gli Ariani Lango- 
bardi . . . Ma in nessun caso egli trascura per questa ragione di dire 
la verità, in nessun caso espone con parzialità per glorificare il suo 
popolo ; e se talora qualche omissione pare partigiana, non è questo 
un indizio bastante, poiché molti fatti importanti sono omessi nella 
sua Storia ; e d' altra parte egli racconta molte cose sfavorevoli ai 
Langobardi, portando talora si delle singole persone che del popolo 
in genere severi giudizi ». 

(1) Cfr. Calligabis, 1899, p, 121. 



- 237 — 

A questo ritratto d' uomo mite, alieno da passioni politiche, dedito 
allo studio, si accosta quello, che ne presenta il Novati (p. 92 se°-.). 
Considerando .■unir degna di molta attenzione l'opinione del Mom- 
msen, il) che V Hist Lang. fosse concepita da Paolo come facente 
parte di un tutto coli' Hist, Ba»,., e quindi come integramento di 
quella, egli osserva che in tal caso si potrebbe dubitare se realmente 
Paolo obbedisse, nello scriverla, al desiderio d'innalzare un monu- 
mento di gloria alla propria gente, o cedesse piuttosto a considera- 
zioni più vaste e d'indole del tutto diversa. Egli confessa di non 
trovare nell' Hist. Lang. le tracce di quell' ardentissimo amore alla 
nazione langobarda, che altri vi vorrebbe vedere. Lo studio di met- 
tere in vista ciò che poteva essere più onorevole e glorioso pei suoi 
connazionali e di nasconderne le colpe e la ferocia — anche se si 
voglia sicuramente rintracciarvelo — potè ben provenire u da un 
criterio, che sarebbe lecito dir tradizionale presso gì' istoriografi ». 
E del resto talora egli non dissimula colpe ed errori della sua gente 
ed ha parole di caldissimo elogio per la mitezza di Gregorio Magno 
contro i suoi fieri nemici. Assolutamente falso poi che interrompesse 
la sua narrazione per non descrivere la rovina dei suoi, a Non 1' a- 
nimo gli mancò, bensì la vita. Se questa gli fosse durata, noi avremmo 
veduto forse effondersi nelle sue pagine quel corruccio per la sven- 
tura langobarda, che invano ci sforziamo di sorprendere nell' opera, 
quale ci è pervenuta. Forse, dico, giacché egli è ben strano che del 
lutto suo Paolo non abbia in sei interi libri lasciato trasparire mai 
la più lieve traccia. Erchemperto, sì, singhiozza e scrive « ex intimo 
corde ducens alta suspiria ». Or come mai Paolo non fa altrettanto ? 
Ch'ei si. fosse proposto di riversare tutto" il suo affanno nella prefa- 
zione, mentre tante e tante occasioni gli si erano venute porgendo 
di farlo conoscere, sarebbe cosa ben singolare ! » (2). 

Fra queste occasioni, di cui parla il Novati, si potrebbe notare, 
ad esempio, il luogo ove parla della predizione riguardante la basi- 
lica di S. Giovanni in Monza (3). Egli accenna con laconica freddezza 

(1) Die Quellen der Langobardengeschichted.es P. D. (Neues Archi v, V, 
p. 77 seg.). 

(2) Da questi e da altri indizi il Novati deduce che non si trovano in P. i 
jjaratteri propri dello schietto spirito germanico. 

(3) H. L., V, 6. Veniet autem tempus, quando ipsud oraculum habebitur de- 
Bpectui, et tunc gens ipsa peribit. 



— 238 — 

alla » Langobardorum perditionem » ; Lamenta invece con indigna- 
zione che quel tempio sia retto ti per viles personas »; ma qu< 
indignazione non sembra dovuta ai tristi effetti, che — secondo la 
predizione, a cui egli sembra credere — sarebbero derivati da quella 
profanazione, la rovina cioè della gente langobarda. 

Il Cipolla (1) nota l' intimità di pensiero e d' affetto, con cui Paolo 
si accosta al popolo non suo, ai Romani, in grazia dell' elemento let- 
terario, della venerazione per le glorie intellettuali di Roma. Egli 
ama l' Italia, e non sa nascondere il senso di dolore, da cui è com- 
preso, considerando le devastazioni importatele dalle numerose gentei 
germaniche. Anche la gens langobarda è per lui un popolo d' inva- 
sori ; e se fa una distinzione fra essa e le altre, è perchè sa di ap- 
partenerle ; perciò adopera a suo riguardo una frase insolita, dicendo 
che » in Italia feliciter regnavit n (2). 

Mi sia lecito aggiungere che non solo dallo spirito, che si rivela 
nelle sue opere, ma anche da quel tanto che ci è dato conoscere 
delle vicende della vita di Paolo, si può trarre qualche deduzione 
analoga. IJno u zelante patriotta n non sarebbe forse divenuto con 
tanta facilità favorito del conquistatore. Non solo Paolo visse alla 
corte Franca, finché a Carlo piacque trattenercelo ; ma pose la sua 
penna, il suo ingegno, la sua cultura sacra e profana a servizio di 
quel re ; onde anche il Bethmann (p. 285) sente il bisogno di scagio- 
narlo dall' accusa di adulazione, che potrebbe venirgli mossa. Non 
soltanto la glorificazione della stirpe carolingia nel lungo episodio 
del Liber de episcopis Mettensibus parla contro di lui ; non solo la 
dotta adulazione, riguardante il nome di Ansegiso, avo di Carlo (3), 
e le lodi sulla mitezza del vincitore verso i Langobardi vinti ; ma so- 
pratutto alcune frasi, che — nonostante tutta 1' ammirazione natu- 
rale in un dotto per un uomo come Carlo Magno — non sareb- 
rebbero mai cadute dalla penna di un ardente patriotta langobardo. 

(1) Bella supposta fusione degV Italiani coi Germani nei primi secoli del 
M. Eoo (Rendic. della R. Accad. dei Lincei, CI. di Scienze mor. stor., Serie 5*, 
voi. IX, 1901, p. 369). 

(2) Sulla imparzialità di P. di fronte al suo popolo cfr. anche Calisse, Paolo 
Diacono (Rivista internazion. di scienze sociali, sett. 1900, p. 38). Egli osserva 
audio (p. 39) come P., precorrendo i tempi suoi, pur gloriandosi di discendere 
dalla forte schiatta langobarda, accolse in sé la civiltà dei vinti, professandola 
sotto entrambi i suoi aspetti, la cultura classica e la vita ecclesiastica. 

(3) M. (ì. H., Script, 11, p. '264; cuius Anschisi nomen ab Anchise, patre 
Aeneae, qui a Troia olim venerai, ereditar esse deductum. 



— 239 — 

Nell'unico luogo, in cui parla esplicitamente della rovina del suo 
popolo, nel Libcr de epise. Mettens. (1), Paolo si esprime in questi ter- 
mini : u Deniqtie inter plura et miranda quae (Carolus) gessit, Lan- 
gobardormn gentem bis iam a patre devictam (era necessario questo ri- 
conio di un' onta anteriore ?), altero eorum rege, cui Desiderius no- 
men erat, capto, alteroque, qui dicebatur Adelgisus, et cum genitore 
regnantem suo, Constantinopolim pulso, universam sìne gravi proelio 
(era necessario rammentare la meschina e ingloriosa difesa dei Lon- 
gobardi?) suae subdidit dicioni, et, quod raro fieri solet, clementi mode- 
razione victoriam temperavit. Romanos praeterea, ipsamque urbem 
Eomuleam, iampridem eius praesentiam desiderantem, quae aliquando 
totius mundi domina fuerat, et fcunc a Langobardis depressa ge- 
mebat, duris angustiis eximens, suis addidit sceptris ». Posse pure 
pienamente vero , anche in bocca di un Longobardo (Bethmann, 
p. 285), ciò che Paolo dice riguardo a Roma, non è però da trascurare che 
qui sembra trasparire la convinzione dell'ingiustizia dell'oppressione 
langobarda sulla città, che fu un tempo signora del mondo; la qual città 
invece a buon dritto — secondo lo storico — poteva essere sogget- 
ta al grande monarca franco. Questo modo di concepire sarebbe più scu- 
sabile, se Carlo fosse apparso agli occhi di Paolo come il restaura- 
tore dell' impero occidentale ; ma Paolo non vide quella restaurazione. 

Ancor più degna di considerazione è la freddezza quasi sprezzante, 
che appare nel passo riferito, verso i re detronizzati, verso il popolo 
assoggettato senza resistenza ; freddezza, a cui fa riscontro lo studio 
di far risaltare nel modo più onorevole la personalità del vincitore. 
Non bisogna dimenticare che l' opera fu scritta in Francia e per 
preghiera o incarico di un fedele di Carlo. Quand'anche non si voglia 
accusare Paolo di adulazione, non gli si potrà certamente attribuire 
vivo dolore per la catastrofe della sua nazione. 

Questo passo si può inoltre raccostare ad altre espressioni consi- 
mili. Nella stessa opera (p. 265), parlando dei figli di Carlo, Paolo 
dice che u iam Beò /avente minor Pippinus regnum Italiae, Lodobich 
Aquitaniae tenent n. Nei « Versus de episcopis Mettensis civitatis » (2) 
si trova 1' espresione : u Rex Carolus . . . 

Italiae accepit Christi de munere sceptrum ». 

(1) M. G. H. Script. II, p. 265. 

(2) M. G. IL, Poet, Ut., I, p, 60. 



- 240 — 

Neil' m Epitaphium Rothaidis filiae Pippini regis » 

Nam mihi gerinanus, genles qui Bubdidit ai'Tnis 
Ausonias, fretus Karolus virtute Tonanti s. 

Un vivo sentimento di amore e di orgoglio nazionale non avrebbe 
certamente spinto il poeta ad attribuire la sventura dei suoi al volere, 
anzi al favore di Dio ; lo avrebbe invece forse indotto a tacere su quel- 
1' avvenimento — poiché non era obbligato a parlarne in codeste oc- 
casioni — piuttosto che presentare come effetto di meritata protezione 
divina la fortuna del popolo nemico (2). 

Bisogna guardarsi dal cadere per altra via nell' errore degli anti- 
chi, che non seppero disgiungere l' idea dello storico della nazione 
da quella del difensore strenuo della nazione stessa. Paolo scrisse 
la sua Storia come dotto e non come propugnatore della gloria della 
sua gente, onde vi si potrà più facilmente rinvenire un barlume di 
critica — ■ benché molto ingenua — che non un vero e proprio studio 
di serbare gloriosa memoria di una nazione un tempo potente, ora 
soggiaciuta a triste destino. 

Ne risulta che 1' ipotesi del Dahn, che il dolore di Paolo per la 
sventura langobarda fosse si vivo, da cagionare in lui il disgusto 
"del mondo, è per lo meno tanto discutibile, da non poter servire d ; ap- 
poggio, ove si debba su di essa fondare un' altra congettura (3). Pesta 
il dubbio che Paolo — non essendo ancor monaco nel 774 e nel 776 
— potesse venire a trovarsi in una posizione difficile di fronte ai 
trionfatori, e cercasse perciò difesa e scampo nel chiostro. 

Così pensò il Crivellucci (p. 16 seg.), che protrae la monacazione 

(1) M. G. E., Poet. lat. I, p. 57 (v. 2-3). 

(2) Il Capetti (De Pauli diac. e ar minibus, Atti e menti, del Congr. di Civili., 
p. 66) corca di spiegare, ma non riesce a giustificare, le contraddizioni di pensiero 
e di sentimento f>a le opere scritte alla corte franca e quelle dedicate ai principi 
langobardi. 

(3) Seguirono V opinione del Dahn 1' Ebert (p. 45), il Del Giudice (p. 346), 
il Tamassia (p. 20). Invece il Bertolini (p. 9) crede che, per motivi non molto 
dissimili, Paolo passasse al monastero dalla corte di Benevento, ove 1' ufficio 
di maestro e di poeta, che — secondo lui — vi avrebbe tenuto, richiedevi 
tempi tranquilli, e non era perciò più possibile quando il ducato beneventano 
fu minacciati) dalla slessa rovina patita dal regno. Ma in realtà il ducato non 
fu minacciato prima del 786, e allora Paolo era già monaco. 



— 241 — 

fin dopo il 781, cioè dopo la composizione del carme u Verba tui 
famuli » — la supplica a Carlo — poiché egli crede che Paolo pren- 
desse parte alla ribellione del 776 contro Carlo Magno ; il che, se 
fosse stato monaco, sarebbe difficile ammettere. Contro quest'opinione 
Sta anzitutto una giusta considerazione del Calisse (p. 82). Se Paolo 
compose VHist. Unni. — come generalmente si ammette — in un mo- 
nastero, e non dopo il ritorno dalla Francia, perchè nell' epistola de- 
dicatoria parla di Arichi come ancor vivente, egli sarà entrato nel 
chiostro prima del 782, e non subito prima, se ebbe tempo di compiere 
un'opera di non piccola mole. 

Quanto poi alla partecipazione alla congiura non si deve dimenti- 
care che essa — anche quando fosse dimostrata probabile — non potrà 
mai dirsi certa ; e quando si debbano trarre conseguenze con probabilità, 
bisogna per lo meno che i fatti, da cui si parte, non siano soltanto 
probabili essi stessi ; altrimenti si costruisce senza fondamenta. Ma 
il Crivellucci dice che la monacazione è certamente posteriore al ten- 
tativo di riscossa contro i Franchi, anzitutto perchè, come egli ha di- 
mostrato, Paolo prese parte a questo tentativo ; resta dunque a vedersi 
se questa dimostrazione è tale, da non lasciar più luogo a dubbi. 

Il Crivellucci crede inammissibile che Paolo — essendo stato alla 
corte degli ultimi re langobardi, e avendo ricevuto da loro speciali 
favori — potesse rimanere indifferente e inoperoso di fronte ad una 
congiura, che mirava a ristabilire il regno langobardo, che era orga- 
nizzata dai duchi di Benevento, di Spoleto, di Chiusi, e — si noti 
bene — del Friuli, e a cui prendeva parte anche il fratello. Ma donde 
ci può venire la certezza che Paolo visse alla corte degli ultimi re 
langobardi e ricevette da loro speciali favori ? Abbiamo visto come 
siano poco attendibili le notizie dei cronisti medievali sui rapporti 
di Paolo col re Desiderio. Infatti, mentre il Salernitano dice soltanto 
che Paolo fu « praeceisus atque carus ab ipso rege ... ut ipse rex 
in omni archana verba consiliarium eum haberet », Leone Ostiense 
da queste vaghe espressioni ricava eh' egli fu « regis Desiderii no- 
tarius n ; Pietro Diacono e Giovanni Vulturnese non solo ripetono 
questa notizia, ma questi parla di praecepta, che Paolo avrebbe scritti 
pel suo monastero « cuni esset regis Desiderii Cancellarius » ; quegli 
foggia un diploma, scritto da « Paulus notarius et diaconus », in 
nome del re Desiderio, pel chiostro cassinese (1). Non giova in que- 

(1) Ex Vetri Diaconi Regesto Casin., N. 101. Fu pubblicato dal Tosti (I, 90) 



- 242 - 

sto caso dire col De Santi (1), che queste cronache, u nelle no- 
tizie, che non hanno sapore di leggenda o eolia leggenda non hanno 
stretto legame, possono prudentemente essere accolte e vagliai. -, 
perchè non v' è cosa, che abbia più stretto legame colla leggenda, 
quanto il presentare Paolo — il rappresentante della nazionalità lango^ 
barda — come un fedele dell'ultimo re, pel quale poi patirà l'esilio. 
Non su queste notizie si potrà dunque fondare 1' opinione del Wat- 
tenbach (p, 165), che molto verosimilmente Paolo trovasse occupazione 
nella cancelleria reale. E il dire che u non v'ha nulla in sé che 
ripugni n al credere eh' egli fosse caro a Desiderio e suo consigliere (1) 
non è conforme alle regole di una critica seria ; poiché non basta 
che una cosa sia verosimile per ritenerla come probabile ; tanto meno 
poi come eerta. 

All' infuori di queste tardive testimonianze, si citano come indizi 
di rapporti di Paolo colla famiglia di Desiderio 1' epitaffio della re- 
gina Ansa e le opere dedicate alla figlia di Desiderio, Adelperga, 
sposa ad Arichi II, duca di Benevento. 

L'attribuzione a Paolo dell'epitaffio per la regina Ansa non è senza 
contrasto. Nel Ms. di Lipsia Rep. I, 74 del sec. X questo carme vien 
dopo i versi in lode del lago Lario e l'epitaffio per la nipote Sofia, 
attribuiti a Paolo entrambi, ma di cui i primi soltanto portano il 
nome di lui nell' intitolazione. Il titolo del carme è semplicemente : 
« Super sepulchrum domnae Ansae rjeginae » (2). L' Haupt, (3) che 
le pubblicò per primo, attribuì tutte queste poesie al nostro Paolo, 
e lo seguirono il Dummler (4), il Waitz (5), il Grion (p. 26), non- 
ostante i dubbi del Dahn (p. 67). In vero le ragioni addotte dal Dahn 
oontro 1' autenticità e 1' attribuzione a Paolo di questo epitaffio non 
sono molto forti. L' attribuire questo carme ad altro autore non giova 

come autentico; il Troya (773) Io credette una manipolazione di tre diplomi 
autentici, uno dei quali poteva forse portare i nomi di Desiderio e di Paolo; 
I'Holder-Egger (N. Arch. Ili, p. 292) lo dichiara senz'altro spurio, e così pure il 
il Bethmann (Arch. X, p. 256). Il Calligaris (1899, p. 72) dubita se da questo 
raffazzonamento possa esser venuta la notìzia di Leone. Ma in vero è probabile 
che esso sia dovuto a Pietro, e sia quindi posteriore a Leone. 

(1) De Santi, 18 ag. 1900, p. 408. 

(2) M. G. H., Scr. Lang., p. 191. Cfr. Dummler (N. Arch., IV, p. 103). 

(3) Bericli f e der siiclis. Gesellsch. d. Wiss., 1850. 

(4) M. G. H., Poct. lai., I, p. 28. 

(5) Gott. gel, Anz., p. 1517. 



— 243 — 

— come osservò il Waitz — a risolvere la difficoltà, derivante- dal 
latin die Ansa morì dopo il 774 e probabilmente prigioniera in Fran- 
cia, mentre l'epitaffio ce la rappresenta regina potente, forte dell'ap- 
poggio del marito, del figlio Adelchi — speranza della gente lan- 
gobarda — e dei generi, tra cui è compreso Carlo Magno. Tale dif- 
ficoltà si risolve invece facilmente, ove si supponga — come fece già il 
Dahn stesso — che l'elogio sia stato scritto ancor viva la regina, prima 
del 774, e anche pi-ima del 771, anno in cui Carlo Magno ripudiò la 
figlia di Desiderio. Dal v. 16 del carme stesso, ove si dice che Ansil- 
fJerga, figlia di Desiderio, era u his dedita templis », si può congettu- 
rare che la lapide fosse destinata al monastero di S. Salvatore in 
Brescia, di cui appunto Ansilperga fu abbadessa. E poiché quel mo- 
nastero fu fondato da Desiderio e da Ansa nel 769, 1' elogio sarà 
stato composto tra il 769 ed il 771. Non è verosimile che ci troviamo 
dinanzi a un' esercitazione scolastica — come dubita il Dahn — poi-, 
che in una falsificazione posteriore non sarebbe stato omesso il ri- 
cordo della caduta del regno langobardo e dei suoi re. 

Questo carme fu illustrato recentemente dal Capetti (p. 63 seg.), 
che deduce da diverse prove che il carme fu composto prima del 
774. Anzitutto certe espressioni, che Paolo non avrebbe più usate 
dopo il soggiorno alla corte franca e 1' amicizia con Carlo ; in secondo 
luogo la lode contenuta nei v. 6-7 : 



6 



Haec patriam bellis laceram iamiamque ruentem 
Compare cuoi magno relevans stabili vit et auxit, 

che non conveniva certamente ad una regina e ad un re detronizzati 
e prigionieri ; e sopratutto 1' allusione a Carlo Magno, menzionato in- 
sieme ai mariti delle altre figlie (v. 12-14) : 

Fortia natarum thalainis sibi pectora iunxit, 
Discissos nectens, rapidus quod Auftdus amb;t, 
Paeis amore ligans, ciugunt quos Rhenus et Ister 

(cioè Arichi, Carlo Magno e Tassilo di Baviera), assolutamente incom- 
patibile collo stato delle cose dopo il 771 (1). 

(1) Secondo la tradizione, accolta dall' Odorici (Storie Bresciane, III, 107) e 
non del tutto respinta dal Malfatti [Imperatori e papi, I, 123), Ansa sarebbe 
tornata in Italia, dopo la morte del marito, per prendere il velo in quel mona- 
stero. Ma anche se questo fatto fosse provate-, non recherebbe alcuna mo- 
dificazione in ciò che si è detto sulla data della composizione dell' epitaffio. 



- 244 — 

Osserverò inoltre che la larga parte data ìd questo carme al ri- 
cordo dei templi e dei cenobi, fondati dalla regina (v. 17-24), fa so- 
spettare che esso fosse composto poco dopo la fondazione del tempio 
e del monastero bresciano (1). Possiamo dunque determinare eoa 
qualche esattezza la data della composizione di questo carme, e quindi 
affermare che è posteriore ad un altro, di cui la data è sicura, cioè 
i a Versus de annis a principio » (2). 

E questa una specie di cronologia delle sei età del mondo ; genere 
di componimento, di cui si rinvengono altri esempi nel cod. Madril. 
A. 16. del sec. X, in cui il Knust scoperse questo carme. Le iniziali 
di ogni terzina formano 1' acrostico Adelperga pia ; nei v. 22-24 è 
contenuto il computo degli anni trascorsi u ah adventu Redemptoris... 
ad hunc annum », cioè 763. Nei versi seguenti (25-30) si riflette il 
momento politico di quell' anno : 

Alta pace mine exultat regio Ausonia 
Desiderio simulque Adelchis regnantibus 
florentissimis et piis, cuna haec annotata sunt. 
Principatum Benaventi ductore fortissimo 
Arechis regnante, freto Superni auxilio, 
Adelperga cum tranquilla stirpe nata regia. 

Dopo un' allusione al giudizio universale, il carme si chiude con 
una preghiera per i duchi beneventani : 

Ante tuum, iuste iudex, dum steterit solium 
Arechis benignus ductor cum praeclara coniuge, 
dona eis cum electis laetari perenniter. 

Anche senza 1' acrostico, per mezzo del quale il carme è dedi- 
cato ad Adelperga, la ripetuta menzione dei duchi beneventani fa- 
rebbe intendere che esso fu composto in loro onore. Dopo uno sguardo 
genei-ale alla pace, che tutta Italia godeva sotto il regno dei « flo- 
rentissimi et pii n re langobardi, il poeta magnifica il ductor fortis- 

(1) Cfr. anche Simson (lahrbììcher des franhisclten Reiches unter Karl dem 
Grossen, in Iahrb. fùr deutsche Geschichle, II, p. 506), che lo attribuisce al 
770-71 per le stesse ragioni. 

(2) M. G. H., Scr. Lang., p. 13 e Poet. lai. I, N. 1. Cfr. Dummler (N. Arch. 
IV, p. 102) e Capetti >p . 81). 



— 245 - 

Urnus, il benignus ductor beneventano, freto Superni auxilio; e per lui 
e per la sua compagna invoca la gloria eterna del cielo. 

D' altra parte il passo riguardante il giudizio universale (v. 31-33): 

Index veniet supennis velut fulgor caelitus ; 
dies set aut hora quando, non patet mortalibus. 
felix erit, quera paratimi invenerit Dominus ! 

sembra rivelare « il monaco, ebe lascia il mondo, per vivere sem- 
pre preparato alla chiamata di Dio n Onde, congiungendo queste 
espressioni lui te monastiche con quelle onorifiche riguardanti i duchi 
di Benevento, mi pare si possa congetturare che il carme fu. scritto 
nel ducato beneventano, e precisamente nel monastero cassinese. 
Alla stessa conclusione ci può condurre il considerare l' indole del 
carme stesso, che non è — come dice il De Santi (1) — « un singo- 
lare epitalamio », ma un carme didascalico. La dedica di an com- 
ponimento di questo genere alla principessa beneventana si spiega 
soltanto col fatto, che il poeta fu — quando che sia — guida degli 
studi di lei. Non poteva dunque esserle inviato dalla corte di Pavia, 
come crede il Grion (p. 26), o da un monastero dell'alta Italia, 
come sembra ritenere il De Santi (2), poiché presuppone necessa- 
riamente o qualche discorso tenuto colla principessa, che avesse porto 
occasione al poeta di scriverlo per lei (3), o — più probabile — il 
principio di un' educazione storica, per cui alla giovane sposa veniva 
presentato, come introduzione, uno specchio generale della cronolo- 
legia, secondo i concetti di quel tempo. Si potrebbe — come conget- 

i il Dahn (p. 77) — mettere in relazione questo fatto colla lettura 
del Breviarium di Eutropio, che Paolo consigliò qualche tempo dopo 
alla principessa. 

Della cultura storica, che Adelperga veniva acquistando sotto la 
direzione di Paolo, ci resta documento nell' epistola dedicatoria pre- 
messa all' Hist. Rom. (4), ebe ci fa conoscere al tempo stesso quali 
t'ossero i rapporti di Paolo colla figlia di Desiderio. L' epistola è in- 
ìtolata : u Dominae Adelpergae eximiae summaeque ductrici Paulus 
'■■■■Upius et supplex ri. Dopo aver lodata la cultura della giovane sposa, 

(1) De Santi, 18 ag. 1900, p. 412. 

2 18 ag. 1900, p. 409. 

(3 Bethmann, p. 293. 

I M. G. H. Aucl. Antiq., Il, p, 28. 



— 246 - 

à cui erano noti gli u aurata eloquia » dei filosofi ed i u gernmea 
dieta 71 dei poeti, Paolo narra come, avendo ella mostrato il desiderio 
di applicarsi allo studio della storia, u ipse, qui elegantiae tuae fautoi 
semper extiti, legenrlam tibi Eutropii historiam tripudiane optuli n. E 
poiché alla pia Adelperga spiacque in questo compendio — oltre la 
soverchia concisione — anche la mancanza di ogni notizia sulla re- 
ligione cristiana, pregò Paolo di supplire a questo difetto. Desideroso 
sempre di accontentarla (ego, qui semper tuis venerandis imperiis 
parere desidero), Paolo compose per lei quel rifacimento e quella 
continuazione di Eutropio, che va sotto il nome d' Ristorici Romana, 
valendosi delle opere degli storici, che lo avevano preceduto (meo ex 
maiorum dictis stilo subsecutus). Promette poi alla duchessa u si ta- 
men aut vestrae sederit voluntati, aut mihi vita comite ad huius 
modi laborem maiorum dieta suffragium tulerint, ad nostrum usque 
aetatem eandem historiam protelare ». 

Sulla data da assegnarsi alla composizione di questa lettera si è 
molto discusso e si discute ancora. Senza esporne le ragioni, il Beth- 
mann (p. 257) la giudicava scritta fra il 766 e il 781 ; e a quest' opi- 
nione si attenne 1' Hartel (1). Primo a porre la questione fu il Dahn 
(p. 15), osservando come 1' essere ricordati nella chiusa « tribus natis n 
di Adelperga, attesti che 1' epistola non è anteriore al 766, poiché il 
primogenito dei duchi beneventani nacque nel 763. D' altra parte 
egli dedusse dalla promessa di condurre la narrazione « ad nostrani 
usque aetatem », che 1' epistola fosse scritta prima del 774, poiché 
difficilmente Paolo avrebbe fatta una promessa simile, quando avesse 
saputo di dover narrare la triste fine della dinastia langobarda, a cui 
la principessa apparteneva. Egli aggiunge che Paolo non doveva es- 
sere ancora venuto in relazione con Carlo Magno, perchè altrimenti 
non avrebbe aggiudicato ad Arichi la palma per la cultura fra tutti 
i principi del suo tempo. Questa era forse la ragione, per cui il Beth- 
mann fissava il termine ante quem nel 782, anno del viaggio di Paolo 
in Francia ; a torto quindi il Dahn dice di non comprendere perchè 
questo termine sia fissato nel 782 e non nel 785 (perchè proprio il 
785 ?). 

Anche il Droysen (2) ed il Mommsen (3) giudicarono che 1' Hwk 

(1) Eutropius und P. 1). (Sitzungberiehte d. Phil. hist. Classe d. kais. Akad. 
d. Wiss., 1872, p. 295). 

(2) M. G. I!., Ai/ci. ani., Il, p. 28. 

(3; Die Quelien der Langobardengesch. des P. D. ^N. Ardi., V, p. 77). 



— 217 — 

Som. o l'epistola dedicatoria fossero composte prima del 774, perché 
in (pioli' anno, dopo la caduta de] regno Longobardo, Arichi II prese 
il titolo di princeps (1) ; e Paolo invece indirizza la sua lettera ad 
Adelperga u eximiae summaeque ductrici ». 

Ma contro quest'opinione portò notevoli obbiezioni il Del Giu- 
dice (2). u Negli scritti di Paolo -- egli dice - che si riferiscono 
ad Arechi o ad Adelperga manca ogni rigore e precisione circa 
"uso delle espressioni qualificative della dignità loro ». E porta ad 
esempio i v. 28-29 del carme u de annis a principio » : 

Principatnm Reneventi ductore fortissimo 
Arechis regnante . . . 

e T epistola stessa ad Adelperga, in cui costei è detta ductrix, e in 
seguito si dice di Arichi « qui solus paene principimi sapientiae 
palma tenet ». 

Iti sia permesso osservare che non solo — come notò il Eossi (3) 
• v'è differenza fra la libertà concessa a un poeta e l'esattezza 
richiesta da uno storico » ; ma sopratutto che , se in poesia la 
necessità metrica poteva trascinare il poeta ad attribuire al duca 
Arichi titoli più onorifici di quello che gli spettava (principatum e 
regnante), non si capisce perchè in prosa, in una dedica solenne, Paolo 
sse dare ad Adelperga un titolo esprimente una dignità inferiore 
a quella che da poco tempo aveva assunta, Da poco tempo, si noti 
— poiché T epistola è certamente anteriore al 782 — e quindi, come 
Ma recente, il cambiamento di titolo non poteva né doveva venire 
trascurato ; tanto più che il duca Arichi e sua moglie dovevano an- 
nettere molta importanza a quel titolo, assunto come simbolo d' in- 
dipendenza di fronte al conquistatore, quasi come eredità raccolta 
lall' ultimo propugnatore dell'autonomia Longobarda. Quanto poi al- 
' espressione « qui nostra aetate solus paene principum sapientiae 
palma tenet », è evidente che qui il titolo di principe non si riferi- 
e al solo Arichi, ma in genere a tutti i re e principi e duchi del 
no tempo, coi quali Paolo lo paragona ; onde egli scelse il titolo più 
'©nerico, per indicare complessivamente dignità diverse. 

■ 1 Cfr. Hirsch, Dos Hersogihum Benevent, p. 47. 

p. cit., p. 5!5 seg. 
(■'> IVefa/.. alVHist. Miscelici nei nuovi 11. 1. SS., I", p. 105. 



— 248 - 

L'altra obbiezione mossa dal Del Giudice è d'indole più sogget- 
tiva. Quando il Dahn crede — ■ egli dice (p. 51G) — che, dopo il 774, 
Paolo non avrebbe promesso ad Adelperga di condurre la sua Storia 
fino all' età presente, esamina u una situazione d' altri tempi colla 
delicatezza del sentimentalismo moderno ». La duchessa sapeva clie 
il narratore era un Langobardo e amico di sua casa , e del resto la 
frase « ad nostram usque aetatem n non importava necessariami 
che lo storico dovesse giungere proprio fino al giorno in cui scriveva, 
sicché egli poteva benissimo tralasciare gli ultimi eventi, cosi disa- 
strosi per la famiglia di Desiderio. Tanto più che le due condi- 
zioni, da cui dipendeva questa promessa, e specialmente la prima 
(si vestrae sederit voluntati), « le toglievano ogni sospetto di offesa 
o indelicatezza ». 

Riconosco che queste ragioni sono buone e convincenti ; ma esse 
giungono soltanto a togliere la necessità che 1' Hist. Boni, sia stata 
scritta prima del 774 ; cioè in base a ciò si potrà concludere che può 
essere stata scritta tanto prima che dopo il 774. Resta quindi da esa- 
minare se vi siano altre ragioni, che permettano di accettare 1' opi- 
nione del Del Giudice ; cioè se le ragioni positive, eh' egli adduce, 
siano più forti di quella, che si può addurre in senso contrario, cioè 
la denominazione di duchessa, data ad Adelperga. 

Dice il Del Giudice (p. 517) che gli appellativi di exiguus e sup- 
plex, che Paolo dà a sé stesso nell' intitolazione, attestano eh' egli 
era « ecclesiastico, anzi monaco », poiché -simili espressioni furono 
da lui adoperate in tutte le opere composte dopo 1' entrata nel chio- 
stro. È giustissimo che Paolo doveva essere già monaco, quando com- 
pose V Hist. Rom., non solo perchè risulta da queste espressioni mona- 
cali, ma anche perchè un simile lavoro di compilazione richiedeva 
mezzi, che in quei tempi si potevano rinvenire molto più facilmente 
in un chiostro, che altrove (1). Ma che cosa si acquista con ciò? ab- 
biamo forse la certezza assoluta, che Paolo divenisse monaco soltanto 
dopo il 774? Quest'argomento è dunque fondato sopra una congettura 
alla quale si possono muovere gravi obbiezioni. 

L' altro argomento — che il Del Giudice chiama u il più calzante fl 

(1) Il Dahn ritiene che 1' H. 11. non fosse composta in Montecassino, fondan- 
dosi unicamente sulla propria opinione, che la monacazione di Paolo sia posteriore 
al 774, e la composiziono dell' H. R. anteriore a queir amio (p. 15) Cfr. Tamas- 
SIA, [). 19. 



- 24!) — 

— è la lode, che Paolo tributa ad Arichi, celebrandolo il più sa- 
piente fra i principi del suo tempo, senza fare il menomo accenno 
al re Desiderio, mentre appunto scriveva alla figlia di lui. u Come 
mai egli, educato secondo ogni probabilità alla corte pavese, potè 
aver dimenticato affatto il favore, che questa impartiva alle lettere ? » 
Nel carme del 763 egli associa invece i nomi di Desiderio e di Adel- 
clii a quelli dei duchi di Benevento ; il qua! fatto u è in perfetta 
concordanza colla nuova condizione politica, che venne fatta ai duchi 
di Benevento dopo il disastro del regno ». 

Ma nell' epistola non si tratta di potenza e di posizione politica, 
come nel carme del 763 ; si tratta di cultura. Che prove abbiamo del 
favore, .che la corte ticinese impartiva alle lettere, specialmente ai 
tempi di Desiderio ? Quando anche si voglia ammettere che alla corte 
longobarda esistesse una specie di scuola ecclesiastica — la cappella 
palatina — o in genere che gli studi non vi fossero affatto in di- 
spregio, che prove- abbiamo che Desiderio personalmente o il figlio 
Adelchi fossero colti e amanti del sapere, come il principe Arichi ? 
Non si potrà dunque fondare una congettura unicamente su questa 
frase, che poteva avere un certo peso soltanto quando era congiunta ad 
altri argomenti. Di modo che unico fondamento per fissare la data 
dell'epistola rimane l'appellativo di duchessa dato ad Adelperga. 

Il De Santi (1] vi aggiunse un'altra prova materiale. Neil' epitaffio 
di Arichi, Paolo, parlando delle figlie rimaste alla vedova madre le 
dice « vernanti flore ». Se dunque queste figlie nell' anno della morte 
•del padre (-787) erano giovanette — poiché tale espressione non si 
può riferire a bambine — se avevano 20 e 18 anni, dice il De Santi; ma 
diciamo pure anche se erano tra i 15 e i 20 anni, saranno nate fra il 767 
e il 772. Ora 1' epistola parla di tre soli figli, cioè Romoaldo e Gri- 
moaldo, i due maggiori, e probabilmente un Gisulfo, menzionato dal 
Salernitano, e forse morto in tenera età, perchè Paolo nell' epitaffio 
non lo ricorda. L'epistola sarà dunque anteriore per lo meno al 772. 
Il che il De Santi deduce anche dal tono dell' epistola stessa, e 
Specialmente dalla chiusa, che pare dettata in un tempo di pace 
e di prosperità, onde male si adatterebbe al periodo posteriore alla 
caduta del regno, periodo di lotte e di agitazioni pel ducato bene- 
ventano (2). 

(1) 18 ag. 1900, p. 421. 

(2) 11 collegamento fra le due Storie di Paolo (Dei, Giudice, p. 518) noti è cer» 

ntnente escluso da una distanza di tempo di poco maggiore. 

16 



— 250 - 

Ora, la relativa prossimità 'li tempo de] carme didascalico del 76$ 

e della dedica dell' Hist. Rodi. — tra i quali due lavori sta la lettura 
del Breviarium di Eutropio, che Paolo forse personalmente alla du- 
chessa (tripudiàns opini/) — fa sorgere l'idea di un'istruzione, spe- 
cialmente storica, non interrotta e quasi metodica, che Paolo avrebbe 
impartita ad Adelperga. La conferma di questo fatto è data da una 
frase molto significante dell'epistola stessa: « ipso, qui elegantiae 
tuae studiis fautor semper extiti » ; parole che in vero fanno pensare 
che Paolo fosse maestro della duchessa, o per lo meno guidasse, col 
consiglio e coli' aiuto, gli studii di lei. Ma quando e dove ? 

Il Dahn (p. 14) suppone che Paolo entrasse in relazione con Adel- 
perga soltanto nel ducato beneventano, per essere la farà di War- 
nefrido strettamente legata con quella di Arichi di Benevento, origi- 
naria del Friuli; e crede che questi rapporti intellettuali con Adelperga 
potessero benissimo aver luogo per iscritto. Ora se si pone col Dahn 
la monacazione di Paolo dopo il 774, come si spiega l'importanza delle 
sue relazioni con Adelperga? Il Dahn ritiene che prima del 774 
Paolo non fosse alla corte ticinese, perchè respinge la notizia di 
rapporti con Desiderio , e fa cominciare soltanto per mezzo del 
marito quelli con Adelperga ; non alla corte beneventana, perchè 
questi rapporti con Adelperga ebbero luogo per iscritto ; non a 
Montecassino, perchè non era ancora monaco. Scriveva egli dunque 
alla duchessa, con tanto affettuosa devozione, dal Friuli e da qualche 
altro luogo (1), senza averla mai conosciuta che di nome, e soltanto* 
in grada di relazioni preesistenti col marito di lei? Ed era guida 
dei suoi studi a tanta distanza, in un tempo, in cui le comunica- 
zioni fra luoghi lontani — tra il Friuli, ad esempio, e Benevento 
— erano tute' altro che facili? Assolutamente, quando Paolo scrisse 
i ii Versus de annis », quando diede da leggere Eutropio alla du- 
chessa, quando compose per lei 1' [list. Rom. doveva trovarsi nel do- 
minio beneventano. 

Giustamente osserva il Del Giudice (p. 345) che l'espressione ipsk 
qui elegantiae tuae ecc. » va intesa in tutta la larghezza del suo signifi- 
cato n, perchè, rivolgendosi alla stessa Adelperga, Paolo non avrebbe 
esagerato un fatto, che gli dava merito verso di lei. Ne dobbiamo 



(1) Secondo il Dahn, si può precisare .soltanto che 1' H. R. fu composta «in 
Italia ». 



251 ,- 

perciò dedurre un' influenza non interrotta da parte di Paolo sugli 
studi di lei ; il che presuppone una diuturna amicizia e dimestichezza 
intellettuale, che dovette intercedere in uno dei due luoghi, ove Adel- 
perga visse : alla corte ticinese , cioè, o alla corte beneventana, o 
forse in tutti e due. Il Del GiudiceTitiene perciò assai probabile la 
dimora successiva di Paolo alle due corti. 

Da questi indizi dedussero un soggiorno più o meno lungo di 
Paolo alla corte beneventana anche il Bethmann (p. 258), che lo ri- 
tiene « sehr mòglich, ja eigentlich sehr wahrscheinlich » ; V Ebert, 
il quale pensa che Paolo vi trovasse rifugio dopo la caduta del regno 
langubardo (ma se le prove di queste relazioni coi duchi sono ante- 
riori alla caduta del regno !) ; il Wattenbach, che lascia incerto se 
vi si recasse nel 774, o se avesse accompagnato a Benevento la no- 
vella sposa ; il Bertolini (p. 9), che, negando ogni rapporto di Paolo 
coi re langobardi, lo suppone invece maestro e poeta a Benevento. 

Ma la continuità di relazioni con Adelperga si può spiegare anche 
altrimenti. Già il Mabillon (p. 251) pensava che la familiarità con- 
tratta da Paolo col duca Arichi u facile cum monaco intercedere 
potuit ii ; e cosi anche l'Hodgkin (p. 72) osserva che, se Arichi era 
congiunto per la nascita e pel matrimonio coi duchi del Friuli, ed 
era perciò in certo qual modo concittadino di Paolo, egli era anche 
il governatore del paese, in cui Montecassino era situato; ed è 
facile imaginare un seguito di eventi, che può averlo posto in re- 
lazione con un distinto abitatore del più grande e famoso monastero 
dei suoi domini. Da Montecassino dunque Paolo sarebbe divenuto il 
principale consigliere letterario della coppia principesca, e special- 
mente della gentile e intelligente Adelperga. Quest' opinione è seguita 
dal Marcotti e dal Tamassia p. 19), il quale ultimo deduce dalle 
espressioni contenute nel carine del 763 e nell'epistola ad Adelperga 
la condizione monastica di Paolo, e quindi la sua dimora « non a 
Benevento, ma a Montecassino ». 

Se dunque i « Versus de annis ti sono probabilmente opera di un 
monaco, se l'epistola ad Adelperga rivela nel titolo l'umiltà mona- 
stica del suo autore, se 1' Hist. Rom. fu compiuta, secondo ogni pro- 
babilità, in un monastero, vien più naturale il supporre che le rela- 
zioni intellettuali di Paolo coi duchi beneventani avessero luogo dal 
monastero di Montecassino, piuttosto che alla corte stessa di Be- 
nevento. 

Questione più grave è quella, che riguarda 1' origine dei rapporti 



- 252 — 

con Adelperga. Prima di entrare in Mrontecassino, prima che Adel- 
perga andasse sposa a Benevento, conobbe Paolo la figlia di Deside- 
rio ? fu suo maestro alla corte ticinese» r 1 

In vero, poiché Paolo professa di essere stato semper /"autor degli 
studi di lei, nasce il sospetto che a lui si debba ricondurre fin dal 
principio 1' educazione della giovine principessa, e che si debba per 
conseguenza ammettere il soggiorno di Paolo alla corte ticinese al 
tempo di Desiderio. Molti credettero di poterlo affermare con sicu- 
rezza (1). Il Grion (p. 23) giunge a credere eh' egli fosse precettore 
di tutte le principesse langobarde, a cominciare dalle figlie di Rat- 
chis, e che Adelperga si trovasse già fin dai tempi di Ratchis alla 
corte di Pavia; mentre è troppo naturale supporre che costei si 
trovasse allora presso il proprio padre alla corte ducale toscana. 
Anche il De Santi (2) non può a meno di osservare che qui il 
Grrion u suppone troppe cose », tanto più che, ai tempi di Ratchis, 
Adelperga doveva essere troppo bambina, per poter ricevere un' edu- 
cazione letteraria. Però egli pure ammette che da Paolo ricevesse 
quest' educazione, e ne fissa il principio al 757. 

Ma la certezza assoluta di questo fatto non si può acquistare, e 
anche le congetture di questo genere non sono fondate su valide 
prove. Tutte le testimonianze, che ci rimangono, di relazioni di Paolo 
colla soia Adelperga, risalgono a un tempo posteriore al suo matri- 
monio, a un luogo, che non è la corte ticinese. La prova unica, quel 
u semper extiti », che, secondo il Grion (p. 23;, si dovrebbe riferire 
a un tempo passato " non poco remoto », è un' espressione indeter- 
minata, a cui si possono assegnare diversi limiti. Se Adelperga andò 
sposa nel 762 o prima, se subito, come dimostra il carme del 763, 
Paolo entrò in relazione con lei — relazione che fin d" allora si ri- 
vela quale da maestro a scolara — non poteva Paolo, circa il 770, 
dopo aver diretto per otto anni e forse più le sue occupazioni intel- 
lettuali, dirle di,aver sempre — cioè fin da quando la conosceva — 
favorito gli studi di lei ? Del resto, anche se si faccia risalire il prin- 
cipio di questa istruzione al tempo, in cui Adelperga era ancora a 
Pavia, non si allunga di molto la durata di questo semper, poiché 
ella andò sposa nel 762 e Desiderio cominciò a regnare nel 759. La 

(1) Ahf.i, (p. 340), Ebert (p. 45), Wattenbach (p. 105), Tamassia (p. 18), 
Caussb (op. cit., p. HO). Il Calligaris (1899, p. 115) lo ritiene probabile, 

(2) 18 ag. 190'), p. 416. 



253 



cultura della giovanotta non poteva dunque aver ricevuto il maggiore 
incremento alla corte ticinese — c'uiunque ne fosse stato quivi il 
maestro — ina a Benevento, per opera di Paolo. Non bisogna dimen- 
ticare che, se il principe Arichi è segnalato da molte testimonianze ^1) 
come uno dei più dotti del suo tempo, non possiamo dire altrettanto 
della famiglia reale langobarda ; e le parole di Paolo nell' epistola 
ad Adelperga : u Cum ad imitati onem excel lentissimi comparis . . . 
ipsa quoque subtili ingenio et sagacissimo studio prudentium arcana 
rimeris . . . » sembrano quasi alludere a un'influenza del marito 
sulla coltura di lei. Che se Paolo la dice non ignara delle opere di 
filosofi e poeti, bisogna però tener presente che questa lode è con- 
tenuta nell'epistola dedicatoria, alquanto posteriore al matrimonio 
della duchessa, la quale poteva avere già molto» perfezionata in Bene- 
vento la propria educazione letteraria. E, dato che così fosse, 'non 
poteva Paolo attribuirsene il merito, anche di fronte a lei ? 

E se non è necessario ammettere che Paolo fosse maestro di Adel- 
perga anche alla corte ticinese, non resta più alcuna ragione strin- 
gente di ritenere ch'egli dimorasse presso Desiderio. Infatti l'elogio 
della regina Ansa è — come vedemmo — posteriore al carme del 763; 
onde, se quest' ultimo fu composto nel ducato beneventano, quivi 
sarà stato scritto anche 1' altro, per preghiera di Adelperga. Del 
resto non bisogna dimenticare che l'attribuzione di quell'epitaffio 
non è del tutto certa, e che perciò in base a quello soltanto non 
si può affermare con sicurezza. 

Per contro altre considerazioni si oppongono ad accettare la no- 
tizia del soggiorno di Paolo presso Desiderio. 

Io credo che Paolo non si trovasse a Pavia nel 774, non fosse in 
intimi rapporti coi re spodestati, non assistesse da vicino al dramma, 
in cui la potenza langobarda andò sommersa. E impossibile infatti 
che avvenimenti straordinari e imprevisti, come l'improvvisa rovina 
di un regno, la detronizzazione di un re potentissimo, la sua misera 
fine in suolo straniero, non producessero un' impressione profonda 
in tutti coloro, che si trovavano alla corte come familiari di questo 
re, intimi della famiglia sovrana. Vedemmo invece con quale fredda 
indifferenza Paolo parli di quella rovina e di quel re infelice in 
molti luoghi delle sue opere, e specialmente nel Liber de episc. Met- 
iens. Anche se si conceda che quest' opera — composta in Francia 

(1) Gfr. Calligaris, 1899, p. 112. 



254 — 

— sia ispirata alla nuova ammirazione dell'autore per Carlo Magno, 
tuttavia non si potrà a meno di riconoscere che quest'uomo, di cui 
la leggenda fece un fedele imperterrito del re caduto, sarebbe stato 
in realtà troppo immemore dell'antico signore e dei benefici ricevuti. 
Ammettiamo pure che l'epitaffio, da lui composto per domanda 
di Carlo Magno per la regina Ildegarde, sia « prolixius et rethori- 
cis ornamentis magis expolitum, ita ut aulicam prudentiam potius 
quam patriam caritatem, in Ansae elogio excellentem, ostendat » 
(Capetti, p. 67] ; ammettiamo eh' egli non potesse rifiutarsi di comporre 
questo epitaffio, e che riconoscesse come degne di lode le insigni virtù 
della regina Ildegarde, in vero clemente e generosa. Ma nulla ob- 
bligava il poeta a dire di lei 

Tu sola inventa es, fueris quae digna tenere 
Multiplicis regni aurea sceptra marni; (1) 

parole, da cui sembra trasparire un' allusione quasi malevola all'in- 
felice figlia di Desiderio, ripudiata dal re franco. Non è certamente 
il linguaggi che avrebbe potuto tenere chi avesse conosciuta da vi- 
cino questa giovanetta alla corte paterna, chi le fosse stato — se- 
condo il Grion — maestro. A meno che non si voglia credere che 
1' adulazione soverchiasse nell' animo di Paolo ogni sentimento di 
gratitudine. 

In realtà l'unica persona della famiglia di Desiderio, verso cui 
Paolo dimostri ossequioso affetto, è Adelperga; l'unico principe lan- 
gobardo, pel quale dia prova d' inalterata fedeltà è Arichi di Bene- 
vento. Per Desiderio e per Adelchi non usa mai che quelle frasi 
convenzionali di reverenza e di lode, che ogni Langobardo doveva 
usare, parlando dei suoi re. Tutto ciò si spiega molto più facilmente, 
se si suppone che nel 774 Paolo fosse già in Monteeassino, ove as- 
sai più debole doveva giungere 1' eco della grande catastrofe lango- 
barda, che, per il momento, non colpì affatto il ducato beneventano; 
ove i monaci in genere potevano forse parteggiare piuttosto per il re 
franco, alleato e difensore del papa, che non per il u saevissimus 
rex Longobardorum » (2), persecutore della Chiesa. Prove di fatto si 
avrebbero nei « Versus de annis » e nell' Ilìst. Rom. scritti nel du- 
cato beneventano prima della caduta del regno. 

(1) M. G. IL, Poet. lui., I, p. 58. 

(2) Leone Marsicano, I, 12. 



8KK 



Si potrebbe però credere che Paolo , dopo avere dimorato al- 
quanto alla corte di Desiderio, si fosse poi trasferito nel ducato be- 
neventano, accompagnando al marito la scolara Adelperga. Ques'ipo- 
tesi avanzò dubitosainente il Wattenbach (p. 166), l'accolse il Dùm- 
niler (p. 27) ; e il Tainassia (p, 19) la confortò, aggiungendo come 
fosse « costume dei tempi che ecclesiastici accompagnassero al ma- 
rito lontano le fanciulle di regal sangue e rimanessero in obsequio 
di quelle » ; ciò che risulta dal carme di Paolo « Nos dicamus », 
ove si parla dei chierici, che dovevano accompagnare la figlia di 
Carlo Magno, quando sarebbe andata sposa all' imperatore bizantino. 

Abbiamo visto quali ragioni inducano a credere che Paolo non 
dimorasse mai alla corte ticinese ai tempi di Desiderio. Inoltre biso- 
gna tener presente che già fin dal 763 Paolo era probabilmente già 
monaco. S'egli fosse stato macdato a Benevento, per rimanere m oJ- 
sequio di Adelperga, non sarebbe andato a chiudersi subito in Monte- 
cassino. E per qual ragione avrebbe lasciato la corte e il mondo ? 
una causa occasionale ci doveva essere. Bisognerebbe dunque rite- 
nere che fosse stato già monaco in qualche monastero dell' Italia 
settentrionale. Di questa probabilità, che ha in suo favore prove non. 
insignificanti, parlerò in seguito. Osserverò per ora che, se fosse stato 
monaco, Paolo avrebbe potuto essere più difficilmente pedagogo di 
Adelperga in Ticinum, e suo accompagnatore a Benevento. 

Ma ciò che c'interessa per ora è il constatare come del soggiorno 
di Paolo alla corte ticinese durante il regno di Desiderio e so- 
pratutto al tempo della catastrofe langobarda non sussista alcuna 
prova sicura (1). Onde la fedeltà, la devozione di Paolo agli ultimi 
re del suo popolo, i favori ricevuti da loro sono tutte congetture 
prive di solido fondamento ; e per conseguenza non siamo obbligati 
a credere — come vorrebbe il Crivellucci — che Paolo non potesse 
rimanere inoperoso di fronte a una congiura ordita in favore di quel re. 

Il tentativo di riscossa fu operato — aggiunge il Crivellucci — 
dai duchi del Friuli (si noti bene), di Benevento, Spoleto e Chiusi, 
congiuranti con Adelchi e coi Greci. 

Ora nel 774 Paolo non si trovava certamente nel Friuli, poiché 

(1) Sembrerà strano che. dopo i forti dubbi sollevati su questo punto dalla 
critica moderna — a cui pure egli dice di aver fatto buon viso nel suo lavoro 
— lo Zanutto (op. cit.) ripeta ancora che P. fu « prediletto di Astolfo, segre- 
tario e primo ministro di Desiderio ». 



- 256 - 

— come vedemmo dirigeva, già prima di quell' anno, forse da 

Montecassino, l'istruzione di Adelperga. Nel Friuli era invece il 
fratello, che prese parte in realtà alla congiura ed alla sollevazione. 
Paolo poteva dunque parteciparvi soltanto da Benevento, nel caso 
che si trovasse allora alla corte beneventana. 

Ma bisogna osservare che sulla partecipazione attiva del duca di 
Benevento al tentativo di riscossa contro i Franchi furono sollevati 
gravi dubbi. L' Hirsch (1; fa osservare come le fonti Franche parlino 
del solo Rodgauso, duca del Friuli; mentre la notizia della parteci- 
pazione alla congiura degli altri tre duchi e dell'arcivescovo di Ra- 
venna ci viene soltanto da una lettera di papa Adriano a Carlo. Intento 
del papa era — come l'Hirsch dimostra — di far apparire colpevole agli 
occhi del re il suo nemico, l'arcivescovo Leone, ch'egli accusa di essere 
in relazione coi duchi suddetti. Il fatto che tutte le persone accusate 
in quest' epistola erano, per diverse ragioni, che 1' Hirsclì enumera, 
nemici personali del pontefice, diminuisce 1' attendibilità di questa 
testimonianza; tanto più che il papa stesso si mostra dubitoso nelle 
sue accuse. Le stesse considerazioni e le stesse riserve fa anche 
l'Abel (2), rilevando come Carlo, a giudicare dai provvedimenti che 
prese, sembra non prestasse piena fede alle insinuazioni papali (3). 
Certo è che lotta vera e propria ebbe luogo soltanto contro Rodgauso, 
e la facilità, con cui Carlo domò il tentativo di rivolta, fa testimo- 
nianza dei pochi appoggi prestati al duca friulano dagli altri congiu- 
rati. Che se il mancato aiuto dei Greci si può spiegare colla morte, 
avvenuta nel frattempo (sett. 775), dell'imperatore Costantino (4), non 
è altrettanto giustificabile la mancanza di ogni movimento da parte 

(1) Pabst Hadrian 1 itnd das Furstenthum Benevent'(Forschungen fiir deut- 
sche Geschichte, XIII, 1873, p, 33). 

(2) Pabst Hadrian 1 und die weltliche Herrschaft des romischen StiMs 
(Fersch. f. d. Gesch., 1, 1861, p. 482). 

(3) Anche V Hartmann {Geschichte ltaliens irti Mittelalter, II, 2, p. 281 seg.) 
crede che la partecipazione dei duchi di Spoleto e di Chiusi a questa congiura ' 
noti sia verosimile; benché — secondo lui — non si possa negare una coalizione 
destinata ad abbattere la dominazione franca in Italia, e la partecipazione ad 
essa del duca beneventano. 

(4) Hartmann {op. cìi„ p. 281) e Muhlbacher {Deutsche Geschichte unter 
don Karolingern, p. 102 sog.). Quest' ultimo congettura che Rodgauso [tossa 
aver levato prima del tempo lo stendardo dell' insurrezione, o che altre influenze 
possano aver contribuito all'inazione degli altri duchi confederati. 






— 257 - 

del duca beneventano nel momento decisivo. Invece sappiamo che ad 
Arirhi di Benevento e a Ildeprando di Spoleto Carlo mandò i suoi 
plenipotenziari, e fu stipulato un accordo con molta facilità. 

Se dunque nel Friuli, ove scoppiò un'aperta rivolta, si può com- 
prendere un' attiva partecipazione anche per parte di semplici citta- 
dini o di aderenti alla corte friulana — come il fratello di Paolo — 
non saprei spiegarmi come a Benevento, ove si saranno in ogni caso 
iniziate trattative con Rodgauso e cogli altri duchi, ove si saranno 
tutt' al più stabiliti piani di rivolta, un ecclesiastico — dato che 
Paolo non fosse monaco — un consigliere letterario della duchessa, 
un uomo di penna e non di spada e di maneggi politici, potesse 
prender parte in qualsiasi modo a una cospirazione, che sarà stata 
organizzata e condotta dal duca e dai suoi grandi, sia consiglieri che 
uomini d' arme. 

A queste ragioni d' ordine materiale se ne aggiunge un' altra di 
ordine psicologico, che già il Calligaris fece valere contro l'opinione 
del Crivellucci, cioè l'indole di Paolo, quale ci appare dal ritratto, 
delineato « con mano maestra » (1) dal Novati. « Dato anche — dice 
questo (p. 92 seg.) — che Paolo non fosse monaco, potremmo facilmente 
imagiuarci aver partecipato a macchinazioni e a moti politici un 
uomo che, come lui, per tendenza, per carattere, doveva essere alieno 
dille agitazioni, che accompagnano simili tentativi, un uomo, che non 
pare fosse animato da quei sentimenti, da quelle passioni, che pre- 
parano il congiurato, il cospiratore ? » 

Il Crivellucci credette di scorgere delle prove di fatto in alcuni 
carmi, composti da Paolo o diretti a lui ; ma il Calligaris dimostrò, 
con molto acume e giustezza di vedute, come da quei versi non si 
debba necessariamente dedurre la colpevolezza di Paolo. Il carme 
« Verba tui famuli n (2) — la supplica al re — non rivela infatti 
che il dolore per la prigionia del fratello, la miseria e l'afflizione, in 
cui la famiglia tutta era caduta, e 1' umiltà ben naturale — naturale 
anche sotto forma di pentimento in un innocente — poiché il poeta 
era fratello di un ribelle, e si rivolgeva al re potentissimo da lui of- 
feso. La liberazione del fratello è chiesta per grazia e non per giu- 
stizia ; è quindi naturale la confessione della colpa ; e giustamente 
osserva il Calligaris (p, 211) che nella seconda parte del carme la 

(1) Calligaris, 1901, p. 209. 

(2) Il Calligaris ne dà la traduzione completa, riuscitissima (p. 209 seg.). 



258 



famiglia tutta è rappresentata, personificata nel no>, in cui non si 
deve intendere soltanto- Paolo e il fratello. La colpa di uno dei suoi 
membri gettava un'ombra, una macchia sulla famiglia intera; e in- 
fatti non il solo prigioniero, ina anche gli altri innocenti ne porta- 
vano la pena. Ecco il significato della frase « Sum miser, ut mereor ni 
del verso 

Debuimus, fateoi-, asperiora pati ; 

fatdor, cioè confesso che la colpa, per cui chiedo grazia -- e quindi 
quella del fratello — è grave, onde dovrebb' essere anche più grave 
il castigo (debuimus asperiora pati), di cui tutti soffriamo, come è giu- 
sto che soffriamo (ut mereor), perchè giusto è il castigo. Altrimenti 
— come osserva il Calligaris — avrebbe comprese in questa confes- 
sione anche le donne, certamente innocenti (1). 

Molto significante parve al Orivellucci il paragone: 



Ut sacer immenso Christi Petrus arsit amore, 
Postquam dimisit crimina Christus eius, 
Sic, ubi clonasti facinus, pietà tis amator, 
Inflammat validus cor mihi vester amor ; (2) 






tanto significante, da porre " fuor di dubbio » la complicità di Paolo. 
Certamente qui non si tratta di una a quaedam offensiuncula » di 
cortigiano, come suppose dubitosamente il Capetti (p. 91), poiché — 
come rispose giustamente il Calligaris — 1' altezza e la solennità del 
paragone, specialmente sulle labbra di un monaco, escludono affatto 
la possibilità del riferirsi a « un delitto da burla ». Ma in questi versi 
Paolo non dice « nulla di più di quanto aveva detto nella supplica »; 
egli " considera il perdono e la liberazione del fratello come un be- 
neficio fatto a lui stesso ». Aggiungerò che, siccome Paolo stesso 
aveva implorato questo perdono, e la grazia era stata concessa per 
favorire lui, non si può dire che il paragone non calzi affatto, e che 
il debito di gratitudine, che il poeta protesta di avere contratto verso 



(1) Anche il Dahn (p. 29) giudica che queste parole non siano che una cap- 
tatici benevolentiac, altrimenti ne conseguirebbe una complicità di Paolo, di cui 
non abbiamo la menoma prova. 

(2) M. G. H., Poet. lai , I, p. 51 « Sic ego suscepi ». 



259 



il re, non si potesse esprimere con quella sacra reminiscenza. Anche 
il Calisse (p. 31) osserva che non dobbiamo dimenticare di aver di- 
nanzi un componimento poetico, in cui il poeta poteva benissimo 
parlare anche in nome proprio, sostenendo la causa del fratello e 
della famiglia, che era pur sempre la sua. 

In realtà ben altre espressioni di pentimento e di confessione si 
ìovrebbero incontrare nelle epistole di un colpevole, che supplica e 
ringrazia per il perdono ottenuto ; e forse se ne dovrebbe trovare 
traccia anche in quell' epistola all' abate Teodemaro, in cui — come 
osserva il Calligaris — si riscontrano espressioni affatto rispondenti 
* quelle, che Paolo doveva avere usate nel carme di ringraziamento 
9 che appaiono nella risposta del re. L' umiltà monastica infatti 
avrebbe dovuto trascinare 1' antico colpevole a far cenno dell' antico 
Fallo e del generoso perdono. Poiché in ogni caso il perdono a Paolo 
sarebbe stato concesso subito, essendo 1' amore del re — di cui egli 
parla già nel carme « Sensi cuius » (1) — un pegno di perdono, 
mzi non potendo sussistere senza il perdono. 

Un' altra prova trae il Crivellucci da un altro verso della supplica 
al re : 

Quantulacumque fuit, direpta est nostra suppellex. 

Se tutto il patrimonio della famiglia — egli dice — fu confiscato, 
ciò significa che anche a Paolo furono sequestrati i beni, e che 
quindi Carlo lo giudicò colpevole. Tale sarà dunque stato, se non si 
creda che Carlo giudicasse ingiustamente. 

Ma se Paolo era già monaco, doveva avere già prima rinunziato 
ai suoi beni, che potevano essere passati al fratello. In questo caso 
si comprenderebbe come egli non potesse soccorrerne la moglie ed i 
figli, e come potesse chiamare « nostra suppellex » quei beni, che un 
tempo erano stati suoi. Che se poi a lui — non monaco — fossero 
stati confiscati i beni, perchè non sarebbe stato fatto prigioniero in- 
sieme al fratello ? (2) E tutto ciò pure ammettendo ch'egli si trovasse 
allora nel Friuli col fratello, mentre vedemmo come le maggiori pro- 
babilità stiano pel caso contrario. 

(1) M. G. H., Poet. lat., 1, N. 12, v. 25: Anchora me sola vestri hic amo- 
ris detinet. 

(2) Cfr. Calisse, p. 32. 



360 — 

Ma se il carme u Sic ego suscepi » si riferisce veramente ad uru 
grave colpa contro Carlo, non credo che altrettanto si possa affé} 
mare riguardo allo scherzoso epigramma — forse di Alenino e forse 
diretto al nostro (1) — in cui il Oivellucci scorge un' allusione alla 
complicità di Paolo nella ribellione contro i Franchi. Anzitutto il teste 
dice « hosiibus a nostris » e non hospitibits, né militibw nostri*, come 
vorrebbe correggere il Crivellucci (2) ; onde si potrebbe piutfcosl 
pensare a una qualche bravata scherzosa del non più giovane Paolo 
— a parole naturalmente — contro i nemici di Carlo, e forse contro 
quel Siegfried, al quale scherzosamente si allude in altri due carmi di 
questo periodo. Bisogna tener presente la futilità degli argomenti di 
questa poesia cortigiana, sterilizzata in enigmi, artifizi poetici, giuo- 
chi di spirito più che d' ingegno ; poesia, nella quale si riflette là 
vita quotidiana della corte, al cui sollazzo era destinata. Si comprende 
quindi come una parola, un discorso, che avesse suscitato le risa, 
potesse dare occasione ad un carme scherzoso, in cui 1' allusione era 
fatta in modo oscuro, perchè tutti sapevano a che cosa si doveva 
riferire. Perciò anche in quei carmi di Paolo e a Paolo, che trattano 
argomenti seri, al grave si mescola lo scherzoso, alle allusioni a fatti 
di non lieve importanza s'intrecciano le allusioni a piccole dispute 
cortigiane, a scherzi, a gare, passatempo dell'aita. 

Non credo perciò che si possa coli' Hauck (3) dedurre da questo 
carme una qualunque partecipazione di Paolo ai moti del 776. E tanto 
meno intendo come il Traube (p. 711) ammetta che Paolo, monaco 
— secondo lui — in un chiostro del Milanese, potesse prender parte 
a congiure o sollevazioni, il cui ambito non si estese oltre il Friuli 
o per lo meno oltre Benevento, Spoleto, Chiusi, Ravenna, u In altro 
modo che colla spada », dice il Traube; ma in qual modo? Che un 
ecclesiastico potente, come 1' arcivescovo di Ravenna, potesse recare 
aiuto ai congiurati in altra maniera che colle armi, si comprende 
facilmente; ma come poteva un semplice monaco, da un convento* 

(1) « En Ubi Panie », M. G. H., Poet. hit. I, p. 70. 

(~) Quid modo miles agis, cultro qui secare 

Hosiibus a nostris, Panie, paratus eras ? 
Nane tibi destra, senex, languit etf'eta belli, 
Leva caput supra aut sciita levare nequit. 

(3) Kirchengesehichte Deutschlands, II, p. 150 n. 1 (come rilevo dal Traube', 
p. 711). Cfr. anche CAlligaris, 1901, p. 216. 



- •>(>! - 

lontano dal centro della sollevazione, essere in grado di giovare ai 
ribelli, tanto da attirare su di sé l'ira del sovrano? I monasteri 
tuffino talora facilitato fughe,, offerto luoghi di scampo, somministrato 
danaro a ribelli ; ma in questi casi si tratta di colpa di tutto il mo- 
nastero, o al più dell'abate — non mai di un semplice monaco. 

Da questo esame mi sembra risultare che l'opinione della colpe- 
volezza di Paolo contro Carlo, della sua partecipazione ai moti del 
776 è destituita di solide prove. Non è quindi molto valido il primo 
Argomento addotto dal Qrivellucci, per protrarre la monacazione di 
Paolo fin dòpo il 781. 

Quando poi si conceda che Paolo non fu colpevole, il secondo 
irgoinento del Crivellucci viene a costituire invece una prova con- 
traria alla sua ipotesi. Un monaco — egli dice — non avrebbe pos- 
seduto nulla, onde Carlo non avrebbe potuto confiscargli i beni, ed 
ìgli non avrebbe potuto dire « direpta est nostra suppellex ». Il Cri- 
reHncci stesso ammette che avrebbe potuto dirlo perchè una volta 
jra stata sua ; e del resto questo plurale si conviene perfettamente 
solle espressioni usate in tutto il carme, in cui Paolo parla sempre 
i nome della famiglia. Che anzi, come già dissi, soltanto supponendo 
:he Paolo fosse già monaco si spiega come tutto il patrimonio della 
'aniiglia andasse confiscato. 

Il Crivellucci inoltre non trova nel carme Verbo, tui famuli u nes- 
m.n termine, con cui Paolo tradisca menomamente la sua condizione 
nonacale n ; anzi vi rinviene espressioni, che u un monaco avrebbe 
lifficilmente adoperato ». Ne deduce che la monacazione di Paolo 
i posteriore alla composizione di questo carme — cioè al 781 — e 
:he la risoluzione « d' inchinarsi supplichevole al distruttore del re- 
pio langobardo, che teneva prigioni in Francia il suo re e il suo 
rateilo, nacqnero forse ad un tempo con quella di chiudersi nel 
ìhiostro ». Della fresca data della monacazione al tempo dol viaggio 
n Francia (782) egli scorge un indizio nel vivo rimpianto del 
hiostro, che" traspare dalla lettera a Teodemaro. 

Non mi pare che il carme « Verba tui » non contenga nessuna 
«pressione, che riveli la condizione monastica di Paolo. Anzitutto 
a chiusa : 

Mena nostra ut Christo laudes in socia freqtientet, 
Recidere qui solus praemia digna pò test. 

3 un altro passo, che si può interpretare nello stesso senso, ti Ho una 



- mi 

Sorella — dice Paolo (v. 14-16) — consacrata fin dai primi anni a 
Cristo, la quale sub sorte pari, afflitta da immenso dolore, ha quasi 
perduto gli occhi pel piangere ». Il Calligaris traduce sub sorte puri 
« pur sotto il colpo di tale sventura n, e sta bene. Ma non si potrà 
negare che queste parole sembrano stabilire, almeno nel peri -j ero 
del poeta, una somiglianza di condizione fra la sorella e sé stesso. 
Piccoli indizi, se non ne avessimo altri ; ina, come vedemmo, espres- 
sioni di carattere indubbiamente monacale si rinvengono in opere 
molto anteriori a questo carme. 

Altre espressioni di questa poesia sembrano al Crivellucci non 
convenienti ad un monaco; e cioè le parole u Nobilitas periit mise- 
ris » — che però concede possano riferirsi agli altri — e il verso 20: 

Iamque sumus servis rusticitate pares. 

Ma non bisogna dimenticare eh' egli parla di tutta la famiglia, le 
cui condizioni gli stavano — benché monaco — vivamente a cuore. 
Che se altrove dà a sé stesso gli epiteti di exiguus e pitsi/lvs, questi 
epiteti d'indole e di significato spirituale e religioso gli sono sug- 
geriti dall'umiltà doverosa e convenzionale dei monaci; v' è quindi 
la debita differenza tra il dichiararsi exiguus e pusillus, ed il temere 
di scendere, per le condizioni della famiglia, altra volta nobile, al 
livello degl'infimi nella scala sociale. 

Il vivo rimpianto del chiostro poteva poi essere cagionato tanto 
dal fervore proprio dei novizi, quanto dalla lunga abitudine della vita 
monastica, tanto consona all' indole del nostro Paolo. 

Ad ogni modo non si spiega come i motivi indicati dal Dahn — 
motivi che il Crivellucci dichiara di ammettere in generale come 
determinanti — potessero condurre Paolo al chiostro soltanto sei 
anni dopo la sventura della famiglia, otto anni dopo la sventura della 
nazione. Si potrà spiegare — e anche questo non è troppo facile — 
come soltanto dopo sei anni Paolo si risolvesse a supplicare pel fra- 
tello. Poteva aver avuto sentore della clemenza di Carlo, sceso per la 
seconda volta in Italia nel 781 ; la lunga prigionia era già stata sutfi- 
cente castigo ; il tempo doveva aver calmate le ire, e il consolidamento 
della potenza Franca in Italia diminuiti i pericoli. Ma perchè solo 
dopo tanti anni le sventure sofferte dovessero opprimere in tal guisa 
l' animo di Paolo, da farlo cadere in quello stato di abbattimento, 
che doveva generare la duplice risoluzione di farsi monaco e d'in- 



— •*>:{ — 

chinarsi al vincitore — cosa forse meno penosa per lui di quel che 
sembra pensare il Crivellucci — è per lo meno difficile congetturare. 

La situazione imbarazzante, di cui parla il Dahn, per cui Paolo 
non avrebbe potuto parteggiare né contro Arichi, né contro il papa 
— situazione che il Crivellucci giudica comune a tutto il clero lan- 
gobardo di fronte a Roma, alleata dei Franchi — doveva in ogni caso 
venire a prodursi subito dopo la caduta del regno, o molto più tardi 
(nel 786) per i Beneventani. Giustamente il Crivellucci muove al 
Dahn l'obbiezione che Paolo poteva benissimo schierarsi con Arichi con- 
tro il papa, se non era ancora diacono, come il Dahn suppone. Ma se 
anche era già ecclesiastico da molto tempo — come il Crivellucci 
ammette con ragione — non credo eh' egli si trovasse nella neces- 
sità di parteggiare per nessuno, né fosse uomo da farlo. E il trovarsi 
in una situazione imbarazzante di fronte a Roma, alleata dei Franchi, 
se questa situazione era comune a tutto il clero langobardo, non po- 
teva essere certamente un motivo personale per ritirarsi dal mondo. 
Infine l'entusiasmo di Paolo per la vita claustrale, per cui nello scrivere 
a Teodemaro il ricordo del suo convento lontano gli dettò tratti lirici 
e commoventi, il fervore religioso, che gì' ispirò numerosi inni sacri 
caldi d'affetto, l'ardore, con cui si diede alle mansioni del suo 
nuovo stato (1), attestano ch'egli fu spinto al chiostro da voca- 
zione sincera e ardente, e non vi riparò per cause tutte mondane, 
oppresso da sventure, per sottrarsi a nuove sventure. 

Credo che si possa fare qualche congettura sul momento, in cui 
l'anima, già inclinata al misticismo, giunse a quel grado di fervore 
ascetico, che porta con sé la risoluzione della rinunzia perpetua al 
in o n d o . 

Nel 749 il re Ratchis, indotto dalle rimostranze e dalle persua- 
sioni del pontefice Zaccaria a desistere dall'impresa di Perugia, e a far 
pace coi Romani (2), poco dopo tornava in Roma colla moglie e le 
figlie, risoluto ad abbandonare il trono, e si ritirava in Montecassino, 
mentre la moglie e le figlie ne seguivano l'esempio, fondando il mo- 
nastero di Piombarola. 

La causa di questa improvvisa e straordinaria risoluzione non si deve 
forse ricercare — seguendo le notizie del Liher poiitificalis — soltanto 
nell'influenza papale e nelle tendenze ascetiche del re. Una fonte 

(1) Ofr. specialmente Hodgiìin (p. 7S) e Notati (p. 90). 
(2; Lib. ponti/., Zach., e. 23 (e il. Dcchesne, [>. -VÒ3). 



- 2M — 

tardiva, la cronaca di Benedetto di 8. Andrea fi), parla di sedizioni fra i. 
Longobardi, che sarebbero state cagionate da donazioni fatte ai Roman 
e da infrazioni, da parte del re, di alcune leggi nazionali. L'Hart- 
mann (2) ritiene non improbabile che Ratchis favorisse i possessori 
romani, coli' intenzione di farsene un appoggio, sperando forse di 
giungere per vie pacifiche a quell'unificazione, che Liutpra-ido 
aveva avuto in animo di tentare per mezzo della conquista. Si com- 
prende facilmente .come siffatta politica dovesse suscitare irritazioni 
e malcontenti nel partito nazionale langobardo, non molto proclive 
a relazioni pacifiche con Roma. Centro di questo partito era il bat- 
tagliero e impetuoso Astolfo, che poi, appena salito al trono, segui 
una politica affatto opposta a quella di Ratchis, e decisamente ostile 
al pontefice 3'. Di contrasto fra i diversi partiti alla corte langobarda, 
per la questione delle relazioni con Roma, crede il Leo (4) che si possa 
scorgere traccia negl'improvvisi cambiamenti di politica di Ratchis. Ad 
ogni modo, se non è certo che la remissività di Ratchis di fronte al 
pontefice dopo l' assedio di Perugia, spingesse i Grandi langobardi 
ad aperta defezione (5), questo fatto gli avrà però indubbiamente 
formata una posizione difficile a corte, di modo che — come suppone 
il Leo (6) — non potendo più sostenersi come re, fosse quasi costretto 
a rinunziare al trono e a rifugiarsi nella vita monastica ; non senza 
aver tentato di resistere, e di crearsi fautori per mezzo di donazioui, 
anche dopo che Astolfo era stato acclamato re in Milano (7) (giugno 
749). Tanto è vero che, alla morte di Astolfo, quasi pentito della sua 
rinunzia, Ratchis tentò di riprendere il trono, quando poteva sperare 

(1) Benedirti S. Andreae Chronicon, e. 16 (M. G.H., Script. Ili, p. 702) « Jisrupit 
(Rachis) lex palma Langobardorum morgyncap, et mithio, que in suis legibus 
affixurn est, ìKm adimplevit. Fecit autém donatio-nes cartule Romane, sicut ipsi 
Romani petierunt. Propter hoc Langobardi irritati adversus Rachis vox, et tra- 
ctantes cura Astulphus de regno eius. . . » Sulla fede, che si può prestare 
a questa fonte cfr. Hartmann (op. cit. p.- 148 e 155 n. 18). Notevole che, se- 
condo questo cronista, Tassia, moglie di Ratchis, sarebbe stata romana. 

(2) nji. cit., p. 148 seg. 

(3) Cfr. Hartmann, 1. e., p. 148. 

(41 Geschichte dér italieniscìten Staaten, I, p. 184 n. 1. 
(5j Hartmann, 1. e. 

(Ci) 1. v. « den Entschluss Geistlicher zìi werden in dei- Noth ergreifen 
mu-iste ». Cfr. Malfatti, op. cit., 1, p. 318 seg. 
(7) Hartmann, l. e. 



- 265 — 

che le condizioni t'ossero cambiate (1) ; e ci volle tutta 1' autorità dei- 
pontefice, per tarlo tornare al suo convento. Non crederei dunque 
ch'egli fosse trascinato da « quel soffio irresistibile di ascetismo », 
che già nel 7J7 aveva spinto Oarlomanno a cambiare il manto regale 
col saio del monaco (Novati, p. 90). Grande era in quei tempi il 
fervore pel monachismo, e non son rari gli esempi di re, che passano 
dal trono alla penitenza claustrale (2) ; ma unico è questo fra i re 
langobardi, convertiti da non molto tempo dall'Arianesimo e dalla 
barbarie afla mitezza cristiana. 

Il Novati pensa che sulla vocazione monastica di Ratchis e di 
Paolo possa aver influito- il raccogliersi nella soldatesca reggia bar- 
barica « intorno ai successori del generoso Liutprando, di una eletta 
di chierici romani, almeno in parte, di sangue, e delle romane tradi- 
zioi.i non del tutto disamorati cultori >i Jp. 84). In vero non dobbiamo 
formarci l'idea di un determinato ambiente in un determinato periodo 
da quei pochi fatti, di cui ci è giunta notizia, da quei pochi perso- 
naggi, di cui la faina ci tramandò le vicende. Il fatto della monaca- 
zione di un re e di un suo illustre cortigiano non può bastare per 
supporre la formazione di un ambiente di ascetismo, di cui non re- 
stano altri indizi ; tanto più che probabilmente soltanto la monaca- 
zione di Paolo fu dovuta a vera vocazione. Tuttavia, se si osserva 
che il culto della tradizione romana e un'impronta ascetica informano 
tutte le opere di Paolo, fin da quelle che si ritengono giovanili, si 
può pensare ad una certa influenza esercitata su di lui da quei bar- 
lumi della romanità, che si conservavano per opera di quegli eccle- 
siastici, fra i quali Paolo stesso potrebbe essere stato accolto. 

Pensiamo ora quale impressione dovesse produrre su di un uomo 
medievale, in cui il sentimento religioso era sincero e profondo, su 
di un giovane — Paolo era allora aricor giovane — già ecclesiastico 
e già inclinato per indole a una tranquilla vita di studio e di ritiro, 
lo spettacolo di un re, che rinunziava generosamente al trono pel 
chiostro, di un' intera famiglia sovrana, che abbandonava le delizie 
della corte per la penitenza claustrale, 1' orgoglio del potere per 
l'umiltà dei servi di Cristo. 

Si aggiunga il grave mutamento, che le condizioni della corte tici- 

1 Sui motivi, che poterono spingere Ratchis a quel tentativo, cfr. Hart- 
mann, p 206 seg. 

2 Cfr. Malfatti, p. 319. 

17 



266 



nese avranno subito quando al pio Ratchis successe il fiero Astolfo . si 

aggiunga quel complesso di circostanze — di cui parlai poc'anzi — 
che potevano rendere difficile la vira a corte a un antico familiari 
re Ratchis, che avesse avute comuni con lui tendenze e simpatie 1 : 
si aggiunga l'aspirazione ad una più vasta cultura, che doveva ac- 
cendere l'animo di Paolo, tanto colto pei suoi tempi, e che forse non 
trovava sufficente appagamento nella barbarica reggia ; e non som- 
brerà improbabile che il dotto ecclesiastico fosse tratto irresisti Vil- 
mente a seguire il suo re nel dotto e celebre monastero cassihese. 
Certamente in questo campo pieno di oscurità e difficoltà di ogni 
genere è temerario 1' affermare e arduo il congetturare ; tuttavia mi 
sembra che le poche notizie, che ci sono pervenute intorno alla vita 
di Paolo, non contraddicano a quest'ipotesi. 

Infatti ne riceverebbero luce le frequenti e diuturne relazioni coi 
duchi beneventani, alla cui corte il dotto monaco potè forse talora 
intrattenersi, ma alla cui corte avrebbe potuto difficilmente compiere 
un" opera come 1' Risi. Romana (2). Da Montecassino Paolo avrebbe 
inviato alla duchessa i suoi carmi e 1' opera storica a lei dedicata ; e 
a questo letterato, che poneva tanto volentieri a servizio del principe 
la sua penna, Arichi avrebbe dato l'incarico di comporre le iscrizioni 
pel palazzo e per la chiesa novellamente eretti in Salerno ; e da Mon- 
tecassino Paolo avrebbe celebrato con un iano — se si devo ritenere 
come suo — la traslazione delle reliquie di S. Mercurio, compiuta 
per iniziativa di quél principe. 

Sarebbe così giustificabile la singolare freddezza di Paolo di fronte 
alla catastrofe langobarda e verso gli ultimi re, dei quali Desiderio- 
dovette essere a Ratchis più nemico che amico. Si comprenderebbe 
l'affetto, con cui Paolo parla del suo Montecassino, ove avrebbe così 
trascorsa la maggior parte della sua vita ; 1' interesse, che mostra 
per la storia del celebre monastero, di cui fa di frequente cenno 

(1) Il Caijssb (p. 33) crede invece che il soggiorno a corte divenisse diffi- 
cile per Paolo — rimasto presso Desiderio — soltanto negli ultimi tempi della 
monarchia, quando s'inasprirono le relazioni fra la santa Sede ed i re lan^o- 
bafdi, e che soltaflto allora egli seguisse l'esempio di Ratchis, poiché — se- 

eondo il Calisse (p. 32) — l'ipotesi più verosimile è che nel 774 Paolo l'osse 

giS a Montecassino. 

(2) Cfr. Waitz (M. ti. II., I. e, p. 14). 



— 267 - 

nelle sue opere (1), e già — fatto da non trascurarsi — nell' Hist. 
Roììi. (XVI, 20) composta circa il 770. 

Una conferma a quest' ipotesi scorse il De Santi nel modo affet- 
tuoso, con cui Paolo parla nell' Hist. Lang. (VI, 40) dell' abate Petro- 
nace, si da far sospettare ch'egli avesse conosciuto personalmente questo 
abate, che resse il monastero fino al 751. Un'altra conferma si può ve- 
dere nell'affettuosa amicizia, che legò Paolo all'abate di Corbia Ada- 
lardo, quando sia dimostrato — come dimostrerò in seguito — che la 
lettera dedicatoria, preposta alla Collectio di epistole gregoriane, si deve 
feramente ascrivere al nostro Paolo. Adalardo visse per qualche anno 
in Montecassino, poco dopo il 771, quando si ritirò dalla corte in se- 
guito al ripudio della figlia di Desiderio (2). In questo tempo Paolo si 
sarebbe dunque trovato già nel monastero, poiché il sincero affetto, che 
l'epistola rivela, sembra denotare un'intimità ben maggiore di quella, 
che poteva essere stata contratta di recente in Francia. 

Meno sicuro 1' appoggio, che può derivare dai risultati dello studio 
del Lejay (3) sul cod. Parig. Lat. 7530, che sarebbe stato scritto in 
Montecassino nella seconda metà del 778 o nella prima metà del 779, 
sotto gli occhi di Paolo, a cui il Lejay attribuisce il ritmo gramma- 
ticale « De speciebus praeteriti perfecti », ivi contenuto. Su questa 
dimostrazione furono mossi gravi dubbi dal Traube (p. 710), il quale 
giudica che questo codice sia derivato da un più antico esemplare 
del 779; tanto più che la straordinaria scorrettezza del testo fa ar- 
gomentare che il carme u De speciebus » non sia stato scritto sotto 
gli occhi di Paolo o per suo ordine. Del resto tale testimonianza ri- 
conduce ad un tempo posteriore al 776, cioè ad anni, in cui Paolo 
era già certamente monaco ; onde potrebbe valere soltanto ad infir- 
mare la -tesi del Crivellucci, e quella del Traube e del De Santi, i 
cpiali — come vedremo — ritengono che Paolo fosse allora in altro 
monastero che nel cassinese. 

Che Paolo seguisse Ratchis nel chiostro congetturarono il Waitz (4), 

1 Per i luoghi dell' H. L. riguardanti la storia di Montecassino, cfr. Traube, 
>p. cit. p. 695. 

(2) Cfr. Malfatti, p. 272. 

(3) Notes latines (Revue de Philos., de Littér. et d' Histoire, 1894, p. 42). 
:fr. Bloch (N". Archiv, XX, p. 256) e Calligaris (1901, p. 265.) 

(A, M. G. H., b.c. p. 14. 



— 268 - 

1 ; Hodgkin (1), il Novati (p. 90 ; , e, a quanto pare, anche il De 
Santi (2). Crede invece il Grion (p. 27) che dalla corte ticinese, fi- 
nito il suo ufficio di pedagogo col matrimonio delle regali alunne, 
Paolo si ritirasse poco dopo il 763 in Montecassino, per influenza — 
pare — degli esempi di Ratchis — che si fece monaco dieci anni 
prima — della .figlia di Desiderio, Ansilperga, e della propria sorella, 
monaca fin da fanciulla. 

Vedemmo già come si debba ritenere poco probabile un prolungato 
soggiorno di Paolo alla corte di Desiderio, e come nel 763 egli fosse 
probabilmente già monaco e non più alla corte pavese. Ma oltre a 
ciò, 1' ipotesi del Grrion ha il difetto di non lasciar arguire nessuna 
causa occasionale, che abbia potuto determinare la risoluzione di 
Paolo. Non si capisce perchè quest'uomo cinquantenne — secondo 
il Grion — che aveva una cospicua posizione a corte, 1' abbando- 
nasse ad un tratto, per andare a rinchiudersi in un monastero, e 
perchè scegliesse il monastero cassinese, a preferenza di altri del- 
l' Italia settentrionale, fondati e favoriti dal nuovo re. Ad ogni modo 
quando siamo al buio sul tempo , sul luogo , sui motivi , sulle 
circostanze della monacazione, 1' esporre particolari, come quelli che 
dà il Grrion a pag. 27, significa cadere nell' arbitrario (3). 

Confesso però che all'ipotesi da me accolta si possono muovere 
due gravi obbiezioni. 

La prima si può ricavare dal passo dell' Hist. Lang. (V, 6;, ove 
si parla della predizione, riguardante la basilica di S. Giovanni in 
Monza. « Veniet autem tempus, quando ipsud oraculum habebitur 
despectui, et tunc gens ipsa peribit n. Di tale predizione Paolo vide 
1' avverarsi : " Quod nos ita factum esse probavimus, qui ante Lanyo- 
bavdorum perditionem eandem beati Iohannis basilicam, quae utique 

(1) p. 72. Al Dahn muove le obbiezioni che, ponendo la monacazione dopo 
il 774, rimane oscuro uri lungo tratto della vita di Paolo ; che lo spirito delle 
sue opere è monastico ; che pei suoi lavori letterari un monastero era in quei 
tempi 1' ambiente più adatto. 

(2) 19 maggio 1900, p. 413. Cfr. anche Romano, op. cit., p. 277. 

(3) « Donato parte dei suoi averi al convento, parte al fratello, . . . visitò 
una seconda volta Ravenna, fece le sue devozioni all' arcangelo S, Michele al 
Gargano (?;, poi alla tomba dei Ss. Pietro e Paolo a Roma, dove soggiornato 
alquanto scrisse la Vita del papa Gregorio Magno ; ... e abbracciato a Mon- 
tecassino il suo amico friulano ex-re Rachisio, quivi s' incapperucciò ». 



- 269 — 

in loco, qui Modicfa dioitur, est constituta. per viles personas ordi- 
nari conspexhnus, ita ut indignis et adulteris non prò vitae merito, 
sed praemiorum datione, isdera locus venerabilis largiretur ». 

Dice il Tamassia (p. 17) che, « se conspexhnus qui davvero avesse 
la sua più ovvia significazione (e perchè no ?) noi saremmo assoluta- 
mente certi che il Nostro rimase a corte fino ai tempi di Desiderio 
e di Adelchi ■-. 

10 credo che — viste le difficoltà, a cui va incontro la congettura 
del soggiorno di Paolo a corte negli ultimi anni del regno — questo 
solo dato non valga a controbilanciarle in modo da offrire quell' as- 
soluta certezza, di cui parla il Tamassia. Concedendo pure che il 
eonspeximus debba intendersi nel significato di conoscenza personale, 
di •oustatazione de visu, non credo sia necessario ammettere che 
l'allusione si riferisca ai tempi di Desiderio e di Adelchi. « Ante 
Langobardorum perditionem n dice Paolo, e la parola anfe non indica 
necessariamente precedenza immediata. E nota la tendenza, comune 
ad ogni tempo e ad ogni ceto di persone, ad adattare e interpretare 
gli avvenimenti in modo, che ne consegua 1' avverarsi delle profezie. 

Inoltre la predizione contenuta nella leggenda riferita da Paolo 
è evidentemente una predizione post eventum ; le avrà forse dato oc- 
casione il ricordo di scandali e di azioni indegne, commesse da al- 
cuni preposti alla basilica modicense. Il che fa supporre che si trat- 
tasse di fatti, che avevano cagionato grave scalpore ; onde queste 
viles personae potevano anche avere vissuto ai tempi di Ratchis, e 
se ne poteva essere conservato il ricordo ; ovvero — se questi indegni 
ecclesiastici ressero la basilica proprio negli ultimi tempi della mo- 
narchia — un'eco di questi fatti molto notori potè anche giungere 
in Montecassino, in un monastero; specialmente se sulla cattiva con- 
dotta di costoro si basava una leggenda di carattere popolare, (1). 

11 De Santi, volendo conciliare questa testimonianza e le notizie 
dei rapporti fra Paolo e Desiderio col dato dell' epitaffio, che fa ri- 
salire la monacazione di Paolo ai suoi anni giovanili, suppose che 
ai tempi di Desiderio e di Adelchi egli si trovasse in un monastero 

1 Che Monza sia luogo d' origine di questa leggenda, è dimostrato dalla 
redazione ampliata del racconto paolino, che si legge in due codd. dell' H. L. 
provenienti da Monza (Modoet. 135, sec. Xl-XII e Paris. 6'59 sec, XI. Cfr. 
W.urz. M. G. H.. So: Lang., p. 36). Questo fatto renderebbe più probabile 
la supposizione eh" essa derivi da avvenimenti locali. 



270 — 



dell'Italia settentrionale. Con questa congettura egli accetta i risul- 
tati degli studi del Traube; risultati, dai quali-si può derivare la 
seconda obbiezione all'ipotesi, da me sostenuta come più probabile. 



b) // luogo della monacazione. 

Lodovico Traube, studiando la storia del testo della Regola Be- 
nedettina (i), esamina gli antichi Commentari di questa Regola, e 
per primo quello, che va sotto "il nome di Expositio Paul, Diaco\ 
Questo Commentario ci è pervenuto in due manoscritti del sec. X. il 
Cassinese 353 (175), scritto al tempo dell'abate Giovanni (914-34, e 
il Torinese G. V. 4, proveniente dal monastero di Bobbio. A questi 
due risalgono tutti i posteriori. Nel Ms. Torinese, il Commentario 
porta questo titolo: u Incipit expositio Pauli Diaconi super regulae 
sancii Benedicti abbatis », e una rispondente soscnzione : .. ExplicM 
expositio regulae a Paulo Diacono exposi/a feliciter n 2;. Invece nel 
Ms. Cassinese il titolo non contiene il nome di Paolo ; soltanto alla 
pag. 7, che comincia colle parole rubricate u Explicit prològus. Itera 
expositio huius prologi „ — a cui segue il principio dell' Expositio 
— una mano del secolo X o XI ha aggiunto nel margine inferiore 
« Pauli diac. et monachi sci benedica» (3,. Della stretta relazione 
esistente fra questi due codici parlarono il Bethmahn (4), il Seebass (5) 
e specialmente il Traube (p. 700), dimostrando come essi non dipen- 
dano l'uno dall'altro, ma risalgano ad un medesimo esemplare. 

(1) Textgeschichte der Regula s. Benedicti (Abhandl. d. hist. CI. d. konigl. 
Bay. Akad. d. Wiss., XXI, p. 711). Credo opportuno riassumere i risultati di 
questo studio per la parte che riguarda 1" Expositio, poiché, il Calligaris ne 
considerò soltanto il tratto riferentesi all'epitaffio d'Ilderico. 

(2) Traube (p. 700; e Bethmann (Ardi. IX, p. 610). 

(3) 11 Bei-hmann (Arch. X, p. 300), il Dahn (p. 63) e l'autore della prefazione 
all'ediz. dei padri Cassinesi {Bibliotheca Casinensis, IV, p. 3) parlano di un se- 
gno .-. che richiamerebbe alla fine della pagina, ove si trova quest'aggiunta; 
ma non si tratta che del consueto seguo d'interpunzione " che ricorre in tutto 
il testo, e che è qui rubricato, perchè fa parte del titolo. (Cfr. il facsimile 
in Bibt. Casin. 1. e, p. 17). 

(4) Arch. X, p. 299. 

(5) Ueber za, li Turinsr Handschrifien des Capdalare Monastica,,) (N. \rch. 
XIX, p. 217). 



- 271 — 

indo il Traube, da, questi codici deriverebbe la notizia dell'A- 
nonimo Salernitano — arricchita, al solito, di particolari arbitrari — 
che Paolo, pregato dall' abate e dai fratelli, componesse un Commen- 
tario, col titolo super reg ulani ; espressione che corrisponde infatti 
al titolo del codice Cassinese. Dal Salernitano tolse notizia e partico- 
lari Leone Ostiense, aggiungendo che in quel commento Paolo « multa 
de'veteri huius loci consuetudine necessaria attestatili" ». Anche 
Pietro Diacono, seguendo questi cronisti, attribuisce a Paolo un Com- 
mentario della Regola e nel De vir. ili. Casi», e nella sua breve 
esposizione della Regola Benedettina. Si tratta dunque -- dice il 
Traube — di una tradizione fondata su antichi manoscritti, non di 
una semplice congettura. E poiché il Commentario che ci è perve- 
nuto risponde per la lingua e per lo stile alle condizioni letterarie 
del tempo, e la lingua, come ha dimostrato il Neff (1), è in perfetta 
corrispondenza con quella delle opere di Paolo — ove si faccia ec- 
cezione per alcune forme volgari, che si giustificano col ritenere che 
V Esposi (io sia un'opera giovanile — possiamo legittimamente rico- 
noscerlo coirne opera genuina dello storico langobardo. 

Ma la lettura di questo commento ci fa subito accorti che il 
convento, in cui fu composto, non è quello di Montecassino*. Vi si 
parla infatti del « nostro monasterió » (2), in contrapposto a quello, 
ove il fondatore dell'Ordine deistò la sua Regola, cioè il Cassinese, 
che è chiamato invece « illa terra » (3) ; 1' espositore non si attiene 
nel testo all' autografo di S. Benedetto, che si conservava allora a 
Montecassino, e ricopre una volta sola, in un caso di dubbia lezione, 
all' autorità di quello, citandolo certamente di seconda mano (4) ; le 
condizioni del monastero, quali si possono arguire dagli scarsi ac- 
cenni del Commentario, non corrispondono a quelle dèi chiostro cas- 
sinese ; che anzi da un luogo, ove si parla di Santi peculiari della 
diocesi milanese (5), e da accenni a un' importante città vicina, a 

! De Paulo diacono Festi 'epithomatore (1891). 

2 Commentar ium Pauli Warnefridi Diaconi ('"sinensis in Regulam S. P. 
-V. Benedirti (Biblioth. Casin. voi. IV, Florilegium Casinense) p. 104, 2; 133, 
I; 166, 2 \in nostra terra); 165, 1 (in nostra provincia). 
o. 119, 1; 94, 2 (in suo monasterió); 127, 2. 
(41 p. 130, 2. 
(5) p. 91, 1. 



— 212 - 

una residenza reale non molto lontana (1), possiamo dedurre che 
1' Expositio fu composta in un chiostro delia diocesi milanese. 

Inoltre il Traube dimostra come questa Expositio sia stata erro- 
neamente creduta identica a quella, che si legge in parecchi codici 
sotto il nome di un Hildemarus, monaco franco ; errore, per cui il 
Mabillon (2), il Martene, il Grattula ed altri sostennero che essa non 
era da ascriversi a Paolo, ma ad Ildemaro. 

I manoscritti, che portano il nome del monaco francese, sono in- 
vece evidentemente esemplari di un'esposizione orale, fatta per la 
scuola, e fondata siili' Expositio di Paolo, coli' aggiunta di alcune os- 
servazioni, specialmente locali. Il che è dimostrato anche dal titolo: 
« Incipit traditio super regulam sanai Benedirti, quam magistA 
Hildemarus monachus tradidit et dncv.it discipulis suis ». Un diploma 
di Ramberto, arcivescovo di Brescia, dell' 841 3;, e l'elenco dei mo- 
naci di una comunità, inserito circa 1' 845-65 nel codice delle ConffÀ 
ternitates Fabarienses, pubblicato dal Piper (4), nei quali si riscontra 
il nume di un u Hildemarus monachus », permettono di determinare 
il luogo, ove questo Ildemaro fece la sua Traditio, cioè il chiostro 
benedettino di Civate. E siccome Ildemaro non si trova nella neces- 
sità di -alterare le osservazioni locali di Paolo, il monastero, in cui 
questi aveva composta la sua Expositio, sarà' stato poco lontano da 
quello di Civate, e sarà precisamente il monastero di S. Pietro al Monte 
Pedale, che sorgeva di fronte a Civate. Con questa supposizione si 
spiega un passo, finora non inteso, di Ildemaro: « hospes, qui de* 
monasterio Montis Pedaiis venit vicinns vester».{b). Quindi il Traube 
conclude che è lecito affermare che u nel convento di S. Pietro sul 

(1) p. 146, 1 ; ^ 166, 2. Molti di questi riscontri furono aggiunti dal De Santi 
(p. 407), il quale non a torto osserva che il Traube non rese esattamente il 
passo (166, 2) riguardante la reggia ; poiché invero il commento [.aria di « longa 
via », mentre il Traube interpreta « eine Ideine Reise ». Ma bisogna tener pre- 
sente che si parla di monaci, che dovevano percorrere una via relativamente 
breve e tornare — talora nello stesso giorno — al convento. 

(2) Ann. p. 314 e 618. 

(3) L'identificazione dell' Ildemaro, di cui parla questo diploma, coli' esposi- 
tore della Rssrola fu già proposta d il Mabillon (Vet. Anal,, I, p. 417 seg. e 
Ann. 33°, 29, p. 618). 

(4) Cfr. anche MAGisTRErn, .S - . Pietro al Monte di Civate ecc. (Arch. Stor. 
Lombardo, 1896, p. 323). 

(5) ediz. Mittermììller, p. 503. 



- 273 — ' 

monte Pedale Paolo ha insegnato e ha scritto 1' Expositio ; . . . qui 
6<*li ha cantato i celebri cornila del lago Lario, di qui si è recato 
coi fratelli ai monasteri e ai palazzi dj Monza, Milano e Pavia ». 

D'altra parte l'elenco di Santi milanesi (p. 91, 2), la menzione 
dei monasteri, che ancor seguono la regola di S. Colombano (76, 2 , 
l'accenno ad un consiglio provinciale altrimenti sconosciuto 92, 1) 
attestano che il re, di cui si parla, è ancora un re langobardo, che il 
tempo, in cui V Expositio fu composta, è anteriore al 774. E vero 
ohe la menzione dei comites e dei clerici canonici (113, 1 ; 143, 1) e 
della festa d'Ognissanti (91, 2j si deve riferire ai tempi di Pipino; 
ma quest' ultimo passo è evidentemente un" interpolazione, e interpo- 
lazioni possono essere anche gli altri luoghi, che si riferiscono al- 
l'epoca carolingia; visto che il testo, per la sua stessa natura, ab- 
bisognava di continue successive elaborazioni. 

Questa determinazione di luogo e di tempo conviene coli' attesta- 
zione, che Paolo fa nell' Hist. Larig. (V, 6), di essere stato a Monza 
prima della caduta del regno, e colla poesia da lui composta in lode 
del « maximus Larius » ; onde si può affermare che Paolo visse e 
insegnò in quel monastero prima del 774, e ohe, dopo la caduta del 
regno, andò a rifugiarsi eocul e inops in Montecassino (1). 

Dopo l'ingegnoso e convincente ragionamento del Traube, credo 
non si possa dubitare che [ldemaro insegnò in Civate, e che 1' Expo- 
sitio contenuta nel Ms. 353 fu composta nel monastero di S. Pietro 
sul monte Pedale. Meno sicura la determinazione cronologica, benché 
si possa concedere come probabile il fatto di un ritocco carolingio; 
onde non mi sembra del tutto demolitrice 1 : obbiezione del Tamassia 
(p. 17), che in questo Commentario si parli di cose pertinenti a un 
periodo posteriore alla morte di Paolo. 

Ma il dubbio più grave e, per il nostro scopo — non per quello 
del Traube — il più importante, è se Paolo sia veramente 1' autore 
dell' Expositio, che ci è pervenuta. 

Già fin dal secolo XVII ne dubitava 1' abate cassinese Angelo De 
Nuce (2), esponendo queste ragioni : 1' introduzione del nome di Paolo 

CI) Strano che il Traube, pure difendendo 1" autenticità dell'epitaffio d' Ilde- 
rico (p. 709). trascuri affatto di conciliarne la testimonianza con questa sua 
ipotesi, che contraddice apertamente a quella nel determinare il luogo della mona- 
cazione di Paolo. 

(2) Note alla Chronica di Leone Marsicano (R. I. SS.. IV, p. 285, n. 11). 



— 274 - 

nel titolo del cod. 353 è dovuta a mano più recente li; la barbarie 
della lingua e dello scile, non si conviene allo storico langóbardo; Paolo 
e gli autori antichi non parlalo mai di quesl ento ; manca 

accenno a consuetudini peculiari di Montecassino, di cui pure pifi 
volte ricorrerebbe l'opportunità; l'espositore tegola scrive 

sempre abba, mentre Paolo in tutte le sue opere scrive abbas; la 
menzione dei clerici canonici riconduce a un tempo posteriore; il 
chiamare l'Italia « Ulius terrete n rivela un autore straniero; l'esposi- 
tore non ebbe sott' oechio V autografo della Pegola, che Paolo invece 
conobbe, come risulta dall'epistola da lui scritta a Carlo Magno in 
nome di Teodemaro. Perciò il De Nuce crede che Paolo abbia scritto in 
realtà un'esposizione della Regola Benedettina; ma che solo per er- 
rore proprio o altrui Leone abbia attribuita a Paolo quella, che ci 
è pervenuta (2), e solo per errore sia stata confermata dagli autori 
più recenti questa attribuzione. 

Non si può non riconoscere che in molti punti il De Nuce fu il 
primo a veder giusto; e non a torto il Dahn ip. 63) giudicava non 
esauriente la confutazione del Bethmann, che aveva cercato di ri- 
vendicare quest'opera a Paolo. Già prima del Bethmann aveva fatto 
questo tentativo il Tosti, sforzandosi persino di rinvenire nell'inno. 
sitio accenni a particolari consuetudini di Montecassino, e facendo, 
osservare come il cod. 353 contenga altre opere di Paolo (in realtà 
la sola epistola u" Propagatori >»). Desta meraviglia il vedere come 
il Tosti fondi la sua opinione sul titolo di mano recentissima (sec. 
XV), che contiene il nome « Pauli diaconi et monachi Casinensis », 
deducendone che almeno nel 1500 questa esposizione passava come 
opera di Paolo, e sulla testimonianza dei codd. Cassinosi 352 e 360 
del sec. XI, che sono copie del 353 (3). 

Ma anche le ragioni del Bethmann (p. 299) non sono molto mi- 
gliori. Infatti la rozzezza della lingua e dello stile non può essere 
dovuta — come egli crede — al copista, al quale si potranno invece 

CI) Forse egli intendeva parlare del titolo aggiunto a pag. 3 da una mano 
«lei sec. X\ : Expositio l'unii Diaconi monachi Casinensis super Regulam san- 
cii Benedicti, ove egli annotò in margine : « A recentiori manti haec epigrafe 
est ». Però anche raggiunta a pag. 7 è di mano più recente. 

(2) 11 De Nuce crede che Leone usasse il cod. 353. 

(3) Bethmann (Arch. X, p. 300) e Traube, p. 700. 



- 275 - 

ascrivere gli errori di grafia (lì. Le parole di Leone non si riferi- 
scono all'epistola a Carlo in nome di Teodemaro, ma proprio al- 
l' « expositiouem super regulam sancti Benedicti vàlde utilissimam . . . 
ubi multa de veteri huius loci consuetudine necessaria attestatiti - n. 
Se vi fossero esposte o no cose relative alle consuetudini di Monte- 
cassino, il Bethmann era molto meno in grado di giudicare, che non 
lo fosse un abate Sassinése. Cosi pure è discutibile che le parole 
tu longinquas terras . . . velut Ravennani, Burgùndiam n (2) pos- 
sano vanire scritte- soltanto da chi si trovi nell'Italia meridionale 
o in Inghilterra ; poiché longinquas è un' espressione indeterminata, 
che esprime una distanza non calcolabile. Si direbbe anzi che l'espo- 
sitore voglia accennare a due luoghi situati a una certa distanza — 
che non è poi tanto breve — dalle due parti opposte rispètto a chi 
- srive ; il che converrebbe appunto al territorio milanese. Gli altri 
argomenti il Bethmann non discute ; secondo lui la testimonianza dei 
manoscritti è argomento sufficente. 

Il Dahn i^p. 62) rispose che l'età del cod. Cassinese (914-34), e 
1' Lggiunta del nome di Paolo, fatta da mano anche più recente, nel 
carattere (Stili delle glosse posteriori, suscitano forti dubbi sull'iden- 
tità di questo Commentario con quello che Paolo avrebbe composto. 
D' altra parte la notizia che Paolo abbia scritta un' esposizione della 
Regola è fondata unicamente sulla testimonianza del Salernitano, da 
cui tutti gli altri cronisti dipendono ; non è dunque notizia irrefu- 
tabile, perchè non risale a fonte sicura. Del' resto egli aggiunge che 
non è necessario credere, come crede il Bethmann, che 1' impulso a 
comporre quest' opera venisse a Paolo da quell' epistola di Carlo 
Magno, che chiedeva una copia della Regola Benedettina ; poiché 
l'entusiasmo, da cui Paolo si mostra animato pel santo fondatore 
del suo Ordine, basta a spiegare 1' origine di una tale idea. 

Anche i padri Cassinesi, pubblicando 1' Expositio del cod. 353 nel 
Fiorilegium Casi ne use (3), tentarono di rivendicarne 1' attribuzione a 
Paolo. Ma poiché in codesto proemio si vuol dimostrare che il Com- 

l,i il Waitz (Ueber die handschriftliche Uéberlieferung und die Sprache 

dee Hist. Lang. des P. D. (N. Areh. I, p. 566) osserva che non v'è alcuna ra- 
gioue di imputare questa barbane linguistica e stilistica al copista ; ma crede 
che anche Paolo non ne andasse esente. 
p. 154, 1. 
(3) hiblioth. Oasin., IV, p. 4 seg. (proemio). 



— 270 — 

mentano fu composto in Montecassino, e vi si vogliono riscontrare 
accenni alle consuetudini dell' u antico » monastero cassiuese — 
appoggiando quest'opinione per mezzo di riscontri cogli antichi Ca- 
pitolari monastici, colle antiche relazioni sulle usanze cassinesi, col- 
V epistola di Teodemaro a Carlo (lj — tale argomentazione non si 
può ritenere valida, dopo che il Traube ha dimostrato, in modo ir- 
refutabile, quale sia il luogo, in cui 1' Exposi/io fu composta. E la 
semplice e casuale concordanza fra un'espressione dell' epistola a 
Carlo Magno e quel passo dèli' Eaypositio, che tratta dell'autografo 
della Regola (2), non può bastare a dimostrare che il commentatore 
conobbe quell' autografo. E questa una ben futile prova, a paragone 
di quella contraria, gravissima, delle discordanze di lezione fra il 
testo della Regola citato nell' Expositio e l'archetipo benedettino; 
al quale archetipo il commentatore si sarebbe sempre appellato nei 
casi di dubbia lezione, se 1' avesse conosciuto. E non è giusto negare 
ogni importanza all'uso della grafia aòòa, invece di abbas ; è questa 
una particolarità linguistica notevole, che dovrebbe in ogni caso 
risalire non al copista capuano, ma a quello del presupposto arche- 
tipo dei due codici del sec. X. 

Il Traube, traendo profitto dagli studi del Neff, sostiene che lo 
stile e la 'lingua dell' Expositio convengono perfettamente a Paolo; 
ma poi- tace affatto della voce ahba, ed è costretto a riconoscere in 
quest' opera una maggior frequenza di forme volgari, che cerca di 
spiegare, supponendo che essa sia un' opera giovanile. Ed anche nella 
Biblìolheca Casinensis si parla di una maggiore semplicità — si po- 
trebbe anche dire rozzezza — stilistica, che sarebbe dovuta all' ar- 
gomento. 

Concedo che la semplicità stessa del testo commentato, lo scopo 
di farsi intendere dai monaci, che non saranno stati tutti dotti, po- 
tesse indurre l'autore ad usare uno stile dimesso; ma quando si 
voglia appoggiare un' attribuzione controversa col fatto della concor- 

(1) Si è poi costretti invece a rilevare una contraddizione fra quest'epistola 
e I' Expositio, a proposito di un passo controverso della Regola. 

(2) « In regalia S. Benedieti, quam ipse scripsit, iuxta reppertuni est » (p. 130, 2); 
e l'epistola: « Quod pon'dus (panis) sicut ab ipso Patre est institutuni, in hoc 
loco est, reppertuna ». 1/ uso dello stesso verbo non significa niente. Invece sono 
significanti \\ parole in hoc loco, che alludono a Montecassino, e che nell' Expo- 
sitio non si trovano. 



— 277 

danza linguistica e stilistica, mi pare che almeno non ci dovrebbero 
essere dubbi, eccezioni e giustificazioni. 

Al silenzio assoluto di Paolo su questa sua opera, die in realtà egli 
avrebbe potuto citare in molte occasioni — il che non è contro il 
suo costume (1) — e specialmente dove parla di S. Benedetto, del suo 
cenobio, del suo Ordine, dell'esemplare autografo della sua Regola, 
si contrappone nella Bibliotheca Casiaensis la testimonianza del cro- 
nisti Salernitano (2). Ma poiché — come il Traube stesso giustamente 
concede — la notizia del Salernitano de-iva, secondo ogni probabilità, 
dall'intitolazione dei codici, non resta altro fondamento che 1' intito- 
lazione del codice Bobbiense e 1' aggiunta del Cassinese. Che anzi, 
tolta questa testimonianza dei manoscritti, non si potrebbe nemmeno 
più asserire che Paolo abbia composto un commento alla Regola 
Benedettina. 

Ora la testimonianza dei codici — benché non sia tale da non risve- 
gliare dubbi — potrebbe bastare, ove si trattasse soltanto di attribuire 
con probabilità a Paolo un'opera, il cui carattere non è in vero incom- 
patibile col resto della sua produzione letteraria. Ma quando da quest'o- 
pera si debba poi dedurre un dato importantissimo sulla vita del 
suo autore, bisogna andare molto più cauti. Se già con probabilità si 
deducono dati biografici dalle opere certe, dedurne poi dalle opere 
dubbie è costruire senza solide basi. I manoscritti più antichi del- 
l' Expositio sono del sec. X, e in uno di essi l'intitolazione è inter- 
polata (3). Anche si ammetta che entrambi risalgano ad uno più an- 
tico^ che avrebbe contenuto il titolo : u Incipit expositio Fanti Dia- 
coni super regulnm sancti Benedirti abbatis n (Traube, p. 637) ; an- 
che si vogliano riconoscere per buone le ragioni, con cui il Traube 
(p. 700) cerca di spiegare perchè il copista del Ms. 353 avrebbe tra- 
lasciato il nome di Paolo (4), che vi sarebbe poi stato aggiunto da 

(1) Cfr. H. L., Ili, 24 e VI, 16. 

(2) A tale testimonianza prestò fede anche il Muratori (R. I. SS., I*, p. 195 
n. 3, e 1I\ p. 186), credendo che questo cronista fosse assai bene informato, come 
quegli che era monaco e antichissimo. 

3) Sarebbe da ricercare se possa esistere nessuna relazione fra raggiunta 
Sei nome di Paolo al titolo dell' Expositio, fatta nel sec. X o XI, e 1' introdu- 
zione dell' epitaffio d' I Merico, fatta circa lo stesso tempo in un foglio rimasto 
vuoto dello stesso codice. 

(4) C'u>è l'essere il Commentario intercalato al testo della Regola, onde nel 
titolo sarebbe stato fuor di luogo il nome dell' espositore, che il correttore avrebbe 
poj aggiunto nel primo luogo conveniente. 



-.278 — 

un correttore coevo, si può fondare su questo manoscritto, che non 
possediamo, l'attribuzione a Paolo di un'opera, compiuta in m 
nastero, che nessun altro indizio ci addita come residenza di Paolo 
di un'opera, che ci è pervenuta in una redazione posteriore al tempo 
in cui Paolo visse? Già l'archetipo dei due manoscritti a noi perve- 
nuti doveva contenere quei ritocchi dell'epoca carolingia, che ap- 
paiono in tutti e due gli esemplari; quindi nemmeno quello presen- 
tava più una copia fedele dell'opera di Paolo. 

Inoltre l'ipotesi ingegnosa del Traube, trasportala nella realtà, con- 
giunta alle altre notizie, che ci restano sulla vita di Paolo, va incon- 
tro a difficoltà non. lievi. 

Il monastero di S. Pietro sul monte Pedale sarebbe stato fondato, se- 
condo una tradizione, forse non priva di fondamento (1), dal re De- 
siderio, e cioè dopo il 759. E se non si creda che la tradizione abbia 
fondamento storico, si dovrà ritenere che il monastero fosse ancora 
più antico ; poiché sarebbe strano che una tradizione locale attri- 
buisse codesta fondazione a un'epoca più recente del vero. Se dunque 
Paolo, secondo 1' opinione dell'Amelli (2), si fece monaco in quel chio- 
stro, ciò non sarà avvenuto certamente u poco dopo » la monacazione di 
Ratchis e per seguirne 1' esempio, essendo la fondazione del mona- 
stero posteriore almeno di dieci anni. Si dovrebbe dunque ritenere 
che Paolo rimanesse a corto durante il regno di Astolfo ed il prin- 
cipio di quello di Desiderio, e si ritirasse poi — non si sa perchè 
- nel monastero novellamente fondato da questo sovrano. Ma coloro, 
che ammettono il soggiorno di Paolo presso Desiderio, fondano la 
loro opinione sull'epistola ad Adelperga, e credono ch'egli fosse mae-* 
stro di quella principessa. Perchè dunque, se aveva quest'incarico, 
si sarebbe allontanato dalla corte? ed istruiva forse Adelperga dal 
suo monastero? 

Abbiamo visto come* nel 763 Paolo fosse già molto probabilmente 
in Montecassino. Se il monastero di S. Pietro al Monte era stato 
fondato — al più presto -- nel 759, Paolo vi avrà trascorso tutt'al 
più gli anni dal 759 al 762, che saranno stati i primi della sua vita 

(1) Cir. Magistretti, np. cit. (Arci,. Stor. Lomb., 1896, p. 322 seg.1 e Ap- 
punti per la storia dell'abbatta di Civat e (Arch. Stor. Lomb., 1898, p. 81 seg.); 
Longoni, Memorie stor. della chiesa e abbazia <l> S. Pietro al Monte, p. 35 seg. 

(2) Ninnerò unico per TXI centenario ili P. I). (Cfr. Db Santi, 19 ma°-°-io 1900 
p.412.) 



- 270 — 

monastica. Ora, come si può supporrò che un'opera come l'Esposi- 
zione della Regola, dirò ili più, come quel? Esposizione della Regola, 
in cui l'autore dimostra tanta competenza nella materia, una pra- 
tica cosi perfetta delle costumanze dei diversi monasteri, una co- 
noscenza cosi profonda delle più minute particolarità della vita mo- 
nastica, sia srata scritta da un monaco novellino? L'incarico di com- 
porre un lavoro di tal genere non poteva essere assunto da un mo- 
aaco, che non fosse u anziano o autorevole », poiché egli u decide e 
sentenzia nelle varie questioni, come tale che ha autorità di maestro 
e che impone altrui il proprio parere » (1). 

Ma dobbiamo anche considerare le condizioni del monastero, in 
cui 1' Expositio fu composta, per quanto risultano dall' opera stessa. 
Sembra si tratti di un grande monastero, fornito di vasti possedi- 
menti 2), nel quale vengono educati molti oblati (3), e che non deve 
essere quindi scarso di monaci ; vi pervengono numerosi ospiti, anche 
ragguardevoli, episcopi, abbates, romite* (4). È dunque un monastero 
fiorente di vita rigogliosa, giunto ad un grado notevole di splendore, 
che però non aveva sempre avuto, poiché u qntiquitus . . . non erat 
multitudo hospitum », onde i portarli potevano anche attendere alla 
cucina dell' abate (165, 1); ora invece u propter multitudinem hospitum, 
qui paene omni bora ad monasterium veniunt », si e dovuto provve-» 
dere diversamente ; il solo cellararius non basta a riceverli, onde 
.. alii constituti sunt ad suscipiendos hospites » (114, 1). 

Non credo che sul principio del regno di Desiderio, nei primis- 
simi anni della sua fondazione, il monastero di S. Pietro al Monte 
potesse aver raggiunto un tal grado di vita. E d' altra parte la pa- 
rtila antiquitus, mentre sembra riferirsi a un tempo lontano più che 
di pochi anni, dimostra altresì che il monaco scrivente si trovava 
da molto tempo in quel chiostro, poiché ne conosceva tanto bene le 
consuetudini passate. Io credo che la composizione dell' Expositio si 
debba ricondurre ad un tempo posteriore agli antii, in cui Paolo 

De Santi, 19 maggio 1900, p. 412. Il credere poi che Paolo potesse com- 
porre ini commento alla Regola Benedettina prima di essere monaco, come pre- 
li me alla vita monastica (Grion, Giuda storica di Cividale, I, 274), é as- 
solutamente inverosimile (Cfr. De Santi, I. e., p. 410). 
2) p. 130, I ; 131. I : 137, 1 : 166, 2. 

3 99,2; 103,1; 111,1: 120,2; 123,2; 128,2; 135,2; 158.2; ecc. 
4, 113, 1 : 114. I : 142, 2; 143,2; 165, 1 ; ecc. 



- 280 — 

avrebbe potuto dimorare nel monastero di S. Pietro al Monte, poste- 
riore forse al 774, poiché più notevoli e più espliciti sono gì' indizi, 
che si riferiscono all'epoca carolingia, che non quelli riguardanti il 
periodo langobardo. 

Infatti, quando anche il concilio, di cui parla 1' Expositio (l h sia 
stato realmente — secondo 1' identificazione del Ratti (2) — celebrato 
in Milano, durante 1' episcopato di Leto (745-59), trattandosi di un 
concilio locale, non era necessario che fosse molto recente, perchè 
1' espositore potesse parlarne in modo da far argomentare che esso 
fosse u ben noto ai suoi uditori » (Ratti, p. 952). Il De Santi Co) 
crede che anche prima del 774 si potesse parlare di comites — non 
nell' ufficio dei comites imperiaUs ■ — e di clerici canonici, poiché la 
vita canonica poteva essere stata introdotta già da S. Crodegange, 
vescovo di Metz, venuto a Pavia nel 752 oome legato di Pipino. Ma 
queste sono semplici supposizioni, e il Traube stesso ammette che 
quei passi furono scritti nell' epoca carolingia. 

Colui, che scrive, è un monaco provetto, che conosce altri mona- 
steri dell' Ordine, fra cui quello di S. Gallo in Svizzera (147, 2). Se 
'si potesse ritenere che V Expositio fosse stata scritta da Paolo dopo 
il viaggio in Francia, si potrebbe credere ch'egli avesse visitato quel 
monastero ; ma quando Paolo partì per la Francia, era già a Montecas- 
sino, e per il tempo anteriore non abbiamo notizia alcuna di viaggi 
da lui intrapresi fuori d' Italia. 

Un appoggio alla sua opinione scorge il Traube nei versi in lode 
del lago Lario (4), che ci sono pervenuti anonimi nel Ms. Sangal- 
lense 899 sec. X ; mentre in quello di Lipsia I, 74, sec. X portano 
il titolo u Hos versiti Paulus Diaconus compostiti in laude Larii taci n. 
La chiusa di questo carme contiene il nome del suo autore : 

Qui legis ista, precor, Paulo, die, parce, redemptor, 
Spernere neve velis, qui legis ista, precor. 

(1) 92, 1 : de bis quattuor diebus definitimi est m concilio, ut officimi! secun- 
dum Fio ma nani ecclesiali! canat.nr pleniter ecc. (Cf'r. Traube, p. 708) 

(2) Un vescovo e un concilio di Milano sconosciuti o quasi (Rendic. Istit. 
Lomb., voi. XXXIII, 1900, p. 1)45). Il (tatti crede che V Expositio si possa at- 
tribuire a Paolo, e ritiene esauriente la dimostrazione del Traube, che « Paolo 
(o, se proprio si vuol dire, chi per lui) dettò la sua esposizione prima del 774, 
e certo in un monastero della Lombardia e probabilmente in quello di Civate >. 

(3) 19 maggio 1900, p. 409. 

(4) M. G. H., Poet. lai., I, p. 42. 



— 281 - 

L'Haupt (1) e il Dummler [2), che li pubblicarono, ascrissero 
questi versi a Paolo Diacono. Ma contro questa attribuzione obbietti) 
il Dahn (p.* 66) che non abbiamo notizia di un luugo soggiorno di 
Paolo sulle rive di quel lago, quale sembra risultare dal carme; 
ohe lo stile non è di Paolo, poiché non gli è familiare la poetica 
descrizione delle bellezze naturali ; che, se una via molto frequentata 
oonduceva dall'Italia pel lago Lario a Cur e a Costanza (3), è dif- 
ficile credere che Paolo tenesse questa via nelF andare in Francia 

1 resto il carme sarebbe anteriore al viaggio in Francia — ; e so- 
pratutto che Paolo non avrebbe mai cominciata la lode di un u lao-o 
profano » colle stesse parole; che aveva usate per incominciare la 
lode del suo santo -protettore Benedetto (4), né ciò che aveva detto 
prima di un lago avrebbe rivolto al Santo. Questo carme sarebbe dun- 
que opera di un imitatore, che, coli' uso della geminazione epanalet- 
— frequenterei carmi 'di Paolo — e coli' enfatica citazione del 
nome di Paolo nel titolo (e nella chiusa, si potrebbe aggiungere), 
tentò di conseguire 1' apparenza dell' autenticità. 

Rispose il Waitz (5) che è una pura opinione del Dahn, che i 
celebri maestri fossero allora volentieri e con grande abilità imitati, 
mentre invece troviamo spesso anonime nei Mss. poesie di rinomati 
poeti; e che non è giusto non fare nessun calcolo dell'attribuzione 
del codice Lipsiense (6). 

In vero 1' attribuzione contenuta nel titolo di questo codice è un 
argomento né decisamente favorevole, né decisamente contrario, poiché 
probabilmente non risale all' autore — come crede il Dahn — ma al 
copista (7), il quale dalle parole di chiusa, che contenevano il nome 
dell'autore, Paulus, porrebbe aver arguito che si trattasse di Paolo 

(1) Berichte dei- kon. sachs. Gesellseh. ecc„ 1850, p. 6. 

(2) Haupts Zeitschrift fiir deutsches Alterthum, XII, p. 451. 

(3) Cfr. anche Dummler, M. G. H., I. e. p. 448. 

(4) « Ordiar unde tuos, sacer o Benediete, triumphos ? » comincia l'inno a 
S. Benedetto (M. G. H., P. hit., I, p. 38); e quello sul lago Lario: « Ordiar 
unde tuas laudes, o maxime Lai-i ? » 

(5) Gott. gel. Ana.. p. 1519. 

Anche il Dummler (M. G. H., P. lat., I, p. 22) : « Dahn testimonio duo- 
li codicum antiquissimorum (veramente il Sangallense non attesta nulla) prò 
mhilo ducto, argumentis levibus' futilibusque usua, hanc el'egiam a Paulo abiu- 
dicare conatus est ». 

f) Così fa pensare anche la forma errata laci, contenuta in quel titolo. 

18 



— 282 — 

Diacono. Indubbiamente il carme ricorda quello a 8. Benedetto, non 
solo nel principio, ma anche noi versi 27-28 : 

Sit tibi laus et honor, Trinitas inmensa, per aevum ; 
Quae tam mira facis, sit tibi laus et honor ; 

versi, che trovano esatto riscontro nei v. 153-4 di quel carme (1)| 
lo ricorda inoltre nel metro, nell' artifizio poetico della geminazione 
epanalettica. Queste somiglianze fanno pensare in vero a un : imita- 
zione ; ma' d'altra parte il costume di porre — per così dire — la 
firma delle sue opere non è estraneo a Paolo (2) ; e nulla vieta di 
supporre che egli stesso, scrivendo in seguito — in ogni caso certa- 
mente in seguito — P elogio di S. Benedetto, riprendesse alcuni mo- 
tivi di un carme probabilmente giovanile. Nulla di sconveniente in 
questo, anche se il lago Lario era inferiore a quello di Galilea, per 
non essere stato calcato da Cristo (3); il carme non si risente affatto 
di quella sconveniente mescolanza di sacro e di profano, che vi scorse 
il Grion (p. 24), e che gli fece supporre, che u V aria della corte e la 
dolce stagione n inebbriassero il nostro Paolo u non ancor giunto nel 
mezzo del cammin di nostra vita ». Che anzi le parole 

Sit tibi laus et honor, Trinita3 inmensa, per aevum; 

Quae tam. mira facis, 

# 

danno a questa lode delle bellezze naturali un carattere quasi asce- 
tico, poiché nella natura il poeta vede e loda 1' opera mirabile di 
Dio. E proprio questi versi sono Ripresi nel carme a S. Benedetto, 
oltre al principio, che costituisce una mossa comune e poco signifi- 
cante nella sua intonazione retorica. 



(1) Sit tibi laus et honor, pietas inmensa, per aevum, 
Quae tam mira facis, sit tibi laus et honor. 

(2) Cfr. M. G. H., P. hit., I, 625; e N. Archiv, X, p. 165. 

(3) v. 21-22: Vineeres orane fretum, si te calcasset Iesus, 

Si Galilaeus eras, vineeres orane fretum. 
Goti ragione osserva il De Santi (19 maggio 900, p. 404) che il Grion ha frain- 
teso questi versi, o per lo meno non ha riprodotto il pensiero in essi conte- 
nuto, là dove scrive : « ricordando che Pietro camminava sul lago di Galilea senza 
affogare ». 



- 283 - 

Non saprei poi donde tragga il Grion la supposizione, che u non 
avendo il poeta data troppa pubblicità al suo scherzo (al Grion 
Bembra torse scherzoso questo carme?), un amico 1' abbia conservato 
bensì; ma 1' autore, dopo trent' anni frate a Montecassino, quando 
dettò T inno epanalettico al santo, non ricordasse pia a puntino il 
testo del suo minuscolo componimento profano ». Lasciando stare i 
particolari, campati in aria, non è possibile negare che l'autore del- 
l' uno dei due carmi — fosse Paolo o un imitatore — avesse pre- 
sente 1' altro. 

E se lo stile, e sopratutto la grazia, la freschezza, 1' aurea sem- 
plicità del carme al lago Lario (1) discordano dall' andamento degli 
altri versi di Paolo, qual poteva essere però a quei tempi l' imitatore 
che componesse versi già troppo belli per Paolo ? In complesso credo 
che non si possa affermare recisamente che questo carme è di Paolo, 
né che gli si possa recisamente negare, sebbene le maggiori proba- 
bilità stiano forse per 1' affermazione. 

Ma quando anche lo si volesse ritenere indubbiamente come pao- 
lino, non credo che sia necessario vedere in esso una conferma al- 
l' opinione del Traube. Vedemmo infatti come Paolo si recasse certa- 
mente a Monza, e probabilmente al seguito di un re langobardo, 
poiché mostra di conoscere e descrive con precisione il palazzo di 
Teodelinda e quello di Teoderico (2). Non potè egli forse, durante 
questo soggiorno in Monza, visitare il vicino lago Lario ? recarsi 
forse al monastero di Civate — quello di S. Calocero — allora già 
esistente? La menzione delle regie mense, a cui il lago offre doni (3), 
la quale sembra denotare che il carme fu scritto mentre durava 
ancqra il regno langobardo (4), verrebbe a confermare questa suppo- 
sizione. Che se 1' accenno ai monasteri, che dal ricco lago ritraevano 
frutti (5), e la preghiera finale possono far pensare che Paolo fosse 
già monaco (De Santi, 1. e), però il ricordo delle regificae mensae con- 
viene assai bene ad un familiare della corte langobarda ; mentre 
l'intonazione ascetica si può spiegare, ammettendo che Paolo fosse 
allora già ecclesiastico: 

(1) Cfr. ciò che ne dice il Capetti (p. 79), che considera senz' altro il carme 
come paolino, e lo esamina dal punto di vista letterario, 

(2) H. L., IV, 21 e 22. 

(3) v. 6 : Regificis mensis numera magna vehis. 

(4) De Santi, 19 -maggio 1900. p. 405. 

(5) v. 5: Mtinera magna vehis divinis dives asylis. 



- 284 — 

Questo carme non può dunque offrire un argomento sicuro in fa- 
vore dell' opinione del Traube ; né lo può offrire il fatto del soggiorno 
di Paolo in Monza, ove egli si recò probabilmente da Milano e non 
da Civate, poiché conosce la distanza precisa di Monza da Milano llj. 
Porse egli vi dimorò presso un re langobardo, quando u aestivo, tem- 
pore locus ipse, utpote vicinus Alpibus, temperatus ac salubris exis- 
tit » (1) ; tanto più che dal carme sembra apparire eh' egli vedesse 
il lago Lario durante la bella stagione, quando le rive erano fiorenti 
di vegetazione lussureggiante. 

Molte ipotesi furono fatte, per tentare di conciliare i risultati 
dello studio del Traube colle notizie, che abbiamo per altra via su 
questo periodo della vita di Paolo. Dissi già come l'Amelli erronea- 
mente supponga che, poco dopo la monacazione di Ratchis, Paolo po- 
tesse entrare nel monastero di S. Pietro al Monte. Il De Santi (2) 
non accetta la congettura dell' Amelli, perchè entra in contraddizione 
coli' epitaffio, che afferma esplicitamente che Paolo si fece monaco 
in Montecassino. Per evitare questa contraddizione, egli congettura 
che Paolo entrasse, in età giovanile, in Montecassino, seguendo 1' e- 
sempio del re Ratchis ; ma poi — quando questi, alla morte di Astolfo 
tentò di riprendere il trono — lo seguisse nell' Italia settentrionale. 
Tornato poi Patchis al suo monastero, Paolo sarebbe rimasto invece 
u al servizio del nuovo re n in uno dei monasteri benedettini » da 
lui fondati », donde sarebbe passato in quello di S. Pietro al Monte, 
per tornare poi più tardi a Montecassino. 

Quali prove abbia il De Santi di queste peregrinazioni di Paolo 
dall' uno all' altro monastero (3), egli non dice, e perciò non possiamo 
sapere. Quando anche fosse assolutamente certo che Paolo conobbe 
1' abate Petronace in Montecassino, sarebbe provato soltanto eh' egli 
v' entrò prima del 752. E se nell' Expositio si rinviene 1' eco di con- 
troversie sulla legittima interpretazione della Regola, non è ne- 
cessario ritenere che tali controversie fossero sorte pel rifiorire della 
vita monastica in Montecassino con 1' abate Petronace, poiché le nu- 
li) H. I,., IV, 81. 

(2) 19 maggio 1900, p. 413 aeg. 

(3) Non sarà inutile osservare che da molti luoghi della Regola Benedettina 
e dell' Expositio risulta, come soltanto per cause eccezionali e col permesso del- 
l' abate un monaco poteva trasferirsi stabilmente dall'uno all'altro monastero 
dello stesso Ordine (Cfr. Bill. Cash). 1. e, p. 151, 1 e 154, '2 testo e commento). 



- 285 — 

meros,e esposizioni della Regola, che in ogni tempo furono composte, 
attestano che simili controversie erano proprie di ogni tempo e di 
Ogni monastero. Tanto più che V Expositio attribuita a Paolo non fu 
composta in Montecassino. 

D' altra parte all'ipotesi del De Santi si possono muovere obbiezioni 
non lievi. Quando Ratchis usci dal suo convento nel 759 per contra- 
stare il trono a Desiderio, non sarà certamente venuto nell'alta 
Italia con un seguito di monaci, ma di guerrieri. Afferma infatti il 
Liba- pon ti ticalìs (1) ch'egli trovò subito- numerosi aderenti, probabil- 
mente fra i Grandi langobardi, che vedevano di mal occhio 1' avvento 
al trono del duca di Tuscia, non discendente da schiatta ducale, ma 
appartenente alla nuova nobiltà (2). Non era quello il momento per 
Paolo di seguire il suo re. Ma anche più strano sarebbe che, quando 
questi tornò a Montecassino, Paolo lo avesse abbandonato per rimanere 
in un monastero dell' alta Italia, al servizio di quel re Desiderio, contro 
il quale Ratchis era venuto come nemico, e al quale aveva ceduto il 
campo soltanto per 1' intromissione papale. Use Desiderio passava al- 
lora dal ducato di Tuscia al trono, non poteva avere fondato ancora 
monasteri in Lombardia ; perciò Paolo non sarà rimasto nel 759 u in 
uno dei monasteri benedettini da lui fondati ». 

E tutto ciò senza tener conto delle difficoltà già esposte, che si 
oppongono all' ammettere il soggiorno di Paolo nel monastero di 
S. Pietro al Monte, e in genere neil' alta Italia, ai tempi di Desi- 
derio, mentre importanti indizi permettono di argomentare eh' egli 
fosse allora in Montecassino (3). 

Mi pare perciò che non si debba cercare di portar luce in questo 
u periodo oscuro » (4) della vita di Paolo, per mezzo di dati incerti, 
tratti da opere di attribuzione discutibile ; ma per mezzo di quelle 
opere sicuramente paoline, che ci offrono indizi non dubbi di un 
fatto importantissimo nella vita di Paolo, le sue relazioni cioè colla 
duchessa di Benevento. (^Continua). 

EVELINA MENGHINI. 

(1) Zach., e. 23. 

(2) Hartmann, op. cit., p. 20? seg. 

(3) I risultati de<>li studi del Traube riguardo all' Esposìtio ed al suo autore 
furono accolti anche dal Wattenbach nell' ultima edizione della sua opera 
(Deutschlands Gesehichtsquellen, 7*ediz., 1904, pag. 181). Del resto nessun' altra 
modificazione presenta la narrazione della vita di Paolo, onde continuo a citare 
la 6* edizione del 1893. 

(4) De Santi, 1. e, p. 415, 






RECENSIONI 



August Engelbrecht. — Die Consolatio philosophiae 
des Boethius. Beobachtungen-. uber den Stil des Autore und die Ueber- 
lieferung seines Werkes (di pagg. 60; è la III u Abhandlung •• dei 
voi. CXLIV dei Siteungsberichte der philos.-histor. Classe dar K. Aka- 
demie der Wiss. Wien, Gerold, 1902). 

I due più benemeriti studiosi di Boezio in questi ultimi decenni, 
Rodolfo Peiper e Giorgio Schepss, non poterono, perchè sopraggiunti 
dalla morte, approntare quella edizione della principale fra le opere 
di Boezio, de consolatione philosophiae, alla quale da tanto tempo e 
con tanta preparazione filologica attendevano. Infatti dopo il 1871, in 
cui comparve presso i Teubner di Lipsia la Consolatio (insieme coi 
Trattati od Opuseula Sacra), curata dal Peiper, questo infaticabile 
filologo si era dato a raccogliere con ogni diligenza il nuovo materiale 
scientifico che si andava via via formando intorno a Boezio, e già il 
manoscritto era pronto per la seconda edizione, resa oramai necessaria, 
quando il Peiper fu colpito da grave malore, che lo trasse, dopo molti 
mesi di sofferenze, alla tomba nel 1898. In questo torno di tempo 
l'Accademia delle Scienze di Vienna stava preparando un' edizione 
della Consolatio e di altri scritti di Boezio pel Corpus Script. Eccles. 
Latinorum e ne affidava 1' incarico allo Schepss, già indicato a tale 
onorifico ufficio da ottimi lavori precedenti ; ma egli pure, in mezzo 
all' opera, fu spento dalla morte, nel settembre del 1897. Fu buona 
ventura però, nella triste sorte che pareva quasi perseguitare Boezio 
anche dopo morto, che il molto materiale raccolto da quei due insi- 
gni filologi non andasse perduto per la scienza, ma passasse, per un 
atto pietoso delle rispettive vedove, in proprietà dell'Accademia di 
"Vienna, la quale lo mise a disposizione dell' Engelbrecht per 1' edi- 
zione di Boezio nel Corpus. E diciamo subito che quel prezioso lascito 
non poteva cadere in mani più pie e più degne. 

La presente w Abhandlung n si può considerare come un eccellente 
prodromos all' edizione attesa con tanta e così legittima impazienza 



- 4 287 — 

dagli studiosi della letteratura latina in genere e di quella cristiana 
in ispecie. Dopo aver notato come il nuovo materiale per 1' apparato 
critico e per la costituzione del testo raccolto dal Peiper fosse defi- 
ciente in causa della mancata collazione dei codici di Francia, In- 
ghilterra e Italia, e come questa lacuna sia stata egregiamente col- 
mata dallo Schepss, il quale inoltre lasciò un' accolta importantissima 
di osservazioni d'ogni genere sulle aggiunte e appendici che si tro- 
vane in gran copia nei codici (rappresentazioni grafiche, vitae di Boe- 
zio, lo scritto di Lupo di Ferrières sui metri delle poesie sparse nella 
( 'onsolatio, numerosi epigrammi, scòli interlineari e marginali, com- 
mentari continuati o perpetui), esprime l' Engelbreeht il voto che, 
dovendosi egli occupare soltanto, secondo il disegno prestabilito, della 
costituzione critica del testo e di quanto a ciò possa riferirsi (gram- 
matica, metrica, ecc.), altri vogliano utilizzare, ordinandoli e amplian- 
doli, i molti materiali, fuori anche del campo critico e grammaticale, 
lasciati dallo Schepss, cosi da poterne formare « ein interessantes 
Stiick Culturgeschichte des Mittelalters » (p. 6). 

L' indole di questo Bollettino non mi permette ora di diffondermi 
molto, in una recensione (e il soggetto ne sarebbe beh degno), nelle 
questioni critiche ed ermeneutiche, che costituiscono la parte prin-. 
cipale del presente lavoro (avverto incidentalmente che fa bene l'En- 
gelbrecht a seguire la forma del nome Boethius, gr. Boi'jdiog, anziché 
la volgare, per quanto ricorrente nel maggior numero di mss. e di 
iscrizioni, Boetius : grafia, quest' ultima, adottata dal Peiper) ; mi con- 
tenterò adunque d' indicare per sommi capi il contenuto e le più 
importanti conclusioni del lavoro, aggiungendo, al caso, qualche mia 
osservazione in particolare. 

Dei numerosi mss. del de consol. phil. (ne sono conosciuti circa 
400), libro tanto letto e tanto studiato nel medio evo anche nelle 
scuole, nessuno è anteriore al secolo IX: cosa poi che ha dello strano 
in tanta copia di codici con le relative interpolazioni, atetesi e cor- 
rezioni medievali, la tradizione manoscritta presenta nel suo in- 
sieme una mirabile concordanza e sicurezza, cosicché è lasciato ben 
poco adito alla così detta critica divinatoria o congetturale, potendosi, 
all' incontro, seguire con tutta tranquillità una decisa critica con- 
servativa sotto la scorta di pochi codici, ma veramente buoni 
(cfr. pp. 7 ; 53 ; 58). Questi sono in prima linea il Parisinus (P : 
n. 7181 ; sec. XJ e il Tegernseensis (T : n. 765 = Monacensis, n. 18765; 
sec. X) ; quindi il Vaticanus (V : n. 3363 ; sec. X), V Aurelianensis (A ; 



— 2 

n. 270 [226]; sec. IX-Xj e il Laurentianvs Medicem (L : plut.XIV J.">; 
sec. XI), mentre Ja tradizioni: inglese, costituita dai duo codici Ca». 
tàbrigiensis (G : del ZVintf. CbWap. 0. 3. 7; sec. IX) e M (Mw*d /'/«„- 
tiniani-Moreti 56 [38] ; sec. IX), appartiene, a giudizio dell' Bngelbrecht, 
alla terza classe (1). Dopo brevi considerazioni sulle glosse dei mss.. 
rispetto alle quali viene al risultato eli' esse in generale non offrono 
un grande interesse per la critica e la interpretazione della Conso- 
lano, passa 1' Engelbrecht'a fare molte e acute osservazioni sullo stile 
di Boezio allo scopo precipuo di trarne conclusioni per la fissazione 
del testo ; queste osservazioni si riferiscono ai casi dèlia scorrettezza 
nello stile, delle costruzioni ad sententiam o yjnn ayvsoiv dei pleo- 
nasmi reali o apparenti, delle unioni asindetiche di due proposizioni 
o membri di proposizioni, della inconcinnità della costruzione : a pro- 
posito però di quest' ultimo punto, io non trovo che sia u inconcinn n 
la u Verbindung » (p. 26) in questo luogo: u quare, quibus in ipsis 
inest ratio, inest etiam volendi nolendique libertas n (p. 124, 11 sg. 
ed. P.), né credo che in ipsis (omesso da T e da codici inferiori e 
posto fra parentesi quadre dal Peiper) sia da staccarsi da quibus e 
considerarsi in funzione indipendente : piuttosto è da vedervi, a mio 
giudizio, un caso di attrazione del pronome determinativo nella 
proposizione relativa da spiegarsi e risolversi cosi : in iis ipsis, in 
quibus inest ratio, inest etiam ecc. Passa quindi l'A. a studiare, sempre 
collo stesso .fine, le principali particolarità sintattiche (qui ca-edo di 
dover obiettare, per es., che l'unione di quìsque con un superlativo : pes- 
simus quìsque, intima quaeque, ecc., è prettamente classica, e non tra- 
disce u den Einfluss der zeitgenòssischen Sprache » p. 28), nonché 
quelle semasiologiche (2), e dopo una discussione critica di alcuni 



*(1) Avverto che recentemente il Wòlfflin (Are/tir fin- Int. Lex. iind Grammi 
1903, voi XIII, fase. I, p. 148; ritiene che il codice di Tours (Turonensis n. 803 
del quale una collaziono fu mandata da E. K. Rand all' Engelbrecht : cfr. p. 6, 
nota 1) sia il più antico di tutti (sempre però del sec. IX), e che questo codice 
debba pur servire di base alla futura edizione critica di Boezio. 

(2) Su alcuni punti dello stile e della sintassi di Boezio si è occupato re- 
centemente il Bednarz in una breve dissertazione dottorale di Breslau, come 
sulle imitazioni di lui trattano due Programmi, pur recenti, di II. Huttin- 
ger del ginnasio di Regensburg : cfr. la mia recensione in la Cultura, XX, 
N. 23 (1001), p. 359 sgg. ('dove è data notizia soltanto del primo programma, 
essendo il secondo comparso, come lavoro postumo, nel 1902). Delle imitazioni 



- 289 — 

luoghi vessati, giunge infine alla conclusione," che le tradizione mano- 
se ri tra della Consolatio si può ridurre ad un unico archetipo, il quale 
nou doveva andar esente da errori, coni' è provato dal fatto che que- 
sti sono comuni, in generale, ai codici, e, fra questi, ai migliori: er- 
rori, per la massima parte, di falsa lettura o trascrizione ; onde la 
- Ueberlieferung n può dirsi, nel suo complesso, u eine gute » (p. 53). 
E veniamo ora all' ultima parte del lavoro, la quale riguarda que- 
stioni metriche e prosodiche non col fine di trattare tutta la res me- 
trica di Boezio, ma anche qui soltanto allo scopo di ricavarne conclu- 
sioni per la fissazione critica del testo. E posto il giusto principio 
fondamentale, che come nella prosa Boezio u stilistisch kein Purist 
ist n, così u auch in metrischen Dingen keiri Mann dei- strengsten 
Observanz sein dtirfte n (p. 53), e aggiunto inoltre, che quella fiducia 
che merita la tradizione manoscritta nelle parti prosastiche della 
Consolatio, la stessa è da accordare anche alle parti poetiche (1), 
1' Engelbrecht si schiera subito contro il Peiper, il quale, partendo 
dal preconcetto che 1' arte metrica di Boezio fosse impeccabile perchè 
modellata sugli esemplari canonici, si affannava a dimostrare come 
errori della tradizione^ manoscritta le deviazioni, nella tecnica del 
verso, dalla norma classica. A ragione quindi 1' Engelbrecht mantiene 
per es., a pag. 54 1' olim dei codd. contro il quondam del Peiper (I 
ediz. ; dudum o felicisque olim [secondo Vasis] nel ms. per la II ediz.) 
al verso Gloria felicis olim viridisque iuventae (p. 3, v. 7 ed. P.), giac- 
ché la sillaba finale is di felicis è legittimamente prolungata 
in arsi e cesura (casi analoghi ne abbiamo notati anche in Ennodio nei 
lavori metrici inrlicati sotto, p.290, e qui alla nota 1): cfr. in Boezio stesso 
nel verso saffico : Fronte turpatus Achelous amnis (p. 119, v. 23 ed. P.). 
A difesa poi della lezione volgata egit (p. 9, v. 2 ed. P., il quale con 
R. Agricola ha qui dedit) non solo è acconciamente riferito il v. 11 
dello stesso carme, dove pure si nota lo spondeo (miseri saevos codd.: 

di Boezio, però soltanto dalle tragedie di Seneca, e un indice anche nell'edi- 
zione del Peiper da pag. 228 a pag. 233, il quale inoltre fa seguire alla fine 
de! testo un index metricus da pag. 219 a pag. 226. 

(I) Eguale mescolanza di prosa e versi, pel quale rispetto formale si ha 

un' immagine della satura Menippea, si trova, oltreché in altri (cfr. a pag. 360 

della recensione citata sopra, p. 288), e quantunque in grado minore, anche 

'nel contemporaneo di Boezio, S. Ennodio: cfr. in questo fascic. p. 192 sg. 

e la P. I del lavoro, p. 89, nota 2. 



290 



qui il Peiper legge feroè col Langius e propone in forma dubitativa 
suos) invece del trocheo nel terzo piede del falecio, ma si potevano 
anche aggiungere gli esempi analoghi presso Ennodio, il qnale ^Mi- 
stifica questa licenza appellandosi all'autorità di Terenziano Mauro 
(cfr. in questo Bollettino p. 104 sg.). Anche prolungamenti di vocali 
brevi finali davanti a nessi di consonanti molti ne abbiamo visti in 
Ennodio .e altri ne notarono in poeti cristiani qu^isi coevi fcfr. ora, 
per es., il lavoro di L. Bellanger, Le Porrne d' Orientili*, Paris-Toulouse, 
1903, p. 162, e la mia recensione in BollèU. di FUolog. Class. 1904, n. 12, 
p. 271 sgg.) : anzi simili libertà non sono estranee neppure all' uso 
classico ; sicché opera saggiamente 1' Engelbrecht difendendo in questi 
luoghi contro il Peiper e facendo valere incondizionatamente V aucto- 
ritas dei codici. E dicasi altrettanto della sinizesi inscitiae (p. 107, 
v. 21 ed. P.) e di alcune licenze prosodiche, di cui esempi analoghi 
molti ne abbiamo rilevati anche in Ennodio : per nuper (p. 99, v. 13, 
dove il Peiper ripone super) vedi ora anche Ennodio (II, 60, 3 ed. 
Hartel = CLXXXIII, 3 ed. Vogel. dove pure lo Schott vuol cor- 
reggere in super) : cfr. il mio Saggio ecc., p. 337, citato sopra, p. 153, 
nota 1. 

Se in questo Bollettino d' indole principalmente, se non 
esclusivamente, storica, ci siamo intrattenuti un po' a lungo 
sul presente contributo alla edizione aspettatissima di Boezio, valgano 
a nostra scusa, da una parte, la bontà e 1' importanza del lavoro stesso, 
dall' altra, la considerazione che trattasi di S. Severino Boezio, la cui 
figura tanto grandeggia anche nella storia di Pavia. 

Pietro Rasi 



G. Collino, La politica fiorentino-bolognese dall' avvento al princi- 
pato del conte di Virtù alle sue prime guerre di conquista. Estr. dalle 
memorie della r. Accad. delle Scienze di Torino (anno 1903-1904). 
Torino, C. Clausen 1904. 

L'A. di questa memoria è giovane, e dai giovani non si può né 
si deve pretender troppo. Ma ai giovani si deve dire la verità, anche 
quanto possa riuscire un po' mortificante. Noi ci lamentiamo spesso 
della mancanza di sincerità nella nostra vita pubblica : mostriamo 
almeno di esser sinceri nella nostra vita scientifica. 



— 291 - 

Il dott. Collino ha affrontato un tenia difficile, e di questo gli si 
deve tener conto. Le sue ricerche negli archivi di Firenze e di Bo- 
logna, da cui ha estratto ben 125 documenti riferiti interi o parzial- 
mente in appendice, attestano buona volontà e meritano lode. È un 
ragguardevole materiale il quale, se non sempre rivela fatti nuovi, 
completa, rettifica e mette sotto una luce nuova fatti già noti. All'ar- 
gomento da lui trattato altri, in opere diverse, avevano recato un più 
o meno largo contributo di osservazioni e di notizie, ma egli ha il 
merito di averlo studiato di proposito, facendone oggetto di una mo- 
nografia speciale. Perciò il suo lavoro si legge volentieri, e in qualche 
punto anche con profitto. 

Ma è un lavoro, in cui i difetti superano di molto i pregi : difetti 
di forma, di concezione, di metodo. 

L'A. scrive assai male 1' italiano. E un fatto doloroso a constatare, 
ma che dev' essere notato senza troppi riguardi, se vogliamo reagire 
al pregiudizio, ancor diffuso fra molti studiosi, che, nello scrivere, 
la sostanza sia tutto, e poco o nulla valga la forma. Le Accademie, pur 
troppo, danno frequenti esempi d' indulgenza verso questi giovani 
esordienti, che mostrano di possedere in modo tanto imperfetto il 
principale strumento del loro pensiero, 1' uso della propria lingua. 
Ma a che vale 1' insistere su questo punto ? Chi vuole, legga la me- 
moria del Collino, e veda fin dove possa giungere, non dico la poca 
cura della forma, ma 1' assenza o quasi di una sana educazione lette- 
raria e di una qualsiasi capacità rappresentativa (1). 

(1) Sarà opportuno, data la natura degli appunti, dare delle prove : (P. Ili) 
« Forse è simile al vero il ricercare gli antecedenti di tale pratica nelle trat- 
tative di matrimonio ecc. ». (P. 113) « Intanto per effetto della adozione di 
Ludovico I d'Angiò ad erede del Regno di Napoli era provocata V impresa di 
Carlo di Durazzo ». (P. 124) « La signoria manifestava pure il fermo proposito 
d" impedire ai Pietramalesi di rialzare il capo, vedendo in essi un pericolo per 
h perturbazione della pace ». (P. 124) « Ma se la voce dell' annalista com- 
muove e dà un' idea esatta della fissità (ostinazione?) dei tempi (Senesi?) circa 
quel preteso spodestamento ecc. ». (P. 127) « Il 3 (sic) maggio '85, per ef- 
fetto del noto colpo di stato, G. G. spodestava lo zio di tutti i domini, e le po- 
polazioni ne lo acclamavano prestamente signore ecc. ». (P. 128) « Messer 
Galeazzo . . . meditò conseguentemente di trarlo (Bernabò) di mezzo con ve- 
leno, incitando/^ la stessa figlia Caterina ». (P. 129) « La versione da noi 
ammessa non poteva con tutto ciò approvare [giustificarel) pienamente la 
violenta caduta di Bernabò ». (P. 130) « La Ietterà di risposta d' allora, come 



- 292 — 

Al difetto della forma va unito quello della concezione. 

L'A. s' è proposto di studiare la politica fiorentino-bolognese in 
relazione coi Visconti e in particolare col conte di Virtù, ma in fondo 
non si riesce a capire in che cosa faccia consistere quella politica, 
da quali idee egli creda fosse guidata, a quali fini mirasse. A un 
certo punto (p. 13(3) egli afferma che la divisione dei domini viscon- 
tei avrebbe giovato allo u sviluppo libero e incontrastato 'Iella Repub- 
blica fiorentina », perchè questa « avrebbe riunito sotto le sue redini 
e sotto la sua accomandigia (!) tutta 1' Italia media, avanzando la sua 
linea di confine sino al Po e stabilendo un governo forte e salutare 
per una nobile parte della Penisola ». Ma che proprio questi fossero 
gì' intenti e le mire della politica di Firenze né egli dimostra, né mi 
pare risulti dallo stesso suo lavoro. — Non si capisce neppure perchè 
Bologna si associasse a Firenze nella resistenza ai Visconti, e se essa 
fosse un semplice strumento de' Fiorentini o avesse proprie ragioni 
da difendere, propri interessi da tutelare. Di Bologna il C. si occupa 
ben poco nella sua memoria ; eppure essa ebbe nella sfera d' azione 
della politica lombarda un' importanza capitale. — La stessa cosa può 
dirsi dei Visconti. L'A. non ha idee chiare né sul carattere di quei 
signori (1), né sugl'intenti della loro politica. Nell'esame dei fatti 

pure quella inviata da Coluccio Salutati . . . non sono che documenti d' adu- 
lazione, né potevano celare un sentimento di diffidenza non completamente 
giustificata dai fatti ma almeno istintiva ed imposta dal sentimento della pro- 
pria conservazione ». (P. 136) « La Repubblica intanto continuava imperter- 
rita nei suoi preparativi e pochi di appresso diramava a Pisa ed a Lucca l'in- 
vito d" inviare i suoi rappresentanti ». (P. J3S) « Nelle consulte del 16 febbraio 
dilagarono ì mezzi per far fronte alla nuova situazione politica ». (I'. 140) 
« La vedova di Carlo di Durazzo . . . troverà il governo pienamente disposto 
ad appoggiare un' aspirazione diplomatica in tutto da lui condivisa'». (P. 142) 
« Che non si debba rifuggire da questo giudizio (per che questo sia vero e si- 
mili) lo prova P invito fatto dalla Signoria ecc. ». — E questi saggi possono 
bastare. 

(1) « 11 governo di Bernabò, se è famoso nella storia, deve in parte la sua 
gloria (? !) e la sua popolarità alla stranezza dell' uomo, alla sua raffinata scal- 
trezza, e forse più alla fortuna di essere stato collocato in un periodo di tempo 
del massimo interesse (?). Come uomo politico poi Bernabò fu in tutto precur- 
sore del nipote, il quale ne continuò, ampliandolo, 1' indirizzo e camminò sulle 
sue orme anche negli atti più intimi della sua vita; cosicché si potrebbe di- 
mostrare la mancanza nel conte di Virtù d' originalità e rinvenire la prova che 
non fece mai altro che sviluppare in modo organico i piani già preventivamente 



— 293 — 

non ha saputo liberarsi da certi preconcetti, e quindi nella lotta tra i 
Visconti e la lega fiorentino-bolognese egli non vede che il solito 
conflitto delle ambizioni politiche ; vede 1' armeggio occulto o palese 
delle astuzie e degl' intrighi diplomatici ; ma non vede quello che 
più importa e che si cela sotto quelle astuzie e quegl' intrighi, vale 
a dire il contrasto delle forme politiche, le necessità sociali ed econo- 
miche che spingevano i signori milanesi ad una politica di espansione 
e di conquista, Firenze e Bologna ad una politica di resistenza. È 
in questa visione unilaterale e quasi direi formale delia storia che 
consiste principalmente quello che ho chiamato difetto di concezione. 
E questo difetto fa si che PA., il quale ha pure eseguito delle utili ri- 
cerche, e dalle ricerche ha tratto molte notizie nuove, e molti parti- 
colari che prima ignoravamo (non tanti però quanti il C. mostra di 
credere (1)), non è riuscito né a ordinare convenientemente il suo 
materiale, né a ricavarne tutto il profitto che era da aspettarsene. 
Gli è che la valutazione di quei fatti e di quei particolari non è 
possibile che alla luce delle idee generali e di una concezione orga- 
nica della storia, che al C. mancano ancora, e che si acquistano 
solo col tempo, colla riflessione, colla cultura. 

Che se da un giovane esordiente non si possono pretendere tutte 
queste cose, si dovrebbero almeno pretendere quelle doti di precisione 
e di esattezza che, pur non essendo tutto il metodo storico, ne sono 
almeno una parte importante, e costituiscono la prova di una buona 
educazione sientifica. Disgraziatamente anche sotto questo riguardo 

ideati da Bernabò (?) ». Ho appena bisogno di far notare che su tutto quanto 
scrive il C. ci sono molte riserve da fare. Non capisco poi come questo giudizio, 
che suona certo non troppo lusinghiero pel conte di Virtù, s' accordi con quanto 
aveva già scritto a pag. 110-111, in cui di Giangaleazzo Visconti, il nostro A. 
aveva notato l'indole dominatrice, l'energia e l'ingegno meraviglioso. 

(1) Per es. le discussioni nelle Consulte fiorentine dal luglio al settembre 
1384 dm-ante il passaggio in Toscana dal sire di Coucy. I documenti relativi 
furono segnalati da me nel lavoro su Niccolò Spinelli p. 362 n. 1 e recente- 
mente anche da A. Gadaleta, L'acquisto di Arezzo fatto dai Fiorentini nel 
1384 (Trani, V. Vecchi 1903). Su questi documenti, che gittano molta luce sul 
profondo dissidio di vedute e d'interessi tra Bernabò e G. Galeazzo Visconti, 
il C. ha sorvolato troppo leggermente. Il passaggio del Coucy, la sua fermata a 
Milano, gli sponsali di Luigi II d'Angió con Lucia Visconti segnano un momento 
importante nella storia delle relazioni di G. Galeazzo con lo zio e con la re- 
pubblica di Firenze. 



— 294 — 

la Memoria del C. lascia troppo a desiderare. Egli ha pubblicalo 125 
documenti, ma una parte di questi non è stata utilizzava : materiale 
greggio, che attende ancora di essere studiato ed elaborato. La nu- 
merazione dei documenti riportati in appendice non corrisponde q 
mai a quella delle note, ciò che per un lettore coscenzioso si risolve 
in un fastidioso perditempo. Pare che FA., dopo aver destinato una 
parte de' documenti alla pubblicazione, con una numerazione corri- 
spondente a quella delle note, abbia poi creduto di aggiungere dei 
documenti nuovi ; ma nel far ciò, mutò bensì la numerazione dei do- 
cumenti nelF appendice, ma dimenticò o non fece in tempo di mu- 
tarla anche nelle note. — Si aggiungano le citazioni di opere inu- 
tili (1) o di edizioni antiquate (2) , i non rari errori di nomi 
e di date dovuti specialmente a disattenzione o a frettolosa lettura 
dei documenti (3), una certa leggerezza nel far dire a' documenti 
quello che non dicono (4) e nelF attributi - *, a questo e a quello autore 
ciò che non hanno mai né scritto né pensato (5); e si avrà un' immagine 

(1) Per es. non si capisce a che proposito si citi il Collenuccio, il cui va- 
lore è molto dubbio per la storia del trecento, quando, per i fatti da lui nar- 
rati abbiamo le testimonianze contemporanee e i documenti d' archivio, e meno 
ancora si capisce a che serve citare il Cibrario, il quale dice morto Luigi I 
d"Angiò il 10 ottobre 1384, quando da ben più sicuri documenti sappiamo, e 
F afferma anche il C, che la morte avvenne il 21 settembre di quell" anno. 
Ed altri esempi di questo genere si potrebbero addurre. 

(2) L'A. conosce i Giornali Napoletani dell' ediz. muratoriana, T. XXI, e 
non F edizione più recente e assai più corretta fattane dal Faraglia, per la So- 
cietà stor. nap., col titolo / diurnali detti del duca di Monteleone. 

(3 ; Elezione di Urbano VI : 10 aprile 1378 invece di 8 ap. — Cattura di 
Bernabò V: 3 maggio 138Ò invece di 6 maggio. — Un 31 maggio a pag. 116 
va mutato in 3 maggio. — Un dal luglio a pag. 121 va mutato in dall' aprile. 
— Un 15 luglio a pag. 132 va mutato in 17 luglio. — Legnano, due volte a 
pag. 133 e nel doc. LXI,.è certamente Melegnano. — Lotto Castellani è 
detto invece di Simone Bordoni a pag. 132 (cfr. doc. LUI). Né occorre continuare. 

(4) Non mi paiono esattamente interpretati, ad es., i doc. XIV (cfr. p. 1 15) e 
LXV (cfr. p. 133). Degli sbagli di lettura non parlo, perché non escludo che 
qua e là si tratti di veri errori nel testo o di stampa. Ma a pag. 148 doc. VII 
trovo un debuchentur (?). Non si deve leggere debuchentur? 

(5) Pag. 138: « Pel Corio » dice PA., « Urbano non andò a Genova se non 
nel principio dell' anno seguente » (cioè del 1386). Ma il Corio dice che Ur- 
bano VI non andò, ma partì da Genova nel principio dell'anno 1386, dopo che in 



- 295 - 

approsimativa del valore di questa memoria anche dal lato della pre- 
cisione e del metodo. 

In sostanza il lavoro del Collino andrebbe rifatto di sana pianta. 
Ed io non dubito che se egli ci si mettesse di proposito, se egli entrasse 
nell' aringo con una più larga e solida preparazione di studi, e si 
lasciasse meno guidare dalla fretta, e fosse più accurato nella forma, 
potrebbe scrivere un lavoro veramente utile e meritare intera quella 
lode, che ora non gli si può concedere che con troppe restrinzioni e 
con grandi riserve. 

G. Romano 



questa città, era rimasto più mesi. Pag. 143: « I Fiorentini, contrariamente alle 
affermazioni di Giacinto Romano (Nicolò Spinelli p. 355-6,\ si adoperarono anima 
e corpo al trionfo di disegno durazzesco ». Il dott. Collino, di cui non voglio 
mettere in dubbio la buona fede, avrebbe fatto bene a dimostrare in che cosa 
risieda la contraddizione tra le sue affermazioni e le mie. Del resto questa fretta 
nel sentenziare fa dire al nostro autore delle cose molto amene. Pag. 112 n. 1: 
« Galeazzo era stato tra i sostenitori di Clemente; nulla di più naturale che si 
attribuisca al figlio (6r. Galeazzo) la continuazione delle idee paterne ». Ora 
tutti sanno che Galeazzo mori il 4 agosto 1378 e Clemente VII non fu eletto 
che il 20 settembre ! 



BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO 



Monumenta Germaniae hi- 
storica, Script, ver. meroving. 
T. IV. Passiones vitaeque san- 
ctorum nevi Merovingia'. Ed. Br. 
Krusch. Annoverae et Lipsiae. 
Impelisi» bibliopoli Halmiani 
1902. 

Bruno Krusch, l'editore di Gre- 
gorio di Tours e del cosi detto 
Eredegario, nonché delle agio- 
grafie del periodo merovingio, 
che formano, insieme riuniti, i 
primi tre volumi degli Scriptores 
rerum Me rovingicarum della gran- 
de raccolta de' Mon. Ger. hist., 
ha pubblicato in questo IV vo- 
lume, che solo da poco tempo 
abbiamo potuto avere fra mano, 
la ben nota Vita Culumbani ab- 
batis discipulorumque eius scritta 
dal monaco Jona, che gitta tanta 
luce sulla storia dei primordi 
dell' abbazia bobbiense. Il testo 
della più celebrata delle opere 
di Jona è preceduto da una dotta 
prefazione del Krusch, in cui 
non solo si parla ampiamente 
dell' opera di Colombano in Fran- 
cia e in Italia e dei primi suoi 
successori nelmonastero di Bob- 
bio, ma sono anche accurata- 
mente raccolte tutte le notizie 
che illustrano, insieme con la 
vita di Jona, i numerosi mano- 
scritti in cui la Vita Columbnni 



giunse fino a noi. Di quest'opera, 
tanto interessante pei nostri 
studi, il K. sta preparando una 
ottava edizione, in cui metterà a 
profitto altri manoscritti non 
usufruiti nel IV volume degli 
Script, rei', merov. g. r. 

• Giovanni Ferrara, Il Carmen 
de synodo Ticinensi. [Contributo 
alla storia della ritmica latina). 
Milano, Tip. Rebeschini, 1904, 
in 8°, pp. 21 (Estratto dai « Ren- 
diconti del R. Istituto Lombardo 
dì Scienze e lelt. ; Serie II, voi. 37°, 
1904). 

A comporre lo scisma della 
chiesa d'Aquileja, che durava da 
circa 150 anni, il re longobardo 
Cuniberto adunò nel 698 in Pavia 
i vescovi dissidenti. A celebrare 
l'opera di pace, che sortì buon 
effetto, un verseggiatore di nome 
Stefano dettò un carme ritmico 
di 19 stanze di 5 versi dodeca- 
sillabi, carme che merita l'atten- 
zione non soltanto dello storico, 
ma altresì del filologo, poiché 
potrebbe, come pensa il E., « molta 
luce apportare nella intricata 
questione delle origini della rit- 
mica latina ». Perciò deve dirsi 
benvenuto questo saggio, nel 
quale F autore, dopo avere con 
molta sagacia e con lodevole cir- 



297 



cospezione brevemente discorso 
della natura e del carattere, della 
tradizione manoscritta e della pa- 
ternità del ritmo, affronta ilgrave 
problema del posto che ad esso 
spetta nella sloria della poesia 
ritmica medievale. Un primo ri- 
sultato della ricerca, risultato 
che sembra indiscutibile, è che 
il motivo ritmico del nostro com- 
ponimento è un periodo penta- 
stilo che si può riassumere e di- 
stinguere così: u Gruppi di 5 
" versi di 12 sillabe, senza eli- 
ti sioni, divisi da cesure di due 
u emistichi, l'uno di 5, l'altro' 
« di 7 sillabe; il primo termi- 
ti nante in parola parossitona, 
« il secondo quasi sempre in pro- 
- parossitona, in guisa da darci 
u in tutto il Carme una quasi 
u costante accentuazione princi- 
« pale sulla quarta e sulla de- 
« cima sillaba ». Ma quale è la 
storia di un ritmo così costituito? 
Questo non è il luogo di seguire 
l'A, nella delicata e astrusa ri- 
cerca a cui si cimenta, e molto 
meno di sottoporre ad esame il 
risultato ultimo a cui egli per- 
viene. Basterà l'osservare come 
in argomento di tanta difficoltà 
egli sa muoversi con quella di- 
sinvoltura e quella cautela che 
derivano da lunga esperienza e 
meditazione. Secondo il F. l'au- 
tore del Carmen prese a modello 
il trimetro giambico raggruppato 
in strofe pentastiche in alcuni 
inni di Prudenzio. Non però il 
testo prudenziano ebbe egli sot- 
t' occhio, ma ne ricordò la me- 



lodia, divenuta popolare nel canto 
liturgico, e alla melodia adattò 
le sillabe, a quella guisa che gli 
autori delle prime sequenze, a 
sostenere le note di una_melodia 
preesistente, a queste .adattarono 
sillaba per sillaba i loro compo- 
nimenti. L'ipotesi è attraente e 
ingegnosa, e certo non potrà 
non suscitare discussioni feconde. 

e. g. 

Segre A., Lodovico Sforza, 

detto il Moro, e la repubblica di 

Venezia dall' autunno 1494 alla 

primavera 1495 (Milano, Cogliati, 

1903-1904). 

Con questo studio sulla calata 
di Carlo Vili, e- specialmente 
sulle cause che la promossero, 
e sulle circostanze che la favo- 
rirono e l'accompagnarono, l'A. 
cerca di dimostrare come il bia- 
simo per avere cagionato l'inter- 
vento straniero in Italia — in- 
tervento che doveva esser fonte 
di tante sventure per la nostra 
patria — non debba ricadere 
esclusivamente su Lodovico il 
Moro. Infatti se costui ebbe il 
torto di cercare soccorsi oltr'alpe 
per districarsi da una difficile 
situazione personale, ben presto 
però comprese i pericoli e i 
danni, che potevano derivare da 
un'invasione francese; onde si 
sarebbe forse opposto all' attua- 
zione di essa, o avrebbe per lo 
meno cercato di paralizzarne gli 
effetti, se fosse stato sorretto 
dalla repubblica di Venezia. 
Questa invece, seguendo una 



19 



— 298 



politica egoistica e subdola, non 
rispose che con parole ambigue 
alle frequenti sollecitazioni del 
duca di Milano ; e col lungo ter- 
giversare e col* nascondere i suoi 
veri intendimenti fu causa che 
fallisse fra gli Stati italiani quel- 
l'accordo, che sarebbe stato ne- 
cessario fin da principio contro 
il re straniero ; e si risolvette a 
promuovere una lega difensiva 
soltanto in seguito alle gravi 
conseguenze di quella spedizione, 
di cui non aveva voluto com- 
prendere l'importanza, perchè 
non ne era direttamente dan- 
neggiata. 

La tesi non è nuova; ma viene 
qui appoggiata e illustrata per 
mezzo di documenti, che valgono 
a far conoscere gì' intrighi e i 
maneggi della diplomazia poco 
sincera di quel tempo. 

Di fronte all'indecisione ve- 
neta e alla viltà di Piero de' Me- 
dici e di Alfonso II, l'A. fa ri- 
saltare il contegno energico è 
leale del papa Alessandro VI, 
che tentò prima di conciliare 
1' antagonismo aragonese-sforze- 
sco, oppose poi ogni resistenza 
possibile al re francese, contro 
il quale gli mancò l'appoggio 
degli altri principi italiani, che 
erano pure esposti agli stessi pe- 
ricoli. Ma in realtà — come l'A. 
stesso in parte riconosce — 
la politica pontificia fu ispi- 
rata più da interessi personali e 
familiari, che non da considera- 
zione del bene d'Italia; il che 
non toglie che questa pagina 



della storia di Alessandro Borgia 
possa valere a migliorarne la fi- 
gura politica e morale. 

G. Patroni, L'insegnamento 
dell' archeologia e la sua mistione 
pratica in Italia.^ Prolusione al 
corso di Archeologia letta nella 
R. Università di Pavia il giorno 
17 febbr. 1902 (Rassegna Nazio- 
nale, 1 febbr. Y.)0\j. 

Il modo, in cui il prof. Patroni 
intende la scienza da lui insegna- 
ta, risulta dalla definizione che 
egli ne dà in questa sua lezione , 
preliminare, dimostrando come 
per la concezione sociologica 
della scienza archeologica questa 
si pone accanto alle scienze po- 
sitive, proponendosi la ricerca 
di leggi, e studiando nei pro- 
dotti dell'uomo quell'evoluzione, 
che si manifesta in tutta la na- 
tura. 

Egli insiste poi sulla missione 
pratica dell' archeologia, accer*» 
nando alla necessità di stretti rap- 
porti e di appoggio vicendevole 
fra la cattedra universitaria e 
l'Aministrazione delle antichità. 
Anche il professore universitario 
si deve proporre lo scopo pra- 
tico di giovare alla cultura na- 
zionale, il che si potrà raggiun- 
gere in due modi per mezzo del- 
l' insegnamento impartito ai gio- 
vani . della Facoltà di Lettere. 
Essi potranno anzitutto, dai pic- 
coli luoghi, ove li porterà il loro 
ufficio di professori, dar notizia 
del materiale scoperto ed anche 
fare ricerche ; potranno in secon- 



299 



do luogo introdurre nella scuola 
secondaria lo studio pratico delle 
antichità, prezioso per intendere 
la vita e il pensiero dei popoli 
antichi, poiché offre maggiore 
concretezza e maggiore attrattiva 
degli studi linguistici. Fuori della 
scuola 1' archeologia deve dive- 
nire attività promotrice della cul- 
tura popolare ; e, collo studio dei 
monumenti e dei dati dell' evolu- 
luzione sociale umana, deve dare 
una base positiva allo studio de*i 
fenomeni sociali, che è essenza 
della storia scientificamente in- 
tesa. 

Antonio Cavagna Sangiu- 
liani, / nostri monumenti. Note 
critiche. Pavia, 1904. 

L'A. esamina l'Elenco degli edi- 
fici monumentali in Italia, uscito 
colla data del 1902, per cura del- 
la Direzione Generale delle An- 
tichità e Belle Arti, e lamenta 
anzitutto che la provincia di Pa- 
via vi risulti divisa ancora in 
due parti, aggregata ' 1' una alla 
Regione Piemontese, 1' altra alla 
Regione Lombarda. Seguono al- 
cune osservazioni riguardanti la 
esclusione di alcuni monumenti 
degni di considerazione, e alcune 
inesattezze incorse nel determina- 
re la data di altri. Inesattezze e 
dimenticanze l'A. rileva anche 
nel volume intitolato : L'ammini- 
strazione delle Antichità e Belle 
arti in Italia, biasimando special- 
mente il poco conto che vi si fa 
dell' opera benefica della Società 
Conservatrice dei Monumenti in 



Pavia, in riguardo ai restauri 
di S. Salvatore, di S. Pietro in 
Ciel d' oro, di S. Teodoro. Con- 
sidera infine in modo speciale i 
monumenti della città dì Pavia, 
invocando provvedimenti per ri- 
parare ai danni gravissimi, che 
subiscono giorno per giorno i re- 
sti delle antiche basiliche di S. 
Stefano e S. Maria del Popolo. 

e. m. 

T. Montanari, Sui Vittumuli 
(in Riv. di St. Ant. Vili, fase. 2, 
p. 263). 

La derivazione etimologica di 
Vittumuli, da quando venne al 
prof. Luigi Rossi l'idea di ricol- 
legarla al nome di Vigevano, co- 
stituisce quasi un nodo gordiano 
della glottologia che va da tempo 
accumulando nuove ipotesi, certo 
col nobile scopo — sebbene poco 
corrispondente all' effetto — di 
renderne meno intricata la solu- 
zione. 

Il Bellotti (VII 2-3 e Vili 1 
della stessa Riv.) con un minuto 
esame critico mise in evidenza 
il lato arbitrario dell'ipotesi di 
L. Rossi, sostenendo che i Vit- 
tumuli, essendo una popolazione 
errante sopra terreni auriferi 
già corsi dai fiumi, non potevano 
dare il nome ad alcuna città ; e 
propose un' etimologia che per 
la sua semplicità pareva abba- 
stanza accettabile, spiegando la 
parola* col latino ico e tumtdum 
che danno un significato corri- 
spondente al lavoro dei Vittu- 
muli intesi come scavatori di 
oro. 






— 300 — 



Sopra qneste conclusioni torna 
ora il Montanari, e riaffermando 
il carattere nomade dei Vittu- 
muli, anzi assegnando loro una 
zona di spostamento un po' più 
estesa di quella fissata dal B., 
mette innanzi una nuova ipotesi 
sull'etimo di Vittumuli, che a 
suo vedere risale a due voci 
celto-liguri, vieto (mjtalloj e 
melium (oppido, -vicoj. 

Quale delle due ipotesi sia la 
più vera a noi non interessa ri- 
cercare ; ma ci importa di notare 
come ormai ria riconosciuta fal- 
lace l'ipotesi del Rossi e come 
Vigevano si debba ancora far ri- 
salire al Ficus Gebuin del Co- 
lombo, o Viculus Gebuin di C. 
Salvioni, di che già altri si è 
occupato in questo Bollettino 
(fase, di Giugno 1903). 

A. Segarizzi , Un poemetto 

sconoscitelo di Pietro Lazzaroni 
(per le nozze Dalla Santa-Val- 
secchi). Venezia, Visentini, 1904. 

La febbre di nove scoperte 
nel campo storico e letterario 
s' è fatta oggi così acuta, e d' al- 
tro lato sì scarse le occasioni 
per dissetarla, che i critici tal- 
volta, quasi per una legge di 
compensazione, eccedono nel valu- 
tare l'importanza dei documenti 
che la ricerca porta alla luce, e 
scambiano una muffa di biblio- 
teca con un bel fiore di serra. 

Il poemetto di Pietro Lazza- 
roni, di cui vien ora pubblicato 
un saggio, parmi appunto che 
rientri nel novero di quei cocci 



poetici che fin a ieri rimasero 
nascosti, forse per lodevole pu- 
dore, ma pei quali non manca 
mai il tenero benefattore die li 
libera dal loro polveroso asilo, 
e per un istante li fa brillare 
alla luce di qualche astro mag- 
giore. 

Ma, per quanto Pietro Lazza- 
roni sia vissuto in quella splen- 
dida età che ha nome di umane- 
simo, tuttavia la sua Musa non 
ne sentì il possente calore e ri- 
mase fredda come un sepolcro. 
Per noi l'unico interesse che 
possa destare il Lazzaroni, si è 
che per parecchi anni, dal 1483, 
occupò la cattedra di rettorica 
nell'Università Pavese e nel 1498 
• fu surrogato dal figlio Evange- 
lista. In quanto alla sua opero- 
sità poetica non riteniamo coll'A. 
che sia degna di studi, né cre- 
diamo che valga a promuoverli 
il saggio pubblicato. 

G. Sormani, Popolazione, na- 
talità e mortalità nella provincia 
di Pavia (1861-1901). Pavia, Tip. 
Coop. 1902. 

Atti della Commissione per la 
profilassi della pellagra nella pro- 
vincia di Pavia dal 1895 al 1901. 
Pavia, Tip. Coop. 1902. 

La storia, secondo la moderna 
concezione economica, non può 
prescindere dal calcolo della po- 
polazione, delle nascite e delle 
morti, che sono un indice delle 
energie fisiche di un popolo e 
delle condizioni materiali della 
sua vita. Né deve disinteressarsi 



301 - 



dell'opera che la società impiega 
per alleggerire il numero delle 
malattie o per prevenirle, perchè, 
portando essa un forte contri- 
buto alla salute pubblica, getta 
nuove forze fecondatrici nel seno 
della civiltà. 

E per questo che ci parve op- 
portuno accennare ad alcuni la- 
vori che se proprio non sono 
primizie di stagione, rappresen- 
tano però ancora gli ultimi ri- 
sultati di ricerche statistiche 
sulla popolazione, e di studi su 
ciò che oggi si direbbero le ma- 
lattie del lavoro. 

La popolazione della provincia 
Pavese crebbe in quarant' anni, 
dal 1861 al 1901, di 74. 266 ab., in- 
dizio di un maggior benessere eco- 
nomico. E però da notare che nel 
circondario di Pavia l'aumento 
fu solo di 14. 082 ab., troppo 
lento in confronto di altre città 
.che non godono la privilegiata 
posizione di Pavia e la stessa 
fertilità del suolo, ma che pos- 
siedono una maggiore iniziativa 
nel promuovere l' industria. 

Accanto all' aumento della po- 
polazione si verifica il decrescere 
della mortalità, diminuita dal 61 
ad oggi del 35 per cento. Il fe- 
nomeno è in istretta relazione 
colle migliorate condizioni igie- 
niche e sociali e colla diminu- 
zione di natalità che, da una 
media del 40 per mille nel primo 
decennio dopo il 1861, è discesa 
nell'ultimo al 32 per mille e nel 
98 al 30: diminuzione che non 
contraddice ai risultati prece- 
denti. 



Ma, ad assicurare un tal au- 
mento di prosperità economica si 
impone lo studio del problema 
igienico di cui è parte impor- 
tante la cura della pellagra 
perchè, se l'aumento della ric- 
chezza in Lomellina dipende in 
modo principale dai redditi della 
terra, è naturale che si debba 
provvedere alla salute della classe 
agricola affinchè essa non diserti 
dalle sue file. È appunto su di 
essa che la pellagra esercita più 
liberamente un'azione deleteria. 
Dagli atti pubblicati dal Sor- 
mani risulta evidente che, por- 
tando la questione sulla ricerca 
dei mezzi onde impedire lo svi- 
luppo del morbo, essa diventa 
non solo di competenza medica 
ma entra nell'ingranaggio della 
grande questione sociale, circa il 
miglioramento della classe agri- 
cola. Infatti essendo questa com- 
posta di contadini salariati, non 
salariati e giornalieri, il pro- 
prietario delle terre nel deter- 
minare il patto colonico ha per 
sé tutte le condizioni vantag- 
giose che può offrire la concor- 
renza nel seno stesso dei lavo- 
ratori, onde questi sono costretti 
ad accettare scarse mercedi ed 
a vivere esclusivamente di ele- 
menti maidici, e meno costosi, 
ma i più infetti dal germe pel- 
lagroso*. 

Meritano dunque la nostra 
gratitudine tutti coloro che hanno 
posto in chiara luce l'importanza 
dalla questione, mostrandone al- 
tresì con abbondanti dati stati- 



302 



stici tutta la gravità, e la aeeei 
sita di pronti rimedi. 

C. Dell'Acqua, Di San Pio V 

papa fautore degli studi <■ degli 
studiosi. Milano, Cogliati, 1904. 

Forse più alla curiosità dei let- 
tori che all'interesse della cri- 
tica va annunciato questo lavoro 
che presenta tutti i caratteri di 
un lavoro d'occasione. Unirsi 
alle feste colle quali la città di 
Pavia celebra il centenario del 
suo Papa u benefattore n e por- 
tare il riconoscente saluto della 
storia accanto a quello del po- 
polo, ecco 1' ufficio di questo li- 
bro. 

Il fare di Pio V un panegirico 
è l'impresa più semplice perchè 
dove il giudizio dei critici è con- 
troverso, si chiama in scena, a 
calmare il dissidio, quel vecchio 
avvocato difensore che è. il tempo. 

La fondazione del Collegio 
Ghislieri e la lega contro il Turco, 
che forniscono all'A. il motivo 
principale del panegirico , più 



<Imi una manifestazione sponta- 
nea del suo sj)J7-ilo di carità, 
furono in Pio V due atti, dei 
quali l' uno era l' applicazione 
del programma pedagogico dei 
riformatori tedeschi da lui com- 
battuti, l'altro il risultato di una 
serie di fatti nei quali, se non 
fu estraneo l'impulso personale 
di Pio V, non ebbe però una 
parte preponderante. 

Il Collegio GrKislieri nei primi 
anni della sua esistenza non andò 
immune da quel gretto nepotismo 
che, pur nelle opere di utilità 
pubblica, soffocava, assai spesso 
in quel tempo, il vantaggio so- 
ciale. 

La lega contro il Turco se 
ebbe consistenza fino alla vit- 
toria di Lepanto, lo dovette jarin- 
cipalmente alla solerte e tenace 
ojjerosità degli ambasciatori, che 
nei loro continui appelli alla 
cooperazione papale mostravano 
di comprendere che solo nella 
Chiesa poteva risiedere l'unione 
delle forze cristiane. e. r. 



NOTIZIE ED APPUNTI 



Antichità dei dintorni di Pavia. — Nei giorni scorsi ho osser- 
vato una raccolta veramente importante di oggetti antichi , * messa 
insieme con intelligenza e metodo non ordinari nella cascina Mal- 
paga, comune di Zerbolò, dai proprietari signori Marangoni. Per la 
distinzione degli oggetti in gruppi secondo le provenienze, e per i 
cartellini apposti a ciascun gruppo od oggetto, mi è stato facile pren- 
dere i seguenti appunti descrittivi , che accompagno con brevi 
commenti. 

Da Carbonara. — Gruppo di oggetti dell'età del bronzo : Un col- 
tellino con manico traforato fuso in un sol pezzo con la lama, rap- 
presentato nell'annessa figura. Una lama di coltello carenata a due 
tagli paralleli , spuntata, con corta base ovata e fori per due chio- 
delli, di cui uno conservato, che la fissavano al manico d'altra ma- 
teria; lunghezza attuale m. 0, 10. Altro coltello simile , deformato e 
contorto. Parecchi spilloni finemente decorati a bulino, di cui uno a 
numerose costole o dischi soprapposti, lungo m. 0, 35. Alcune armille, 
circolari elastiche., per lo più a nastro, con estremità ripiegate a 
spiralina: una di esse con finissime incisioni lineari a reticolo. Un 
frammento di rotella traforata a giorno. 

Insieme con questi oggetti sono conservati una fibula a cerniera 
con anello per catenina (perduta) e due anelli digitali, evidentemente 
venuti a luce in strato ben diverso. La classificazione cronologica 
del principal gruppo d'oggetti non è dubbia, basterebbe a determi- 
narla il tipo dei coltelli. Lo spillone a dischi corrisponde al tipo 
che i paletnologi francesi denominano h collerettes e classificano nel 
Lamaudieu (Mortillet, Mmée préhistorique, pi. LXXXVIII, n. 1042; 
non manca nelle nostre palafitte occidentali (Montelius, La civilisation 
primitive en Italie depuis l'introduction des métaux , I, tav. 1, fig. 10, 
da Mercurago). 

Armille di tipo affine a quelle di Carbonara si ebbero in depositi 
dell'età del bronzo, come a Capriano, associate con la rotella trafo- 
rata a giorno (Id., ibid., tav. 29); formavano goliera nella torbiera 



S04 



di Brabbin (Id., ibid., fcav. 1, fjg. 9). Ah, più sfrotta affinità. p, 
rastremarsi verso i due capi e per le decorazioni lineari incise a bulino. 
offre, fralearmille riprodotto bell'atlante del Montelius, quella della 

palafitta di Peschiera, spettante com'è noto all'età del bronzo [ibid. 
tav. 8, fig. 10). Sebbene il corpo dell' armilla di Peschiera sia a •- 
zione circolare, la lavorazione di oggetti analoghi a foglia o a nastro 
di lamina è comune nella medesima località. 

Maggiore interesse merita il coltellino che abbiamo voluto figu- 
rare. A prima vista se ne riconoscerà la somiglianza .con quello di 
Voghera e con l'altro della Rogorea di Rogoredo, già da noi pubbli- 
cati, l'uno per la prima volta e l'altro a confronto, nell'ultimo fasci- 
colo di questo Bollettino. Anche le dimensioni sono quelle del gruppo 
allora studiato. La lunghezza totale dell'oggetto è di m. 0,137, di 
cui 0,080 spettano alla lama, evidentemente assai consunta, e m. 0,057 
al manico. Questo ha però un solo occhiello ad ellissi allungata (asse 
magg. m. 0, 036). La larghezza massima della lama ora non raggiunge, 
ma in origine opino superasse i due centimetri. Altre differenze dalla 
serie testé accennata sono la forma curva della finta linea d' inser- 
zione della lama nel manico, e la piastrella ellittica in cui termi- 
nano le due branche del manico stesso a guisa di pomo. Abbiamo 
dunque caratteri generali che ricongiungono strettamente il coltello 
di Carbonara al gruppo dei quattro coltelli finora noti col manico 
traforato ad 8, ma anche caratteri differenziali che vengono a costi- 
tuire una vera e propria variante' di quel tipo, finora rarissimo. 

Da Groppello. — Gruppo di oggetti gallici, in parte anche pre- 
gallici. Bronzo: Coppia di grosse armille da caviglia, a fascione di 
metallo pieno, con ornati a serie di circoletti impressi. Alt. m.0,045 ; 
peso circa gr. 700. Coppia di fibule del tipo La Tene , a spirali bi- 
laterali, con appendice della staffa rivoltata in su ed ornata di finti 
anelli passanti che la saldano all'arco, lungh. m. 0,15. Piccola fibula 
analoga, frammentata, lunga m. 0,06. Frammento d'arco di fibula 
a navicella piena. Due teste di spilloni con ornati lineari incisi. 
Minuscolo pendaglielo di bronzo con perlina di smalto azzurro. Ambra: 
alcuni frammenti. Vetro: dischi forati a guisa di piccole ciambelle 
di vetro giallo da collana. Argilla: olla senza manichi fatta a mano 
e malcotta, a tre cordoni rilevati sulle spalle, a. m. 0, 20. Olletta a. 
m. 0,11 col corpo lavorato a stecca in guisa di scaglie. Altre di forma 
simile, lisce. Scodellone con peduccio, fondo conico, pareti verticali 



— 305 — 



e labbro svasato, diana, m. 0,23, a. 0, 11. Altre scodelle minori. Vaso 

tutto chiuso, con finto coperchio a pomo, il quale invece forma un 

bocchino, a guisa di pyxis schiacciata; altro 

simile alquanto più globoso, entrambi di 
argilla più fina giallognola, fatti al tornio, 
decorati con fascioni di color bruno. 

Questi vasi di Groppello hanno un 
precedente in un altro che è però fatto 
a mano, rozzo e a corpo quasi sferoide, 
a. m. 0,15, trovato a Carbonara e pure con- 
servato presso i sigg. Marangoni. 

Pure da Groppello, località S. Spirito' 
provengono avanzi di edificio romano, che 
sarà stato una villa rustica, e della sup- 
pellettile ivi rinvenuta: frammenti di stuc. 
chi dipinti, maniglie di bronzo, strumenti 
ed anelli di ferro, frammenti di vasi d' ar- 
gilla, fra cui il labbro di un grosso bacino 
col bollo a rilievo : 



•CALPEAN 
•ORTVNAT 




/ 



Da Torre d' Isola si ha un gruppetto di 
oggetti gallici, e cioè : una fibula di bronzo 
del medesimo tipo della grande coppia di 
Groppello, lunga m. 0, 065, munita, all' e- 
stremità dell'arco opposta alla staffa, di 
catenina, che doveva ricongiungerla ad 
altra fibula gemella (perduta) secondo un 
costume più volte accertato in ambiente 
gallico; un frammento d'altro oggetto di 
bronzo con cerchiello di smalto rossigno 
intarsiato; una ciotola fatta a mano, con 
ansa a ciambella impiantata verticalmente 
e con fondo munito di piccoli fori a guisa 
di colatoio. Queste antichità furono messe 
allo scoperto da erosioni del Ticino, presso 
la casa del guardaboschi di Torre d'Isola. 

Da Borgo S. Siro proviene un gruppo di oggetti gallici: fram 







Coltellino .dell'età del bronzo 
trovato a Carbonara. 



— 306 - 

menti -di fibuloni di bronzo del tipo testé indicato; scodelle simili a 
quelle di Groppello, di un impasto più bruno; orceiii. Qualche oggetto 
romano si ebbe da altri strati del medesimo territorio. 

Da Baragia (Comune di Garlasco) vennero nella raccolta Maran- 
goni scodelle pure simili e frammenti di ceramica gallica, misti ad 
oggetti romani. Inoltre i seguenti bei pezzi di ceramica gallica, fatta 
a mano : uno scodellone frammentato , simile a quello di. Groppello 
(S. Spirito), ma senza piede e più profondo, con dente di lupo leg- 
germente incavato su le spalle mediante larga punta attendata; una 
grossa brocca con spalle coniche e collo cilindrico, senza labbro. 

Ceramiche analoghe vengono pure da S. Biagio. 

Il comune di Zerbolò, nel cui tenimento si trova la cascina Mal- 
paga, ha attestato la presenza di uno strato archeologico pre-gallico 
col 4rovamento sporadico di una bella cuspide di lancia in bronzo a 
cannone, alta m. 0, 185. Si salta poi all'epoca romana, con una tomba 
della Malpaga che ha dato vasi aretini con la marca della Umbricia, 
lucerne 'inscritte, vetri, tra cui una splendida boccia verde marez- 
zata di giallo chiaro, che i proprietari hanno accuratamente^ restau- 
rata da più frammenti. Altro gruppo di vetri romani fu trovato alla 
cascina Pavonara, e fra essi una fiasca di grandi dimensioni e un 
cigno con lunga coda , il noto giocattolo galleggiante. Disgraziata- 
mente questi vetri, splendidi per conservazione, sono privi di patina 
ed iridescenze. 

Più belli ancora sono i vetri romani trovati a Vallunga (Castel 
d'Agogna) insieme con monete imperiali che, dalle notizie avute, non 
vanno oltre Settimio Severo (io ho visto un M. B. di Julia Domna). 
Ho "notato una tazza profonda senz'anse di vetro giallo variegato di 
bianco, baccellata, priva dell'orlo : una coppa emisferica di vetro 
azzurro massiccio, baccellata, intatta (diam. m. 0,175; alt. m. 0,06,). 
La medesima località attesta pure lo strato gallico con una fi- 
bula di bronzo che appartiene alla medesima varietà del tipo La Tene 
più volte accennata , con un frammento di strigile pure di bronzo , 
con cuspidi di lance in ferro e con qualche pezzo di ceramica fatta 
a mano. 

Da Vigevano (cascina Braghettona, ex collez. Caviggioli) proviene 
una statuetta di Nike di tipo ellenistico , con le mani retratte alle 



— 307 - 

anche, dipinta di bianco, alta m. 0,235. Frammenti di figurine d' ar- 
gilla bigia, in pessimo stato, si hanno pure da Villa 1 v a d' Ardenghi , 
insieme con frammenti di ceramiche e vetri romani. 

Da Lomello viene un piccolo gruppo d'impronte in terracotta: un 
gorgoneion di tipo recente, una testa femminile in profilo a dr., una 
testa d' asino in profilo a sin. 

Merita particolar menzione un trovamento fatto alle Bozzole (Gar- 
lasco), come a parte abbiamo mentovato il vaso di Carbonara che offre 
un antecedente alle fiasche di Groppello in forma di pyxis chiusa. 
Alle Bozzole si trovò un vaso simile, che presenta presso il bocchino 
(rotto) dei forami a croce, e sulle spalle una rozza figura umana 
schematicamente graffita dopo la cottura con punta metallica. Questo 
vaso è fatto al tornio, ma non ha tracce dei fascioni bruni dipinti 
che ornano i vasi analoghi di Groppello. Pure alle Bozzole fu trovato 
un peso di piombo di gr. 3175, col segno X su una delle facce. E 
infatti un decempondio scarso , equivalendo la libbra romana a 
gr. 327,45. 

Le località finora nominate sono tutte sulla sinistra del Po, negli 
attuali circondari di Pavia e Mortara. Una sola provenienza rappre- 
senta T Oltrepò pavese. Da Casei Gerola, circondario di Voghera, si 
ha un gruppo di oggetti romani, tra cui ceramiche con piccoli ornati 
di quell' argilla color grigio-cupo che talora suole trarre in inganno 
gli studiosi e fa loro attribuire tali prodotti ad epoca assai più 
antica. 

* * 

La raccolta Marangoni, in cui è così notevolmente e cosi chia- 
ramente rappresentato lo strato gallico (del- quale invece si hanno 
così incerte tracce a Casteggio) è di notevole interesse. Frutto di 
trovamenti casuali e non di scavi sistematici, essa fa sperare che 
larga messe darebbe il territorio che circonda Pavia, quando fosse 
ricercato con metodo; essa aumenta anzi con dati di fatto quella 
speranza che già sorge per la semplice considerazione dei dati topo- 
grafici, in chi sa che i fiumi erano nell'antichità le vie del commer- 
cio, e pone mente che qui ci troviamo al confluente di due fiumi della 
importanza del Po e del Ticino! Ma oltre a ciò, nascerebbe pure la 
speranza che questa zona acquisti una specifica importanza archeo- 
logica, quale finora non era dato prevedere . Il territorio che cir- 



i 



— 308 — 

conda Pavia, nell'età gallica era evidentemente tutto cosparso di 
pagi, di piccoli centri abitati, dei quali taluno aveva visto più re- 
mote età, e quasi tutti continuarono a fiorire nell'età romana con la 
civiltà latina" sovrapposta alla gallica. Il preciso tipo (ìi fibula, va- 
riante dei tipi La Tene, che si ripete in tutti questi centri abitati, 
non è rappresentato nel grandioso atlante del Montelius ('serie A 
fig. 169, cfr. serie B, tav. 63 fig. 12) se non da un solo 'esemplare 
che si conserva oggi nel Museo di Torino, e questo esemplare pro- 
viene esso pure dai dintorni di Pavia, da Scaldasse ! Ben merite- 
rebbe adunque tal tipo il nome di pavese (lj. Esso accenna indubbia- 
mente ad un centro locale d'industria; e difficilmente questo centro 
poteva esser altro che la Ticinum preromana, la quale doveva fin 
d'allora essere come la capitale del territorio, se gli scrittori anti- 
chi la ricordano fondata dai Lae.vi e dai Marioli 'secondo alcuni li- 
guri, secondo altri celti; forse rappresentano i due strati etnici so- 
vrapposti e fusi) e se i Eomani la prescelsero per trasformarla in 
città regolare e la crearono mvnicipium. 
Pavia, 1 giugno 4904. 

G>. Patroni. 

(1) 11 Gabinetto archeologico della R. Università di Pavia possiede una bella 
fibula dello stesso tipo ed un frammento d" un' altra simile; il Museo Civico 
possiede quattro fibule simili, due della ex raccolta Brambilla, una da Ottobiano 
ed una da Villanova d'Ardenghi, inoltre frammenti di tre o quattro altre fibule 
simili della raccolta Brambilla, di altre tre da Borgo S. Siro, ed un frammento 
di un esemplare di dimensioni assai grandi, trovato nella città stessa, a S. Tom- 
maso, il 1895. Gli esemplari di cui s'ignora la provenienza sono in ogni caso 
con tutta probabilità delle vicinanze di Pavia. Tutto ciò conferma la localizza- 
zione del tipo, le cui caratteristiche sono di avere l'arco assai alto, due o tre 
finti anelli passanti saldati lungo l'appendice della staffa, e un gruppetto di si- 
mili anelli, di regola tre, che saldano quella al sommo dell'arco. Le dimensioni 
di queste fibule galliche del pavese sono piuttosto grandi, dieci a quindici cen- 
timetri di lunghezza; sono di accurato lavoro e alcune presentano ornati lineari 
incisi a bulino. 

Nello stesso Museo Civico si hanno, come nella raccolta Marangoni, esempi 
del passaggio da una forma di vaso locale fatto a mano, d' impasto bruno, con 
corpo e soprattutto spalle globose tutte chiuse, con piccolo bocchino (3 esemplari, 
di cui uno da Borgo S. Siro) alla forma successiva, fatta al tornio, ornata di 
fasciom bruni o r.ossobruni tirati alla ruota, più schiacciata, con spalle spesso 
pianeggianti e incontranti il ventre a spigolo vivo, e ricordante una pyxis chiusa 
per la somiglianza ad un pomo di coperchio che il bocchino assume (numerosi 
esemplari, di cui due da Validone, Garlasco, altro da S. Varese, Trivolzio). 



ri 

; 



— 309 - 

Conferenza. - Il giorno 22 maggio, nell' aula dell' ex Teatro 
Anatomico dell'Università, innanzi ad un buon numero di soci e 
a molti invitati, il chiar. prof. E. Gorra tenne un' applaudita conferenza 
dal titolo // nome di Pariti. 

Come, in argomento intricato e difficile, si possano bellamente 
accordare le esigenze severe della scienza con quelle della sobrietà, 
della chiarezza e della venustà della esposizione, dimostrò assai bene 
il nostro consocio nella sua conferenza. 

La Memoria, frutto di profonde ricerche storico-glottologiche, 
vedrà la luce in un prossimo fascicolo del nostro Bollettino. 

Necrologio. — Una dolorosa perdita ha fatto la nostra Società 
per la morte del dott. avv. Antonio Griziotti, avvenuta la sera del 
2:i giugno in Pavia. 

Appartenente ad una famiglia di valorosi, che dedicò e braccio e 
mente alla causa nazionale, patriota e combattente egli stesso a Mon- 
tesuello e a Mentana, cittadino stimato per bontà di cuore e inte- 
grità di carattere, il Griziotti fu ascritto alla nostra Società fin dal 
principio della sua costituzione, e ne fu fautore caldo e sincero. 

La Direzione del Bollettino, a nome dell'intero Sodalizio, porge 
alla memoria del compianto consocio, con 1' espressione del suo cor- 
doglio, il memore saluto della riconoscenza. 

Errata-corrige. — Nel lavoro del Prof. Rasi a pag. 195 di questo 
fascicolo, riga 12, leggasi tetrametri invece di esametri. Similmente 
nella recensione inserita sul fascicolo precedente, pag. 126, riga 37, 
invece di X, si legga XI secolo. Trattasi di errore tipografico occorso 
nel riferire un'opinione altrui, ed è giusto sia senz'altro corretto. 



RECENTI PUBBLICAZIONI 



Annuario della R. Università di Pavia. — Anno Accademico 1903-1904. — 

Pavia, Premi. Stabil. Tip. Succ. Bizzoni 1904. 
Cantoni C. — Interpellanza al Ministro della Pubblica Istruzione sui Regolai, 

menti Universitari. Roma, Tip. del Senato 1904. 
Ciccaglione F. — L'Italia bizantina negli sludi di storia del Diritto. Napoli, 

Tip. G. M. Priore 1903. 
Cipolla Carlo. — Brevi aneddoti involgare bóbbiese del cadere del sec. XIV. 

Torino. C. Clausen 1904. 

— La Storia Scaligera secondo i documenti degli Archivi di Modena e di 
Reggio Emilia. Venezia, 1903. 

— L" originale di un diploma di Sinibaldo vescovo di Padova. Torino, Clau- 
sen 1904. 

Cocchia E. — L'opera di Francesco de Sanctis nell' evoluzione storica del 
pensiero italiano. Napoli, Stab. tip. della R. Univ. 1904. 

Collino Giovanni. — La Politica fiorentino-bolognese dall'avvento al prim-i- 
pato del Conte di Virtù alle sue prime guerre di conquista. Torino, Clau- 
sen 1904. 

Cogo. — Paolo Par.uta (Dalla Bibl. delle Scuole Italiane anno X, 4) Napoli 19i)4." 

Colombo Alessandro. — I preparativi per l'ingresso di Monsignor Odescalchi 
in Vigevano (Dal Boll. Stor. -Bibliografico Subalpino). Torino 1903. 

— Un dono de' vigevanesi a Francesco Sforza (Estratto dall'Arch. Stor. Lomb.). 
Milano 1904. 

— La fondazione della Villa Sforzesca secondo Simone del Pozzo e i docu- 
menti dell'Archivio Vigevanasco (Dal Boll. Storico Bibliografico Subalpino). 
Torino, 1904. 

Corbellini Alberto. — Quistioni Cimane e la « Vita Nova » di Dante- Pi- 
stoia 1904. 

Costanzi V. — L'opera di Ellanico di Mitilene nella redazione della lista 
de' re ateniesi. Padova 1904. Stabilini, tip. Prosperali. 

— Una probabile concordanza fra Tucidide e Platone (Estratto dalla Rivista 
di Filologia e d'Istruzione classica). Torino, 1903. 

— L'oracolo di Aezione (Estr. dalla Riv. di Filologia e d'Istruzione classica). 
Torino 1903. 



- 311 — 

De Chiara Stanislao. — I martiri cosentini del 1844. Docum. inediti. Roma, 

Albrighi e Segati 1904. 
Epifanio V. — La rocca del Kratas e la prima invasione dei Musulmani in 

Sicilia. Palermo, Tip. Virzi 1904. 
Fedele P. — Una composizione ili pace fra privati nel 136 1 (Estr. dall'Arch. 

della II. Soc. Romana di st. patria, XXVI). Roma 1904. 

— Il /lucalo di Gaeta all'inizio della conquista Normanna, (Estr. dall'Arch. 
stor. per le prov. uap. XKIX). Napoli 1904. 

Ferrara Giovanni. — Il Carmen de Synodo Ticinensi (Contributo alla storia 

della ritmica latina). Milano 1904. 
Ferrario C. — La penisola balcanica. Conferenze di presidio. Torino, F. 

Casanova e C. ia ed. 1904. 

— Dalle grandi guerre. Conferenze di presidio. Pavia, Successori Fusi, 1904. 
Gabotto F. — Il « podestà de' ribaldi » in Piemonte (Estratto dalla Biblio- 
teca delle Scuole Italiane, Aprile 1904, Anno X, n. 8). 

— Asti e la politica Sabauda in Italia al tempo di Guglielmo Ventura secondo 
nuoci documenti. Pinerolo 1903. (Bibl. della Soc. stor. subalpina; XV11I). 

Garofalo F. P. — / Vandali in Sicilia {Estr. dalla Riv. di Storia Antica, 
Vili, 1). 

Grasso G. — Il Giappone all'avanguardia dell'estremo Oriente. (Lettura te- 
nuta nella R. Accad. di Milano). Milano, C. Tamburini ed. 1904. 

— San Pietro in Fine o San Pietro in Flesso. Roma, Accad. Lincei 1904. 
Manginelli D. — Umberto I nella storia. Napoli, Tip. E. M. Muca, 19,04. 
Natali G. — Antonio Labriola. Necrologia. (Estr. dall'Ateneo Veneto XXVII). 

Venezia 1904, 
Nogara B. — La. cronaca di Freculfo da un ms. vaticano. Roma 1904. 
Perrone - Grandi L. — Per la varia fortuna di Dante e per la storia della 

cultura a Messina nel sec. XV. (Nozze d'Alia-Pitré). Messina, Tip. F. Ni- 

castro MCMIV. 

— Bibliografia messinese. Puntata terza. Messina, D'Amico, 1904. 

Rinaudo Costanzo. — Indice della Rivista Storica Italiana dal 1884 al 1901. 
Voi. I. Torino, 1904. 

Rossi Vittorio. — Una novella e una figurina del Sacchetti. , Nozze Pellegrini- 
Buzzi). Bergamo, Ist. Hai d'Arti grafiche 1904. 

Rosi Michele. — Scienza d' Amore. Milano 1904. 



- 312 - 

Romano G. — La dote d'Ippolita Simonetta. (Estr. dalla Mise, nuziale Petra- 
glione-Serrano). Messina, Trimarani 1904. 

Rossi Salvatore. — Come si fa una recensione. Messina, D'Amico 1904. 

Schipa Michelangelo. — Il Regno ili Napoli al tempo di Corto di Borbone, 
Napoli, Pierre, 1904. 

Schellhas K. — Nachrichten susammengestelit (Separat-Abdruck aue Quellen 
uad Forschungen aus italienischen Archives und Bibliotheken, VI, 2). 

Sorbelli A. — La biblioteca capitolare della Cattedrale di Bologna nel secolo 
XV. Notizie e catalogo (1451). Bologna, N. Zanichelli 1904. 

Verga E. — Per un dizionario storico-bibliografico del Risorgimento italiano. 
(Lettura al Congresso bibliografico di Firenze). Prato, Giachetti, 1904. 

Zacchetti Corrado. — Francesco d'Assisi e le « Laudes Creaturarum ». Con- 
ferenza. Assisi 1904. 



Prof. GIACINTO ROMANO Direttore Responsabile. 
Pavia, Prem. Tip. Succ. Frat. Fusi. - - Largo di Via Roma, 7. 



DELLO STATO PRESENTE DEGLI STUDI 
INTORNO ALLA VITA DI PAOLO DIACONO 



VI. 



(Continuazione vedi Anno IV Fase. I e li). 



Paol ° alla, corte ai Carlo 2x£ag-no. 



Uao dei documenti più importanti per la biografia di Paolo, come 
quello che attesta l'origine dei suoi rapporti con Carlo Magno, è il 
carme Verba (ni famuli, la supplica al re pel fratello prigioniero. È 
un'elegia dettata dal sentimento sincero, aliena da ogni adulazione e 
da ogni servilità nelP implorare, semplice e commovente nel rappresen- 
tare le sventure della famiglia (1) ; è uno dei documenti, che fanno 
più onore all'animo del nostro Paolo. 

« Seplimus annus adest „ dacché il fratello di Paolo, Arichi, è 

prigioniero u in veslris horis n, mentre la misera moglie, in patria, 

iou riesce a sostentare, chiedendo 1' elemosina, quattro figli in tenera 

là II patrimonio della famiglia (nostra suppellex) fu confiscato ; la 

moglie di Arichi non può usufruire dei beni paterni, la famiglia tutta 

è caduta da elevata condizione nella più squallida miseria. potente 

» - supplica il poeta - poni fine a tanti mali ! rendi il prigioniero 

alla sua patria, e alla famiglia le sue moclicae res ! e noi porgeremo 

per te suppliche a Dio, che solo può rendere adeguata ricompensa. 

Che il fratello di Paolo fosse stato condotto prigioniero in Francia 

in seguito alla ribellione guidata dal duca friulano Eodgauso, a cui 

egli doveva aver preso parte, non si può mettere in dubbio (2). Si 

parla del 774, come di data probabile della cattura di Arichi ; ma, come 

dimostrò il Bethmann (p. 260), le parole « Debuimus , fateor , 

(1) Cfr. Capetti (p. 78) sul valore letterario di questo carme. 
8) Cfr. Abel, p. 197 seg. e Mììhlbachbr, p. 103. 



MM — 

asperiora pati » e « Sum iniser, ut mereor ■■ (Dahn, p. 28), se non 
sono una confessione di complicità per parte di Paolo, Bono peri 
certamente una confessione della colpa del fratello; mentri; di 
colpa dei Grandi langobardi nel 774 non si poteva parlare. Inoltre 
nel 774 Carlo condusse in Francia ostaggi e non prigionieri colpevoli 
e non avrà certamente confiscati i loro beni ; il che invece accadde 
ad Arichi. Infondati sono i dubbi del Dahn (p. 28; a questo proposito ; 
poiché, quando egli 'dice che tale opinione riposa sulla congettura che i 
beni del fratello fossero nel Friuli, dimentica che solo nel Frinii ebbe 
luogo una lotta aperta contro la podestà Franca, in seguito alla quale 
si ebbero solo nel Friuli confische e condanne (1). Quando poi egli 
suppone invece che Arichi entrasse nella congiura per la sua amici- 
zia col duca beneventano, fa una congettura, che conta in suo favore 
indizi ben più scarsi di quella da lui combattuta. Cosi non si può negare 
che il fratello di Paolo si fosse reso colpevole contro Carlo, altri- 
menti Paolo, invece di confessare ad captandam benevolentiam ['Dahn, 
p. 29), avrebbe sostenuta l' innocenza del fratello e della famiglia, e 
non avrebbe per certo dichiarato eh' essi avevano meritato di soffrire. 

Si può dunque stabilire la data approssimativa della composizione 
di questo carme. Se infatti la ribellione friulana era già domata nella 
Pasqua del 776 (14 aprile), la supplica, scritta poco prima del settimo 
anniversario della cattura di Arichi (septimus annus adest), dovrà ca- 
dere non molto prima della Pasqua 782. A quest' anno infatti attri- 
buiscono la composizione del carme il Waitz e il Del Giudice. 

A torto il Dahn accusa il Bethmann di aver computato male gli 
anni, là dov.e dice che 1' espressione citata si può riferire soltanto alla 
Pasqua 782 o 780 (2). Adattano invece il computo degli anni a una 
loro supposizione coloro, che ritengono scritta e presentata la supplica 
nel 7bl, allorché Carlo Magno venne in Italia (3). In realtà le cagioni 
del lungo indugio di Paolo a implorare la grazia del fratello, il luogo 

(1) Cfr. Mììhlkacher, p. 103. 

(2) Giunto invece l' appunto, che il Dahn muove al Bethmann, quando dice 
clic non si deve parlare della Pasqua, ma del giugno 780, perchè Pavia fu 
presa nel giugno 774. 

(3) Il Mattias (P. D. poeta, p. 11) giudica che il carme fosse composto 
nel 781, e, contando sette anni indietro, fa cominciare la prigionia nel 775. 
Ma in quell 1 anno Carlo non si Occupò dell' Italia, né furono fatti prigionieri. Non 
SO poi donde tragga il Mattias che i carmi, che alludono al matrimonio di 
Rotrude, siano del 781, e la supplica sia immediatamente anteriore. 



— 315 — 

ove la supplica fu scritta, ove fu presentata a Carlo, il modo, ron 
cui Paolo la fece pervenire al re non si potranno mai. conoscere con 
sicurezza; si potranno fare congetture, senza che però nessun indizio 
sicuro parli in favore di questa o di quella. 

Si ritiene per lo più che, quando Carlo venne a Roma e fece 
consacrare re i suoi figli nella Pasqua 781, Paolo, avuta notizia 
della sua clemenza, si risolvesse a intercedere per il fratello, e facess£ 
pervenire al sovrano o gli presentasse in Roma il carme che cono- 
sciamo. In seguito, o per invito del re, o per reiterare le istanze, di 
cui la prima era stata accolta favorevolmente, si sarebbe recato in 
Francia (1). 

Ma nella Pasqua 781 finiva il quinto anno della prigionia di Ari- 
chi e cominciava il sesto ; onde Paolo non avrebbe potuto dire u s'av- 
vicina il settimo anno », neppure « tenuto conto del carattere poetico 
del componimento e del numero sacro (septenarmm) », che — secondo 
PAmelli (2) — avrebbero potuto spingerlo ad usare « in senso lato » 
quest'espressione. Non credo che Paolo, per usare il numero sacro, 
potesse falsare la verità di fronte a colui, che teneva prigione il fra- 
tello; l'esagerazione, cagionata dal desiderio di suscitare la compas- 
sione, si estrinseca già nell' includere nel numero sette anche l'anno 
imminente; ma non poteva andare più oltre. Che la venuta di 
Carlo in Italia nel 781 possa in qualche modo essere stata la causa oc- 
casionale della supplica, non è improbabile, benché nulla lo dimostri ; 
ma ad ogni modo non credo ohe Paolo facesse pervenire il carme 
al re in Roma, perché nell'estate 781 Carlo eragià tornato in Fran- 
cia, e il carme fu composto verso la Pasqua 782. 

L'ipotesi, che Paolo presentasse in persona la supplica a Carlo 
in Roma, fu dall'Anelli (3) collegata con un' altra congettura, cioè 
che Paolo accompagnasse, in qualità di segretario, il suo abate 
Teodemaro, in occasione di un sinodo, che si sarebbe tenuto nel 781 
in quella città. Tale congettura è fondata su di un epigramma, che 
l'Amelli scoperse e pubblicò, attribuendolo a Paolo. Esso si trova 
nel cod. Cassinese 318, della fine del sec. X, proveniente dal mona- 
stero di S. Maria dell'Albaneta, presso Montecassiuo ; e porta il titolo : 



(1) Ipotesi avanzata primieramente dal Tiraboschi (i. e. par. 10°;. Hodgki 
VII. p. 138 crede che fin dal 7«1 Paolo seguisse Carlo oltre le Alp 

(2) Paolo Blue, Carlo Magno ecc., p. 20. 

(3) Op. cit., p. 20. 



] . 






— 316 — 

« Ile m, versi Gregorio Ambrosu, Karoli, Panimi de cantu Romano v 

Ambrosiano ». Vi è esposta una leggenda, che presenta stretta analo 
già con quella 'riferita da Landolfo seniore (1) nel 1085, e dalla sua 
cronaca passata ad altre posteriori. L'Arnelli non è lungi dallo sor- 
gervi — come già il Muratori — un adombramento di un possibile 
tentativo, fatto da Gregorio Magno, di sopprimere il rito ambrosiano. 
Anzi l'Amelli crede che la narrazione, qua! si presenta in questo 
epigramma, sfrondata la parte favolosa della leggenda, acquisti « quel 
carattere di veridicità storica, che la rende accettabile anche alla cri- 
tica meno indulgente » (p. 14). Egli crede perciò che tale epigramma 
si debba attribuire a persona assai bene informata, e forse u testi- 
monio di veduta, certamente poi di udito » del fatto stesso; e che 
la narrazione in esso contenuta, essendo naturalmente affatto indi- 
pendente dalla leggenda milanese, derivi da fonte romana. 

In vero basta leggere 1' epigramma per accorgersi che non si 
tratta di narrazione esattamente storica, ma eminentemente leggen- 
daria; onde P opinione che 1' autore di questi versi sia stato testimo- 
nio del fatto non ha ragione di essere. Ma anche se si voglia pre- 
scindere da ciò, anche se si voglia concedere che si celebrasse in 
Roma un sinodo sotto Adriano I, alla presenza di Carlo Magno (2J 
che questo sinodo non potesse aver luogo che nel 781 e che vi assi- 
stesse 1' abate Teodemaro — sebbene le ragioni addotte dalPAmelli 
a questo riguardo non implichino certezza assoluta — certamente è af- 
fatto temerario asserire che Paolo, godendo della stima e della fiducia 
del suo abate, fosse divenuto u il suo fido ed indivisibile segretario », 
e che lo accompagnasse perciò in Roma. (3). 

Secondo l'Amelli, 1' epigramma, da lui pubblicato, presenta carat- 
teristiche di lingua e di stile affatto conformi a quelle, per mezzo 
delle quali il Neff dimostrò ohe l'Epitome di Festo è opera di Paolo. 
Ma, come osservò con ragione il De Santi (4), questo componimento 
è troppo breve, per poter offrire campo a un raffronto di tal genere; 

(1) Historia Mediolanensis, II, 10 (M. G, H. Script., Vili, p. 42). 

(2) Amelli,- p. 15. 

(3) Questi risultati furono accettati dal Grion (S. Paolino d'Aquileia ecc., 
Pagine Friulane, 26 genn. 1902, p. 66 seg.), che ritiene certa la presenza di 
Paolo a quel concilio; mentre non crede fuor d'ogni dubbio l'attribuzione 
dell' epigramma a Paolo. 

(4) 16 die. 1899, p. 271. 



- 317 — 

tanto più che alcune delle particolarità indicate dall'Amelia sono frasi 
abbastanza comuni. « La forza dell' argomentazione del Neff — egli 
- non sta tanto nella singolarità delle parole o delle frasi pro- 
prie esclusivamente di Paolo, ma nella frequenza dell'adoperare 
Ch'egli fa parole o frasi di questa o quella forma, con che il suo 
itile riceve un'impronta particolare, che lo distingue da quello degli 
nitri autori ». Molto più giustamente dell'Amelli, il De Santi vede 
narrata in questo epigramma una tradizione aquileiese posteriore 
al fatto descritto — o, per meglio dire, al tempo in cui s' imagina 
ivvenuto il fatto — e parallela cronologicamente alla leggenda ri- 
ferita da Landolfo seniore, Infatti la figura di Paolino d'Aquileia è 
posta in luce vicino a quelle dei grandi personaggi, che vi sono por- 
tati sulla scena ; e il modo del giudizio di Dio rammenta le consue- 
tudini del rito aquileiese, più che quelle del rito romano; come a 
quella chiesa, meglio che alla romana, si conviene il poco favore 
mostrato pel canto ambrosiano (1). 

Certo è che non si può accettare con sicurezza 1» attrazione 
i questo carme a Paolo, e per conseguenza non si può basare su di 
esso l'ipotesi della presenza di Paolo in Roma nel 781 (2). 

I fatti, che l'Amelli adduce a conferma di questa ipotesi sono 
i Vita di Gregorio Magno, composta da Paolo in Roma, e 1' elegia 
'erba tui famuli, che, secondo alcuni, egli avrebbe allora presentata 
3ersonalmente al re. Quanto alla Vita di Gregorio, mostrò l'edizione 
:ritica del Grisar (3), che quelle espressioni, da cui si deduceva che 
'opera fosse composta in Roma, sono interpolazioni; onde di un 
loggiorno di Paolo in Roma — quando che sia — non resta più 
ndizio alcuno (4). Poiché dall' elegia di Paolo in favore del fratello 
ion risulta menomamente che l'autore la consegnasse personalmente, 
iè che venisse consegnata a Carlo in Roma. 

Non risulta nemmeno da questo carme che Paolo lo facesse per- 
enire al re per mezzo di qualche persona ragguardevole ; e il voler 

(1) Cfr. anche Rato (L' Omeliario detto di Carlo M. e V Omel. di Alano 
i Farfa, Rendic. Istit. Lomb., 1900, p. 481) e Dùmmler (N. Arch., XXV, p. 882). 
!) Cfr. anche Calisse (p. 35), il quale pensa però che la supplica venisse 
insegnata a Carlo in Roma (p. 33). 

(3) Die Gregorbiographie des P. D. ecc. (Zeitschrift far kath. Theologie 
E p. 158). 

4 Non so da che cosa argomenti lo Zanutto (1. e.) che Paolo si trovasse 
«ente al Concilio di Stefano III in Roma, donde poi sarebbe tornato alla 
>rte ticinese. 



— 318 - 

determinare chi possa essere stato quell' intermediario, come fi il 
Grion (p. 30;, è per lo meno tempo sprecato. Egli pensa ad Anselmo, 
abate di Nonantola, già duca del Friuli, esiliato in Montecassiuo ai 
tempi di Desiderio e fautore dei Franchi, che — secondo il Grion -I 
avrebbe fatto la parte di paciere fra Carlo Magno e il duca beneven- 
tano. Paolo gli era stato compagno nel chiostro, sicché non poteva 
sperare u miglior patrocinatore appo il re, e probabilmente 1' ebbe J 
Ma in realtà non consta che vi fossero nel 781 trattative fra il re 
franco e il duca beneventano (1), né che Carlo si contentasse « di 
promesse beneventane », né che intermediario potesse essere l'abate 
Anselmo, né che costui si recasse allora per qualunque ragione in 
Roma. Come si può dunque anche soltanto congetturare ch'egli si 
occupasse presso il re della sorte di Paolo e dei suoi? 

Credo che si possa giungere per altra via a qualche determi- 
nazione più probabile. 

In due carmi, scambiati tra Paolo e Pietro da Pisa alla corte 
carolingia — Nos dicamus e Sensi cuhts (2) ■ — si parla del fidanza- 
mento di Rotrude, figlia di Carlo Magno, coli' imperatore bizantino, 
concluso in Roma nel 781 (3), come di cosa recente o per lo meno 
non molto lontana. « Hac prò causa », dice Pietro da Pisa a Paolo, 
(v. 34-36) 

Grpecam doces clericos grammaticam 
nostros, ut in eius pergant inanentes obsequio, 
et Graiorum videantur eruditi regulis. 

Che 1' avvenimento fosse recente risulta non soltanto dal fatto, 
che si pensava allora, o si era pensato da poco, a far istruire i chie- 
rici destinati al seguito della futura imperatrice ; ma anche da una 
frase, che s' incontra nella risposta di Paolo. So, egli dice, e ne 
esulto, che la figlia vostra diverrà imperatrice d'Oriente, 

ut per natam regni vires tendantur in Asiani. 

a Quo quidem versu — osserva il Capetti (p. 86) — subdens Ca- 
rolo spiritus, quanti esset momenti futurum connubium ostendit ». 

(1) Cf'r. Malfatti, op. cit., p, 265. 

(2) M. G. H., Poet. Lat.. I, p. 48 e 49 e Scr. Lanci., p. 17 seg. 

(3) Hartmann, p. 292. 






— 319 — 



Troviamo infatti rispecchiati in questo passo i giudizi, le previsioni, 
le adulazioni, che dovevano ricorrere frequenti sulle labbra dei cor- 
tigiani, a proposito di questo matrimonio; il che dimostra che si 
trattava di avvenimento recente. Vedremo iufutti come questa poesia 
aulica ridetta per lo più i discorsi, che erano, per così dire, d' at- 
tualità alla corte ; al tempo delle guerre sassoni ricorrono in quei 
carmi allusioni al nemico Sigfried, come qui allusioni al passo poli- 
tico di Carlo. 

Il Dahn crede invece (p. 47) che, siccome Rotrude nel 781 aveva 
al più nove anni e non si poteva pensare all'esecuzione del matrimonio 
prima del 785, il carme Nos dicamus non possa essere anteriore 
al 785 o 86, perchè vi si parla della partenza della sposa come 
di cosa imminente, la si pone « in 'allernachste Aussicht », si dice 
che la giovanotta Rotrude « schickt sich demnachst zur Ueber- 
fahrt an n. 

. Non mi sembra che dalle- parole « nostra filia... sollers maris 
spatia... transitura propjrat n sia necessario dedurre che la partenza 
fosse imminente, perchè forse come imminente questa partenza non 
fu considerata mai. Che anzi questi versi sembrano convenire me- 
glio a un tempo non molto posteriore al fidanzamento di Rotrude, che 
non al 785-86. Sappiamo infatti che nel 787 il matrimonio fu sciolto, e 
dalle scarse notizie delle fonti, come pure dalla reciproca situazione 
dei due sovrani, si può arguire che la rottura avvenne per volontà di 
Carlo (1). Già fin dal 785, il cappellano del re, Vitiboldo, e un tale 
Giovanni si erano recati alla corte bizantina, per trattare in merito 
al matrimonio; il che significa che erano sorte difficoltà, provocate 
forse da Carlo stesso (2). Ormai in quell'anno le relazioni colla corte 
greca, che sosteneva Arichi di Benevento, non erano più ottime 
come nel 781 (3). Tutto induce a credere che nel 785-86 Pietro da 
Pisa non avrebbe più parlato del matrimonio progettato come di un 
lieto evento, il re non avrebbe più pensato a preparativi come l'i- 
struzione dei chierici, Paolo non avrebbe più risposto 

Nec me latet, sed exulto, 
né avrebbe pronosticate così importanti e fauste conseguenze. 

(1) Malfatti, p. 344 seg. e Abel, p. 471. 

(2) Malfatti, p. 346 ; Hartmann, p. 301. Gli ambasciatori furono rinviati 
soltanto dopo un anno e mezzo, il che attesta come si cercasse di tirare in 
lungo, invece di dare una risposta decisiva. 

(3) MuHLBACHER, p. 110, 



— 320 - 

Quando poi il Daini suppone ohe Vitiboldo e Giovanni fossero 
' due dei chierici istruiti da Paolo, adoperati poi da Carlo come 
negoziatori, contraddice alla sua ipotesi che nel 785-86 soltanto 
fosse stato dato a Paoto l'incarico di tale insegnamento. Infatti nel 
785 essi si recavano, probabilmente già istruiti nel Greco, alla corte 
bizantina. 

Non vedo perciò ragione alcuna di protrarre la composizione dei 
due carmi oltre il 782 (1). 

Ora nel carme Nos dicamus Carlo ringrazia Cristo, 

Qui te, Paule, poetarum vaturaque doctissimum 
linguis variis, ad nostrani lampantem provinciam 

misit, 

e si rallegra, perchè 

tu nos gestu docuisti exemplorum credere, 
quod amoris agro nostri plantatus radieitus 
tenearis, nec ad prisca cor ducas latibula. 

Ne consegue che Paolo doveva trovarsi da non molto tempo alla 
corte Franca, e da pochissimo doveva aver dato segno di essere di- 
sposto a rimanervi. Ne consegue altresì che non fu Carlo a chiamare 
Paolo presso di sé — come congetturarono i cronisti Franchi, e sulle 
loro orme l'Oudin (p. 25) ed il Lebeuf (2) — ma ve lo condusse una 
fortunata combinazione, della quale il re ringrazia Dio, riconoscen- 
dosi a lui debitore dell' acquisto di un tanto poeta, e della nuova, 
insperata gloria, che ne verrà all'aula regalis (3). 

Ma credo che la data della composizione di questi carmi si possa 
determinare con maggior precisione. Nel giugno 782 Carlo Magno si 
partiva da Carisiacum, dove aveva trascorso l'inverno, per recarsi in 
Sassonia, a tenere, presso Lippspring, l'assemblea annuale nel luglio. 
Soltanto a Natale egli tornava a Diedenhofen, dopo aver domata la 

(1) Anche Waitz (M. G. H. 1. e, p. 19) e Capetti (p. 85) accettano questa 
data come più probabile. 

(2) ]>. 374. Egli credeva che Sigeberto avesse potuto conoscere in Metz 
qualche documento, e che le sue notizie fossero attendibili. Non avendo poi 
collocati nel loro vero ordine cronologico i documenti scoperti, credeva che 
Paolo, tratto prigioniero alla corte Franca nel 774, dopo sette anni si risolvesse 
a pregare il re pel fratello; il che naturalmente non è verosimile. 

(3) v. 30 : Quam non ante sperabainus, nunc surrexit gloria. 



- 321 — 

rivolta sassone (1). Non è probabile che Paolo seguisse la corte 
durante questa spedizione, poiché Carlo non si sarà occupato certa- 
mente allora di questioni letterarie e di componimenti poetici, e nep- 
pure dell'istruzione dei chierici. I due carmi saranno dunque stati 
composti durante il soggiorno stabile e tranquillo della corte in Ca- 
risiacnm, e per conseguenza prima del giugno 782. 

Ma poiché l'elegia Yerba lui famuli è di poco anteriore alla Pa- 
squa 782, tra questo carme e i due suddetti corre un intervallo di 
tempo troppo breve, perchè si possa supporre che la supplica, scritta 
in Italia, fosse fatta pervenire a Carlo , e che Paolo, avendo saputo 
che il suo carme aveva prodotto impressione favorevole, si fosse recato 
n Praucia, fosse stato accolto a corte, e si fosse stabilita fra lui e Carlo 
(1 uella familiarità, che già si rivela nei due carmi del 782, in uno dei 
quali Paolo può dire di essere amato dal re (2). L'affetto di Carlo per 
Paolo, il favore da lui acquistato a corte, onde il re si rallegra del 
suo proposito di rimanervi, la fiducia, che il re gli dimostra, affidan- 
logli un importante incarico, non potevano essere sorti in uno spazio 
di tempo brevissimo, quale risulterebbe dal supporre che, poco prima 
della Pasqua 782, Paolo fosse ancora in Italia. 

Io riteugo non improbabile — secondo l'opinione del Waitz (3), 
accettata dal Del Giudice (p. 348) — che la supplica fosse scritta in 
Francia. Nulla nel contesto del carme, che urti contro questa suppo- 
sizione. L' espressione (v. 7) 

Captivus vestris extunc germanus in horis 

poteva venire usata tanto da chi si trovasse in quei paesi, quanto da 
chi li considerasse di lontano, poiché il poeta parla al re, di cui erano 
proprietà. E della moglie di Arichi si dice che andava mendicando 
in patria ; colle quali parole si poteva designare il Friuli tanto dalla 
Francia, che da Montecassino. La necessità cronologica sta per la com- 
posizione in Francia. 

Una prova contraria potrebbe porgere il Constitutum Teodemari ab- 
batis, che l'Amelli (4) pubblicò, estraendolo dal Regesto di Pietro 

(1) Abei., p. 344 seg. 

(2) v. 25: Anchora me sola vestri hic amoris detinet. 

(3) M. G. H., p. 16. 

(4) op. cit., p. 23. 



- 322 — 

Diacono (f. 253, N. 609), e che, essendo dato il 30 marzo 782, e por-I 
tando, fra gli altri, il nome di Paulus Diaconus, attesterebbe che ini 
quel giorno Paolo si trovava ancora in Montecassino. Ma il Diim- 
mler (1) giudica che questo documento non sia che un raffazzonai 
mento di Pietro Diacono, e che non possa perciò valere come testi- 
monianza. E molto facile che Pietro ornasse con un nome celebre la 
propria composizione, per conferirle un carattere di autenticità. 

Si potrebbe dunque supporre che Paolo, conosciuta per fama, in 
seguito alla venuta di Carlo in Italia nel 781, la clemenza e la ; 
generosità del re, si risolvesse a tentare di soccorrere il fratello e 
gli altri prigionieri langobardi, essendogli facilitato dalla sua qua- 
lità di monaco !' ufficio d' intercessore. A questo scopo egli si sarebbe 
trasferito in qualche monastero benedettino del territorio Franco, 
non molto lungi dalla corte, donde potè forse far pervenire al re la sua' 
supplica, e donde sarebbe stato poi dal re chiamato a corte, per la 
buona impressione prodotta dai suoi versi e per la fama della sua 
dottrina. Giustamente perciò Carlo avrebbe ringraziato il Cielo di 
avergli inviato l' illustre poeta, che, senza quell' occasione, non sa- 
rebbe forse mai pervenuto alla sua corte. 

Sulle cagioni, che condussero Paolo in Francia, e sulla sua vita 
a corte offre non pochi dati 1' epistola, da lui inviata al suo abate 
cassinese Teodemaro (2). Essa rivela al tempo stesso il vivo amore 
di Paolo pel suo convento, la tendenza del suo spirito alla quiete 
della vita claustrale, poiché egli protesta di esser sempre congiunto 
con la mente e col cuore all' abate ed ai fratelli, dai quali tanto spa- 
zio lo divide; e racconta come il ricordo delle pie abitudini, delle 
dolci occupazioni del chiostro lo commuova fino alle lagrime. Non 
ostante 1' ottima accoglienza, che tutti gli fanno in Francia, « ad 
comparationem vestri coenobii mihi palatium career est, ad conla- 
tionem tantae, quae apud vos est quietis, hic mihi degere tempestas 
est » ; onde non appena « coeli Dominus per pium principein noctem- 
maeroris meisque captivis inga miseriae demiserit », e non appena 
avrà ottenuto il permesso del re, nulla potrà trattenerlo dal tornare 
al suo convento. Nel quale ha udito « plnrimos obiisse » durante la 
sua assenza, ed uno specialmente, che gli era assai caro ; prega perciò 

(1) N. Arch., XXV, p. 882. 

(2) M. G. H.. Epist., IV. p. 506, e Sor. Lang., p. 10. 



— 323 - 

che gli si mandino notizie precise. L' epistola si chiude con tre versi : 

Iam fluebat decima de mense diecula lani, 

Margine de vitreae eum sudi directa Mosellàe. 
l'uni patre mellifluo fratres sine (ine valete! 

In quale anno cada questo 10 gennaio, in cui Paolo si trovava 
sulle rive della Mosella, cercò di determinare il Bethmann (p. 262), 
osservando che la menzione dei u nostri domini », che Paolo rac- 
. comanda alle preghiere dei fratelli, riconduce, al più presto, al gen- 
naio 782, poiché i figli di Carlo furono consacrati re nella Pasqua 
781. Ma poiché nell' inverno 782 Carlo si trovava in Carisiacum, 
e probabilmente Paolo era presso di lui, si dovrà piuttosto pensare 
al 783, quando Carlo era a Diedenhofen (Thionville) sulla "Mosella, 
ove rimase dal Natale 782 al maggio 783 (1). 

Le obbiezioni, che il Dahn (p. 31) mosse a questa congettura, fu- 
rono cagionate dall' aver egli usata 1' edizione del Lebeuf, che non 
contiene i versi di chiusa (2). Cadono quindi per questa ragione, e 
a confortare 1' opinione del Bethmann si offre un'altra testimonianza. 

Neil' Hist. Lang. (I, 5), parlando delle condizioni astronomiche 
dei paesi settentrionali in confronto con quelle dei paesi meridionali, 
Paolo rende conto di un' esperienza, fatta da lui stesso : « Denique 
in Italia . . . circa diem na/alis Domini novem pedes in umbra sta- 
turae humanae hora sexta metiuntur. Ego autem in Gallia Belgica, 
in loco qui Totonis villa dicitur constitutus, status mei umbram metiens, 
decem et novem et semis pedes inveni (3) ». 

Il Dahn dedusse da questo passo in quale stagione Paolo si tro- 
vasse a Thionville, poiché la stagione, in cui la misura fu presa, doveva 
essere la medesima di quella, in cui furono fatte le antiche osserva- 
zioni, alle quali Paolo si riferisce, altrimenti 1' esperienza non sarebbe 
stata valevole. Egli dovette perciò trovarsi in quella città in un Na- 
tale, o press' a poco. Il Dahn resta incarto fra il Natale del 782 e 
quello del 784, poiché — egli dice — non sappiamo dove Carlo pas- 
sasse il Natale 782 e nell'inverno 784 era in Sassonia, dove Paolo 

(1) Abel, p. 367. 

(2) Cfr. Waitz (G. g. A., p. 1518; e Abel, p. 341. 

(3) Si calcolò, per mezzo di questo dato, che la statura di Paolo era di 5 
piedi, 11 pollici e 11 linee (cfr. Hodgkin, p. 78). 



- 324 — 

non lo avrà certamente seguito. Nel 781 invece sappiamo che era in 
Carisiacum, nel 783 a Heristal, nel 785 ad Attigny, nel 786 già in 
Italia. 

Ma io credo che si possa invece determinare con precisione in 
quale anno cada questo soggiorno invernale di Paolo in Thionville, 
e in quale anno sia stata scritta l'epistola a Teodeinaro. Anzitutto 
a torto il Dahn dice che non sappiamo dove Carlo passasse il Na- 
tale 782, mentre consta (1) che egli festeggiò questa solennità e 
trascorse l'inverno 783 appunto in Thionville. Possiamo dunque af- 
fermare che Paolo si trovava in quella città nell'inverno 783, poiché 
certamente Carlo si sarà occupato appunto negli ozi invernali delle 
sue riforme nel campo della cultura, e avrà prestato orecchio a quei 
passatempi letterari, con cui i poeti aulici intrattenevano il sovrano. 
In vero, siccome Paolo non avrà certamente seguito l'esercito franco 
in Sassonia, nell' inverno 785 — e quindi Natale 784 (2) — non avrà 
dimorato a corte. Nulla vieta perciò di ammettere ch'egli potesse 
trascorrere anche quell'inverno in Thionville; onde l'esperienza, di 
cui parla neW Hist. Laug., si potrà ritenere compiuta tanto nel 782 
che nel 784. 

Ma quanto all'epistola a Teodemaro, non v'ha luogo a incertezze. 
Si cercò di trarre una determinazione cronologica dal fatto della 
morte di molti monaci (3) durante l'assenza di Paolo da Montecassino 
fplurimos obiisse audio J. che dimostra come quest'assenza non fosse 
stata breve. Però questo dato indeterminato può convenire tanto al 
periodo di un anno, quanto di tre o più. Un'altra notizia chiede 
Paolo al suo abate: u quales vobis fructus praesens annus adtulerit ». 
Che questi fructus siano realmente — come crede il Dahn (p. 31 e 35) 
— i novizi pervenuti al convento, e che si debba vedere in questo 
« Zugang » un contrapposto all' « Abgang » per morte di altri mo- 
naci, non è forse improbabile; ma non credo si possa pensare altret- 
tanto del « congruo fructu », che dev'essere pei monaci guiderdone 
per le loro preghiere in favore di Paolo, poiché questa ricompensa 

(1) Cfr. Abel, p. 367 e Mùhlbacher, p. 132. 

(2) Mi'lHLBACHER, p. 133. 

(3) 11 Grion (p. 31) congettura che il monaco, la cui morte cagionava a 
Paolo tanto dolore; (qui, si vere ita est, mei cordis partem non modicam ab- 
stulit seenni) potesse essere il re Ratchis. Non è impossibile; ma nonne ab- 
biamo nessuna prova. 






- 325 — 

si deve forse piuttosto intenderò in senso spirituale. Tanto meno poi 
si può pensare che questo acquisto per il convento dovesse consistere 
nell'entrata in Montecassino dei prigionieri liberati per intercessione 
di Paolo. « Non del fratello, ammogliato, di cui la casa doveva venire 
ristabilita »>, dice il Dahn. Ma che cosa sappiamo delle condizioni, 
in cui gli altri prigionieri potevano trovarsi? 

Ma quelle elio c'interessano per ora son le parole « praesens an- 
nus », che fanno pensare che Paolo mancasse dal convento soltanto 
da un anno, poiché di quest'anno chiedeva notizie. Tanto più che 
questa sembra la prima lettera diretta da Paolo all'abate, poiché in 
essa rende conto delle condizioni, in cui si trovava nel paese straniero. 
Se Paolo si recò in Francia nella primavera 782, l'epistola sarà 
dunque del 783. 

Inoltre da molti luoghi si rileva che l'epistola fu scritta dalla 
coree. Se le parole » mibi palatium career est» e u hic mihi decere 
tempestas est » fanno arguire che Paolo vi dimorasse appunto in quel 
tempo, d'altra parte l'espressione « inter catholicos et chrisfcianis 
cultibus deditos versoi- », mentre si conveniva perfettamente all'am- 
biente cortigiano, sarebbe stata affatto oziosa, se chi scriveva si 
fosse trovato in un chiostro — - e, all' infuori della corte, Paolo, come 
monaco, non poteva abitare che in un chiostro o presso qualche 
ecclesiastico. Ma sopratutto il sentimento, a cui tutta l'epistola è 
informata, il pensiero dominante in essa rivelano che in quel mo- 
mento Paolo era costretto alla vita, per lui poco grata, del poeta 
aulico. Il rimpianto della pace claustrale ftavtae. quae apud vos est 
fuielisj, delle tranquille occupazioni, divenute care per la lunga con- 
suetudine, poteva e doveva sorgere assai più vivo in mezzo alla 
tempeslos della vita tumultuosa di una reggia, che non nel tacito 
ritiro di un convento, quando anche questo non fosse il caro Monte- 
cassiuo. Mi pare perciò che si possa asserire con sicurezza che l'e- 
pistola fu scritta, quando Paolo si trovava a Thionville presso il re, 
cioè il 10 gennaio 783. 

Che però già prima d'allora Paolo avesse dimorato in qualche 
convento della Francia, risulta dalla raccomandazione, ch'egli fa al 
suo abate e ai fratelli, di pregare « prò dumno ili. abbate (lì... cuhis 
hic .? iugulavi.... nutrior largitale ». Evidentemente Paolo soleva pas- 

I) Il nome manca, perchè l'epistola ci è pervenuta in un'antologia, come 
modello letterario. 



- 326 — 

sare presso quell'abate il tempo, in cui Carlo si occupava di bea 
altro che di lettere, o guidava spedizioni militari fuori del territorio 
franco. Forse presso di lui egli trascorso i primordi de] suo 
giorno in Francia, quando la supplica non gli aveva ancora dischi u.-e 
le porte dell'aula regale. Identificare con certezza questo abati 
quale Paolo professa tanta gratitudine, e quindi il chiostro, in cui 
egli spesso dimorava, non è possibile. 

Il Lebeuf (p. 386) pensava a un abate di Metz; come già l'Oudin, 
prima di conoscere l'epistola a Teodemaro, congetturava che Paolo 
avesse vissuto qualche tempo nel chiostro di S. Vincenzo in Metz, 
presso Angelramno, vescovo di quella città, « cuius curis Paulus 
commissus est ». Egli traeva questa notizia dal passo dell' ///.s7 Lang. (1), ; 
ove Paolo dice di avere composta, per incarico di Angelramno, la 
storia dei vescovi della sua diocesi. 

Molto probabilmente Paolo visse qualche tempo in Metz, presso 
Angelramno, poiché un' opera, come il Liber de episcopi* Mettensibus] 
non poteva venir composta, se non da chi avesse sotto mano gli anti- 
chi documenti — cataloghi vescovili, lapidi, tradizioni — che si con- 
servavano per certo presso la diocesi mediomatricense (2). Inoltre 
alcuni passi di questa sressa opera rivelano che 1' autore aveva cono- 
scenza esatta della città di Metz e dei dintorni (3), e specialmente 
il passo, ove narra il miracolo, accaduto per intercessione del vescovo 
Auctor, e descrive la lastra di marmo, miracolosamente ricongiunta, 
quale usque in praesentem diem j^ossil admiruri (A). « Nana — egli 
aggiunge — ita apparet hactenus attentius cernentibus quasi divisum; 
sed studiose contrectxtum digiiis ita probatur solidum, ut nullius in 
eo divisionis sentiatur indiciuin ». Il che certamente è risultato della 
sua propria esperienza. 

Egli vide poi certamente il sepolcro della regina Ildegarde e delle 
figlie di Carlo e di Pipino in S. Arnolfo di Metz, per le quali compose 
le iscrizioni, dietro domanda del re (5). Infatti nell'epitaffio d'Ildegarde 

(1) VI, 16 . . . in libro, quem de episcopis ciusdem ciyitatis conscripsi, fla- 
grante Angelramno, viro untissimo et sanctitate praecipuo, praefatae ccclesiae 
archiepiscopo... 

(2) Cfr. la prefazione all' ediz. dei M. G. H., Script., 11, p. 260. 

(3) id. id., p. 263 e 26*. 

(4) id. id., p. 263. 

(5) Libi de ep. Meli,, 1. e, p. 264: « Quaruin omnium epitaphin n nobis 
iussu gloriosi regia Karoli composita ...» Gli epitaffi sono inseriti in quel 
st' opera. 



- 327 - 

trae ispirazione per la mossa iniziale dagli ornamenti, ond' era distinto 
il tumulo della regina : 

Aurea miao fulvis rutilant dementa fignris 
Quani clara extiterint membra sepulta* docént. 

E probabile quindi che egli abbia composto in Metz quegli epitaffi; 
molto probabile che abbia dimorato non breve tempo presso Angel- 
ramno, se strinse con lui tanta amicizia, da esserne richiesto di 
mi* opera, che doveva accrescere lustro alla sua diocesi ; probabile 
anche — benché non risulti necessariamente dall'opera stessa (1) — 
che in Metz abbia composto il Liber de episcopi.? Mettensibus. Se que- 
sto fosse certo, si potrebbe anche determinare il tempo della sua di- 
i in quella città, poiché la storia della diocesi mediomatricense 
tu scritta dopo il matrimonio di Carlo con Fastrada (autunno 783) e 
prima che nascessero figli da quell'unione (2), onde il soggiorno di 
Paolo si potrebbe collocare uell' estate 784, quando Angelramno si 
trovava ancora nelle sede vescovile mettense, dalla quale, dopo il 
luglio 7*4, passò a corte, come cappellano di Carlo (3). Ma mi sembra 
assai probabile ch'egli vi dimorasse nell'estate 783, quando ebbe 
da Carlo l' incarico di comporre gli epitaffi per le principesse caro- 
lingie ; incarico, che dovette esser dato fra il 30 aprile 783 (morte 
d'Ildegarde; e l'ottobre dello stesso anno (matrimonio di Carlo con 
Fastrada) (4). 

Però non credo si debba riconoscere Angelramno in quell' abate, 
di cui parla 1' epistola a Teodemaro, perchè non possiamo affermare 
che Paolo fosse già stato in Metz prima del 10 gennaio 783; ed an- 
che perchè Paolo gli avrebbe dato anche nell'epistola, come nel- 
1' IIisi. Lang., il titolo d' arcivescovo, da lui assunto nel 768 (5;. 

Sappiamo che Paolo si trovò in relazione anche con altri abati 
di monasteri Franchi. L'uno d'essi è Apro, abate di S. Ilario in 
Poitiers — che reggeva già il monastero nel 780 ed era già morto 

1 Parlando di Metz, Paolo adopera l'espressione «^Mettensis urbis, a, Met- 
tenti urli/' » e simili ; né mai si trova « Me, in Ime urbe » o simili. 

(2 p. 264: Mortua autem Ildegard, rex eccellentissimus Karolus Fastra- 
dain dnxit uxorem. 

(3) A bel, p. 395. 

4 Bethmann, ]i. 265. 

5 Abei.. pag. 29. 



— 328 - 

nel 792 (1) — per incarico del quale Paolo scrisse l'epitaffio- di Ve- 
nanzio Fortunato, allorché si recò in quella città, orationis gratta II. 
L. Ili, 15). Ma probabilmente tale relazione si limitò alla visita fatta 
da Paolo al chiostro, di S. Ilario e alla tomba del poeta italiano — la 
cui vita ebbe tanta analogia con quella del nostro Paolo (2) — e 
alla richiesta, per parte dell' abate, di un epitaffio del celebre poeta 
aulico, per ornare quella tomba. 

L' altro è Adalardo, abate del monastero di Corbia, col quale Paolo 
fu legato di vera amicizia. Questa notizia si ricava da un' epistola, 
che, nel Ms. San G-errnanense 169 sec. Vili, si trova in capo ad una 
raccolta di epistole di S. C4regorio Magno, come dedica del collettore 
all' abate Adalardo (3). Il manoscritto proviene dal monastero di Cor- 
bia ; nessun dubbio perciò che l'Adalardo, a cui l'epistola è diretta, 
sia il celebre abate Oorbeiense, poi consigliere di Pipino in Italia. La 
lettera porta l'intitolazione: u Carissimo fratri et domino Adalardo, 
viro Dei, Paulus supplex n e la chiusa: « Esto memo r Pan li teinpus 
in omne tui ». Questo Paulus è realmente lo storico langobardo ? 

Il Mabillon, che conobbe a Parigi il Ms. Corbeiense — sparito poi 
durante la rivoluzione francese, e recentemente trovato a Pietro- 
burgo (4) — tentò di dimostrare che 1' epistola e la raccolta sono 
opera del nostro Paolo ; anzi giudicò il Ms. Corbeiense u Pauli calamo 
ut quidem videtur, exaratum n. 

Non ne rimase del tutto convinto il Bethmann (p. 297), mentre 
il Tosti accettò senz'altro l'epistola come paolina. « Sehr plausibel n] 
ma non « zwingend n giudicò il Dahn (p. 37) gli argomenti del Ma- 
billon, e ritenne 1' attribuzione come non perfettamente sicura. 

Il Waitz (5) — deplorando che la perdita del codice non permet- 
tesse una soluzione definitiva della questione — faceva però osser- 
vare che non si conosce nessun altro Paolo nel circolo dei dotti adu- 
nati alla corte carolingia, e che il nostro storico era appunto l'uomo, 
a cui Adalardo poteva rivolgersi per un' emendazione delle epistole 
gregoriane, come quegli che nell' Hist. Lang. fece ripetutamente uso 
del Registrimi Qregorii. 

(1) M. G. H., Scr. Lang., p. 81 n. 1. 

(2) Cfr. Hodgkin, p. 78. 

(3) M. G. H., Epist., IV, p. 508., e Scr. Lang., p. 21. 

(4) 11 Gillert (N. Arch., V, p. 243) reso conto di questa scoperta. 

(5) Goti. gel. Anz., p. 1519. 



— 32!) — 

In vero tale uso fu posteriore alla richiesta di Adalardo, onde 
^.' argomento del Waitz non è molto forte. Con molto maggior 
ragione egli osservò in seguito (1) che e il nominarsi suppleoo e il 
parlare della propria povertà e 1' allusione alla Mosella contenuta nei 
versi di chiusa (2) — specie per il raffronto di questi versi con quelli 
che chiudono 1' epistola a Teodemaro — e tutto il tenore dell'epistola 
convengono assai bene al nostro monaco cassinese. Aggiungerò che 
dal chiamare frater l'abate corbeiense e dall' appellativo suppleoo (3) 
aio a sé stesso risulta che l'autore era monaco (4); e in realtà 
sarebbe difficile pensare a un altro Paolo, monaco, vissuto in Trancia 
i tempi di Carlo Magno, capace di un lavoro come un'emendazione 
critica, che esigeva allora, per la scarsezza dei mezzi, una coltura 
non comune, mentre ignoriamo affatto 1' esistenza di altri dotti di 
questo nome contemporanei al nostro. 

Ma nuovi dubbi, e non lievi, furono sollevati a questo riguardo 
dall' Evvald, nei suoi u Studien zur Ausgabe des Registers Gre- 
;ors I ,, (5). Egli dimostra come le tre raccolte di epistole gregoriane, 
che ci sono pervenute, cioè il Rogistrwm del tempo di Adriano I, 
la cosi detta Collectio ducentarvm, e la Collectio Bauli, a un mano- 
crino della quale è preposta l'epistola in questione, siano tre 
excerpta, indipendenti 1' uno dall' altro, dei libri lateranensi, dei quali 
dimostra 1' esistenza (p. 437) e ricostruisce il contenuto fp. 522). La 
Collectio Pauli e quella delle CC sono certamente alquanto anteriori 
dia grande raccolta del tempo di Adriano, la quale non avrebbe po- 
:uto passare inosservata agli autori delle altre due, se fosse già esi- 
bita p. 535). Ad ogni modo colui, che scrisse 1' epistola ad Adalardo 
corresse 34 delle 54 epistole contenute nella Collectio Pauli, trovò 
ertamente già ordinata questa raccolta e non la compose egli stesso 
•erchè, trovandosi in Francia, non poteva estrarla dal Registro La- 
ìranense, e perchè nelP epistola dedicatoria si augura che Adalardo 
'ossa trovare un migliore esemplare della collezione stessa, per cor- 

■1 M. G. H. So-. Lang., p. 21. Cfr. anche N. Àroh. I., p. 566. 
(2) Amc petct fontem clara Mescila suum . . . 

eliche ueir intitolazione dell' epistola ad Adelperga Paolo si dice exi- 
"»< et supplex. 

(4; Già il Màbillon (Ann., II, p. 283) deduceva da quest'epistola che Paolo 
•a monaco, quando si recò iu Francia. 
•"' N. Ardi., Ili, 1878, p. 433 seg. 

21 



— 330 — 

reggere secondo quello le epistole non corrette da lui. Questo ^mon- 
datore della Collectio in questiona è Paolo Diacono ? Secondo l'Ewali 

vi sono forti argomenti in prò e contro, e la questione non può 
essere risoluta definitivamente. 

Egli concede che pel rispetto stilistico e formale — Specie pel 
i versi di chiusa — la lettera conviene a Paolo Diacono ; ma obbietta 
che la stessa maniera nel disegno delle epistole si rinviene in tutti 
gli scrittori dell' epoca carolingia. L' allusione alla Mosella, 1' essere 
stato nei dintorni di Corbia non disconverrebbe al nostro storico; 
come l'occuparsi delle epistole gregoriane sarebbe assVi confacente 
a colui, che nelle sue opere mostrò tanta predilezione per papa 
Gregorio e ne scrisse la biografia. Un argomento favorevole po- 
trebbe essere offerto dall'accenno a Gregorio Magno, contenuto in quella 
lettera di papa Adriano a Carlo Magno (1), scritta fra il 784 ed 
il 791, in cui si parla di un Paulus grammaticus, che chiese, per 
parte del re, al papa il Liber sacramentorum, e che, secondo Waitz, 
Dtimmler, Jaffé, sarebbe il nostro. Ma ciò sarebbe in realtà, come) 
riconosce 1' Ewald stesso, appoggiare ipotesi con ipotesi. 

D' altra parte argomenti contrari, invece che favorevoli, porgoiS 
la biografia di Gregorio, scritta da Paolo, e 1' uso delle epistole gre- 
goriane nell' Itist. Lang. Infatti F autore della biografia non mostrai 
nessuna conoscenza delle epistole contenute nella Collectio Pauli ; e 
nell' iftstf. Lang. Paolo usò non questa collezione, ma la Collectio du- 
ce/itarmn, come 1' Ewald dimostra (p. 550). Anzi, secondo lui, vi sono; 
gravi motivi di ritenere che Paolo non abbia conosciuta non solo la 
collezione del tempo di Adriano, che potè essere divulgata più 
tardi, ma neppure quella, che va sotto il suo nome. Egli osserva 
infatti che, mentre nell' Hist Lang. sono messe a partito le tre epin 
stole della Collectio CC, che hanno qualche relazione colla storia lan-. 
gobarda (2), invece le epistole II, 3, 29, 30 della Collectio P, che 
trattano delle imprese del duca Ariulfo di Spoleto — di cui pure 
Paolo si occupa (H. L., IV, 16) — non vi trovano luogo, né si rende 
conto del loro contenuto. Di più un frammento dell' epistola IV, 47, 
riportato nell' Hist. Lang. (IV, 29), offre alcune notevoli differenze di 
lezione dalla Collectio P, la sola che contenga tale epistola. 

(1) Codex Carolimi*, p. 92. JaffÉ, Bibl., IV, 274. CO. .indio Amelu, op. 
cit.ì p. 22. 

(2) li. L., IV, 9 e 19. Lo epistole sono IX, 42 o 43; XIII, 21, elio si tro- 
vano soltanto nella Collectio CC. 



- 331 - 

Ribattè 1' Hartmann (1), che le differenze di lezione del frammento 
citato non sono tanto gravi da escludere la possibilità che Paolo 
potesse attingerlo alla Collectio P. quando non si conosce altra fonte; 
e che le epistole riferentisi alla storia dei longobardi, contenute 
.«■via collezione, non offrono un argomento ex silentio abba- 
ti Miizn grave. 

Aggiungerò che l'emendazione delle epistole gregoriane sarebbe 
stata composta in Francia fra il 782 e il 786, mentre V Ilist. Lang. 
. invece composta in Montecassino dopo il 787; onde è assai pro- 
babile che Paolo non si trovasse in possesso dei medesimi materiali 
a questi due luoghi diversi. Anche avendo conosciute ed emendate 
pistole della Ccllec.tio P, egli non poteva certamente riportarle a 
memoria, quando compose, dopo tanti anni, 1' Hist. Lang., e non po- 
tremmo neppure affermare che dovesse rammentarne con precisione il 
contenuto. E allora potè invece avere sotto mano soltanto la Collectio CO, 
| pui attinse evidentemente per la sua opera. Del resto il frammentò 
•iferito al cap. IV, 29 non permette di asserire che nessuna epistola 
della Collectio P trova luogo ne\V Itisi. Lang. 

Quanto all' argomento ex silentio, che si trae dalla biografia gre- 
goriana, l'.Ewald stesso concede che l'identificazione di questa bio- 
grafia con quella, che Paolo dice di avere composta (2), benché molto 
ingegnosa, non è del tutto sicura (p. 474), e che la biografia è molto 
scarna. Inoltre, come già dissi, dopo 1' edizione critica del Grisar, 
non v' è più ragione di ritenere che quest' opera sia stata composta 
n Roma ; onde non si può più affermare recisamente, come faceva 
l'Ewald. che potè essere scritta soltanto -dopo il ritorno dalla 
Francia, perchè il soggiorno di Paolo in Roma è ammissibile soltanto 
n questo tempo. Perciò la biografia - se è quella di Paolo - può 
essere tanto anteriore che posteriore alla lettera ad Adalardo, e non 
Jffre per conseguenza nessun argomento favorevole né contrario. 
L'opinione dell' Ewald (p. G24) che, ad ogni modo, il Ms. cor- 
^e non sia autografo né di Paolo, né del clericulus, di cui parla 
'epistola dedicatoria, è contraddetta dall'Hartmann (p. 17), che co- 
ìobbe il codice, ora rinvenuto in Pietroburgo (Peterburgensis 6 T. I. 7), 
constatò che la mano del primo correttore, che pose gli z (signum 
■itiii, di cui parla 1' epistola di Paolo, è la stessa dell' epistola dedi- 

(1) Prefazione al Rcgistrum Gregorii in M. G. H., Epist., Il, p. 1 se g. 

(2) Ma.bili.on, Vet. anni., I, p. 498 






— 332 - 

eatoria e diversa dal rimanente del codice. L' excerptum dei M'india 
di Gregorio, che segue in questo codice alla Colleetio J', è scritti 
divei-so formato ed è posteriormente aggiunto fi). Mi sembra infine 
che si possa legittimamente ritenere che il cod. Corbeiense è vera- 
mente quello che fu inviato ad Adalardo e che gli fu veramente 
inviato dal nostro Paolo. 

Quando e dove possa essere stata composta 1' epistola ed emendata 
la Colleetio, non credo sia possibile determinare. Dai versi di chiusa 

Ante suos refluus Rhenus repedabit ad ortns, 

Ante petet fontem clava Mosella suiim, 

Quam tuus e nostro, canini ac memorabile semper 

Dulce Adalard nomen, pectore cedat amor. 

Tu quoque, si felix vigeas de inuuere Christi, 

Eato memor Fauli tempus in omnc tui, 

non si può dedurre, come fece il Bethmann (p. 298,, che 1' epistola 
sia scritta sulle rive della Mosella — e perchè non del Reno allora? 
Se ne potrà dedurre, tutt' al più, che 1' autore aveva veduto quel 
fiume (2) (clava Mosella), e che tanto la Mosella, quanto il Reno do- 
vevano appartenere alla regione, in cui il poeta scriveva, perchè 
questi fiumi e non altri gli ricorrono alla mente. Ma con ciò non si 
guadagna nulla, che non sapessimo già da altra fonte. 

In vero, ravvicinando il passo dell' epistola ad Adalardo, in cui 
Paolo dà notizia di una sua malattia, durata dal settembre a Natale (3), 
alle parole dell' epistola a Teodemaro « quam prhnum valuero », si 
potrebbe credere — come già notò il Dahn (p. 37] — che le due 
epistole appartenessero allo stesso periodo di tempo, e che per con- 
seguenza anche quella ad Adalardo fosse scritta dalla corte di 
Diedenhofen. 

Mi sembra invece che le due epistole rivelino condizioni materiali 
e condizioni psicologiche alquanto diverse. In quella a Teodemaro 
Paolo si lamenta della vita tumultuosa della corte, dichiarando che, 

(I) Cfr. Gillert, N, Arca;, V, p. 243. 

(£] Anche in fine dell'epistola a Teoilemaro ò nominata la vitrea Mosella. 

(3) Volueram equidem tuis imperiis iam ante parere; sed, utpote pauper 
,•1 cui desnnt librarli, prius lioc lacere noquivi, maxime cuin me tam prolixa 
valetudo coni riverii,, ut a mense septembrio paene usque ad dieni nativitatis 
Domini lectulo detentus sim . . . 



— 333 — 

Bebbene tutti gli facciano buona accoglienza, « nullae divitiae, nulla 
praedia, nulla flaventis metalli copia, nullus quorumlibet affectus » 
lo potranno trattenere colà, non appena avrà raggiunto il suo scopo. 
Invece nell' epistola ad Adalardo si lamenta di essere pauper, si la- 
menta della cattiva salute, non fa il menomo accenno alla vita di 
corte ; non mi sembra die tali lamenti convengano al festeggiato 
poeta aulico, che,- fra gli onori, anelava al suo Montecassino. Forse 
durante le grandi spedizioni di Carlo, quando il circolo dei dotti più 
non si raccoglieva intorno al re, qui nostrani dapibus nutrii reficitque 
fenectam (1), le condizioni del monaco letterato erano diverse da 
quelle, che 1' epistola a Teodemaro dipinge. Allora egli avrà forse 
goduto della liberalità di qualche abate, come colui, del quale parla 
nelF epistola ; e non avrà quindi avuto quella larghezza di mezzi, 
che poteva avere a corte. Ma se anche si tenesse come certo che 
l'epistola ad Adalardo non fu scritta dalla corte, non si può con- 
getturare nulla di più preciso sul tempo e sul luogo della sua com- 
posizione. Non possiamo perciò determinare in quale estate Paolo 
■ trovasse a viaggiare nei dintorni di Corbia, senza potere però 
giungere fino a questo monastero (2) per rivedere l'amico, secondo 
il suo vivo desiderio. 

Questo desiderio e la sincerità di sentimento, che spira dall' epi- 
stola tutta, e la prontezza volonterosa, con cui Paolo accondiscende 
alla domanda dell' amico, attestano un legame d' affetto tenace e pro- 
fondo fra i due monaci, tale da far sospettare che quest' amicizia 
avesse un'origine più remota. Si potrebbe forse anche pensare che 
il convento di Corbia avesse accolto Paolo prima del suo ingresso 
a corte, e che la protezione e l'amicizia di Adalardo, cugino di Carlo e 
allora in buoni rapporti col re, gli avessero aperto le porte dell'aula re- 
gale, e avessero disposto in suo favore 1' animo del sovrano, di modo 
che il supplice fratello di un ribelle potè in breve tempo, col sussidio 

i propri meriti letterari, divenire caro e desiderato familiare del 

3 Franco. Ma sono congetture prive d' ogni sicuro fondamento ; e 

non ci dobbiamo allontanare da quel tanto, che i documenti attestano. 

Che Paolo si recasse in Francia di propria volontà, e che ne ot- 

1' Lumine purpureo, v. 45 (M. G. H., P. lat., I, p. 54). 
■ Cupieram, dilecte mi, aestate praeterita videro faciem tuam, quando 
illis nartibus fui; sed praepeditus lassitudine sonipedum ad te venire 
non potui. 



— 334 - 

tenesse il permesso dal suo abate, in vista dello scopo umanitaria 
di intercedere pei prigionieri langobardi, attesta la premura, con cui 
nell'epistola a Teodemaro egli si giustifica quasi del suo prolungata 
soggiorno alla corte Franca, protestando che non desiderio di ricchezza 
o di onori o di terrene affezioni (1) lo ritiene colà, ma soltanto la 
pietà pei prigionieri, 1' affetto pel fratello, il dovere di carità cristiana, 
e sopratutto u tranquilli (2) nostri regis et domini potestas ». Ne 
consegue che il re, pure colmando di favori il dotto monaco, non gli 
aveva però àncora concessa la grazia implorata ; ne consegue altresì 
che, mentre Paolo aveva chiesto grazia da principio soltanto pel fra- 
tello, in seguito, mosso a maggiore fiducia dalla nuova amicizia 
col sovrano, aveva estese le sue suppliche anche a favore degli 
altri Longobardi, prigionieri per la stessa cagione. 

E poiché abbiamo determinata con molta probabilità la data del-l 
F epistola a Teodemaro, è giusto asserire (Bethmann, p. 262) che Carlo : 
esitò alquanto a concedere la grazia ; ciò che il Óahn nega soltanto 
in causa del suo errore nella determinazione cronologica dell'epistola. 

Ma non v'è ragione di credere col Tosti (p. 33) che Carlo avesse già-' 
concessa la libertà al fratello di Paolo, e non agli altri prigionieri, poi- 
ché il dolore, di cui parla Paolo in quest' epistola, che gli convertiva 
la vita a corte in notte di tristezza, non poteva essere cagionato che 
dalla prigionia di Arichi. Né v' è ragione di ammettere col Grion 
(p. 32) che il re avesse già tolto il sequestro dei beni alla famiglia 
di Paolo, per il fatto che questi nell' epistola a Teodemaro non la- 
menta più la propria povertà come « nell' elegia a S. Benedetto (3), 
nel carme supplice a Carlo, nella lettera all' abate Adalardo ». Paolo 
era monaco — non bisogna dimenticarlo — e perciò i beni familiari 
non tornavano a lui, ma alla famiglia di Arichi ; la condonazione del 
sequestro non poteva dunque cambiare affatto le sue condizioni pe- 

(1) È giusto che non si debba argomentare di qui che Carlo cercasse di 
trattenere Paolo con offerte di danaro o di beni (Daini, p. 32), perchè Carlo 
non aveva bisogno di lusinghe, per trattenere un longobardo alla sua corte. 
Però piuttosto che « rhetorisch gemeinte denkbare Abhaltungen », io ci ve- 
drei il timore d'i Paolo, che i monaci suoi fratelli facessero ipotesi di tal fattaj 
a causa del gran favore acquistato da lui a corte. (Cfr. anche Del Giudice, 

p. 349;. 

(2) 11 Daini (p. 32) propone di leggere tranquilla, e traduce « stille Gewalt ». 

(3) Vedemmo già come in questo carme non esistano allusioni d' indole 
materiale; in ogni caso però non ò un'elegia. 



- 335 - 

cuniavie e materiali, che dipendevano allora direttamente dalla libe- 
ralità del re Franco (1). Nessun dubbio quindi che, quando scriveva 
l'epistola a Teodemaro, Paolo non aveva ancora ottenuta la grazia. 

Ma l'ottenne in seguito ? 

In un carme di Pietro Pisano (Pavlc, sub umoroso) (2) — scritto 
evidentemente in risposta ad un altro di Paolo, che non ci è per- 
venuto — il Bethmann (p. 262) scorse allusioni alla liberazione del 
fratello, e pensò che il carme di Paolo, che noi non possediamo, 

e appunto il ringraziamento per la grazia ottenuta. Dice infatti 
il re, per mano di Pietro, di aver ricevuti i versi di Paolo, 

In (jiiibus exultans calamo te liniere posse 
Dixisti, quoniam nostro es susceptus honore ; 

e nei quali egli ringrazia il Cielo, 

Quoti te post tenebras fecit cognoscere lumen. 

Aggiunge il re : 



*&&■" 



Nos tibi prò tali dicamus cai-mine grates, 

Quo prò me sumnnim precibus pulsare Tonantem 

Sat tibi cura fuit, tetro maerore relicto. 

Il Dahn p. 38) non crede che si possa argomentare da questi 
versi la liberazione di Arichi, vista 1' oscurità di queste poesie, 
piene di enigmi, di scherzi, di allusioni a fatti ignoti per noi, che 
sono talora inezie e talora gravi avvenimenti, si che riesce difficile 

I Quanto ai versi 19-21 del carme Sensi cuius 

Nulla i ri i h i aut flaventis est metalli copia 
aut argenti sive opuni, desunt et marsuppia 
vitam litteris ni emani, nihil est quoti tribuam, 

l'ingegnosa interpretazione del Capetti (p. 86) esclude che Paolo lamenti qui 
a propria povertà ; sembra quasi che egli dica : « Me ipsum perspicuo, et 
neum in aula vitae genus ; ni.si litteris tibi gratificarer, quem locum apud te 
|anciscerer ? » 

3 M. G. H., P. lat. I, p. 50. 



— 336 - 

il discernere il serio dal faceto. Quindi egli pensa oli'; non si p 

affermare risolutamente il fatto, come lo affermano Bethmann, Tosti 
(p. 33) e Abel (p. 341). 

Di più non è facile determinare il posto scambievole di questi 
carmi in ordine di tempo ; infatti il Bethmann cadde in errore, per 
non averne conosciuti alcuni, clic furono pubblicati soltanto in seguito. 1 
Secondo il Dahn, le espressioni sopra riferite sono troppo vaghe e 
indeterminate, per esprimere il ringraziamento di un fatto così con- 
creto come la liberazione dei prigionieri ; ed è strano che la risposta 
di Carlo non rammenti neppure con una parola 1' importante deci- 1 
sione, che stava tanto a cuore al nostro Paolo. Bisogna andar cauti 
— egli dice — nel riferire le allusioni, contenute in queste poesie, 
a fatti noti ; poiché, ad esempio, se non sapessimo che il carme S'è 
ego suscepi è risposta ad un altro, che ci è pervenuto (Paula, $i$ 
umoroso), potremmo credere che le parole 

Sic ego suscepi tua carmina, maxime princeps, 
Ceu paradiseo culmine miasa forent 

si riferissero ad un carme, in cui a Paolo venisse annunziata la grazia. 
Ma quest' esempio non è molto significante, perchè le espressioni 
contenute nei due versi citati dal Dahn sono ben altrimenti vaghe 
e indeterminate, in confronto a quelle, che il Bethmann produce 
come prove. D'altra parte noi non possediamo nella sua integrità il; 
il carme, con cui Paolo ringraziava il re, e non si può asserire che 
Pietro, nella risposta, dovesse « per necessità riferire alcune delle 
espressioni più rilevanti, che formavano la caratteristica del carme 
di ringraziamento n, come crede il Calligaris (1). Colui che scrive 
è il benefattore ; e non gli conveniva perciò estendersi sulle frasi 
di riconoscenza del beneficato, né sarebbe stata prova di delicatezza 
da parte sua il rammentare di nuovo — come vorrebbe il Dahn ■ 
il beneficio concesso. Egli si limita perciò a rallegrarsi della cambiata 
condizione d' animo di Paolo< che d'ora in avanti potrà con serenità 
prender parte alle scherzose gare poetiche dei letterati a corte. E 
la corrispondenza di espressioni tra questo carme e 1' epistola a Teo- 
demaro (2) — corrispondenza già osservata dal Capetti (p. 91) — 

(1) 1901, p. 213. 

(2) « et mihi caeli Dominus per pium principerei noctem maeroris meisque 
captivi-s iuga miseriae demiserit . . . » ; e il carme: « Quod te post tenebrai 
fecit coernoscere lumen > e « tetro maerore relieto ». 



- 337 — 

toglie ogni dubbio sulla cagione di quella tristezza e di quella con- 
solazione. Anche 1- accenno alle preghiere, che il poeta innalzerà 
pel suo benefattore (v. 51-53), corrisponde alle parole finali della 
supplica di Paolo, in cui- -questi protesta che pregherà Cristo, affin- 
chè renda al re pietoso la ricompensa, per quella grazia, eh' egli con- 
fida di ottenere. Per certo Paolo non avrebbe dimostrata la propria 
gratitudine con preci, se si fosse trattato di cosa di poco momento. 

Vedemmo inoltre come il paragone sacro e le altre allusioni ad 
un facili us, che si rinvengono nel carme Sic ego suscepi, non si pos- 
sano riferire che alla colpa del fratello. Ora questo carme si lega 
strettamente col carme Panie sub umoroso, di cui è risposta ; onde, 
se in quello si tratta della colpa, in questo si dovrà necessariamente 
trattare del perdono. 

Nel carme Sic ego suscepi, Paolo risponde alla optio supplica trini, 
che il re gli aveva posta nella seconda parte del carme di Pietro : 

Si cupis ingenti ferri tu pondere frangi, 
Carceris aut saevo fessus recubare sub antro 
Aut si pompiferi Sigifrit perpendere vultum, 
Impia pestiferi nuuc regni sceptra tenentis, 
Ut valeas illuni sacro perfundere fonte, 
Vis, qui te cernens vita spoliabit et arte. 

Mentre il Bethmann fp. 263) e 1' Ebert (p. 59) credono che Carlo 
avesse fatta a Paolo questa scherzosa minaccia come condizione della 
liberazione del fratello, il Capetti invece (p. 92) crede che la seconda 
parte del carme non sia connessa colla prima, e che il re, lasciando 
1' argomento serio, passi a rammentare le questioni sorte dagli scher- 
zosi discorsi fatti a corte. In vero potrà sembrare strano che il re 
scherzi sopra un fatto tanto grave, come la liberazione di prigionieri 
politici ; ma d' altra parte ragioni d' indole logica si oppongono alla 
divisione proposta dal Capetti. Carlo dice infatti : Son lieto della tua 
gioia e delle preci, che prometti d' innalzare per me ; ma tu trascu- 
rasti di rispondere a tre domande : 

Sed causas mentis clausisti fronte sepulchro 
Demissa tres, de quibus haut responsa dedisti. 

Egli rimprovera dunque Paolo di non aver risposto a tutto il 
carme, probabilmente a lui indirizzato, di averne trascurata una parte 
integrale, e quindi strettamente connessa colle altre. 



- 338 — 

Inoltre Paolo, nel carme Sic ego hv scapi, dopo avere elusa abil- 
mente la scelta del supplizio, col dichiarare che non v' è bisogno per 
lui di catene, perchè 

Vinctus buie domni regis amore mei, 

aggiunge subito la cagione di questo amore : 

Nam si parva lieet rebus componere magni*, 
Et valet a summis liic paradigma trahi, 
Ut sacer immenso Christi Petrus arsit amore, 
Postquam dimisit crimina Christus eius, 
Sic ubi donasti facinus, pietatis amator, 
Infiammai validus cor miài vester amor. 

Le due cose sono strettamente connesse : non v' ha d' uopo di 
espiazione personale di Paolo, in cambio di quella condonata al fra- 
tello ; 1' effetto di questo perdono, in forma di amore e di riconoscenza, 
lo ha già avvinto al suo re meglio di pesanti catene ; anche Paolo, 
come già Pietro a Cristo, renderà al suo benefattore amore per per- 
dono. Del resto bisogna pensare che lo scherzo è benevolo; quindi, 
se anche si deve pensare a un carme, che congiungeva la notizia 
della liberazione alla optio supjjlicii trini, bisogna ben considerare che 
questo carme non avrà avuto nessun carattere ufficiale, e che la gra- 
zia sarà stata notificata in ben altro modo ai prigionieri e a Paolo 
stesso. Qui non abbiamo che il riflesso dei discorsi, delle facezie, de- 
gli apprezzamenti, che si saranno fatti a corte, riguardo al grande 
favore concesso ad uno dei poeti cortigiani. 

Credere che la proposizione dei tre supplizi si riferisca a una 
qualche mancanza di Paolo verso il re — piccola mancanza di corti- 
giano — e contrasterebbe coli' intonazione tutta benevola del carme, 
ohe minaccia per ischerzo cose inammissibili — il che si può fare 
soltanto con un innocente — e ripugna alla solennità del paragone 
sacro. E credo che anche il cave, l'ammonimento risultante dall'e- 
nigma proposto nello stesso carme di Pietro, si possa riferire alla 
scherzosa minaccia di un supplizio imaginario ; tanto' più che, per 
solito, questi enigmi finali si riferivano a ciò che era stato detto nel 
resto del carme (1). Anche il Capetti ci-ede che non si possa pensare 

(1) In fine del carme di Pietro Lumine purpureo, l'enigma contiene pure 
un ammonimento, desine, che si riferisce appunto alla preghiera, fatta in quel 
carme stesso a Paolo, di cessare dal tormentare il conservum cogli acuti denti 
del suo spirito mordace (v. 29-37). 



— 339 - 

ad una colpa di Paolo e ad un ammonimento di non più ricadérvi, 
poiché non sarebbe stato generoso, da parte del sovrano, perdonare 
minacciando ; e perchè Paolo, nel rispondere, avrebbe usata mag- 
gioro sommissione, e non avrebbe mostrata esitazione alcuna nel 
comprendere (1). 

Un argomento in favore, secondo lui il pili decisivo, fu ad- 
dotto dallo stesso Dahn (p. 40), cioè il v. 15 del carme Paule sub 
umoroso : 

Si ciq>is ingenti ferri tu pontiere frangi, 

ove la parola tu, se non è inserita per ragione metrica, può voler 
esprimere il contrapposto a qualche altra persona, che da quelle catene 
veniva liberata, come se dicesse : u ob du nun willst (statt deines bisher 
gefesselten Bruders) schwere Ketten tragen ». Anche quest'argomento 
— sia o non sia il più forte — ha il suo valore ; onde nel complesso 
credo che si possano legittimamente vedere in questi due carmi al- 
lusioni alla grazia concessa. 

Ma non in un altro passo, che si suol addurre a conferma di que- 
st" opinione. Nel carme Lumìne purpureo ('2) Pietro narra come un 
giovane di fiorente bellezza, maestoso e clemente, superiore ad ogni 
altro per 1' ingegno — forse Carlo stesso, come pensano Dahn, Ebert 
e Capetti — gli propose un enigma, eh' egli non fu capace di risol- 
vere. Perciò ricorre a Paolo : 

Non potuere mei quoti parvi forte lacerti, 
Tu poteris magna fulgens in monte lucerna. 
Sit tibi, libripotens, solventli maxima cura, 

Forila qui eludimi potuisti solvere vincici. 

* 

Il Bethmann (p. 263) pensa che qui possa essere contenuta un'al- 
lusione alle sciolte catene del fratello ; lo afferma il Dummler (3) ; 
e 'il Dahn non esclude questa interpretazione, pur concedendo che 
si potrebbe anche trattare soltanto dell' enigma anteriormente propo- 
sto a Paolo dal re, o di altri simili nodi. Ma gli ojjportuni raffronti 

(1) Sic ego suscepi, v. 20-27. 

(2) M. G. H., Poet. lai., I, p. 52. 

(3) iti. id., p. 53. 



— 340 - 

fatti dal Capetti (p. 92) con altri passi di Paolo sfesso e 'li Teodolfo (1), 
mostrano che tale locuzione era dell'uso comune in queste p< 
per indicare gli enigmi, di cui si dilettavano i dotti del circolo di 
Carlo. Non a ragione il Capetti congettura che Pietro potesse 
riferirsi all' una e all' altra cosa, poiché il verso in questione è con- 
trapposto a quello, in cui Pietro confessa la propria incapacità e in- 
feriorità di fronte a Paolo. Ciò che io non potrei, egli dice, lo potrai 
tu, che mostrasti già quanto sei valente in questo campo. 

Nel passo del carme Càndidolum bifido (2), in cui Paolo dice di 
riporre tutta la sua speranza in Carlo (v. 20-27), il Bethmann (p. 263) 
volle scorgere un' allusione al permesso di tornare a Montecassino, 
che Paolo attendeva dal re : mentre il Dahn ne argomentò che, al 
tempo della composizione di quel carme, la grazia non fosse stata 
ancora concessa. Ma sono frasi troppo indeterminate, perchè se ne 
possa trarre nessuna notizia concreta. Carlo era pur sempre colui, 
nel quale i dotti mantenuti alla sua corte e favoriti continuamente 
dei suoi benefici, dovevano riporre la loro speranza e la loro fiducia. 
Non è necessario pensare a fatti speciali e determinati. 

Siccome le vere allusioni alla liberazione del fratello — degli al- 
tri prigionieri non sappiamo nulla — sono contenute nei due carmi 
Panie sub umbroso e Sic ego suscepi, possiamo fare anche qualche 
congettura sulla data di questa liberazione. Infatti i due carmi fu- 
rono composti, quando evidentemente si parlava molto a corte del re 
danese Siegfried e della sua ostinata resistenza a Carlo. Molto giusta- 
mente il Dahn (p. 41) determinò che queste allusioni si riferiscono 
con molta probabilità agli avvenimenti di Sassonia del 782, quando 
Siegfried, intimorito dalle armi di Carlo, a cui si era reso nemico ac- 
cogliendo il ribelle Widukind, mandò ambasciatori all'assemblea 
di Lippspring, senza che però si giungesse, a quanto pare, a 
stabilire un accordo amichevole (3). I tentativi falliti di Carlo, per 
convertire al Cristianesimo questo ostinato pagano, la sua posizione 
ostile e la sua impotenza di fronte al re Franco, al quale presto o 
tardi avrebbe dovuto sottomettersi, trovano fedele riscontro in queste 
poesie, e vi trovano riscontro le adulazioni, che si saranno rivolte al 
re a questo proposito. Paolo infatti, da buon cortigiano, rappresenta - 

(1) Nel carme di Paolo Iam pitto nervosis (scritto in risposta a questo): 
relegata problemata vinclis; e Teodolfo : Et solvat oumeris vincla favente ioco. 

(2) M. G. H., P. tot., I, p. 55. 

(3) Abel, p. 349 seg. e Mìihi.bacher, p. 129. 



- 341 

il re danese goffamente timoroso, tanto che non oserebbe torcere un 
capello al monaco missionario, soltanto che lo sapesse suddito di 
Carlo ; e predice che presto avverrà la sua sottomissione volontaria 
o forzata, né i suoi Dei pagani potranno portargli aiuto. 

Se si parlava dunque dei fatti del 782 come di avvenimenti re- 
■ centi, si può ritenei-e che questi carmi fossero composti nelF inverno 
782-83, quando Carlo si trovava in Diedenhofen, ove rimase fino al 
maggio. Vedemmo già che forse di là in quel tempo Paolo scriveva 
1' epistola a Teodemaro. Naturalmente anche i carmi Lumina purpureo, 
lavi puto nervosis, Cynthius occiduas, Candidolum bifido — posti così 
nel loro giusto ordine cronologico dal Dùmmler nell' edizione dei M. 
G. H. — appartengono allo stesso periodo, perchè si collegano logi- 
camente ai due primi. Quindi si può congetturare che tra il 10 gen- 
naio 783, data dell' epistola a Teodemaro, e il 30 aprile 783, data 
della morte della regina Ildegarde, a cui si allude nell' ultimo verso 
del carme Cynthius occiduas (1), Carlo concesse il perdono per lo 
meno al fratello di Paolo. Se poi la liberazione di lui seguisse im- 
mediatamente, non ci è dato sapere. 

Del resto che il perdono venisse concesso non risulta soltanto 
da allusioni contenute in queste poesie. Osserva 1' Hodgkin (p. 75) 
che. viste le relazioni di affettuosa dimestichezza fra Paolo ed il suo 
regale protettore, non è ragionevole il dubitarne ; e tale è anche l'o- 
pinione del Del Giudice (p. 350). u Come mai il re — dice il Tamas- 
sia (p. 23) — avrebbe cosi gaiamente scherzato con questo Paide sub 
umhroso, provocando una risposta tanto lieta (Sic ego suscepi) ; come 
mai il monaco poeta avrebbe cantato che solo l' ancora dell' amore 
<li Carlo lo tratteneva in Francia, se una nube di dolore da una parte 
ed una severità quasi- crudele dall' altra rendevano gelidi i loro rap- 
porti ? n Tanto più che un documento aquileiese, pubblicato dall'Joppi, 
attesta che Carlo perdonò a qualche ribelle friulano. 

Non credo però che si debba vedere col Grion (p. 35J un' allu- 
sione alla liberazione dei prigionieri langobardi nell' enigma conte- 
nuto negli ultimi versi del carme Sic ego suscepi: 

Quingentos centoni postremi quinque sequuntur, 
Deliciae populi, summus et orbis amor. 

1 « Tu quoque, ohi fructu, felix cyparisse, per aevum ». Questa regina 
non può essere Fastrada, perchè costei fu sposati) nell' ottobre 783, e soltanto 
nel 784 o 85 avrebbe potuto aver figli, mentre questo carme non può essere 
di molto posteriore agli altri del 783. 



- 342 - 

Evidentemente è qui .sottintesa una parola indicata coti numeri 

— artifizio tutt' altro che insolito e non solo in quel tempo — e lo 
stesso Grion spiega infatti DVC = u indirizzami tu, o Carlo, delizia 
del popolo ecc. » ; mentre il Dùmmler (1) crede che la lettera D 
(— quingenti) debba essere presa come principio- e fine di una parola] 
cioè David, il soprannome, che poi, durante la dimora 'li Alenino a 
corte, fu dato con tanta frequenza a Carlo. Tale soprannome non si 
trova in vero usato prima di allorq (2); ma si potrebbe credere chej 
essendo il paragone molto acconcio, esso fosso adottato prima «Ielle 
altre denominazioni introdotte da Alenino pei ppeti 'li corte. Qi 
interpretazioni sono plausibili ; ma non è altrettanto plausibile lo 
gere indicati in quei numeri i prigionieri longobardi, poiché anzi- 
tutto non credo che Carlo avreb.be liberati, per compiacere a Paolo, 
centinaia di prigionieri politici ; in secondo luogo perchè iJ testo 
dice sequuntur e non sequantur, come vorrebbe leggere il Grion per 
rendere possibile 1' interpretazione da lui proposta. 

Ma anche doj^o la grazia — se pur non si creda che si trattasse 
soltanto di una promessa, e che la liberazione avvenisse più tardi 

— Paolo rimase in Francia. Porse lo trattenne il debito di gratitudine 
verso il benefattore, che, in cambio del favore concesso, chiedeva la 
cooperazione del dotto monaco al suo grandioso disegno di un rin- 
novamento della cultura nei suoi domini (3). 

Delle forme, in cui si estrinsecò questa intenzione del re Pranco, 
dei mezzi impiegati a tal uopo, dei risultati che la rinnovellata at- 
tività letteraria produsse sì in Francia che in Italia, degli uomini, 
italiani e stranieri, che coadiuvarono e talora sorpassarono il re in 
quell' impresa, non sarebbe qui possibile ne opportuno parlare. Molti 
studiosi portarono luce su quest' argomento (4) e fecero conoscere ' 

(1) Zu don Gedìchten des P. D. (N. Ardi., XVII, p. 397). 

(2) I versi Multa leglt paucìs, aggiunti alla dedica dell' Epitome di Festo, 
nei quali Carlo è chiamato David, furono dimostrati spurii dal Traube (N. 1 
Ardi., XXV, p. 199;. 

(3) Cfi'. Del Giudice, p. 350. Però non si dovrà credere col Margotti che 
Carlo procrastinasse la grazia, a fine di trattenere Paolo a corte, il che noa 
sarebbe stato in vero generoso. 

(4) Cfr. specialmente Simson, lalirbiieltcv drs frankischen Iieiches, II, p. 566 
sg. ; Bursian, Geschichte der classischen Philologie in Deutschland, p. 8 sg ; 
Ebert, op. rit. j). 7 sg. ; Phillips, Karl der Grosse ini Kreise der Gelehrten 
(Almanaeh der kais. Akad. d. Wiss. in Wien, 1X50, p. 175 Sg..) ; Monod, Eludei 



— 3^ - 

1" ambiente, in cui Paolo veniva a trovarsi in Francia. Resta A vedersi 
quale parte toccasse al nostro monaco cassinese in quel vasto 
ingranaggio. 

Vedemmo già come Carlo mettesse a profitto la conoscenza del 
Greco, posseduta da Paolo, affidandogli l'istruzione dei chierici de- 
stinati al seguito di Rotrude. Ma, mentre questa sola notizia si può 
trarre dal carme Nos dicamus, alcuni invece ne vollero dedurre che 
Paolo tenesse scuola di questa lingua, e in genere che fosse maestro 
di grammatica alla corte Franca. Ma in realtà non sappiamo con cer- 
tezza se i susccpti, di cui si parla al v. 29 (l)'non siano — secondo 
l'opinione del Dahn ;p. 48) — gli ecclesiastici stessi, e così anche i 
inulti, a cui Paolo insegnava la Graeca regula (2). Ad ogni modo 
non si tratterebbe che dell'insegnamento del Greco, e non della 
u grammatica' poetica, oratoria ed esposizione dei classici latrini », 
come dice il Tosti. 

Di quest' ufficio magistrale potrebbero essere prove 1' accenno ad 
un Paulus grammaticus nella lettera di Adriano I a Carlo, di cui 
già dissi ; VArs Donati quam Paulus Diaconus composuit, recentemente 
pubblicata dal cod. Palat. 1746 sec. IX e rivendicata al nostro Paolo 
per opera dell 1 Anielli ; il ritmo grammaticale alfabetico De speciebus 
praeteriti perfecti — seguito dai versi Post haec iicctit, che formano 
l'acrostico Paulus feci — attribuito a Paolo dal Diimmler (3) e dal 
Lejay (4). Ma tutte queste opere di dubbia attribuzione e 1' incerta 
denominazione della lettera papale dimostrebbero soltanto che Paolo 
si occupò di studi grammaticali ; cosa tutt' altro che improbabile, 
vista la stretta connessione, che intercedeva in quel tempo fra la 
grammatica e la poetica. Ma esse non provano affatto che la sua 
erudizione grammaticale venisse messa direttamente a profitto nelle 
scuole di corte. 

Sul posto, che Paolo "poteva occupare a corte, fece giuste osser- 
vazioni il Novati (p. 90 seg.j. L' indole del nostro storico non era 

tritiques sur les sources de V histoire Carolingienne. p. 37 sg. ; Muhlbacher, 
o,/. cit., p. 240 sg. ; Notati, Le orig., cap. Ili e IV; Traube, Textgesch. d. 
Eeg. ecc.. p. 673 sg. ; Hodghin, op. cit., VII, p. 136 sg. 

(1) Qui cupis Gracco susceptos erudire tramite. 

(2) v. 25 : Post Graecam multis quam ostendis regulam. 

(3) M. G. H., Poet. hit., I, p. 625. 

4 Notes latines (Revue de Pliil. ecc., 1. e.) 



— 344 — 

tale, ch'egli potesse prender parte molto attiva all' eflettuaziode dej 
grandi piani del re : V ardore, che pervadeva Alcuino, convinto di 
avere una missione da compiere, non lo attinge ; le sue aspirazioni 
son quelle del dotto e del solitario; non v' è in lui la stoffa dell'a- 
postolo e neppure del legislatore o dell'uomo politico (1). Carlo com- 
prese ciò che poteva attendersi da lui, e non ne fece né un abate, 
né un missus dominicus, né tentò sottrarlo alle occupazioni, per cui 
era nato ; ma gli affidò lavori di gabinetto e 1' insegnamento del Greco. 

Ci resta infatti un'opera d'indole affatto conforme agi' intenti di 
Carlo, che mostrò sempre tanta premura per l'istruzione del clero e per 
la correttezza dei testi, specialmente sacri (2). È la raccolta di omelie, 
di cui Carlo affidò 1' incarico a Paulo Diacono, familiari clientulo no- 
stro, per riparai-e all' insuffìcenza e alla scorrettezza di simili raccolte 
allora esistenti. Paolo vi prepose versi dedicatori, col titolo : u Summo 
apici- rerum regi dominoque potenti Dat famulus supplex verba le- 
genda suus » (3) ; Carlo vi aggiunse un' epistola circolare, diretta ai 
vescovi ed agli abati, colla quale il re dava al lavoro la sanzione uf- 
ficiale, diffondendolo per tutti i suoi domini. Questo carattere ufficiale 
e il suo merito intrinseco spiegano la notevole diffusione di quest'o- 
pera e la fortuna che ebbe per molto tempo. 

Che il Paulus Diacoyics, di cui parla la circolare, sia precisamente 
il nostro, è ozioso dubitare. Il tempo, in cui la circolare fu scritta 
— prima della coronazione imperiale e dopo la correzione del testo 
biblico, fatta da Alcuino, che vi è menzionata — concorda appunto 
con quello, in cui Paolo si trovava a corte. Non sappiamo che vi fos- 
sero allora altri dotti diaconi di questo nome, che Carlo potesse chia- 
mare familiaris clicntulus noster ; e la natura dell' opera è tale, che 
nessuno meglio del nostro Paolo poteva eseguirla. Di più lo stile 
della dedica è paolino ; gli epiteti di famulus supplex, mentre rivelano 
il monaco, trovano al tempo stesso riscontro nelP intitolazione di altre 

(1) Non dedurrci però, come il Nova.fi, da ciò che Paolo dice nel carme 
Sic ego suscepi a proposito di Siegfried, ch'egli non si sentiva disposto ai sacri- 
fici del missionario. Che quest' ufficio non fosse consono alla sua indole è pro- 
babile; ma quel passo é scherzoso e risponde ad uno scherzo; onde non se 
ne possono trarre conseguenze. 

(2) Non sumus passi nostris in diebus in divinis lectionibus inter sacra of- 
ficia inconsonantes perstrepere soloecismos (Monum. Carol. ed. Jaffé, 373 — 
M. G. H., L?(j. I, 44). 

(3). M. G. H., P. lat., I, p. OS. 



— 345 — 

epistole di Paolo. Non direi dunque, come il Dahn (p. 52), che l'at- 
tribuzione dell' Omeliario non è del tutto sicura. 

Non è impossibile che l'enciclica di Carlo fosse scritta qualche 
tempo dopo la composizione dell' opera, e forse anche — benché meno 
probabile — dopo la morte di Paolo (Dahn, p. 52 j f ma queste sup- 
posizioni non offrono nessun dato sul tempo della composizione. Non 
è necessario dedurre dalle, parole della circolare familiari clientulo 
nostro che. Paolo fosse ancora a corte, quando Carlo scriveva (Beth- 
niann, p. 265 e 301) ; che anzi v' è ragione di ritenere che quest'opera 
nou venisse composta in Francia, o per lo meno non venisse quivi 
condotta a compimento. Infatti nei versi di dedica Paolo dice di avere 
ottemperato all'ordine dì Carlq 

En iutus patris Benedicti mira patrantis 
Auxilio meritisque piis, vestrique fidelis 
Abbatis dominique mei . . . 

Il Bethmann crede che qui si accenni a queir abate francese, di 
cui Paolo parla nell'epistola a Teodemaro, perchè parte dal presup- 
posto che Carlo non potesse chiamare familiari clientulo nostro, se 
non chi viveva in quel tempo a corte. Risponde giustamente il Dahn 
(]). 53) che abbas dominusque meus non poteva essere per Paolo che 
l'abate di Montecassino ; poiché infatti, mentre intitola l'epistola a 
Teodemaro a dilecto donino meo patri abbati », parlando dell'abate 
straniero, lo chiama semplicemente domimi* abbas, cioè col titolo ne- 
cessario di cortesia, conforme allo stile epistolare del tempo. 

In realtà è assai probabile che la raccolta di omelie venisse 
compiuta nel monastero cassinese, che offriva la massima abbondanza 
di materiale per un lavoro di quel genere ; materiale che non poteva 
certo rinvenirsi con facilità alla corte Franca. Non v' è perciò ragione 
:li fissare col Bethmann la composizione dell' Omeliario negli anni 
782-84, tanto più che Alenino si recò alla corte Franca nel 782, e 
non avrà intrapresa subito la correzione del testo biblico. L'obbie- 
sione del Bethmann che 1' Omeliario non fosse composto in Italia, 
perchè lo conoscono i cronisti franchi, mentre gl'italiani non ne fanno 
parola, cade colla certezza che quest' opera era conosciuta in Mon- 
iecassino. In un antico catalogo cassinese, che il Traube (1) pubblicò 

(1) Textgesch. ecc., p. 711. 



- 346 

da un codice del sec. Vili, e che sembra quasi, secondo 1' espressioni 
del Traube, l'elenco dei u aus dem Nachlass des Paulus zugefic 
nen Biicher », si legge tra gli altri libri : homelie de dibersis doctoreA 
u. L'opera di Paolo ». dice il Traube; e infatti è ovvio che un libri 
tanto diffuso, scritto da un monaco cassinese, dovesse trovarsi in 
Montecassino, come doveva essere conosciuto in tutti i monasteri ita- 
liani, vista la raccomandazione sovrana (1). Tanto più die jl mona! 
stero cassinese manteneva frequenti comunicazioni colla corte Francai 
Il silenzio dei cronisti italiani non sarà dunque cagionato dall'avere 
■ essi ignorata 1' opera, e non è perciò argomento favorevole ne con- 
trario all' opinione del Bethmann (2). 

Altra opera affatto consona all' indole dell' ingegno e degli studi 
di Paolo, diligente e laborioso compilatore, è 1' Epitome del De 
verbopum significatione di Pompeo Pesto , alla quale è premessa 
un' epistola dedicatoria, col titolo : u Divinae largitatis munere, sa- 
pienza potentiaque praefulgido Carolo regum sublimissimo Paulus 
ultimus servulus ». Che questo re sia Carlo Magno dimostra non solo 
1' espressione civitatis vestrae Romuleae (3), contenuta nella dedica — 
Carlo il Calvo e Carlo il Grosso possedettero Poma soltanto come 
imperatori — ma sopratutto il principio dell' epistola : « Cupiens ali- 
quid-' vestris bibliothecis addere, quia ex propriis perparum valeo, 
necessario ex alieno mutuavi ». Ben si conviene a Carlo Magno e ad 
uno dei suoi dotti cortigiani questa cura di accrescere il proprio 
tesoro letterario, questa premura di secondare i desideri del re colla 
composizione d' un opera, che in un grado mediocre di cultura do- 
veva riuscire assai utile. Conosciamo infatti 1' amore di Carlo pei 
libri e il suo desiderio di possedere numerosi testi e corretti ; cono- 
sciamo gli sforzi dei letterati, che lo attorniavano, per apportargli 
opere antiche non ancora note , rifacimenti , emendazioni , com- 
pilazioni (4). 

Stabilito ciò, non si può pensare che al nostro Paolo come autore 

(i) Cfr. Dahn, 1. e. 

(2) Che 1' Omeliario fosse per lo meno terminato in Montecassino ammisero 
per lo più gli studiosi posteriori (Waitz, Del Giudice, Dummler, Sinison, EberJ 
Tamassià, Grion). Invece il Capetti (p. 98) erede di rilevare ila nomiullis ItA 
cis della dedjea che essa fu composta a corte. Ma in realtà dalla lettura di 
questo carme non mi pare che ciò risulti. 

(3) Bethmann, p. 320. L'espressione è tutta paolina (Tamassià, p. 23). 

(4) Cfr. Traube, op. cit., p. 673 seg. 



- 347 — 

dell'Epitome, per la stessa ragione addotta riguardo, alle opere pre- 
nti, che cioè egli è il solo letterato di questo nome alla corte di 
lo Magno. Con piena ragione il Waitz (1) giudicò non validi gli 
menti, coi quali il Bethmann cercò d'infirmare quest'attribuzione, 
osservando che la prefazione porta l'impronta di consimili scritti di 
Paolo, e che anche le altre sue opere non vanno esenti da quegli 
errori d' interpretazione e da quelle inesattezze, che il Bethmann ri- 
keaeva non imputabili a un autore come il nostro. L'opinione del 
Waitz fu seguita dai più; ma colui, che pose veramente fuor di dub- 
bio la legittimità di questa attribuzione, fu il Neff (2), che, deter- 
minate le caratteristiche di lingua e di stile delle altre opere di 
Paolo, mostrò che esse si rinvengono nell' epitome di Testo, giun- 
gendo a risultati esaurienti e, direi quasi, irrefutabili (3). Egli trova 
un appoggio anche nel largo uso, che Paolo fece nelle altre sue opere 
del vocabolario festiano. 

Il Traube (4) dimostrò poi come i versi Multa legit paucis, che il 
paitz e il Dummler pubblicaroro in fine dell'epistola dedicatoria, 
siano una falsificazione di Gaspare von Barth, che li pubblicò per 
primo (5). 

Dalle prime parole della dedica sembra risultare che Paolo non 
icevette incarico formale di comporre quest' opera ; ma certamente 
egli l' intraprese, sapendo di secondare gì' intenti del re, a cui la 
dedicava. 

Allo stesso modo, sebbene ispirata direttamente da Angelramno, 
era certamente conforme alle idee letterarie ed ai fini politici di 

fcirlo la Storia dei vescovi di Metz ; nel qual libro la storia della 
stirpe carolingia forma non un episodio, ma una parte integrale del- 

I opera. E in queir episodio appare manifesto l'intento di giustificare, 
facendo intervenire la singolare protezione divina meritata da S. Ar- 
nolfo e dal figlio Ansegiso, la somma potenza, a cui la stirpe dei 
ferolingi era salita, e la sua usurpazione del potere regio. La nar- 
razione del miracolo, che Paolo attesta di aver udito « non a quali- 
bet mediocri persona », ma « ipso totius veritatis assertore, praeeelso 

I M. G. H. Scr. Lanrj., p. 19, e G. g. A., p. 1519. 

(2) De Paulo Diacono Fasti epithomatore. 

(3) Cfr. N. Ardi., XVII, p. 444 e De Santi, p. 463. 

(4) Za den Gedichten des P. D. (N. Arca., XV, p. 199). 

(5) Adversaria, 39, 5. 



- 348 — 

rege Karolo referente » (1), mostra 1' importanza, che Carlo annet- 
teva a queste tradizioni della sua easy : onde non casualmente l'orse 
quel racconto fu fatto in presenza di Paolo o a Paolo stosso. 

Ecco dunque — oltre alle poesie destinate allo svago della corte 
— tre opere, che rappresentano tre diversi generi di attività lettera* 
ria: di carattere sacro 1' una, dottrinale la seconda, storico la terza; 
e tutte e tre ispirate al desiderio di compiacere al generoso protei 
Ecco ciò che Carlo richiese dal beneficato : la sua penna a servigio 
della grande opera di riforma, in quel campo che maggiormente al 
dotto monaco si conveniva ; la sua abilità poetica a servigio di quella 
specie di Accademia, destinata ad occupare i lunghi ozi invernali, 
ad allietare il principe nei momenti di riposo dalle fatiche guerresche, 
amministrative, rinnovatrici della parte di mondo a lui soggetta 2 . 
Già vedemmo come Paolo non vivesse sempre presso il re : che 
non lo accompagnasse in nessuna delle sue spedizioni militari pos- 
siamo ritenere come certo, e forse non a torto il Dahn (p, 46) vile 
nell' epigramma Eh Ubi Panie, pieno di oscure allusioni, un accenno 
a qualche scherzosa richiesta, fatta da Carlo a Paolo, di prender parte 
ad una delle sue spedizioni; richiesta che Paolo avrebbe declinata 
con scherzosi motivi. Ma anche quando egli viveva presso la corte 
pare che non dimorasse nella reggia. Non che questa notizia si rtebbal 
dedurre, come fecero il Dahn e T Hodgkin, da quel passo del carme 
lavi puto nervosi* (3), ove Paolo, protestando contro i rimproveri 
indirizzatigli da Pietro pisano (Lumino purpureo), esclama: 

Tange supercilium monitus non esse superbum, 

Pcstis in hospilio non manet ista meo. 

Qui Paolo vuol dire soltanto che la superbia non esiste in lui, 
non abita presso di lui ; poiché del resto per Paolo, straniero, e il 
palatium e un edilìzio annesso — come pensa il Dahn — e una villa 
e un monastero erano sempre hospitia ; per cui, dicendo che Paolo 

(1) M, G. H., Script., II, p. 264. 

(2) L' Hodgkin (p. 15) trova una certa analogia Ira i rapporti esistenti tra 
Carlo e i letterati della sua corte, e quelli esistenti nel secolo XV alle corti 
italiane fra i nostri poeti e umanisti e i loro non meno colti protettori; « né 
Il paragone è strano — egli dice — poiché l'età di Carlo Magno fu una vera 
Rinascenza letteraria ». 

(3) M.(J. 11., P. lat., I, N. 1(1. 



- 349 - 

viveva .. in un hospitìum n (Hodgkin, p. 75) non si dice nulla, Però 
ch'egli dimorasse, almeno per qualche tempo, presso il palatium, 
ma non in quello, risulta dal carme Cynthius occiduas (1), diretto da 
Paolo al re. Cadeva la sera, egli dice, 

Cimi subito vestra clarus mìni miles ab aula 
Detulit ignitas quasi puri muneris instar, 
Antiquo et caro quondam mittente sodale 
Intima iocineris penetrantes usque sagittas. (2) 
Mane novo ad vestras quoniam properavimus aedes, 

ove poi il poeta sostenne con Pietro una gara, non sappiamo se 
poetica o enigmatica, forse alla presenza del re stesso. A differenza 
di Paolo, Pietro pisano abitava dunque presso il re ; e questa diffe- 
renza tra i due poeti, di cui 1' uno è interprete del re e vive con 
lui, mentre l'altro è sempre un poco straniero nelP aula, si comprende, 
ove si consideri il diverso scopo della loro dimora in Francia. Pietro era 
stato condotto o chiamato dal re a corte, perchè fosse suo maestro, uno 
dei sostegni della scola palatina ; Paolo perviene a corte casualmente, 
la sua dimora colà è temporanea, e il re cerca con ogni premura di 
prolungarla ; onde gì' incarichi a lui affidati sono affatto diversi, di 
verse le relazioni col re. 

Ma indubbiamente si rileva da tutti questi carmi come Paolo 
e tenuto in gran pregio dal re e dai dotti del suo circolo, e fosse 
considerato come prezioso acquisto ; ne traspare 1' ammirazione, che 
dall' una e dall' altra parte costituiva la base del nuovo affetto tra 
il re e il dotto, e la sincerità di questo affetto, che il monaco mite, 
aborioso, premuroso nelP obbedire e nel prevenire i desideri del re, 
si era saputo guadagnare presso di lui. Tale affetto non doveva 
scemare nemmeno colla partenza di Paolo dalla Francia, onde le ami- 
chevoli relazioni continuarono fra il chiostro cassinese e la corte. 

"S7*IX. — Il ritorno in Italia e la, morte. 

Il determinare quando e perchè Paolo partisse dalla Francia, è 
uno dei punti più difficili di questa difficile biografia. Certamente 

1 M. G. H., P. lai., I, p. 55. 

2) Il Capetti intende « simulatae obiurgationes, ut tum erat mos »; il 
Dahn semplicemente « litterae ». 



— 350 — 

lo troviamo di nuovo in [talia, e precisamente nel suo convento 'li 
Montecassino, ove fini La sua vita <V no pio fra gli 

.studi e la pietà. 

L'Anonimo Salernitano (c^, 20) ci ha conservato 1' epitaffio, che 
Paolo compose per la tomba del duca Arichi <li Benevento. Dissi 
già come questa notizia si possa accettare, benché proveniente da 
fonte poco attendibile, sia perchè il Salernitano era in grado di co- 
noscere il documento, e non ne parla in relazione colla leggenda 'li 
Paolo, ma soltanto per celebrare le lodi del duca I fcanoj sia 

perchè lo spirito del carme, l'affetto sincero e la devozione •verso il 
defunto, che traspare da quei versi, il commovente ricordo dell'afflitta 
vedova e della famiglia desolata, rivelano 1' opera di un familiare dei 
duca. Inoltre la lingua e lo stile convengono a Paolo, e l'accenno ai 
Bulgari (1), che piangeranno la morte del duca, concorda perfetta- 
mente, come notò il Dahn, con quel che Paolo dice nell' Hist. 
Lting. (V, 29) sull'insediamento di quella gente nel ducato beneventano. 

Poiché nel carme si accenna alla lontananza dell'erede Grimoaldo, 
che Carlo Magno tratteneva come ostaggio in Francia, si potrà rite- 
nerlo composto fra il 26 agosto 787 — morte di Arichi — e il luglio 
788 — ritorno di Grimoaldo a Benevento (2). Ma dal contesto del- 
l' epitaffio appare che 1' autore si trovava vicino alla famiglia ducale 
beneventana ; e d' altra parte 1' espressione 

Ast aliu in estorrem, Gallio, dura, tenes 

— in cui, secondo il Dahn, la Gallia dura sarebbe contrapposta alla 
tellus, ove il poeta si trovava, e dove il tumulo doveva venire innal- 
zato — non sarebbe stata certamente usata da Paolo, quando viveva 
ancora alla corte carolingia, poiché poteva suonare rimprovero contro 
colui, che tratteneva quasi crudelmente 1' unico appoggio della vedova 
principessa, 1' unica speranza dei Beneventani. Né forse presso Carjo j 
Magno un suo poeta aulico avrebbe composto un elogio funebre pel , 
duca beneventano (3). Che anzi 1' intonazione di questo elogio ci sor- 

(1) « Apulus et Calaber, Vulgar, Campanus et Umber ... te flent ». 

(2) Grimoaldo tornò nel luglio e non nella primavera 788, come credono 
Dahn e Bethmann. Infatti non fu rinviato prima del giudizio di Tassilo, cioè del 
giugno 788 (Mììhlbacher, p. 112); e da un epistola papale appare che al prin- 
cipio di luglio non era ancora a Benevento (Abel, p. 52?). 

(3) Il Mattias (p. 37) crede che, per causa di questo carme, « si sia invelenito 






351 



prenda, anche se lo consideriamo composto nel ducato beneventano, 
quando pensiamo che è dovuto alla penna di colui, che poco prima 
professava tanta ammirazione e cosi devoto affetto verso il re Franco. 

In vero è un fatto, che si ripete nella vita del nostro storico : 
egli si trova fra potenti, nemici 1' uno all' altro, e di tutti si guadagna 
1' amicizia e il favore, e dimostra agli uni e agli altri amore e devo- 
zione. Forse egli era dotato d' un' anima sensibile, aperta alle impres- 
sioni forti e vivaci, pronta all' entusiasmo per tutto ciò, che era 
grande e degno di lode, pronta alla pietà per ogni sventura. Soltanto 
■ in questo modo mi spiego come il Langobardo, amico di principi lan- 
gobardi, preso di ammirazione per 1' uomo straordinario che aveva- 
assoggettato il suo popolo, e compreso di gratitudine pel beneficio da 
lui ricevuto, gli si legasse di tanta affetto ; come il poeta favorito 
e protetto dal re Franco fosse trascinato dalla pietà per le sventure 
dei suoi antichi protettori fino a provare un certo rancore contro 
Carlo, che accresceva la loro infelicità. Preferisco credere questo, 
piuttosto che ritenere col Capetti (p. 68) che il vero sentimento di 
Paolo si riveli soltanto nelle opere composte nel libero rifugio di 
Montecassino, e che il desiderio di compiacere al re lo traesse a 
dire, nelle opere scritte alla corte Franca, u non quae vellet, sed 
plerumque quae principi placerent n. 

Ad ogni modo è insostenibile 1' opinione del Grion (p. 36), che 
1' epitaffio di Arichi fosse scritto alla corte Franca, durante le trat- 
tative per la liberazione di Grimoaldo, e poi da questo principe 
stesso recato alla tomba paterna, quando gli fu concesso il ritorno. 
Anzi tutto non si può concepire questo carme come scritto da chi godeva 
della liberalità del re Franco e viveva presso di lui, onorato della sua 
amicizia e dei suoi favori. Inoltre vi troviamo rispecchiate con vivace 
rappresentazione le condizioni del ducato e della famiglia ducale, e 
vi risuona l'eco di quell'avversione ai Franchi, che animava allora i 

Carlo Magno e l'abbia rotta per' sempre col vecchio Paolo ». Come poi egli 
riesca a couc Lare questo fitto colle affettuose epistole, inviate da Carlo a Paolo 
nel eh ostro, non capisco. Secondo lui sarebbe sorta allora quell'inimicizia che diede 
erigine alla leggenda beneventana, e che sarebbe stata cagionata « dal conte- 
gno ben d, verso, che Paolo cominciò ad usare, quando conobbe V indole cruda e 
ambiziosa del distruttore del suo popolo ». Non ho bisogno di far notare che il 
supporre un successivo inasprirsi dei rapporti fra Carlo e Paolo, che diven- 
ii'TO invece sempre più cordiali colla conoscenza personale, è supporre tutto 
il rovescio della realtà. 



— 352 

i 

Beneventani, e che cagionò vivi timori ai legati Franchi, spediti colà 
in quel tempo (1). 

Possiamo dunque affermare, in base a questo documento, che dopo 
il 26 agosto 787 e prima del luglio 7*8 Paolo si trovava nel dm 
heneventano, e probabilmente a Montecassino. 

Ma credo che questo termine possa venire anticipato. Nell'inverno 
786 Carlo Magno scendeva di nuovo in Italia. Fallito, per le insinua- 
zioni pontificie, il tentativo del duca Arichi di venire ad accordi 
pacifici, il re si avanzava contro il ducato heneventano, giungendo a 
Capua nel marzo 787 (2). Nel recarsi da Roma a Capua, egli visitò 
il monastero di Montecassino (3). Ora Leone Marsicano (I, 15), là 
dove parla della corrispondenza poetica fra Paolo e Carlo Magno 
dopo il ritorno del monaco nel chiostro, riferisce una parte dell'epi- 
stola di Carlo Christe pater mundi, e aggiunge : u Cui similiter idem 
Paulus versifi.ee rescrihere, et gratias prò visitatione et salutatone 
suas cunctorumque fratrum referre maximas studuit ». Sehhene non 
ci sia pervenuto questo carme di Paolo, di cui parla Leone, non pos- 
siamo però dubitare che il cronista non lo avesse sotto gli occhi, 
prohahilmente nello stesso manoscritto, da cui desunse 1' epistola di 
Carlo ; e possiamo anche ritenere come attendibile il breve regesto, 
che Leone ce ne porge. Egli era infatti troppo sorpreso dal contenuto 
di queste poesie, che contrastava evidentemente colla leggenda da 
lui accolta, per poterne alterare le notizie o aggiungervi di suo. 
Paolo avrà dunque realmente ringraziato il re in nome proprio e dei 
fratelli prò visitatione et salutatione, cioè per la visita fatta a Monte- 
cassino, e per i versi a lui inviati nel chiostro. E se Paolo ringra- 
ziava il re di questa visita anche in proprio nome, è probabile che 
egli fosse già tornato nel chiostro, quando vi si recò Carlo, e che 
egli pure cogli altri e più degli altri se ne rallegrasse (4). 

Quest'ipotesi mi sembra più probabile di quella, accolta da molti (5), 
del ritorno di Paolo in compagnia di Carlo nella sua spedizione del 
786. Se la presenza di Carlo in Italia era stata richiesta specialmente 
dalle condizioni interne del regno langobardo e dalle relazioni col 



(1) Hartmann, p. 309 e Mììhlbacher, p. 111. 

(2) Abel, p. 452 seg. 

(3) Abel, p. 467 e Mììhlbacher, p. 109. 

(4) Già lo pensava il Mabillon, e lo ritiene probabile anche il Malfatti (p. 340). 

(5) Tiraboschi, Redimami, Del Giudice, Hodgkiu, Tamassia. 



- 353 - 

papa e colla corte bizantina, però non si può ritenere che l' inten- 
zione ostile contro il ducato beneventano sorgesse soltanto in Roma 
per l'influenza papale (1). Già fin dal 781, quando l'alleanza fra 
Carlo e i Greci aveva tolto al duca langobardo il più potente appog- 
gio, la questione beneventana doveva considerarsi come risoluta ; e 
soltanto le ribellioni dei Sassoni, che tennero occupato il re Franco 
in quell' intervallo di tempo, protrassero fino al 78G ogni azione de- 
cisiva (2). Dal papa potè venire un' ultima spinta, e sopratutto dalla 
politica pontificia furono impediti quegli accordi, che, dopo le con- 
cessioni fatte da Arichi in Roma per mezzo del figlio Romualdo, 
sarebbero certamente seguiti tra Franchi e Beneventani (3). 

Se dunque già in Francia si pensava a una spedizione destinata 
ad abbassare la crescente potenza del duca beneventano (4), sarebbe 
strano che Paolo avesse scelto, come occasione del proprio ritorno, 
un viaggio, che si compieva con intenzioni ostili contro il marito 
'di quella Adelperga, alla quale egli dovette rimanere legato d'ami- 
cizia, se, scrivendo 1' epitaffio del morto principe, parla di lei con 
commovente pietà. Inoltre Carlo non scendeva direttamente in Bene- 
Trento ; interessi politici lo trattenevano a Firenze, a Roma, prima 
della spedizione armata ; e quando si trattava di affari politici e di 
spedizioni militari, il posto di Paolo non soleva essere presso il re. 

Quest' opinione riceveva un appoggio non lieve dagli accenni ad 
un soggiorno a Roma, che si rinvenivano nella Vita di Gregorio 
Magno, attribuita a Paolo. Infatti egli dice nell' Hist. Lang. (5) di 
aver composta' quella biografia ante aliquod annos ; e se ne argomen- 
tava che il suo soggiorno in Roma fosse avvenuto durante il viaggio 
di ritorno dalla Francia, che cade appunto pochi anni prima della 
composizione dell' Hist. Lang. Si poteva dunque credere che la sosta 
fosse stata cagionata dal viaggiare nel seguito di Carlo, che si trat- 
tenne qualche tempo in quella città. Ma dissi già come la biografia 

(1) Hartmann, p. 301. 

(2) Mììhlbacher, p. 109, e Abel, p. 452 seg. 

(3) Hartmann, p. 302 seg ; Abel, p. 466 ; Muhi.bacher, p. 109. 

(4) Ciò è affermato esplicitamente da Eginardo (M. G. H. Script., I, p. 169). 
Non si può affermare che Arichi non osteggiava la supremazia di Carlo in Italia 
(Hartmann, p. 303), poiché egli si atteggiava a pretendente del trono lango- 
bardo e rappresentante dei diritti dei re detronizzati (Cfr. Abel, p. 452). 

(5) 111, 24: Ideo autem de beato Gregorio plura dicere obniittimus, quia 
iam ante aliquod annos eius vitam Deo auxiliante texuimus. 



— 354 — 

gregoriana u in ihrer ursprungliclien (restali n non offra nessuna! 
prova del soggiorno -di Paolo in Roma ; e anche dall' /list. Lang. non 
si potrebbe trarre nessun indizio di una visita di Paolo alla urbi 
Romulea, le cui sorti gli stanno tanto a cuore (lj. Nessun argomento 
perciò in favore dell'ipotesi del ritorno con Carlo; onde non resta 
a questo riguardo altro dato che la teslimonianza di Leone, che ri- 
conduce ad un tempo anteriore al 787. 

Il Tiraboschi (par. 10) congettura che, sciolto il contratto di nozze 
fra Rotrude e 1' imperatore bizantino, e cessato perciò 1' incarico 
dell' istruzione ai chierici, Paolo ottenesse dal re il permesso di tor- 
nare al suo convento. Il fidanzamento di Rotrude fu sciolto in Capua 
nel marzo 787 (2), e Carlo tornò in Francia soltanto nel luglio dello 
stesso anno (3). Probabilmente il permesso di lasciare la corte stra- 
niera era già stato dato a Paolo molto tempo prima ; tanto più che 
l'istruzione dei chierici, impresa, come vedemmo, già da qualche" 
anno, forse non richiedeva più 1' opera di Paolo, sia per avere già' 
prodotti i risultati richiesti, sia perchè si cominciava a prevedere 
che sarebbe riuscita inutile. Certamente però colla cessazione di 
questo ufficio veniva meno una delle ragioni più gravi della perma- 
nenza di Paolo a corte; poiché, come osserva il Novati, (p. 91), 
per attendere ai lavori, di cui Carlo lo aveva incaricato, non era af- 
fatto necessaria la sua dimora in Francia. 

Pensa il Novati (p. 91 e 108) che la partenza di Paolo non lasciasse 
un gran vuoto nell'Accademia palatina ; e infatti dalle epistole, che 
Carlo gli inviò nel chiostro, non traspare che il naturale rimpianto, 
per la lontananza dell' amico e del cortigiano favorito, al quale però 
era stato accordato il permesso di partire ; ciò che ad Alcuino non 
fu concesso mai. 

Che l' inasprirsi delle relazioni fra Carlo ed Arichi di Benevento 
rendesse a Paolo sempre più incresciosa la dimora in Francia sup- 
posero il Malfatti (p. 413) e il Wattenbach. Forse, dati i discorsi 
poco benevoli, a cui Paolo poteva essere costretto ad assistere ri- 
guardo al suo antico protettore, non è improbabile che questa fosse 
una delle ragioni, che lo spinsero a sollecitare dal re il permesso 

(lì Le scarse notizie topografiche su questa città sono tutte desunte e ripor- 
tate quasi letteralmente dal Liber ponti jìealis (Cfr. V, Ile 32; VI, 15 e 36). 

(2) Abel, p. 471 ; Hartmann, u. 304. 

(3) Abel, p. 483. 



V» 



— 355 - 

tanto desiderato. Non credo però si possa determinare che ciò avve- 
nisse fra il 786 ed il 787 (Malfatti). Anche per il 785-86 non abbiamo 
nessun indizio della presenza di Paolo a corte ; onde riesce impossi- 
bile determinare 1' anno preciso del ritorno e la causa occasionale 
di esso. 

Il Grion (1) pensa che la liberazione dei prigionieri friulani av- 
venisse soltanto quando, detronizzato Tassilo, morti Desiderio e Adel- 
chi, rimesso sul trono Grimoaldo sotto condizione del giuramento di 
fedeltà al re Franco, scemavano a Carlo le apprensioni sulla quiete 
■V Italia. Perciò egli crede che ancora nel 788 Paolo aspettasse la 
grazia, e che soltanto dopo quell' anno tornasse col fratello in Italia. 
Ma quest' opinione urta contro le testimonianze non dubbie, che pos- 
sediamo, della concessione della grazia in un tempo molto anteriore, e 
contro la prova, fornita dall'epitaffio di Arichi, che Paolo era già in Ita- 
lia prima del ritorno di Grimoaldo. Non si può scorgere col Grion (p. 36) 
nell'espressione Gallici dura, contenuta nell'epitaffio, un certo rancore 
verso il re, che non aveva ancora concessa la grazia al poeta, o per 
lo meno la mancanza di ogni vincolo di gratitudine verso Carlo, anzi- 
tutto perchè si riscontrano, in carmi anteriori, espressioni di grati- 
tudine e di affetto per il re, ben più significanti di questa — colla 
quale del resto Paolo esprime più il sentimento dei Beneventani, che 
il suo — in secondo luogo, perchè quello non sarebbe stato in vero 
il modo migliore per commuovere l' animo del re, se avesse ancora 
sperata la grazia da lui. 

La congettura del Bethmann (p. 269) che Paolo si recasse a Be- 
nevento prima della spedizione del 786 coli' incarico di indurre il 
principe Arichi ad assoggettarsi pacificamente al re Franco — onde 
Paolo avrebbe giovato ad entrambi i suoi protettori — è destituita 
di ogni prova. Infatti non solo non si deve dedurre nessuna testi- 
monianza in favore di quest' opinione dalla notizia favolosa dei cro- 
nisti medievali, che indicano Benevento come rifugio di Paolo dopo 
1' esilio (2) ; ma anzi, come notò il Del Giudice ,'p. 351), la leggenda 
stessa, che pure amplifica quelle azioni di Paolo, che si riferiscono 
alla sua fedeltà pei duchi beneventani, non contiene alcun accenno 
a una qualche azione di lui nel definire pacificamente la controversia 
fra Carlo ed Arichi ; controversia a cui pure il Salernitano dedica 

(1) Op. cit., p. 37 e Pag. friulane, 26 gena. 1902, p. 69. 
2) Dahn, p. 59. 



356 



un bel tratto della sua narrazione. Ri demoliscono le fantasie leggen- 
darie ; ma poi ne resta sempre qualche traccia nel pregiudizio, non 
mai bene sradicato, di voler vedere in Paolo un uomo politico : mentre 
tutte le notizie sicure, che abbiamo sulla sua vita, c'inducono a fen- 
dere che egli partecipò ben poco e con 1' azione e con 1' animo ;.i 
grandi avvenimenti politici del suo tempo. Ciò che lo commosse sin- 
ceramente e gì' ispirò versi veramente sentiti, ciò che lo spinse ai 
un' importante risoluzione — il viaggio in Francia — fu una sven- 
tura familiare. 

Partendo sempre da questo falso punto di vista, il Bethmann crede 
(p. 269) che Paolo assistesse col consiglio, come in altre occasioni 
(quali?), la vedova Adelperga, durante le trattative col fratello Adel- 
chi contro i Franchi nel 788 ; supposizione che il Dahn (p. 59j non 
a torto giudica « aus der Luft gegriffen », non meno delle fantasie 
dei cronisti sulla partecipazione di Paolo a questi fatti. Il Tamassia 
(p. 25) ripete in modo dubitativo queste congetture : quando Adel- 
perga seguiva la politica del marito, destando le paure pontificie, 
" dal suo cenobio Paolo venne ancora a consolare, nel lutto e nelle 
trepidazioni, l'animosa donna ? l'aiutò, conciliandole l'animo di Carlo ? 
fu tra quelli, che pregavano il re Franco, perchè restituisse quel 
Grimoaldo, che la pietà pontificia voleva ad ogni costo lontano dalla 
madre '? Nessuno può rispondere a queste domande ; ma colui, che 
aveva magnificate le virtù di Arichi in vita e in morte, e lo splen- 
dore delle sue costruzioni emule delle romane, doveva essere sempre 
lo stesso ». In vero celebrare le virtù del principe e le sue opere 
benefiche non era la stessa cosa dell' assistere nei negozi politici la 
principessa reggente. Uomo di penna fu sempre Paolo, e la devo- 
zione ai suoi protettori dimostrò sempre colla penna, come colla 
penna eternò le glorie del suo popolo, alla cui difesa non si mosse 
certo personalmente. 

Troppo strano sarebbe inoltre che un uomo tanto beneficato da 
Carlo assistesse poi, sia pure soltanto col consiglio, Adelperga cospi- 
rante contro di lui., Altrettanto infondata è la supposizione dell'in- 
tervento di Paolo per facilitare la conciliazione fra Carlo e la reg*' 
gente beneventana (Tamassia, p. 26). Noi sappiamo soltanto che Paolo, 
tornato a Montecassino — poiché nulla prova che si trattenesse a 
Benevento, e nell' epistola al suo abate egli aveva promesso di tor- 
nare subito al convento, non appena ne avesse ottenuto il permesso 
da Carlo — conservò ancora la benevolenza del re Franco, tanto da 



- 357 — 

meritare il favore di epistole tenerissime da parte sua. Anche questo 
latto e' induce ad amméttere eh' egli non partecipasse in nessun modo 
ai maneggi politici dei Beneventani. Da unlato la propria indole, dal- 
l'altro il debito di gratitudine verso il re Franco, dovevano tenerlo lon- 
tano da ogni partecipazione attiva e anche da ogni consapevolezza delle 
ostilità verso di lui. Perciò molto più nel vero mi sembra il Tamassia, 
quando dice che, se Carlo u avesse saputo che il Nostro era anima 
e corpo coi Beneventani, non gli avrebbe inviato quel suo commo- 
vente saluto n. 

Di fronte a queste supposizioni, riguardanti 1' ultima fase della 
vita di Paolo, stanno invece due fatti certi, che 1' illuminano di una 
luce più vera : la continuazione delle ottime relazioni con Carlo 
Magno, e la composizione dell' Ristorici Langóbardorwm. Questi due 
fatti ci rivelano la vita appartata e laboriosa del monaco, dedito allo 
studio e alla preghiera, aspirante, già sul declinare della vita, 
alla pace degli ultimi anni, alla pace eterna. 

Due epistole metriche ci sono perveniate, che Carlo fece scrivere (1) 
al dotto monaco, un tempo gloria della sua corte, e gli inviò in Mon- 
tecassino. L' una di esse, Christe pater mundi, è certamente posteriore 
alla visita di Carlo al chiostro cassinese, come già dedusse il Ma- 
billon (p. 281) dai versi 20-23, ove si loda 1' ospitalità e la queta e 
santa vita di quel monastero. Lo stesso carme contiene un' allusione 
all'attività letteraria esercitata a corte da Paolo e da Pietro Pisano (2) ; 
attività che aveva guadagnato loro il diritto all' affettuosa ricono- 



(1) Si disputa se il carme Christe pater mundi (M. G. H. P. lai., I, p. 69) 
sia di Alcuino. Ad ogni è modo di un poeta cortigiano, perchè Carlo non scrisse 
mai versi ; questi perciò non potevano essere documento « del profitto, che 
Carlo aveva ricavato dall' insegnamento di Paolo », come dice il Tosti. Inoltre 
Paclo non fu mai maestro del re. 

(2) Dal v. 11 di questo carme risulta ohe anche Pietro era tornato in Italia, 
poiché si deve leggere 

Atque meo Petro (e non Paulo) certam dilecto salutem, 

come dimostrò il Bethmann (p. 249); perciò a Pietro e non a Paolo (Dahn, p. 58) 
vanno i ringraz. amenti per il cannine laeto, clic questi iamdudum aveva in- 
viato al re. Erroneamente il Grion, dopo le edizioni critiche di questo carme, 
legge anco.a Paulo, intendendo Paolino Aquileiese (p. 37). 



3&8 — 

scenza di Carlo. Egli manda infatti un saluto 

fratribus almis. 
Duleia ((ni nobis doetrinae molla ministrarli, 
Carmiuibjusque suis permuleent pectora nostra. 

Che entrambe queste poesie fossero inviate a Montecassino, e 
che quindi Paolo dimorasse nel chiostro e non a Benevento — onde 
riesce più difficile pensare ad aiuto di consigli porto ad Adelpcrga 
— risulta dai v. 19-26 della poesia citata : 

Alma Deo cari Benedirli teda require 

Colla mei Palili gaudendo arnplccte benigne, 
Dicito multotiens: Salve, pater opti me, salve! 

e specialmente dai v. 6-10 del carme Paravia rex Karolus, indiriz- 
zato propriamente a u Paulo, dilecto fratri » : 

pete 
Casininn montem, Benedicti nomine clarum, 



Illic quaere meum inox per sacra culmina Paulum, 
Ilio habitat tiiedio sub grege, credo, Bei. 

Entrambi questi carmi attestano inoltre le buone relazioni di Carlo 
coi monaci cassinesi in genere. Al loro abate Teodemaro egli si ri- 
volse infatti, quando volle riformare la Regola dei conventi Franchi 
sul modello della benedettina, e a lui chiese un esemplare di questa 
Regola, trascritto direttamente dall' autografo, che si conservava in 
Montecassino. L' epistola, con cui l' abate Teodemaro accompagno 
l' invio dell' esemplare richiesto, porta nel cod. Cassinese 353 sec. X 
il titolo : « Incipit epistola Pardi diaconi ad Carolina regem », e 
scritta da un Paulus Diaconus la dicono anche le intitolazioni di 
altri codici dei secoli IX-XI (1). Nessun dubbio che quest'epistola' 
sia stata scritta dal nostro Paolo, in nome del suo abate. E poiché 
essa è 1' ultimo documento per la vita di Paolo, di cui si possa de- 
terminare con approsimazione la data, la sua collocazione cronologica 
acquista grande importanza. 

(1) Dìimmi.er, M. (1. II., Epist., IV, p. b0\). 



— 351) - 

Secondo la giusta osservazione del Bethmann (p. 271), la notizia 
di Leone Ostiense (I, 12) a questo proposito, è dedotta dall'epistola 
stessa, coli' aggiunta arbitraria che Carlo u reversus in Franciarn 
(dopo la visita a Montecassinoi inox » facesse all'abate Teodemaro 
la richiesta della Regola. Non si traila dunque di fonte indipendente, 
uè possiamo credere che Leone sapesse nulla di preciso sul tempo 
di (^lesto invio. Ma poi il Bethmann, lasciandosi involontariamente 
trascinare dalla notizia di Leone, dice che u subito dopo il ritorno 
in Francia » Carlo pregò 1' abate Teodemaro ecc. ; e riconosce fatti 
di poco posteriori al 787 nella proteldUo finlum e nelle victoriae de 
tostibus, di cui Teodemaro si rallegra nell' epistola a Carlo come di 
avvenimenti recenti (1). 

Questo punto fu trattato con giusto discernimento dal Dahn (p. 61). 
La menzione della domna nostra regina -■ egli dice — non importa 
necessariamente che 1' epistola sia stata scritta prima della morte di 
Fastrada (10 agosto 794), come crede il Bethmann, perchè prima 
della morte di Teodemaro (797), Carlo aveva già, forse fino dal 
795, sposata Liutgarde. Ma poi anch' egli determina una data an- 
teriore al 794, e ammette quindi tacitamente che si tratti di Fastrada. 
Con ragione muove al Bethmann 1' obbiezione che 1' assoggettamento 
rti Tassilo di Baviera (787) non importava nessuna estensione territo- 
riale, perchè Carlo doveva già prima calcolare i Bavari nei suoi do- 
mini : e lo spodestamento di questo re, avvenuto senza battaglia, non 
3i poteva dire Victoria, né i Bavari si potevano dire hostes. Ne prote- 
sati'} finium importava l' insignificante spedizione del 789 contro i 
Wilzi. Si può invece pensare alla spedizione contro gli Avari nel 791, 
Ila quale Carlo annetteva molta importanza ; e 1' assoggettamento in 
rero fu raggiunto per mezzo di victoriae (2). Quest'ipotesi — la più 
probabile — fu accettata dal Waitz (3) e dal Dixmmler (4). 

Invece il Grion (p. 38 pensa alla spedizione contro gli Avari nel 
i'-'.">. che forse in vero portò maggiori trionfi all' esercito Franco (5). 
Secondo il Grion, essa non terminò che nella seconda metà del 796; 

(1) Nec minori etiam tripudio exultav.mus, cium vestrarum protelationem 
ini uni victoriarumque de hostibus triumphos iigiiovanus. 
(2; Mùhi.bacher, p. 178 seg. ; Hartmann, p. 315. 
3) G. <i. A., p. 1520. 

4 M. G. H., P. lat., I, p. 61. 

5 .Mùhi.bacher, p. 182 seg.; Hartmann, p. :?16. 



— 360 — 

onde di quell'anno sarebbe la missiva dì Carlo, notificante il mio 
trionfo e 1' estensione dei confini. Perciò la risposta cadrebbe tra il 
790 e il 797, morte di Teodemaro. Ma non è affatto necessario che la 
lettera di Carlo parlasse della protelatio finium e delle vietoriae m 
hostibus, perchè tali notizie dovevano giungere, indipendentemcrne 
da lettere del re, a Montecassino. Anzi, considerando che la trascrir 
zione dell'esemplare della Regola avrà richiesto qualche spazio di 
tempo tra la missiva e la risposta, si può anche supporre che la let- 
tera di Carlo fosse anteriore a quei fatti guerreschi, di cui parla la 
risposta di Teodemaro. Il Grion dovrebbe poi spiegare come in una 
lettera del 795 si può trovare menzionata una domna nostra regina 
poiché la data precisa del matrimonio di Carlo con Liutgarde ci è 
ignota, e Fastrada morì nel 794. 

Ritengono i più che Paolo non vedesse la coronazione imperiale 
di Carlo Magno, e che quindi morisse prima dell' 800, perchè nella 
prefazione all' Omeliario chiama Carlo soltanto rex e patricius ; in- 
vece che imperator. Da questo fatto il Mabillon (p. 328) deduce 
legittimamente che 1' Omeliario fu composto e inviato prima dell'800; 
ma poi aggiunge : u quod sane tempus Paulus Diaconus non videtur 
praetergressus ». E all' anno 799 (p. 341; : « Non videtur hunc annuui 
Paulus Varnefridi praetergressus . . . cuius obitum Bucelinus anno 
eius saeculi octogesimo septimo perperam reponit ». 

La data proposta dal Mabillon fu accettata senz' altro dal Mura- 
tori (1) e dal Liruti ; mentre il Tiraboschi (par. 11) crede che Paolo 
morisse in quell' anno, perchè fu educato alla corte di Ratchis, perchè 
le epistole di Carlo lo dicono già vecchio — argomenti questi della 
maggiore indeterminatezza — e perchè non diede mai a Carlo il ti- 
tolo di imperatore. 

Ma il Bethmann osservò che il Mabillon aveva determinato come 
data della morte di Paolo il 799 senza alcuna testimonianza ne indizio; 
e la stessa accusa gli fece il Dahn, di avere affermato ciò « oline 
Zeugniss oder auch nur Andeutung eines Grundes », se non forse 
la supposizione che Paolo non vedesse la restaurazione dell' impero. 

Che Paolo non vedesse questa restaurazione è molto probabile, 
perchè forse ci sarebbe rimasto qualche indizio del contrario. Ma ciò 
non si può affermare con sicurezza, basandosi sul fatto che « nel- 



(I) R. 1. SS., I a , p. 397. 



-.361 — 

l' ultima lotterà a Carlo (Summo apici) non s'inoontra che il titolo regio 
attribuito al monarca Franco n. (Tamassia p. 27). Non sappiamo in- 
t'atii se i|ues(a sia realmente Vultima lettera diretta da Paolo a Carlo, 
poiché qualche altra, di poco o di molto posterioi-e, potrebbe non 
rei pervenuta ; e non possiamo asserire con certezza che in una 
possibile epistola successiva non venisse dato a Carlo il titolo d'im- 
peratore. Certamente nell' 800 e dopo 1' 800 non troviamo più nessun 
documento, che offra qualche indizio della vita di Paolo, onde pos- 
siamo legittimamente sospettare che fosse già morto ; ma non si può 
Stabilire un termine post quem soltanto in base a quest'argomento; 
tanto più che la dedica dell' Omeliario non otfre nessun punto d' ap- 
poggio, che permetta di determinarne la data e non sappiamo se 
1* enciclica di Carlo sia contemporanea alla dedica di Paolo, o almeno 
immediatamente posteriore. È quindi affatto arbitrario fissare come 
data della morte di Paolo l'anno immediatamente precedente all'800, 
quando gì' indizi della vita di Paolo si arrestano molto prima. 

Si fecero altre ipotesi, fondate su altri argomenti. Per primo il 
Bethmann volle fissare un termine post quem nel 797, perchè pensava 
che Paolo sarebbe stato scelto come abate di Montecassino alla 
morte di Teodemaro, avvenuta in quell'anno. Ribattè il Dahn (p. 73) 
che quest'argomento è fondato su di un concetto soverchio della 
stima, che Paolo godeva fra i contemporanei. Aggiungerò che quel 
Gisnlfo, che fu eletto abate dopo Teodemaro, era " ex Beneventanorum 
ducum prosapia ortus » (1) ; e sappiamo come di frequente venissero 
scelti a reggere l'abbazia coloro, che, per la parentela colla famiglia 
ducale o regia, potevano essere meglio in grado di arrecare vantaggi 
al monastero. Ne abbiamo esempi in Adalardo, cugino di Carlo, di- 
venuto abate in Corbia ; in Ansilperga, figlia di Desiderio, abbadessa 
di S. Salvatore in Brescia, e in altri molti. Naturalmente perciò la 
nobile nascita di Gisulfo doveva aver più peso, quando si trattava 
di eleggere l'abate, che non i meriti e la dottrina di Paolo. 

Forse a Paolo era riserbata nel suo monastero un'attività diversa 

dall'abbaziale, che del resto non doveva essere molto consona colla sua 

indole. A lui. secondo l'autore dei Gesta episcoporum Neapolitanorum (2) 

- a cui il Dahn, senza ragione, nega fede — mandava il vescovo 

1 1 i Mabillon, Ann., p. 319. 

2 M. G. H., Scr. Lina/., p. o98 . . . alios rìeinde clericos in moiìasterium 
saneti Benedicti Paulo Levitae destmavit. 

23 



— 302 — 

napoletano Stefano alcuni chierici, affinchè venissero da lui istruiti; 
uno dei quali, Giovanni, divenuto poi diacono, « apprime erudita! 

effulsit. n 

Senza pretendere di far risalire a Paolo i primordi dell'attività lette- 
raria (1), onde andò e va illustre il monastero Oassinese, ne la causa della 
dimora in esso di uomini insigni, quali Adalardo, Liudgero, Willibrod; 
senza asserire — ciò che non risulta da nessun indizio — che la 
fama della sua dottrina attirasse presso di lui gran numero di sco- 
lari (2), nulla vieta però di credere che al dotto monaco, già guida 
degli studi d'una principessa, già maestro di greco ai chierici Franchi, 
fosse affidata 1' istruzione di novizi e di giovani monaci in quelle 
discipline sacre e profane, alle quali il rinnovamento carolingio ve- 
niva accrescendo pregio e diffusione. 

Ma neppure dalla notizia del cronista napoletano si può trarre 
alcun dato cronologico, che non riconduca al termine già fissato, 
poiché il vescovo Stefano mori nell'800 (3). Ad ogni modo per mezzo 
di questa notizia si può stabilire il termine ante quem nell'800, con 
maggiore sicurezza di quel che permetta di farlo l'argomento comu- 
nemente addotto. 

Il Dahn, nella tavola cronologica aggiunta alla sua opera, dà 
come data probabile della morte di Paolo il 795 ; l'accetta l'Hodgkin 
(p. 78), aggiungendo però che essa si deve collocare ad ogni modo 
fra il 790 e l'800. Negli ultimi anni del secolo Vili la pone l'Ebert; 
prima della coronazione di Carlo il Waitz ; u al più tardi nel 799 « 
il Del Giudice e il Calisse; u non oltre il 799 » il Mattias. E in realtà 
queste espressioni indeterminate hanno la maggiore probabilità di 
non allontanarsi dal vero. 

Il Grion sostenne (p. 39) la data del 797, perchè Paolo, secondo 
lui, avrebbe certamente dedicata un' affettuosa epigrafe — egli epi- 
grafista — al suo abate Teodemaro, se gli fosse sopravvissuto ; que- 
st'epigrafe sarebbe stata certamente incisa per iniziativa d'Ilderico ; 
i monaci l'avrebbero certamente conservata, come conservarono quella 
composta in onore di Paolo. Questi potranno essere giudizi di possi- 
ìnlita ; ma per entrare nel campo della semplice 2 )r obnbilità, avrebbero 

(1) Come vorrebbe il Gieseurecht (De litterar. studiis ecc., p. 47), che però 
dice di non trovar traccia, di una vera e propria scuola stabilita da Paolo in 
Montecassino. 

(2) Bethmann (p. 270) confutato dal Dahn (p. 73). 

(3) Bethmann, id. 



- 363 — 

bisogno di qualcuna di quelle prove di fatto, su cui il Grion non 
sempre si cura di basare le sue induzioni. Paolo poteva comporre 
quest' epigrafe, ma poteva anche non comporla ; la congettura che 
Ilderico la facesse incidere è fondata sull'opinione non provata che 
Ilderico fosse discepolo di Paolo ; e quanto all'essere conservata, non 
possiamo certamente sapere che cosa fosse contenuto nei molti codici 
che sono andati perduti — dato anche che l'epigrafe venisse trascritta 
in un codice, come si crede sia avvenuto per quella attribuita a 
Ilderico. 

Concluderemo quindi col Tamassia (p. 27) che possiamo affermare 
soltanto che la morte di Paolo è anteriore all'800 ; ma le altre sup- 
posizioni, per quanto ingegnose, non hanno fondamento alcuno. 

Conosciamo invece con sicurezza il giorno della morte di Paolo 
da un antico necrologio cassinese, .copiato nel secolo XII da un 
altro più antico (1), che porta la notizia :. a Eidus Aprilis obiit 
venerandae memoriae domnus Paui.us Diaconus et monachus. » Che si 
tratti proprio del nostro Paolo si deduce, secondo il Bethmann 
[pag. 249), dal fatto che a questa notizia segue immediatamente quella 
dulia morte dell' abate Gisulfo (Griso sacerdos et àbòas), che era pro- 
babilmente abate quando Paolo morì, ed finche dalle parole venerandae 
memoriae, usate spesso nei manoscritti cassinesi per indicare il nostro 
Paolo, e dall'essere le parole Paulus diaconus et monachus scritte in 
rosso con speciale distinzione, come si conveniva a persona illustre. 
Ma in qualunque anno avvenisse questa morte, fu certo troppo 
presto per noi, poiché essa impedi a Paolo di condurre a termine 
la sua opera maggiore, quella che ha vera importanza per la storia, 
e che ti-amandò ai posteri gloriosamente il nome del suo autore, VHi- 
noria Langobardorum. Che l'opera non sia compiuta nell'intenzione del- 
l'autore — poiché fu osservato (2) che la morte di Liùtprando era un 
fatto abbastanza importante, per poter costituire un punto di fermata 
— risulta -da un passo dell'ultimo capitolo (VI, 58), in cui Paolo, dopo 
aver parlato di Pietro, vescovo ticinese, aggiunge : u Cuius nos aliquod 
miraculum, quod posteriori tempore gestum est, in loco proprio jwne- 
mus » (3); e risulta anche dalla mancanza di prefazione e di conclusione, 

(1) Bethmann, p. 249. 

(2) Ebert, p. 54. 

(3) Forse da questo luogo fu tratta la notizia errata del Galesini, ehe Paolo 
avesse composta una Storia dei vescovi Ticinesi, interpretando il passo sul- 
l'analogia del III, 24, riguardante la biografia gregoriana, e del VI, 16 sul 
Liber de episc. Mettens. (Cfr. Bethmann, p. 322). 



- 364 -- 

e dal difetto di limatura, specie nei primi libri. E poiché da alcuni 
luoghi dell'opera stessa si deduce che fu composta in Montecassii 
e dopo il soggiorno in Francia (2), si può ritenere che fu composta 
nell'ultimo periodo della vita di Paolo, e quindi credere che la morte 
tolse, avanti il termine, la penna di mano allo storico. 

Ma non abbiamo nessun indizio, né interno ne esterno, per determi- 
nare con maggiore precisione gli anni, in cui VITiat. Lang. fu scritta. Co- 
minciata circa il 790 la dice il Dahn (p. 75), e compiuta forse fra il 7H7 
ed il 790 il Bertolini ; ma non so con quale fondamento. Certamente 
non si può fissare il 790 come limite dell' elaborazione, perchè 
dovette continuare fino negli ultimi anni della vita di Paolo, se fu 
interrotta per la morte. Per la morte, e non, come afferma Er- 
chemperto (3), perchè gli mancasse il coraggio di narrare la caduta 
del regno langobardo; ipotesi suggerita a quel cronista dallo studio 
dell'antitesi fra la condizione di Paolo, che potè celebrare le gloriose 
gesta della sua gente, e la propria, che non gli concedeva di narrare 
se non sventure e rovine (Del Giudice, p. 518) ; e suggerita anche 
dalla coincidenza del termine della storia di Paolo colla fine dei 
tempi prosperi del regno langobardo. 

Ma disgraziatamente questo termine cade là dove Paolo avrebbe 
cominciato a narrare di propria scienza, per essere stato testimonio 
oculare degli avvenimenti, onde la sua storia sarebbe stata per quei 
tempi fonte della maggiore importanza e attendibilità. E forse nelle 
pagine, ch'egli non potè scrivere, sarebbe apparso qualche tratto di 
carattere personale, o per lo meno le allusioni, i giudizi, 1' indole 
stessa della narrazione avrebbero offerto largo campo a più probabili 
congetture sulla vita dell'autore. 

00X10113.31033.6. 

Dissi sul principio come precipuo intento del mio studio fosse 
quello di determinare quali dati sulla vita di Paolo si possano dire 

(1) I, 26 Hic autem, hoc est in Casini arcem . . . hoc ad hit ne fertdem 
locina . . . ; VI, 40 hunc. Casinum castrum poti it . . . hoc sanctum coenobiuni 
erexit. Non è da trascurarsi che questi accenni si trovano rispettivamente nel 
primo e neir ultimo libro. 

(2) I, 5; II, 13; VI, 16. 

(3) M. G. H., Sor. Lang., p. 234 « In his autem non frustra esclusit aotas 
ioquendf, quoniam in eis Langobardorum desiit regnum ». 



- 365 — 

sicuramente acquisiti, quali ipotesi vadano assolutamente respinte, 
quali questioni restino ancora insolute. E quanto cercai di fare nel 
corso della mia esposizione; raccoglierò ora in breve i risultati, a 
cui pervenni. 

Anzitutto, rifiutata ogni testimonianza delle cronache medievali 
dei secoli X-XII, di cui fu riconosciuta la nessuna sincerità e atten- 
dibilità ; revocata in dubbio l'autenticità del così detto epitaffio d'Il- 
derico. che si vorrebbe far risalire al sec. IX, mentre il suo conte- 
nuto e la sua storia esterna ingenerano il sospetto, che si tratti di 
un documento molto posteriore, resta stabilito che una biografia di 
Paolo, condotta con seri intendimenti critici, deve essere fondata 
Boltanto sulle fonti contemporanee, costituite per la massima parte 
dalle opere di Paolo stesso. 

Dalle quali fonti possiamo dedurre con sicurezza che Paolo nacque 
nel Friuli, da famiglia langobarda, stabilita colà fin dalla discesa di 
quel popolo in Italia, e appartenente all' antica nobiltà langobarda. 
Resta dubbio invece se patria di Paolo fosse precisamente Forum 
Iulii ; dubbio 1' anno della nascita, che cade però, secondo ogni 
probabilità, fra il 720 e il 730. 

Del grado di cultura, non comune pel suo tempo, posseduta da 
Paolo, fanno testimonianza le sue opere e le lodi dei contemporanei; 
ma dove, quando, in quali condizioni fu compiuta la sua educazione 
letteraria non è possibile determinare con precisione. Porse le scuole 
foroiulane e le ticinesi si divisero l'onore di schiudere quella mente, 
avida di sapere, al culto delle discipline sacre e dell'arte grammaticale; 
forse in Pavia fu maestro al giovane Paolo quel Flaviano, che nella 
vecchiezza egli rammentava ancora con venerazione. 

Incerto è pure il tempo e il luogo della sua entrata negli ordini 
ecclesiastici, che va probabilmente posta in rapporto cogli studi sacri, 
impresi nella giovinezza ; incerte le sue relazioni coi re langobardi. 

Prima di giungere al caposaldo del 781 o 82, anno in cui sappiamo 
che Paolo, già monaco cassinese, si recò alla corte di Carlo Magno 
a intercedere pel fratello prigioniero, la massima oscurità regna 
sulle sue vicende. Unica luce in queste tenebre è portata dai docu- 
menti, che attestano i rapporti letterari e l'affettuosa devozione, che 
congiunsero Paolo ad Adelperga, duchessa di Benevento. E poiché 
si può dimostrare che questi documenti risalgono a un tempo anteriore 
alla caduta del regno langobardo, credo si possa affermare che, già 
prima del 774, Paolo si trovava nel ducato beneventano, e molto 
probabilmente a Montecassino. 



- 366 - 

Onde, viste le gravi difficoltà, a cui vanno incontro e l'opinione de] 
soggiorno di Paolo alla corte di Desiderio, e 1' ipotesi che la m< 
cazione di Paolo avvenisse nel monastero di S. Pietro in C'ivate e 
che quivi egli si trattenesse fino al 774, le maggiori probabilità stanno 
per la congettura, che Paolo seguisse in Montecassino il re Ratchis, 
quando questi abbandonò pel chiostro la corona. 

Sebbene non vi sia accordo perfetto riguardo al tempo del viaggiai 
di Paolo in Francia e del suo ritorno al convento, pure tutti con- 
vengono eh' egli passò gli anni dal 782 al 786 circa alla corte di 
Carlo Magno. Delle sue ottime relazioni con quel re e degli onori, che 
a Paolo furono tributati in quella corte, ci restano numerose prove nei 
carmi scambiati fra Paolo e Pietro Pisano, che scriveva talora in 
nome del re stesso, e negli importanti incarichi affidati dal sovrano 
al dotto monaco. 

Che Carlo concedesse a Paolo la grazia pel fratello, colpevole di 
partecipazione alla ribellione friulana del 776, è forse ozioso porre 
in dubbio ; come pure si può con molto affidamento negare che Paolo 
partecipasse in qualunque modo a quella congiura, e che si rendesse 
colpevole in qualunque modo verso il re Franco, a cui fu sempre 
caro, anche dopo il ritorno nel chiostro. 

Numerose prove attestano anche i frequenti e diuturni rapjjorti 
di Paolo colla famiglia ducale beneventana; ultima di esse è l'epi- 
taffio del duca Ari chi, in base al quale possiamo stabilire che nel- 
l'agosto 787 Paolo era già tornato a Montecassino. Quivi egli compose 
la sua Storia dei Longobardi, anzi il termine della quale lo colse la 
morte, avvenuta il 13 aprile di un anno, che non si può determinare 
con certezza, restando però assodato che cade prima deH'800 e pro- 
babilmente dopo il 795 ; non improbabile la determinazione del 799. 

Da questo rapido esame risulta come una biografia di Paolo debba 
necessariamente procedere in gran parte per via di congetture e di 
ipotesi, fondate su basi più o meno solide, e come le questioni sol- 
levate sulle vicende dello storico dei Langobardi offrano sempre un 
campo aperto a nuove ricerche, a nuove discussioni. 

EVELINA MeNGHINI. 



IL PETRARCA A PAVIA 



I. Probabili gite del Petrarca a Pavia durante il suo soggiorno a Milano. 

— Il Petrarca e frate Jacopo Bussolari. — La caduta di Pavia in potere dei 
Visconti. 

II. La prima lunga dimora del Petrarca a Pavia. — I Da Brossano. — 
Perchè il Petrarca passasse alcuni mesi d'ogni anno a Pavia. 

IH. Il Petrarca a Pavia nel 1363. — La lettera descrittiva della città. — 
L'aneddoto del medico del Vallese. — Lettere ritardate. 

IV. Il Petrarca a Pavia nel 1366. — Le sue occupazioni letterarie in quel- 
Panno. — Suoi amici a Pavia. — Il Petrarca e la biblioteca del Castello. — 
Il Petrarca e Giangaleazzo. 

V. Partenza da Venezia nel 1367. — 11 Petrarca a Pavia in quell'anno. 

— La composizione dell'opuscolo De sui ipsius et multorum ignorantia. — 
Pandolfo Malatesta a Pavia. 

Vi. Il Petrarca e Carlo IV. — Fuga del giovinetto ravennate. — Il Pe- 
trarcii a Pavia nel 1368. — Ritorno del fuggiasco. — Dolore del Petrarca per 
a morte del nipotino. — Il Petrarca alle nozze di Violante Visconti. — Com- 
pimento della trascrizione della versione omerica, — Ritorno del Petrarca a 
Padova. 

VII. Il Petrarca a Pavia nel 1369. — Torna a Padova ammalato. 
Appendici. — I. Lettere che il Petrarca scrisse da Pavia. — II. L' epitafio 
di Francesco da Brossano. 



Il tema è dei più triti, poiché a tacere di quanti narrarono 
per disteso tutta la biografia di Francesco Petrarca, dei soggiorni 
di lui a Pavia parecchi scrittori cittadini raccolsero le memorie 
(•un istudio amoroso (1) e gli indagatori delle sue relazioni coi 

(1) G. Robolini, Notizie appartenenti alla storia della sua patria, Voi. V, 

?. II. Pavia 1836, pp 4 30, 60-68; vedi anche voi. IV, P. I, 1830, p. 325 sg. e 

"1. V, P. I, 1834, p. 158. — C. Dell'Acqua, Il palazzo ducale Visconti in 

e F. Petrarca, Pavia 1874. — C. Magenta, I Visconti e gli Sforza nel 

». Milano 1883, voi. I, pagg. 108, 112, 131 sg., 134 n. 2. Ab- 

»>//i di quella parte dell'opera del Robolini che tratta del P., si trovano, in- 

con una memorietta del Comi concernente la stessa materia, nel ms. 334 

li questa Biblioteca Universitaria. 



368 



Visconti dovettero almeno far cenno (l\ Né a me è accaduto — 
sarà bene dirlo subito — di trovar documenti che diretta- 
mente spargano nuova luce su quei soggiorni o determinandone 

i tempi con esatta sicurezza o svelando particolarità ignote — 
ma ve ne sono di note? — della vita che qui condusse il Pe- 
trarca. Tuttavia per una presunzione che non sarebbe scusabile 
se non fosse un po' mal comune, mi arrise la speranza che 
riesaminando i documenti già conosciuti, tentando por le vie da 
essi additate qualche nuova ricerca e tutto valutando con critica 
oggettività e con miglior metodo che talvolta non si fosse fatto, 
sarei riuscito a chiarire qualche punto del tema, a sceverare 
dalla storia la tradizione incerta o malfida, ad aprire qualche 
sottile spiraglio di luce nel buio di codesta parte della biografia 
del grande Poeta. E poiché la speranza non mi falli in tutto, 
riprendo qui il trito argomento, col proposito, s' intende, di non 
soffermarmi se non sulle notizie soggette a controversia o là 
dove alcuna plausibile congettura mi sia balenata. Il Petrarca ha 
tale importanza nella storia dell' arte e del pensiero italiano, che 
la stessa sua persona desta in noi un vivo interesse, onde trag- 
gono dignità e valore anche certe discussioni, e ricerche minute. 



Quando, in un delizioso appagamento di quella sua simpatia 
per i vasti panorami che gli fu ispiratrice di tanti bei fantasmi 
poetici, il Petrarca dal colle di S. Colombano sul Lambro spa- 
ziava collo' sguardo per 1' ampia distesa della pianura padana, e 
tra il lieve fumigar delle nebbie autunnali vedeva disegnarsi verso 
ponente, irto di torri il profilo della città di Pavia, probabilmente 
non aveva ancor messo piede fra queste mura. Correva l'ottobre 
del 1353 (2) ; erano passati appena cinque mesi da quando il 

(1) Per es. A. Hortis, Scritti inediti di F. P., Trieste 1S74, nel cap. IV, 
e F. Novati, nel suo prezioso articolo II P. eri i Visconti, inserito non ha guari 
nella Riv. d'Italia, a. VII, 1004, voi. II, pag. 135 segg. 

(2) Fani. XVII, 5. La tinta mi pare sicura, perchè I* esaltatone del « se- 
niniin gaudium » e della « leta securitas » della villa di Valchiusa non avrebbe 
avuto luogo, dopo che la ehi. ciò visitata i ladri il Natale, par bene, del 1353 
(Sen. X, 2). Nel citare le Familiari e le Varie seguo sempre la numerazione 



— 369 — 

Petrarca aveva proso stanza a Milano; cinque mesi a lui non 
scevrj d' interne dubbiezze pel risorgere incessante, in quella sua 
anima rosi vàriamente sensibile, di tendenze e d'aspirazioni che 
altre tendenze e altre aspirazioni, avvalorate dalla parola lusin- 
gatrice dell' Arcivescovo, avevano messo a tacere nel momento 
dell'imprevista risoluzione: cinque mesi agitati da avvenimenti 
politici, cui egli non s'era tenuto estraneo: il. passaggio per Mi- 
lano del cardinale Egidio Albornoz, la sconfitta dei Genovesi nel 
mar di Sardegna e la loro dedizione ai Visconti. Il tempo e l'agio 
per una gita a Pavia, è naturale gli fossero mancati (1). 

Ma negli otto anni che intercedettero fra quella sua dimora 
nel castello di S. Colombano e la sua partenza definitiva dalla 
città di S. Ambrogio (1361), non è verosimile che, viaggiatore 
cosi pronto com'era, non venisse qui a venerare il'luogo dove 
ripesavano le reliquie del suo Agostino. Nel 1359, scrivendo al 
Bussolari 1' epistola famosa (2) per esortarlo a cessare dalla sua 

ressiva del Fracassetti : nel citare le Senili aggiungo, ove sia il caso, al 
numero dato dalla versione fracassettiana, il numero corrispondente dell'edi- 
zione di Basilea, 1554, alla quale si riferisce ogni altro rinvio ad opere 
latine del P. Quando mi accade di recar tradotti passi di lettere petrarchesche, 
mi valgo del Fracassetti solo come d'un aiuto. Le abbreviazioni Leu. fam. o 
Liti. sen. rimandano all'edizione italiana dell'erudito marchigiano, e la cita- 
zione seguente ha sempre luogo per volume e per pagina. 

1 Non è superfluo notare che nella Seti. X, 2, dopo aver parlato de' suoi 
imi a Padova tra il 1349 e il '51, continua: « Mediolanum serius ac Ti- 
cinum novi ». 

(2) Fam. X!X, 18. EsSa ha la data: « Mediolani, Vili Kal. Aprilis », cioè 
"' marzo, e i più col De Sade e col Fracassetti la assegnano al 1357. Ma la- 
nciando da parte il ricordo dell'assalto dato al Castel di Nazzano {Cas&um 
Som,,;, in quel di Voghera, non castrum Nancani, come ha il testo del Fra- 
Iftssetti . fatto di cui noi serbano memoria gli storici, i Beccaria, il cui esiglio 
lamenta il P., furono cacciati soltanto nel settembre del 1357 (.M. Villani, Vili, 4); 
onde la lettera sarà del marzo 1358 o 1359. Mi risolvo, col Robouni, IV, i, 
!?5 sg., per questo secondo anno, perchè dopo il vano tentativo del 1356, 

edio di Pavia non fu ripreso se non nell' aprile del 1358 (Chron. Placent. 
m Mcratori. XVI, 503) e di horrenda obsìdio parla il P., e perchè la distru- 
zione delle case dei Beccaria, alla quale pure egli allude, segui, secondo il 
Villani non contradetto dal racconto dell' Azario (Muratori, XVI, 376), alla 
pace del giugno 1358. 



- 370 - 

ostyiata resistenza alle armi viscontee, e rammentandogli le ri- 
petute ammonizioni (sepe te admonui) e le preghiere e gli scon- 
giuri con che s'era per lo innanzi sforzato di ricondurlo al cullo 
della pace, il Petrarca chiamava il frate suo amico : « Preces quo- 
que et obsecrationos immiscui, ut, si te ratio non movissoi. amici 
caritas moverei » (1). Onde vien fatto di pensare che le tratta- 
tive cui P epistola allude altre lettere scritte per incarico di 
Galeazzo e, perchè no?, colloqui — fossero state precedute da 
un' amichevole relazione personale, stretta là nel monastero ago- 
stiniano presso alla basilica di S. Pietro in Ciel d' oro, sotto gli 
auspici del Santo, cui anche il Petrarca serviva in ispirilo, e delle 
grandi memorie romane, che dovevano più tardi giovare al guer- 
resco apostolato del frate (2). C'è anzi di più: nella lettera 
stessa si pifò forse scovare un indizio d' un' anteriore venuta del . 
poeta fra le mura della città longobarda. 

Cacciati nell'autunno del 1357 i Beccaria, il Bussolari alcun* 
tempo dopo predicò la distruzione delle loro case e che il luogo 
dove queste sorgevano, «• si recasse a piazza » (3).i Del barbaro 
consiglio e della frase sinistramente motteggevole, lo riprende iro- 
nico il Petrarca e, « Mentre », gli dice, « al suono della voce 
d' Annone sorse Tebe, al suon della tua cade smantellata Pavia; 
figlio nefasto alla patria, seppur non ti scusi P aver reso più tol- 
lerabili le strettezze dell' assedio coli' esiglio d' una gran parte 
dei cittadini e colla rovina eli molte case e P aver apprestato a 
quei triboli lo spaventoso conforto di solitudini arse dagli in- 
cendi e di luoghi di convegno certo ai buon! incresciosi, fornendo 
di piazze numerose una città che ci' una sola era contenta ». 

(1) Anche più innanzi il P. chiama « amico » il Bussolari. Una prova espli- 
cita della loro personale conoscenza s' avrebbe nella lettera stessa, se il testo 
latmo corrispondesse esattamente alla versione del Fracassetti, in un passo 
clic quivi suona così : « Detto a te stesso dal reale Profeta reputar tu do- 
vevi ciò che soventi volte io t' e b b i udito agli altri ripetere », ma nel la- 
tino invece: « nenipe qui tibi dictum crederes Davidicum illud quod sepissimé 
decantares ». 

(2) Dice l'Azario che i Pavesi erano mossi, dal Bussolari alla guerra « histo- 
riis et exemplis Romanorum » (Muratori, XVI, 375). 

(3) M. Villani, Vili, 58. 



- 371 — 

Or bene, in qnest' ultima affermazione, che presa di per sé e 
alla lettera non risponde a verità, ma che acquista un particolare 
significato storicamente verace, qualora il ricordo dell' unica 
piazza s'accosti alla menzione, fatta pur dianzi, dei diversoria, 
si manifesto, s'io non travedo, una conoscenza di costumanze 
locali che difficilmente può reputarsi indiretta. Poiché là bella 
piazza che s'apriva dinanzi alla fronte delle sventurate basiliche 
gemelle, contornata di botteghe dove al dir dell' Anonimo erano 
in vendita tutto l' anno mercanzie d' ogni sorta, adorna della 
statua del Regisole che il Petrarca descriverà più tardi, ammi- 
rando, all'amico Boccaccio, era appunto il luogo nel quale ogni 
giorno convenivano a diporto i Pavesi, quasi il centro cui con- 
vergeva dai quartieri più remoti la vita sociale (1). Altre piazze 
aveva la città : altre che quella, non desideravano i cittadini 
[iiiiu contenti). 

Intorno all' epistola al Bussolari che qui ci avvenne di citare, 
lono vaia i giudizi, chi movendone al Petrarca rimprovero come 
1' una mala azione [2) e chi, con più retto senso di storia, spie- 
gandola e giustificandola colle condizioni dei tempi (3). Le cen- 
ane petrarchesche, contendenti ogni inerito al nero fraticello, 
ulto inteso a salvare la libertà di Pavia dalla tirannide viscontea, 
■i spiacciono a prima giunta per la suggestione che sull'animo 
lustro esercitano le idee di libertà e di tirannide. Ma a ben 

1 « Tantum inter se [Papienses] noticiam mutuam habent, ut si quis ab 
no latere civitatis de hospicio alterius in remotiori parte manentis interro- 
averit, sibi protinus indicetur ; et hoc est quia cotidie, bis in die, in Curia 
oinuuis vel in Atrii platea (cioè appunto nella piazza del Regisole) conve- 
nni! ». Cosi l'Anonimo Ticinese, Liber de laudibus Civitatis Ticinensìs, ediz. 
tfintavalle-Maiocchi, nei nuovi Rer. hai. Script., voi XI, P. I, Città di Ca- 
ello 1903, [». 26 sg. Sulla stessa piazza si facevano anche le battagliale, le 
jtaeniche e le teste del Carnevale, « post nonara.... et recreationem cor- 
9rum ». 

(2 Cito per esempio, 1' Hortis, pp. 177 sg. nota, pur cosi favorevole al 
etrarca. 

Vedi le giuste osservazioni del Romano, nelVArcìi. star, lomb., XIX, 1892, 
587 e XXIV (= S. Ili, voi. IV), 1895, p. 30 n., e i densi cenni del Novati' 
Ba Riv. d' Italia, 1. e., p. 150. 



372 



guardare, queir epistola altro non è che una solenne apologia 

(lolla paco turbata dalla pertinacia invitta di fra Jacopo ; è una 
nota di queir inno sospiroso alla paco d' Italia, che si leva da 
ogni canto delle opere del Petrarca, dalla bellissima epistola me- 
trica ad Enea Toloniei (I, 3), dalla chiusa della canzone alla 
patria diletta, dalle lettore ai papi, a Carlo IV, al doge di Ve- 
nezia, dalla stessa, pur cos'i bellicosa, Hortatoria a (ola di Rienzo] 
Ancorché scritta per compiacere a Galeazzo Visconti, l'epistola 
al Bussolari ha il luogo suo nella lunga serie delle scritture po- 
litiche petrarchesche, nello quali si esprime e si svolge un pen- 
siero più coerente che in generale non si creda, e forse, per la 
sua stessa apparento incoerenza, più pratico. L' età dei piccoli 
Comuni era tramontata per sempre e il nuovo assetto politico 
onde T Italia poteva sperar rimedio alle sue 'piaghe mortali, 
doveva nascere dall'equilibrio delle grandi signorie, monar- 
chiche o repubblicane, che già s' eran venute o si venivano for- 
mando. E il Petrarca, che la pace d' Italia sua aveva in cima 
de' suoi pensieri, non poteva far buon viso all' opera di chi, ri- 
sospingendo una città verso un passato ormai irrevocabile, ritar- 
dava 1' accrescersi e il consolidarsi d' uno stato che per la sua 
potenza appariva fra i meglio disposti a cooperare all' attuazione 
di quella nobilissima idealità. Oh era ben altra, agli occhi del 
Petrarca, la condizione del popolano che sulP alto del clivo Ca- 
pitolino s' era fatto gridare tribuno e che moveva guerra ai si- 
gnorotti discesi dalle selve della Germania ad usurpare il nome 
romano e a contristare di guerricciole senza fine la gran madre, 
il capo d' Italia ! Forte degli antichi ricordi di cui era cinta la 
sede della sua autorità, e dell' entusiastico consenso del popolo, 
Cola di Rienzo era apparso al Petrarca come il possibile rigene- 
ratore non pur di Roma, ma di tutta la penisola. Ora nel con- 
flitto tra il Bussolari e Galeazzo, chi nella mente di lui, sempre 
accesa d' amore per la patria italiana, prendeva il luogo di Cola, 
sia pure con una men luminosa aureola di gloria e con tanto 
mono d'immaginaria potenza quanto più aveva di potenza reale, 
non ora il flsculus carbonum dell' Azario, bensì il tiranno lom- 
bardo. 



— 373 — 

L'assedio che questi aveva posto a Pavia già nella primavera 
del 1358, si fece più gagliardo e più stretto un anno dopo, quando 
per la pace generale, eonchiusa nel giugno precedente, Galeazzo 
si trovò a poter più liberamente usare delle sue forze (1). La 
difesa degli assediati fu valida e tenace. La manna che, secondo 
le profezie del Bussolari, sarebbe dovuta cadere dal cielo a sfa- 
mar.' la città ridotta a corto di viveri, fu aspettata invano, e per 
prolungare la resistenza convenne ricorrere agli estremi partiti: 
all' espulsione delle bocche inutili e dei poveri e alla strage dei 
cani (2). 

In questo momento il Petrarca, ripresa la penna, scrisse in 
nome di Bernabò un 1 epistola al Bussolari, grave di austeri am- 
monimenti e insieme vivace per facete ironie, argutamente sati- 
rica nel suo complesso (3). « I fanciulli, le donne, gli infermi, 
clic tu avevi accolto all' ombra della tua protezione, ora cacci 
impudentemente lungi dalle proprie case e costringi a mendica- 
re la vita sulle dure vie dell' esiglio. Bei frutti della tua coscienza 
e della tua religione ! Oh come in un lampo s' è mutata la faccia 
delle cose e subitamente s' è manifestato quanto a buon dritto 
tu abbia assunti e titoli e nomi ! ». I titoli e i nomi di duce, di 
senatore, di oratore, che il Petrarca nell' altra epistola diceva am 
biti dal Bussolari e che egli con critica sottile gli contrastava. « Coi 
poverelli, cui tocca la sorte medesima che a quei cittadini, tu 
pure, votato alla povertà per tua professione, dovresti partire; 
con essi è partito di Pavia Cristo, che il soccorso dato a' suoi 
poveri disse dato a sé stesso ». Ma delle conseguenze di codesti 
draconiani provvedimenti resti la cura al frate.- A Bernabò, grande 
amatore e protettore dei cani, sta a cuore la sorte di questi os- 
sequiosi e fedeli quadrupedi. Gliene mandi il Bussolari alquanti 

1 Chron. Placent., in Muratori, XVI, 503, 504. Il 12 aprile 1359 Ga- 
leazzo annunciava a Ugolino Gonzaga che la settimana prossima intendeva « fir- 
mare potestateru exercituum nostrorum tam per terram quam per aquam 
con tra civitatem Papié » (Magenta, II, 9). 

(2) Azario, in Muratori, XVI, 378. 

(3) La diede in luce non ha guari il Notati, p. 151 sg., tradotta in ita- 
liano e sobriamente illustrata. 






— 374 - 

prima che tutti periscano; egli se ne varrà nelle cacce, di cui 
la guerra non gli ha tolto né le occasioni né il diletto; « e i cani, 
se potessero formar parole certo attesterebbero che preferiscono 
di gran lunga servire a lui e, quando il destino cosi dispoj 
cadere sotte lo zanno dei cinghiali, piuttosto che morire o di ferro 
o di fame ». La riprensione severa finisce in un' 1 amara canzo- 
natura. 

Nel novembre del 1359 (e dovette essere nei primi giorni del 
mese) i Pavesi, a quanto narra il Corio, « uscirono di fuori et 
investirono lo esercito de Galeazzo per modo che al tutto con 
atrocissima pugna il debellarono, presino gran numero de per- 
sone, tra li quali furono molti nobili 3e Galeazzo et assai ne 
furono morti et suffocati in Ticino ». Il Petrarca, elio da Milano 
seguiva le vicende della guerra, ebbe non so se temperata o ag- 
gravata F amarezza del disastro toccato al suo signore, dalla no- 
tizia che se ne faceva ricadere la colpa sub' astrologo, il quale 
dopo aver trattenuto per alcuni' giorni le spiegate bandiere, aspet- 
tando che giungesse 1' ora fatale, aveva dato il segno della par- 
tenza proprio quando ad un lungo periodo di siccità succedevano 
giorni di piogge impetuose e dirotte. Perciò 1' esercito milanese 
s' era trovato cogli accampamenti inondati e costretto a combat- 
tere sur un terreno tutto allagato, « di guisa che poco stette che 
dalle acque del Cielo non rimanessero affogati quelli che venuti 
erano a vincere colla forza dell'armi » (1). Galeazzo rifece 
validissimo esercito all'assedio, e Pavia capitolò il 13 novembre. 
Ma all' astrologo, tornato a Milano, non mancarono le rampogne 
e gli scherni del Petrarca, che con quel vecchio indovino — 
uomo assai dabbene del resto, di straordinaria dottrina e a lui 
carissimo — aveva lunga familiarità, e ad ogni occasione si com- 
piaceva di stuzzicarlo e costringerlo a riconoscere la fallacia della 
sua scienza. 

(I) Sen. Ili, 1. Nessun cronista riferisce queste particolarità. 



— 375 — 
II. 

Lasciata Milano nella primavera del 1361, il Petrarca vi ri- 
tornò da Padova nell'inverno successivo, coli' intenzione di pro- 
seguire il viaggio fino in Provenza, dove lo traeva la nostalgia 
della « sua giocondissima solitudine transalpina » non più rive- 
duta da nove anni. Ma costretto dalla guerra, che rendeva mal- 
sicure le strade, a fermarsi, e stanco d' aspettare, ai primi di 
maggio del 1362 si rimise in cammino alla volta di Padova, né 
è impossibile che andando ad imbarcarsi sul Po (1), fosse al- 
tera di passaggio a Pavia. Il viaggio, ancorché fallisse al suo 
intento, non era però riuscito del tutto vano : messer Francesco 
aveva riveduto per l'ultima volta Azzo da Correggio, cui lo strin- 
geva vecchia e profonda amicizia; ad un altro amico, Moggio 
da Parma, letterato di qualche nome e maestro dei correggeschi 
rampolli, aveva affidato, insieme colla cura di certe sue coserelle 
(rende), l'ufficio di soprintendere alla trascrizione del trattato 
De Vita Solitaria e di far miniare e rilegare la copia (2); 
infine aveva riabbracciato i suoi cari, la figliuola Francesca e il 
genero Francescuolo di Amizòlo da Brossano, che anche dopo 
la partenza definitiva del poeta continuarono a dimorare a Mi- 
lano, almeno sin verso la fine del 1362 (3). 

La maggior parte dell' anno seguente il Petrarca la passò a 
Venezia, dove accolse ed ebbe ospite per tre mesi il Boccaccio, 
che fuggito improvvisamente da Napoli rinfrancò nei conforti 
dell'amicizia l'animo suo esulcerato dalla disillusione patita nella 
casa del gran Siniscalco. Qualche tempo dopo la partenza del- 
l' autore del Decameron, probabilmente verso la fine di set- 
tembre (4 , egli venne a Pavia, e fu questa la prima delle « tres 

(1) Seri. I, 3 [l, 2]. 

(2) Var. 12, data a Padova il 10 giugno del 1362, e Var. 4, data a Venezia 
1 17 novembre dello stesso anno. 

(3) Non e" è dubbio infatti che il Franciscolus nominato in ambedue le let- 
ere citate nella nota precedente sia il Da Brossano. Codesto « Francescuolo » 

a nella .stessa città che il Moggio, il quale stava allora a Milano. 

(4) Ai 20 era ancora a Venezia, donde mandava al Boccaccio la Seti. Ili, 2, 
nsieme colla Seti. Ili, 1, che ò del 7 di quello stesso mese. 



- 370 — 

aestaies » - estate nel largo senso classico di stagione adatta 
alle spedizioni militari (1) che nel '05 diceva di aver qui 
passato (2,i. 

Tale è I' opinione comune intorno al tempo del primo lungo 
soggiorno di lui nella città ticinese (3), opinione che ricevo buon 
rincalzo dalla letterina che un anonimo, da identificarsi quasi 
certamente col forlivese Neri Morando (era questi un amico del 
Petrarca, cui gli uffici tenuti nella cancelleria della Repubblica 
Veneta e dell'Impero distolsero dai cari studi delle lettere), 
scrisse a maestro Moggio da Parma. Eccola qui. tradotta, quasi 
per intero : 

Credevi, come vedo, che io dimorassi a Pavia e che così, avendo 
l'agio d'avvicinare il nostro divino Petrarca andato non ha guari ari 
abitare in quella città, avrei deciferato i sensi reconditi delle su« 
egloghe e li avrei partecipati a te, se mi fosse riuscito di spremere 
qualche po' di latte dalle sacre mamme. Fu vana illusione, perché 
ho lasciato le mura pavesi quasi senza speranza di ritorno, proprie 
nel punto che egli vi arrivava. Inoltre e' è una, ahimè, più amari 
sventura, che mi affralì l' ingegno e soffocò ogni sete di dottrina 
l'empio, orrendo e miserabilissimo scempio del mio Lelio, ottimo amico j 
ond'io fui così violentemente commosso da peccare quasi contro l'e- 
terna giustizia, gridando spesso nella mia solitudine quelle parole 
di Teseo : « Grande regnator dell' Olimpo, tanto tardi a udire, a ve- 
dere i delitti? E quando scaglierai il tuo fulmine vendicatore?» (4) 
Talvolta sto a ciglio asciutto e tal altra mi struggo in lagrime. E i 
piangere giova (5). 

(1) L' aestas militare .abbracciava le tre più miti stagioni dell'anno, pri- 
mavera, estate, autunno (Unger, Jahrèsseiten der Romer, nel Eandb. d. klasf 
Alterth. di 1. Mailer, voi. I, 1886, p. 610J, e il Petrarca ben poteva ave) 
appreso quest'uso della parola nei suoi assidui studi su Livio. 

(2) Sera. V, 1. 

(3) Così la pensarono il De Sade, il Fracassetti, il Robolini, ecc. 11 Fra- 
cassetti però ammette anche una dimòra anteriore, nel .1360 (Lett. fam. V, 394) 
ma il fondamento della sua congettura non regge alla critica; vedi I'AppendicEI 
nuin. 17. 

(4) Seneca, Phaedra, w. G7 ( .)-81. 
(b) L'autografo di questa letterina è nel cod. Laurenz. LUI, 35, e. 12 r 

o fu riprodotto e trascritto con tutta la pagina che lo contiene, nella Collezion 



Il Petrarca, ò vero, narrando al Boccaccio, in una lettera scritta 
poco prima di partire per Pavia, le sventure che lo avevano di 
recente colpito, dà il suo Lelio per morto di posto e non di 
l'erro fi): tuttavia io non esito a credere che il Lelio del Pe- 
trarca e .[nello di cui parla, diciam pure Neri Morando, siano 
lina sola persona, il romano Lello di Pietro Stefano, amicissimo 
sì del Morando e si di messer Francesco (2), e come familiare 
dei Colonna, facilmente esposto ai pericoli delle sommosse e degli 
eccidi che turbavano allora la città eterna (3). Il Petrarca, lon- 
tano e informato improvvisamente di quella morte dal funebre 
silenzio del messo, che gli restituiva, col sigillo integro, una let- 
tera diretta a Lelio, potò di leggieri esser tratto in inganno dal 
sapere che Roma era infestata dal morbo, e .nell' inganno in 
sulle prime pietosamente lasciato. La letterina testò riferita sarà 
dunque della seconda metà del 1363, e siccome Panno prima il 
Petrarca non fu a Pavia, se non forse di passaggio (4), mentre 
d'altro canto nulla indica che vi si trasferisse a lunghe dimore 
(piando ancora aveva la sua residenza a Milano, o nel 1361, 

tina di facsimili del Vitelli e del Paoli, tav. 12. 11 Bandini erroneamente 
la credette, come altre racchiuse nello stesso codice, di mano del Petrarca 
•"<</.. II, 624), mentre per il confronto con autografi sottoscritti, conservati 
ivi -tesso, è quasi sicura l'attribuzione a Neri Morando; in che consentono 
il Del Furia, che trascrisse la lettera sur un foglietto volante inserito nel co- 
dice. F. R ti li 1 ìq un articolo del Rheinisches Museum, N. F., XXXVI, p. 16 sg., 
il Paoli e infine l'amico prof. E. Rostagno, che del documento volle coli' usata 
gentilezza — e gliene rendo vive grazie — inviarmi un'esattissima trascri- 
zione condotta sull'originale. 

(1) Sen. III. 1, dei 7 di settembre del 1363. 

: i « Lelium menni, imo tuum , imo nostrum , familiarissimum Cesari 
factum gaudeo », scrive il P. al Morando nella Fam. XX, 2. 

(3) Il Fracassetti infatti opina che il grave pericolo corso da Lelio, di cui 
<: paiola in Fam. XVI, 8, sia stato in un tumulto popolare contro Stefanello 
Colonna e Bertoldo Orsini {Leu. fam., I, 478). 

(4) Tornato da Milano a Padova agli 11 di maggio, si proponeva di pas- 
tranquillo l'estate « secus adriaci sinum maris » (Sen. I, 3 [I, 2]). E di- 

Uti lo troviamo a Padova nel giugno e nell'agosto (Yar. 12, 43; e a Venezia 
nel novembre e nel dicembre (Yar. 4. 37), e non c'è indizio d'un suo allon- 
tanarsi dal Veneto nel secondo semestre di queir anno. 

24 



— 378 - 

quando era di fresco passato nel Veneto (1), cosi non può es- 
sere dubbio che egli giungesse per la prima volta a Pavia col- 
T intenzione di trattenervisi qualche tempo, in sul principio d'ot- 
tobre del 1363. 

Da questa conclusione una domanda naturalmente rampolla: 
Qual motivo induceva messer Francesco a passare dalla sua 
casa a specchio del bacino di S. Marco sulle sponde verdi del 
Ticino? Suppone il De Sade che fosse principalmente il desiderio 
di star vicino alla figliuola, il cui marito, prosegue il Robolini 
adottando un'opinione del Malaspina, era « custode dei palazzi 
viscontei » di Pavia (2). ingegnoso ed attraente tessuto d'ipo- 
tesi, cui potremmo fare buon viso, se non gli mancasse quelle 
che dovrebbe pur esserne il principal fondamento, la certezza 
cioè che tra il 1363 e il '65 i Da Brossano avessero qui la loro 
dimora. Disgraziatamente in quegli anni li perdiamo di vista, 

(1) Deve esservi andato nella primavera, perchè in marzo era a Milano, 
reduce dall'ambasceria in Francia (Fam. XXII, 14) e più non vi si trovava 
il 10 luglio, quando morì colà Giovanni, suo figlio. 

(2) 11 De Sade, Mémoìres, IH, 663, suppone che il Da Brossano avesse dei 
beni a Pavia e che ciò conferisse a trattenere qui il F. indipendentemente 
dalla sua amicizia per Galeazzo Visconti. Il Robolini, ne' citati abbozzi mss. 
giudica plausibile la congettura « che il P. avesse per motivo di trattenersi 
in Pavia quello di star vicino a Francesca maritata al Da Brossano » ; ma 
implicitamente nega la prima ipotesi del De Sade, supponendo che France- 
scuolo fosse domiciliato in Pavia a causa di qualche impiego conferitogli da 
Galeazzo per raccomandazione del P. La negazione è aperta nell' opera ro- 
boliniana a stampa, V, n, 61, dove poi il generico « impiego » del ms. di- 
venta l'officio di custode dei palazzi viscontei. II Robolini però, con quel suo 
buon senso critico cui è danno sia mancata una miglior disciplina, diede codesta 
notizia per un' « opinione » o per una « congettura » (vedi anche V, i, 1 58), 
mentre il Malaspina, in una di quelle volate cui facilmente si libra chi non 
abbia, provvidenziale zavorra, 1' abitudine critica, a p. 52 della Guida di Pavia 
(1819) aveva chiamato senz'altro il Da Brossano « ispettore delle case del 
principe », e nelle Iscrizioni lapidarie, Milano 1830, p. 38, lo aveva bensì re- 
trocesso a custode, ma con grande asseveranza aveva affermato : « Altronde si 
sa fin- » ecc. La, cervellotica notizia fu poi ripetuta dal Magenta, 1, 108 e 
forse da altri, i quali può darsi le abbiano prestato lede, illudendosi che essa 
fosse suffragata dal documento che a, tutf altro proposito, ma non bene a pro- 
posito, il Malaspina nelle Iscrizioni cita immediatamente prima. 



- 379 — 

e solo sappiamo che a Venezia non erano quando nell'estate 
«lei '63 vi si trattenne il Boccaccio. Ma a Venezia, presso il 
padre, viveva Francesca nel gennaio «lei 13(50, quando ella diede 
alla luce un bambino in cui si rinnovò il nome dei genitori e 
dell'avo e che fu tenuto al sacro fonte da Donato Albanzani. E 
in quella stessa città aveva stabile dimora anche il marito di 
lei nei primi mesi del 1367, se nel marzo il Boccaccio moveva 
da Certaldo alla volta delle Lagune, non solo per riabbracciare 
il celebre amico, ma anche per imparare a conoscere quei due 
« che tu » gli scriveva « ami sommamente e ben a ragione, voglio 
dir la tua Tullia (così il Certaldese ribattezzava ciceronianamente 
Francesca) e il tuo Francesco », i quali prima non aveva ve- 
duti (1). Alla fine di giugno però il Da Brossano era veramente 
a Pavia per assumervi, non si può dubitarne, l'ufficio di soprin- 
tendente all'entrata e all'uscita dei forestieri, del bestiame, delle 
merci e delle lettere, del quale lo troviamo investito al cadere 
dell'anno. Altro che custode o ispettore de 1 palazzi viscontei! La 
fantastica ipotesi, tronpo facilmente emessa ed accettata, sfuma 
dinanzi alla positiva notizia offerta da un atto notarile del 5 di- 
cembre 1367, che annovera fra i testimoni « Francescholus de 
brosano, ofìtialis ad boletas » (2). Codesto ufficio, in cui pare 

(1) Vedi la bella lettera del Boccaccio al Petrarca « scripta Florentie 
primo Kalendas Julii », tra Le Lettere di G. B. tradotte e commentate da 
F. Corazzini, Firenze 1877, p. 123 sgg. Che essa spetti al 1367 fu irrefraga- 
bilmente dimostrato dal Gaspary, Storia", II, i, 332, e dal Cochin, Boccaccio, 
ediz. ital. Firenze 1901, p. 105 sgg. 

) Biblioteca Universitaria di Pavia, Protocolli del notaro Albertolo Griffi, 
fascicolo I. Dell'atto, che è la collazione di un beneficio ecclesiastico, si ha 
soltanto 1" abbozzo scritto affrettatamente sur un foglio gualcito dal tempo e 
dall'umidità. Con Francescuolo sono testimoni « Augustinus de [lacuna] et Ja- 
comus de area.famil. domini episcopi ». La data è « die dominico V decembris in 
camera presbiteri Jacobi ». L' anno risulta certissimo dal posto che il documento 
occupa nella serie degli atti rogati dal Griffi ed è confermato dall'indicazione 
del giorno della settimana. Alcune fra le attribuzioni degli officiali delle bol- 
lette po-sorio vedersi enumerate in una specie di regolamento De ordine ser- 
ra, uh, circa officium bulletarum (1386), in Antigua diicum Mediolani de- 
creta, Milano 1654, pp. 212 ggg.; altre sono attestate dai documenti ammini- 
strativi viscontei del Trecento. Al qua! proposito mi è caro rendere vive 



380 — 

si spiegasse l'attività professionale di Francescuolo (1 , egli 
non aveva certo occupato a Pavia prima <li recarsi a convivere 
col suocero a Venezia; che gli Statuti e le consuetudini non avreb- 
bero consentita la sua rielezione nella medesima città. Può darsi] 
sebbene pur questo non sia, per una simile ragione, probabile] 
che egli abbia allora tenuto altro ufficio o sia vissuto qui senza 
nessuna dipendenza; male sono ipotesi ardito, che per ora 
altra base non hanno che un' altra ipotesi. Questo solo può re- 
putarsi storicamente accertato : la dimora del Da Brossano a 
Pavia nella seconda metà del 13G7; anzi dei Da Brossano, perchè 
con Francescuolo era certo la sua famiglia : la moglie, la bam- 
bina Eletta, nata fra il 1362 e il '04 (2), e il piccolo Francesco, 
prossimo a compire i due anni. Quest'ultimo mori a Pavia ai 19 
di maggio del 1368, e io non saprei immaginarlo lontano dalle 
cure materne. 

Alla domanda che ci si faceva poco fa, un'altra risposta, con- 
getturale anch'essa, vuol dunque essere data; quella cui già ac- 
cennarono vagamento quanti ebbero a trattare 1' argomento in- 
torno a cui ci andiamo, spero non indarno, affaticando. 

A Pavia, fu detto, il Petrarca era ospite di Galeazzo, nel 
Castello che subito dopo la conquista sorse magnifico sull'area 

grazie al dotto e gentile prof. Rodolfo Malocchi, cui vado debitore di molte 
informazioni intorno alle norme e alle consuetudini vigenti nelle antiche am- 
ministrazioni pubbliche, come intorno ad altri argomenti di erudizione pavese^ 

(1) Secondo una notizia che I. De Faveri accolse nel voi. I delle sue Me- 
morie di illustri trevigiani (Bibliot. Capitolare di Treviso, cod. Ili, 224) e che 
a me comunica il cortesissimo prof. Augusto Serena, Francescuolo, quando 
alcun tempo dopo la morte del suocero si trasferì a Treviso, vi ebbe l'officio 
di « prefetto nel dar il permesso di partenza ai pellegrini », che era appunto 
una delle attribuzioni degli officiali delle bollette. 

(2) Il Boccaccio la vide nel 13G7 a Venezia, bionda, vispa, sorridente, e 
pianse per il ricordo della sua bambina morta, alla quale Eletta somigliava 
tanto, « quamquam grandiuseula mea coque etate esset provectior, quintuffl 
quippe iam annum attigerat et dimidium, ilinii ultimo illain vidi ». Eletta 
aveva dunque meno di cinque anni e mezzo, ma ne avrà avuti almeno due e 
mezzo, se nel gennaio del 1366 era nato il piccolo Francesco. 



381 — 

del vecchio castello «li Malto,. ,i). Ma a conforto di tale tradi- 
zione non fu recata, ch'io sappia, nemmeno per gli anni poste- 
riori al 1363, testimonianza che la critica possa (onoro per buona. 
Anzi la critica osserva che a quella tradizione contradice la pra- 
tica costante della vita del Petrarca, il quale né a Milano, né a 
Padova volle abitare le reggie degli amici Signori; contradice 
la parola stessa del poeta., elio il falso non asserì mai e che, 
OD anno prima di morire, si compiaceva della libertà che aveva 
sempre saputo mantenere a sé nelle relazioni coi principi, cosi 
«•lie « «piando tutti andavano al palazzo (per feste o conviti) egli 
«• si dirigeva alla campagna o so ne stava tranquillo fra 1 libri 
Bella sua cameretta ». la quale evidentemente nei palazzi non 
era 2). 

Tradizione senza dubbio accettabile è invece quella che fa 
dimorare il Petrarca nella parrocchia ora soppressa di S. Zeno, 
precisamente nella casa abitata dai Da Brossano. Essa ha in suo 
livore, oltre ad una gratulo naturalezza, quel passo d'un' epistola, 
dove il Petrarca, narrando il ritorno all' ovile dello scapato gio- 
vili.' ravennate, scrive che questo, giunto a Pavia qualche giorno 
prima di lui, fu da Fraucescuolo esortato « ut me domi expeeta- 
ret »: a casa, dunque, senza quella determinazione di mia o 
di sua che si sarebbe presentata spontanea, qualora altra fosse 
stata l'abitazione del suocero da quella del genero (3). 

A questa affermazione aperse probabilmente la via il De Sade, dicendo 

I il P. nel 1365 passò qui tutta l'estate e I" autunno con Galeazzo 
fémoires, III, 663). Venne poi il Malaspina, che nella Guida p. 71, scrive: 

II P. soggiornò a Pavia sia presso il genero, ma ancor più in questo pa- 
feo ni Castello) qual amico del Duca » (voleva dire di Galeazzo, che non 
fc duca ; e gli fece eco il Dell'Acqua, p. 25. pel quale il P. fece nel Castello 

npetut, soggiorni » Anche il Magenta, I, 108, pare della stessa opinione 

vagamente il Finzi. Petrarca, Firenze 1900, p. 81 : « L'autunno per so- 
" 1— sa a Pavia, ospite di Galeazzo Visconti ». Ma è inutile continuare questa 
razione, nella quale dovrebbe quasi quasi figurare anche il mio nome 
2 Seti. XVII, 2 [XVI. 2]. 

I] Che i Da Hrossa.,o abitassero vicino a S. Zeno, è certo perchè in quella 

-a ebbe sepoltura ,1 loro bambino. Escluso che Fraucescuolo fosse custode 

m pala/zi viscontei, non vale a riprova il. documento citato dal Malaspina, 



382 



Sennonché il Petrarca foce, come vedremo, lunga dimora a 
Pavia anche nel '66, quando, possiamo esserne eerti, non vi 
erano i Da Brossano; e nel '07 venne qui, chiamato da Galeazzo, 
prima che Franceseuoló vi ponesse stabile sede. Dove avrà al- 
lora, per non dire degli anni precedenti, presa stanza? Nella 
medesima casa presso S. Zeno, non mi perito di rispondere, 
perchè — dopo tanto rader la terra, apriamo prudentemente le 
ali della fantasia — il possessore di quella casa, se non addirit- 
tura il proprietario, doveva essere non il figlio di Amizòlo . ma 
proprio lui il glorioso cantore di Laura. 

La frase superba « A quel che parve, io vissi coi principi, 
ma in realtà furono i principi che vissero meco », scritta dal 
Petrarca verso la fine della sua vita (1), corrisponde al vero 
assai più che non si creda. Infatti se il Petrarca non soltanto 
per l'utilità materiale e le soddisfazioni morali che ne ritraeva. 
ma anche, e più, pel desiderio invitto di conoscere davvicino le 
vicende della politica italiana, amò tenersi in istretta relazione 
coi principi, questi a lor volta cercarono la familiarità di lui non 
soltanto pel lustro che da quel gran nome veniva alle loro corti, 
ma anche per i reali servigi che la sua alta visione delle cose 
umane e la sua abilità d'oratore e diplomatico potevano pre- 
stare ai loro stati nei momenti più gravi e solenni. 1 Vi- 
sconti, che più volte s'erano valsi di lui nelle trattative diploma- 
tiche, nelle ambascerie, nelle pubbliche cerimonie durante il 
suo soggiorno a Milano, non potevano facilmente rinunciare, né , 
di fatto rinunciarono, alla profittevole opera sua poi che ne fu 
partito. A Milano l'Arcivescovo gli aveva assegnato per sua di- 

Iscrisioni, p. 38, dal quale appare che in quei pressi era una casa di Giangaleazzd 
Del resto il documento, ora perduto, era del 1390 e non poteva quindi com- 
provar fatti che gli sarebbero anteriori d' una ventina d'anni. Quanto alla 
dimora del P. nella casa dei Da Brossano, se ne avrebbe un' esplicita attesta- 
zione, se si conoscessero davvero lettere sue date da Pavia « apud Sauctuffl 
Zeiionein », come asserisce il Comi nella citata Memoria ras. Ma alla Laurei» 
ziana, dove, secondo che egli 'lice, dovrebbero trovarsi, non mi riusci di sco- 
varle, almeno sfogliando il Bandini, uè so che altri le abbia vedute. 
(1) Sen. XVII, 2 [XVI, 2]. 



— 383 — 

mora una casa « all'estremo ponente dell'abitato presso la Basi- 
lica di S. Ambrogio ». dove pur entro alla grande e popolosa 
città il Petrarca poteva godere la desiderata solitudine e il bra- 
mato riposo A). Quando Galeazzo ebbe esteso il suo dominio 
anche su Pavia e il Petrarca aveva tentato di cooperare 

a questo effetto colle lettere al Bussolari -, non avrà il nuovo 
signore, nella città dove veniva tacendo sempre più lunghi e 
frequenti soggiorni e dove intendeva di porre, e pose infatti 
Degli ultimi mesi del 1365 (2), la sua residenza abituale, offerto 
un alloggio al suo grande amico, eh' ei ben sapeva alieno dal- 
l'alutar nelle reggie? È ovvio pensarlo, tanto più che una sin- 
goiar sìmiglianza di postura doveva essere tra la casa milanese 
presso a S. Ambrogio e questa pavese presso a S. Zeno, situata 
all'estremo lembo della città, a breve distanza dalla porta che s'a- 
priva dov'è ora il muro settentrionale del giardino Malaspina (3). 
La congettura che si presenta come la più ragionevole, è 
dunque questa: che nel 1363 il Petrarca sia venuto a Pavia non 
per godere della compagnia dei Da Brossano, che non è probabile 

(1) Fam. XVI, 11. 

[2 Questa è la data segnata dal Corio e da più altri accettata. La con- 
ie di documénti pubblicata dal Magenta, II, 26 sgg., dalla quale 
Ippare che Galeazzo stava, a Pavia nell'inverno del 1366. E questa serie va 
arricchita e continuata coi documenti riguardanti la nascita del primogenito 
di Giangaleazzo e le feste per il suo battesimo, documenti che noti sono del 
1369, come credette d'aver provato il Magenta, I, 134 n. 2, ma del 1366, 
come inesorabilmente vuole il calendario, posto a riscontro dei dati offerti dai 
documenti stessi. , 

3 Chi abbia qualche pratica dell'antica topografìa pavese, osserverà a 
conforto della mia congettura, che in quei pressi erano case di proprietà vi- 
i e che Galeazzo può avere concesso al Petrarca l'uso d'una di queste. 
Ma pur troppo i documenti che dimostrano l'esistenza di quella proprietà non 
appartengono al tempo su cui deve fermarsi la nostra attenzione, essendo forse 
tutti nosterioii al 1380. Inoltre non credo che da quei documenti si rilevi che 
I fosse un i ■ iseggiato visconteo dove potessero avere libera abitazione per- 
sone non addette alla corte; ma solo, che là dimorarono alcuni personaggi 
principesca famiglia. Noterò piuttosto che nel 1384 il Dondi ebbe da 
pangaleazzo una bella casa in parrocchia di S. Giovenzio (Magenta, I, 247), 
il che è prova dell'abitudine dei Visconti di rimeritare così i loro amici. 



— 384 — 

vi fossero allora, ma por seguire gli inviti di Galeazzo e quasi 
per prender possesso della casa, che questi gli avesse apprestata! 



III. 



Quauto vi si trattenesse, non è dato sapere; ma aggiudicar 
dall'abitudine ch'egli aveva più tardi, credo sin verso la fine 
dell' anno (1). 

Ai primi d'agosto del 1364 il Petrarca era ancora a Venezia. In 
quei giorni infatti la Serenissima celebrò con giostre e tornei la 
sottomissione dei ribelli di Creta, operata dalle armi di Luchino 
Dal Verme; e allo spettacolo magnifico, svoltosi sulla Piazza 
brulicante di popolo, in prospetto alla Chiesa di S. Marco fulgente 
d' oro e di colori nella piena luminosità dell' aria estivaj il Pe- 
trarca, che nelle trattative per la condotta del Dal Verme aveva 
avuto gran parte, assistette di sulla loggia della Basilica stessa, 
sedendo alla destra del doge. È probabile che poco dopo partisse 
per Pavia e al solito vi stesse Ano al dicembre ; ma l' epistolario 
è muto su questo secondo soggiorno pavese (2). 

Del terzo invece, nel 1365, rimane documento prezioso e fa- 
moso una lettera, eh' egli scrisse al Boccaccio tornato allora a 
Firenze dalla sua ambasceria in Avignone (3). 

Perchè il Certaldese, passando da Genova nel viaggio di ri- 
torno, non aveva fatto una breve diversione per salutare l'amico ? 
Questi ne lo rimprovera amorevolmente, e a stimolare ed acuire in 
lui il rimpianto della mancata visita, gli parla dei diletti onde 

(1) Da Var. 65 altri dedurrebbe che il 22 dicembre era ancora a Pavia; 
ma vedi I'Appendice 1, u°. 14. D'altro canto la Sen. Ili, 0, nella quale il P. 
scrive di aver avuto dal dogfe Lorenzo Celso il mandato di officiare Luchino 
Dal Verme se avrebbe accettato il comando dell'esercito contro i ribelli di 
Creta, ce lo darebbe a Venezia già ai 6 di dicembre del 1363. Ma la data di 
quella lettera è dimostrata erronea da un documento pubblicato da, A. Gloria, i 
aegli Atti del R Istituto Veneto, S. V, voi. VI, 1879-80, pp. 20, 38. 

;?) Vedi aiiclic per questa affermazione la stessa APPENDICE L Q°. 14. 

(3) Sen. V, 1. Per La data, del resto già assodata del F pacasse t ti e comi! 
nenie ile accettata, vedi I'Appendice I, a". 2. 



385 - 



Mi sarebbe siala cortese la città che dal Ticino ebbe nome e 
dai inodorili è delta Pavia, « quasi ammirabile » (1). 

(ìli enumera dapprima, non senza, alcuno di quelle osservazioni 
che rivelano l'alacre spirito critico del granilo umanista, i ri- 
cordi storici : la battaglia ad Ticinum o la prima gloria, già 
cantata noXY Africa, del giovanetto Scipione salvatore dol padre; 
il soggiorno d'Augusto al tempo che Tiberio combatteva in Ger- 
mania (2); il dominio Longobardo; Agostino o Boezio* « i 
Inali ora in duo urne giacciono sotto uno stesso lottò con re 
Liutprando. elio il corpo d'Agostino foco qui dalla Sardegna tra- 
sportare ; devoto e pietoso consorzio d'uomini grandi ». 

Seguono le lodi dol clima e della postura della, città. « Io 
iià vi ho passato tre estati e non mi ricorda d'aver trascorso 
Altrove codesta stagione con sì frequenti e copiose piogge, con 
>ì leggieri e radi temporali, con sì pochi calori, con si dolce e 
•ostante ventilazione. Siede questa città nel bel mezzo di Lom- 
bardia, e di sul declivio d'un dosso, che domina, sebbene non molto 
Hevato, il piano circostante, solleva al cielo le frequenti sue torri, 
ptto all' intorno avendo un così libero e vasto prospetto che non 
B so uno più largo e ridente ne abbia altra città di pianura. 
tenza quasi girare il capo, di qua i gioghi nevosi dell'Alpi [H), 
li là miri i colli dell'Appennino boscosi. Il Ticino, scendendo 
n vaghi serpeggiamenti e affrettandosi al Po, lambe giù al basso 
e mura, e col celere corso, fra le due rive' congiunte da un 
ponte marmoreo, costruzione insigne, allieta, come altri scrisse, 
a città; fiume mirabile per rapidità, sebbene qui arrivi quasi 
stanco del lungo cammino e rallentato dalla vicinanza di più 



1 Una (lolle tante bizzarre etimologie di quella sfinge linguistica..che è 
nome « Papia ». La ricorda, fra molte altre, anche I'Anonimo Ticinese, ediz. 
itata. pag. 50. 

.(2) fonte della notizia è senza" dubbio Valerio Massimo, V, 3; ma le con- 

iderazioni che il i>. vi fa intorno, s<mo ispirate da. Svetonio, Aùgustus, 20. 

'■'> 11 testo basileese ha uinosa tuga Alpium, che il Frac-assetti traduce 

vigneti dell'Alpi; ma parmi sicura la correzione, proposta dal Pell'Acqua, 

iuga. Anche la casa del Petrarca a Milano « alpes prospicit nivosas » 

Wm. XVF, 11). 



— 386 — 

famosa corrente; mirabile per trasparenza, sebbene abbia perduto 
alcunché della primitiva limpidezza per l'unione di tanti affluenti] 
similissimo insomma al mio Sorga transalpino, se non che questa] 

il Ticino, è maggiore e quello [ter la vicinanza della sorgente 
scorre d' estale più fresco e d'inverno più tiepido ». 

Viene in fine la menzione delle opere (Pai-te. « Inoltre avrei 
sti veduto una di quelle cose di eia tu molto, io fin troppo mi 
compiaccio, una statua equestre di bronzo e dorata, che dal mezzo 
della piazza pare lanciarsi a briglia sciolta verso il sommo del 
poggio, tolta, in preda in antico, come suona la l'ama, ai tuoi lia- 
vennali. I maestri di scultura e di pittura non la giudicano seconda 
a nessun' altra (1). Ultimo non per pregio ma per età, avresti 
veduto nella più alta parte della terra il grandioso palazzo che 
con arte mirabile e spesa immensa fece erigere Galeazzo Visconti, 
uomo che gli altri vince in molte cose e sé stesso nella magni- 
ficenza delle costruzioni ; e credo che col tuo fine discernimento 
lo avresti giudicato la più nobile fra quante sono opere moderne ». 

In queste impressioni pavesi del grande Poeta si rivela an- 
cora una volta la multiforme sensitività della complessa sua anima, 
pronta a commuoversi dinanzi alle memorie storiche, alla natura 
ed all' arte. Ch' egli non faccia menzione del più insigne fra i 
monumenti onde si gloria Pavia, della basilica di S. Michele, non 
può far meraviglia, chi pensi come nella mole ingente delle sue 
opere, dove di tante cose e di tante impressioni è ricordo, sia 
silenzio intorno agli edifici medievali che Pisa, Firenze, Verona, 
Padova avevano presentato al suo sguardo. Lo stesso spettacolo 
architettonico della Basilica di S. Ambrogio, che per lunghi anni 
osservò dalla finestra della casa milanese, non trae dalla sua fan- 
tasia una sola espressione ammirativa ; la sua attenzione è tutta 
rivolta ad alcune particolarità ornamentali, della cui vista s' ap- 
paga anche la devozione del mistico al santo Dottore. Gli è. che 

(1) Occorro appena avvertire clic qui il P. alludo alla statua del' Regi- 
sole, distrutta noi 1700 dal vandalismo giacobino. Quanto alla, tradizionale pro- 
venioii/.a ravennate de] monumento, vedasi R. Maiocchi, Un vessillo ili Pavia 
drl sec. XVI e l<< statua del Regisole, Pavia 1895, p. 9 sgg. (estr. dal Bulini. 
storico pavese). Ivi pune la più recente bibliografia dell'argomento. 

• ' t 



— 387 

l'architettura medievale — né Corse la medievale soltanto — non 
destava in quell'anima commozioni vive e profonde. Della lode 
tributata al Castello visconteo, è difficile scemare qual parte vada 
propriamente all'edificio e quale al principesco edificatore. 

Più strano può parere eh* ei Freddamente si passi dell'Arca 
di S. Agostino. Ma non conviene dimenticale che nel 1305 il 
monumento magnifico non ancora ergeva sotto le volte di S. Pie- 
tro in Ciel d'oro tutto l'eburneo candore de' suoi marmi squi- 
sitamente istoriati : pare anzi che appunto allora se ne venisse 
componendo nella sagrestia degli Agostiniani la fascia inferiore 
sino alla statua giacente del Santo (1). E poi. non è forse lecito 
Bubitare se pur. dinanzi all'opera compiuta il Petrarca si sarebbe 
sentito scosso vivacemente? I miracoli dell'arte, pur così ricca 
d' elementi classici, dei Pisani passano inavvertiti sotto i suoi 
occhi, ed egli non si perita di giudicare i moderni impari al 
maneggio dello scalpello (2) Sennonché l'esame della sensitività 
Estetica del Petrarca e del suo variare col variare degli spetta- 
coli artistici vuole lungo discorso. Lo riservo ad altro luogo, e 
qui torno al modesto mio tema. 

A mezzo il dicembre del 1365 il Petrarca si preparava, se- 
condo il solito, a far ritorno a Venezia (3). Non è noto quanto 
si fosse prolungata in queir anno la sua dimora a Pavia; ma «si 
sa che di qui era andato, prima della fine dell' estate, a pas- 
sare qualche giorno a Milano ed aveva così avuto occasione di 
trovarsi presente ad una scena tra comica e disgustosa. 

Da parecchi anni Galeazzo Visconti soffriva di gotta (4) e 
poiché vana era riuscita ogni cura, avrebbe voluto consultare 
anche un vecchio medico del Vallese, che, la fama predicava un 
nuovo Esculapio. Costui, fosse orgoglio o coscienza della sua 

1 R. Maiucchi, L'Arca di Sant'Agostino in, S. Pietro in Ciel d'oro illu- 
strata con tornir in fototipia, Pavia 1900, pp. 11 sg. 

2 Fani. V, 17: «.< novi sculptores aliquot sed minoris fame [quam pieto- 
" eniiu in genere impar prorsus est nostra etas ». 

: > Seti. \. 1: « iam li i ii e abeo, non invitus tauien iterimi Ine menses 
os, si 'jui midi fato estivi menses supererant, acturus ». 
1 Ne parla anche il Corio, appunto sotto l'anno 1365. 



388 



ignoranza, aveva sempre ricusato di venire a .Milano, riè erano 
valse a piegarlo blande preghiere od offerte generose. Finalmente 
quell'estate, caduto prigioniero d'un suo nemico, s'era risolto, 
grazia sua,, a chiedere a Galeazzo il riscatto in cambio della 
guarigione, che gli prometteva con sicurezza impudente. Il 
teutonico Galeno fu dunque riscattato a siimi di ducali e i'ccc il 
suo ingresso neh' italica città sur un cavallo più candido che neve. 
più veloce che il vento, più mansueto d" un agnello, più saldo 
d'un monte, tra una schiera di conti, di cavalieri, di servi man- 
dati dal Signore a incontrarlo, e una folla di popolo, che s'aspet- 
tava di vedere da lui risuscitati anche i morti. Il Petrarca era 
quel giorno a pranzo da Galeazzo e vide il giubilo di lui all'an- 
nuncio di quell' arrivo, vide lo stupore reverente degli astanti 
all'udire che il ciarlatano, tronfio di sua medicale autorità, prescri- 
veva per mezzo d' un corriere, prima ancora di aver veduto l'in- 
fermo, certa pozione d' uova fresche e di non so quali altri 
ingredienti. Il saggio commensale di Galeazzo arse di sdegno 
contro la burbanzosa temerità di quel barbaro e fors' anche un 
po' contro la credulità del principe e dei cortegiani. E tornò a 
Pavia, dove poi seppe che la cura era fallita, che il Visconti 
slava peggio di prima e che alla fine il medico Vallese per prov- 
vedere a' casi suoi s' era ridotto a confessare l' impotenza della 
sua arte e a prescrivere si facesse in tutto il mondo ricerca 
di certi libri di magia, che diceva sacri, dai quali soltanto c'era 
speranza di apprendere a tanto male il rimedio. 

Di questo aneddoto, argutamente narrato, il Petrarca infiorò 
tosto una delle tante sue lettere contro il cerretanismo dei medici 
d'allora (1); e sul punto di partire la consegnò, insieme con la 
lettera descrittiva della città e con una terza, ad un suo cono- 
scente, affinchè le spedisse al Boccaccio, cui tutte erano intito- 
late. In buone mani le aveva messe ! Era colui un di quei molti 
che davano la caccia alle lettere dell'uomo illustre, intercettandole 
per trarne copia o, più temerari, per serbarne gli autografi pre- 
ziosi. Di che il Petrarca si lamentava spesso, tanto più che codesti 

(li .SV/t, V. :S [V, 4j; per la, data vedi I'Appendice I, n.° 1. 



389 



indiscreti erano di solito gente che a vederla così avida di quelle 
dotte scritture, e' ora da meravigliarsi corno a veder la talpa 
piacersi dello specchio, il bue delle ali. l'asino della cetra, la 
scimmia della cuffia, il corvo del belletto (il. II Pavese incaricato 
della gelosa bisogna era proprio di questa risma; un idiota, che 
solleticato, ne' suoi lunghi orecchi, dal suono delle parole, come 
1" asino dal suon della lira, trattenne per lunghi mesi le tre epi- 
stole, giurando e spergiurando di averle mandate al loro recapito. 
Messer Francesco dovette fare la voce grossa, se volle ricupe- 
rarle, o non le riebbe, tutte gualcite dal contatto delle ru- 
stiche mani, se non quando Tanno dopo fu di ritorno a Pavia. 
Di qui appunto il primo di settembre del 1306 le mandava a 
Venezia all'amico Donato Albanzani, pregandolo di farle pervenire 
al Boccaccio con due parole a giustificazione del lungo ritardo (2). 



IV. 



Queir anno (1366' il Petrarca era venuto a Pavia nella prima 
metà del luglio (3). Egli stava allora per compiere i sessanta- 
due anni e non ostante il suo disprezzo dei pregiudizi volgari, 
vedeva avvicinarsi non senza trepidazione quel sessagesimo terzo 
che un* antica opinione dice pericoloso o di grande sventura o 
di malattia o di morte. A bene sperare gii erano però cagione 
la giovanile vigoria delle membra, la salute fiorente, la freschezza 
intatta dello spirito; e s'affidava alla Provvidenza. (4). 

Qui si mise di buona lena al lavoro per compiere il trattato 
Dr remediis utriusque fortune, che cominciato prima del 1360, 
mancava ancora degli ultimi trentasei dialoghi almeno. E in un 

(1) Fani. XX, (J ; e lamenti del P. contro simili intercettatori di sue let- 
tere, leggi anche in Fani. V, Iti; Var. 4, 22, ecc. 

(2) Sen. V. 4 [V, 5] ; per la data vedi I'Appendice 1, n.° 5. 

(3) Il 29 giugno era. ancora a Venezia (Sei/.. VII, unica), ma. a Pavia già 
il 2H luglio (Sen. Vili, 1). 

[4 Sen. Vili. 1. 



— 390 — 

t 

paio di mesi l' ebbe compiuto, ai 1 d'ottobre (1). Par bene che 
il Peti-arca fosso allora in uno 'li quei periodi di fervida attività 
intellettuale, non radi in lui, che più d' una volta descrisse con 
una vivezza piena di compiacenza e di sincerità (2). S' era anclle 

portato con sé una parte delle schede, lacere e consunte ma care 
al suo cuore d'amante e d'artista, sulle quali per lungo ordine 
d' anni era venuto scrivendo di primo getto e poi avvolgendo in 
una fitta selva di correzioni e di ritocchi le sue rime; e quindi 
potè seguitarne secondo il suo costume la provvisoria l inscri- 
zione in pulito, donde poi il copista riportava via via i compra 
nimenti sulle membrane della raccolta definitiva (3). Forse quii 
nella sua casa presso S. Zeno, il grande Poeta vide alcuna delle 
predilette nugellae, monda ormai da ogni scoria pel lavorio pa- 
ziente e delicato della sua lima, allogarsi nel codice eh' è ora 
il Vaticano Latini 3195. 

In quella casa molto probabilmente gli era piacevole ricrea- 
zione e insieme stimolo d' operosità la compagnia d' un giovi- 
netto ravennate, che da due anni teneva presso di sé, affidatogli 
dall' Albanzani, e che nel 1366 deve aver condotto seco a Pavia. 

(1) Il primo giorno di settembre scriveva all'Albanzani : « Ea ipsa bora qua 
litere 1 Ile venerunt tue, in libello meo De Remediis animo simul ac digitis 
iutentus eram ,• festino enim, ut eum tibi, si detur, absolutum feram, et iam 
fini proximus sum. Casus autem fuit ut tunc maxime tractatum illuni scri- 
berem, qui est de auditu perdito », cioè il dialogo XCVI1 del libro li, cui ne 
seguono altri trentacinque. La soscrizione d' un codice Marciano esemplato 
sull'autografo attesta che questo fu finito « Ticini. Anno domini 1366. Illl nonas 
octobrls hora tertia » (G. Valentinelli, Codd. mss. d'opere di F. P. oda lui 
riferentisi posseduti dalla Biblioteca Marciana, Venezia 1874, p. 66, estr. dal 
voi. Petrarca e Venezia). 

(2) Fam. XIII, 7; XXI, 12; Sen, XVII, 2 [XVI, 2], 

(3) Il primo foglio del cod. Vaticano '3196 ha in testa questa data, scritta 
certo insieme colle poesie raccolte su! foglio stesso : « 1366. Sabato an[te 
lu]cem. decembris 5 », nel qual giorno il P. era senza dubbio a Pavia (cfr. 
neir Appendice I. la data dell'epistola n.° 7). L'Appel, Zur Entwichelung ita- 
lienischer Dìchtungen Peirarcas, Halle a. S. 1891, p. 192, non sa Itene clic 
cosa quella data significhi; io sulla base delle acute osservazioni di G. S,-il\<>- 
Cozzo, nel Giornale storico, XXX, 1897, p. 374, ne do qui sopra un' interpre- 
tazione che ini pare sicura. 



— 391 - 

Amantissimo dello studio, svoglio d' ingegno, dotato di memoria 
pronta e tenace, di viva e feconda fantasia e d'una singolaris- 
sima disposizione al poetare, questo giovane ventenne prometteva 

di sé ugni gran cosa. E il Petrarca si compiaceva di conversare 
con lui, di educarlo all' esercizio dell' arte, d' ascoltarne le sposso 
acute osservazioni. In undici giorni imparò a memoria le dodici 
egloghe del suo patrono e gliele venne recitando una per sera, 
«anzi ultimamente (novissime) ■•>, scriveva il Petrarca al 
Boccaccio da Pavia a 1 28 d* ottobre, « due in una sera ». Inoltre 
il prodigioso giovinetto da solo seppe ordinare — impresa che 
quattro amici del poeta avevano lasciato per disperata - le 
epistole familiari del maestro e le trascrisse con mirabile ni- 
tidezza e senza un errore. Gran peccato che il Petrarca ce ne 
abbia taciuto il nome ! Colui che esemplò tutta la parte non au- 
tografo del codice Vaticano pur ora citato, e quindi anche uno 
dei sonetti che il Petrarca mise in pulito a Pavia nel 1366, fu 
un Giovanni (1). Ora ognuno vede qual vigoroso rincalzo ver- 
rebbe alla congettura dianzi formulata, secondo la quale una 
parte del celebre testo a penna sarebbe stata scritta nella casa 
di S. Zeno, se sapessimo che il Ravennate portava quel nome. 
S' accrescerebbe altresì d' un grado e diverrebbe una quasi certezza 
P enunciata probabilità che nel 1366 questi fosse a Pavia col 
suo Maestro {2) ( 

(1) Infatti il sonetto Almo sol, quella fronde reca la postilla ir p. Jo. 
cioè « transcriptum per Joannem ». Esso è, nella;prima Parte del Canzoniere, 
uno degli ultimi che nel cod. Vatic. 3195 siano stati vergati dalla mano del 
copista; il che beri s' accorda colla mia interpretazione della data 1366, quando 
s'accetti, come credo si deva, la cronologia che il Salvo-Cozzo nel citato 
articolo assegna, con ragioni invero non tutte buone, alla compilazione del 
codice stesso. 

(2) Le notizie sul giovinetto ravennate dalla Fani. XX1I1, 19; per la data 
vedi I'Appendice l, n.° 6. L'ipotesi che Giovanni, copista d'una parte del cod. 

ino3195, sia quel g ovinetto, fu già proposta dal Mazzoni, nel Propugnatore, 
N. S. voi. I, 1888. p. IT/7 sg. e sorride anche a me, come pur mi sorride l'altra, 
dal Mazzoni e da molti altri propugnata, clic copista e giovinetto siano a lor 
volta una sola persona con Giovanni Malpaghini, il ben noto umanista lettore 
dello Studio fiorentino. Vero è che contro l'identità addusse alcuni nuovi ar- 



— 392 — 

Quantunque amante della solitudine, il Petrarca non era un 
misantropo, anzi un carattere affabile e piacevole; tanto cha 
chiamava gli amici « ladri famosi del tempo », perchè « mai 

non ci passano lo ore così inosservate come nel conversale con 
essi » (1). Disgraziatamente ben poco possiamo dire delle rela- 
zioni che strinse o continuò qui a Pavia. Né di quel Bartolomei 
di Jacopo, genovese, eh' ebbe con lui commercio epistolare, uomo 
esperto del giure e insieme delle lettere, né di Giovanni Dondi, 
uno dei pochissimi seguaci d' Eseulapio che gli fossero cari come 
veramente degni del nome di medici, non accade parlare: poiché 
T uno e T altro presero stanza qui allorquando il Petrarca già 
era passato di questa vita {%). Ma la corte, che neh' autunno 

gome iti, ben degni di considerazione, il Novati, Epistolario di C. Salutata 
III, 537. Ma è curioso notare come l'argomento tradizionale- ad essa avverso sii 
venuto perdendo valore grazie alle indagini dello stesso erudito, perchè se il 
giovane ravennate non dimorò presso il P. quasi tre lustri (ferme trilustri 
tempore), come del Malpaghini dice Coluccio, neppure il Malpaghini vi potè 
dimorare altrettanto, salvo che non s' ammetta che il P. lo prendesse seco 
lattante o appena uscito del pappo e del dindi. Infatti il Novati pone la na- 
scita di lui verso il 1359, ed anche tenendo conto d'un' impressione del Can- 
celliere fiorentino, che nel 1401 gli dava quarantacinque anni sonati (Epistol. 
Ili, 510;, si risale di poco. Un errore c'è dunque in ogni caso. 

(1) Fam. XXIV, 2. 

(2) Bartolomeo di Jacopo era infatti a Pavia ai 26 d'aprile del 1377; 
quando per mandato del vescovo conferì la laurea in uìroque a Giovanni da 
Castiglione (decretalista famoso sotto il titolo, che ottenne nel 1390, di episcopus 
vicentirìus) pronunziando quell'orazione, già nota, che si conserva nel cod. 
Ambros. B. 116 Sup., e. 23 >•.; e ancora nel 1378, quando fu accolto nel Col- 
legio dei Dottori di diritto (14 gennaio) e fu (2 settembre) tra gli esaminatori 
di un laureando in diritto civile (R. Maiocchi, Codice diplomatico dell' Uni- 
versità di Pavia, Pavia 1905, docc. 69, 81, 88). Nel medesimo anno 1378 teneva 
quell'ufficio di consigliere del principe, ch'ebbe anche sotto Giangaleazzo, ed 
era podestà di Pavia (Magenta, li, 41). Le sue relazioni coi Visconti erano dunque 
di più vecchia data, che non appaia dal dotto articolo chp a Bartolomei! di 
Jacopo consacrò il Novati, nel Giornale ligustico, XVII, 1890, p. 23 sgg., ma 
certo non di data si vecchia — lo escludono Le notizie raccolte appunto in 
codesto articolo — ch'egli debba aver diinorato a Pavia quando c'era il 
Petrarca. Il Dondi vi ebbe per la prima volta, stabile sede fra il 1379 e r 80, 
allorché lo troviamo fra gli esaminatori dei laureandi in medicina [Cod. di- 



— 393 

del 1366 soggiornò lungamente nel Castello magnifico, condusse. 
in riva ai Ticino alcuni degli amici che già avevano reso cara a 
lui la dimora a Milano: Giovanni de' Popoli e Gabrio de' Zamorei. 
Quegli, dopo lo doloroso vicende seguite alla vendita della sua 
signoria bolognese, era adesso si addentro nella grazia di Ga- 
leazzo, che. a dire del Ghirardacci, disponeva delle terre di lui 
come se ne fosse il signore; e a Pavia morì nell'agosto del 
1367 1). Gabrio, ch'era stato vicario dell'arcivescovo Giovanni, 
aveva pure seguito nella città di recente conquistata la corte vi- 
scontea : e lattosi inscrivere nel Collegio dei Dottori giuristi, 
ci appare come il più anziano degli esaminatori nei più antichi 
diplomi di licenza e di laurea che i protocolli di Albertòlo 
Griffi, notaro del giovane Studio ticinese, ci abbiano conservato (2). 
Tom,, politico l'uno, cultore degli studi umanistici l'altro e 
verseggiatore in latino, il Pepoli e lo Zamorei forse ci rappre- 
sentano sommariamente e come in iscorcio le conversazioni che 

>''" " V "' docc - l03 - 107-110); ma è probabile che ancora prima del 1370 ve- 

isse in Lombardia, poiché il P. chiama Galeazzo Visconti « amico » di lui 
Sen. XII, I); tuttavia nulla ci licenzia a dire che in Lombardia il poeta 
s'incontrasse col Dondi e tanto meno che lo vedesse proprio qui presso al Ti- 
cino. Per la bibliografia del famoso autore dell'orologio astrano, vedasi una 
diligentis-ima nota di A. Segarizzi nella sua egregia edizione del Libellus de 
^agnificis ornamenta regie civitatis Paclue di M. Savonarola, Città di Castello 
1902, p. 38 (to. XXIV, P. V del Muratori). 

(1) Per notizie sul Pepoli puoi vedere, oltre agli storici bolognesi, Fra- 
' assetti. Leti. Fam t V. 311 e Notati, nella Riv. d' Italia, 1. e, p. 104. 

2 Intorno a Gabrio de' Zamorei. che nel 1344 aveva scambiato col P. 
un' epistola metrica (proposta e risposta nei Poemata minora del Rossetti, 11, 
174, 400), vedasi I. Affò, Meni, degli scrittori parmigiani, voi. II, Parma 1789, 
p. 58 sgg. e Novati, nella Riv. d'Italia, 1. e. p. 142. Nella più antica laurea 
n diritto civile che s'incontri, scritta per disteso, nei protocolli del Gr.ffi, la 
quale è del 28 maggio 1374, lo Zamorei ha il primo luogo tra gli esaminatori 
Vodke diplomatico, doc. 21;, il che viene appunto a dire ch'era il più anziano 
dottore del collegio. È quindi ovvio pensare che egli fosse a Pavia da alcuni 
anni e immaginare che se possedessimo il testo di lauree più antiche (e' è il 
jotamento di una fin dal 1367. doc 3), vi troveremmo pure il suo nome. Lo 
Zamorei continua ad apparire tra gli esaminatori fino «al 24 novembre 1376 
<!'»■ 59 : nel 1378 pare non facesse più parte del Collegio dei dottori (doc. 81). 

?5 



- 394 - 

il Petrarca frequentava a Pavia; conversazioni, nelle quali, in- 
trecciandosi le discussioni intorno ai maneggi Megli statisti e 
ai pubblici fatti con ragionamenti letterari e filosofici, il grande 
rievocatore del mondo classico vedeva la realtà, spesso triste, 
della vita politica accostarsi a quelle nobili idee di moralità e di 
patria, che sperava avessero a rigenerarla in un prossimo av- 
venire. 

Più recente amicizia lo legava a un medico celebre, a quel 
Tommaso del Garbo di cui l'antico biografo dice che « i po- 
tentissimi tiranni dei quali era Italia abbondevole, si stimavano 
di dover morire, se esso Tommaso non li medicava ». Galeazzo 
lo aveva chiamato a sé per esperimentare anche la sapienza di 
lui nella cura della maledetta gotta; talché negli anni dal 1365 
al '69 Tommaso fece lunghe permanenze a Pavia (1). E il Pe- 
trarca, che faceva anche per lui un'eccezione al suo disprezzo 
dei medici, ebbe certo occasione d' intrattenersi col suo conter- 
raneo in filosofici ragionari (2). 

Con tutti costoro messer Francesco conveniva nelle sale del 
Castello intorno a Galeazzo Visconti. Oneste e liete le accoglienze 
del principe al dittatore incontrastato della repubblica letteraria; 
ma pur vivo il compiacimento di questo nel poter esercitare, con 
1' autorità del nome, la copia della dottrina e la seducente faci- 
lità dell' eloquio, il suo apostolato rinnovatore dell' antica civiltà 
e promotor d' una nuova direttamente sur uno dei più potenti 
agitatori ed arbitri della vita politica italiana. Io non sono riu- 
scito a far risalire oltre al Giovio, tarda fonte e quindi malfida, 
la tradizione che vuole fondata per i consigli porti dal Petrarca 

(1) Il tempo della dimora o delle dimore del medico illustre presso Ga- 
leazzo non ò ben determinato. Quanto a me, avendo per certo eh" egli fosse 
uno dei quattro medici amici del Petrarca che ancor sopravvivevano nel 1365, 
penso (di' egli debba essere ravvisato in quello che allora stava a Milano ; 
degli altri, uno abitava a Venezia e due a Padova (Sen. V, 3 [V, -I], per la. 
cui data appendice I, ti. I). Intorno a Tommaso del Garbo, oltre alla biografia 
(die ne scrissi- Filippo Villani, vedi TtBABOSCHI, Storia, voi. V, P. I. lib. Il, 
eap. Ili, §§ 9-11, e A. Zabdo, // P. e i Carraresi, Milano 1887, p. 109 sgg, 

(2) A Tommaso è diretta la, Sen. Vili, 3, dove il P. discute la questi 

propostagli dall'amico qual sia più potente, l'opinione o la fortuna. 



— 395 



a Galeazzo l'insigne Biblioteca del Castello pavese (1); ed 
essa tradizione appare di cosi ovvia formazione per il connubio 
della lama di quella Biblioteca colla divulgàtissima notizia della 
dimora del Petrarca a Pavia, che non sarebbe davvero prudente 
accoglierla per vera, quand' anche non le si potessero opporre 
argomenti gravi come questi : il dubbio in cui siamo pur sempre, 
8e Galeazzo abbia latto davvero per la libreria di famigna alcun- 
ché di più che non avessero latto il vecchio Azzone e l'arcivescovo 
Giovanni (2), e la singolarità o d'un appassionato bibliofilo che 

(1) Il Giovio scrive che fra i cultori dei buoni studi, onorati da Galeazzo 
I" >l Petrarca, « cuhis hortatu bibliothecam condiderat, qùum munere Caroli 
iris Ticini celebre gymnasium instituisset » (Vitae duodecim Vicecomitum 
Ètediolani principimi, Lutetiae 1549, p. 152; è questa, secondo i bibliografi, la 
bruna edizione). Gaspare Bugati, nella sua Istoria Universale, Venezia, Giolito, 
1570. p. -131. creò il Petrarca addirittura soprintendente della biblioteca pavese' 
igendo però una determinazione cronologica, la quale, riportandoci al 136l' 
ogni lede alla notizia. Il Rugati fu copiato in questo punto da Paolo 
Korigia. Historia dell'antichità di Milano, Venezia 1591, p. 128, il quale fu 
k principal fonte donde la malcerta notizia passò negli scrittori più tardi. E 
chi la riferi circondandola di molte riserve, come il De Sade, III 530 e il Ti 
Kaboschi. voi. V, P. I, Hb . r, cap . 1V , § 13; e chi la ripetè con ' più meno 
Bcura asseveranza, o ricondotta alla forma più temperata del Giovio o serbata 
m quella più goffa del Bugati. Inutile far citazioni. 

2 i I libri di Azzone e di Giovanni che ora si trovano alla Nazionale di Parigi 
(la si conserva, come tutti sanno, la più gran parte di quella che fu la Biblioteca 
-tello d, Pavia), sono enumerati dal Delisle, Le Cabinet des manuscrits 
de la Biblioth. Imp., voi. I, Parigi 1868, p. 130. L'illustre Bibliotecario non 
'.esce però ad indicarne con certezza nessuno che- sia appartenuto a Galeazzo 
Al quale, quel valente bibliofilo che fu Girolamo D'Adda attribuisce la gloria 
i aver fondato la Biblioteca pavese soprattutto per un passo del prologo di 
Lherto Decembrio alla versione latina della Polii ia di Platone (Indagini sto- 
neh-, artistica e bibliografiche sulla librerai Visconteo-sforzesca del castello 
di Para,. Appendice alla P. I. Milano 1879, pp. VI-VI1). Ma quivi si parla dei 
molti hbn raccolti « opere atque industria clariss.mi Mediolani et Ligurum 
pmn, ducis Johannis Galeaz Vicecomitis »; per opera e cura del conte di 
Virtù, dunque; di suo padre Galeazzo ne verbum quidem. E gli altri documenti 
che ,1 D'Adda cita a confortar la sua tesi, o non hanno autorità per la ragione 
|l ..'mpo o alludono certo a Giangaleazzo e non a Galeazzo. Insomma, o si dà 
I nome di fondatore della Biblioteca a colui «dìo primo riunì alcuni libri che 
poi entrarono a far parte di essa, e bisogna risalire almeno all' arcivescovo 



396 



avrebbe lasciato passare dicci anni di dimestichezza con un prin- 
cipe prima di dargli il buon consiglio, o d' un principe che ne 
avrebbe lasciati trascorrere altrettanti prima d'accettarlo, com< 

i palazzi viscontei di Milano non fossero asilo acconcio %d una 
libreria o so la nobile idea non potesse fruttificare altrove chi 
dentro alla torre merlata del Castello pavese! La tradizione 
va dunque messa da canto, come priva d' ogni autorevole fon- 
damento (1); ma non per questo negheremo che a Pavia, come 
già a Milano, la presenza del Petrarca abbia efficacemente ope- 
rato a creare nella corte dei Visconti una temperie intellettuale 
.propizia al fiorire degli studi letterari. 

Quando il Petrarca faceva i suoi ultimi soggiorni a Pavia, Giani 
galeazzo non era più quel fanciulletto che un giorno, a Milano, 
invitato dal padre a indicare il più sapiente degli astanti, girati 
gli occhi intorno, era corso, tra la generale meraviglia, a pren- 
der per mano il glorioso laureato di Roma (2). Egli era ormai un 

Giovanni, seppure non ad Azzone ; o si riserva quel vanto a chi veramente 
attese ad arricchirla con un ben definito intento di bibliofilo, e bisogna scen- 
dere a Giangaleazzo. Al primo Visconti signor di Pavia non ispetta probabilmente 
altro merito che d'aver alla futura biblioteca di Giangaleazzo apprestato l'asilo. 
Mi spiace di non aver potuto vedere 1* opuscolo di 0. E. Schmidt, Die Visconti 
und ihre Bibliothek su Pavia ; ma dall' annuncio che ne diede il GiornaM 
storico, XVI, 1889, p. 292, mi pare che non diversa dalla mia sia la conclu- 
sione a cui l'autore arriva : la conclusione del vecchio Tiraboschi ! 

(1) E le vada pur compagna quella sui doni di codici che il P. avrebbe 
l'atto ai Visconti. Secondo il Muntz, il ms. Lat. 6069 T della Nazionale di Pa- 
rigi sarebbe stato destinato dal P. a Galeazzo, di cui recherebbe lo stemma 
(Prince d' Essi.ing et E. Muntz, Pétrarque. Ses elude® d'art, etc, Parigi 1902, 
pp. 53, 68). Ecco dunque un manoscritto che il poeta donò o almeno ebbe in 
animo di donare al signor di Milano ! Ma no. 11 codice in realtà porta lo 
stemma degli Sforza colle iniziali di Galeazzo Maria; vedi P. De Noi.hac, Un 
nouveau manuscrit de la Biblioth. de Pétrarque, nei Mélanges Punì Firl/re, 
Parigi 1902, p. 447. Talché non v'è motivo per credere che esso abbia avuto 
sorte diversa da quella degli altri mss. petrarcheschi. 

(2) L'aneddoto è narrato da Girolamo Squarciafico nella sua Vita duris- 
simi viri F. Petrarche, 'olle parole di « Josephus Brivius mediolanensis in 
quodam suo panegyrico ». La Vita dello Squarciafico era già a stampa almeno 
mi 1501, onde non so quanto sia probabile che Giuseppe Brivio in essaci- 



- 397 



pitfvinetto fra i quindici e i diciott' anni (1), la cui monto aperta 
od acuta Irmi poteva cominciare a rendersi conto di quelle prime 



Ulto. 



sia tuit'iino c.n quel suo omonimo che noi 1555 compose un opuscolo sa- 
tìrico ronno la dominazione francese in Piemonte, come vuole L'Argelati se- 
dal Mazzuehelli. Egli sarà piuttosto quel Giuseppe Bripio o, italianamente, 
Brippi, ohe fu canonico della cattedrale di Milano e poi preside del regesto 
papale e .die mori a settantanove anni nel 1457, lasciando buon numero di 
ie latine ed un" orazione a. Mai-tino V (di lui notizie e bibliografia sono 
da K. Wotke. in Commentati ones Woelfflinianae, Lipsia. 1891, p. 233). 
F el 't ll:l1 ,:ls " l'antichità e la qualità della, fonte darebbero all'aneddoto un 
botai carattere d'autenticità. Secondo Girolamo Bossi, che scriveva nella 
prima metà del secolo XVII, il fatterello si vedeva allora « dipinto a chiaro 
o nel castello di Pavia » (Bibl. Univers. Ms. 179, sotto l'anno 1367), seb- 
bene a Pavia non fosse accaduto ^« Cum Petrarcha semel esset Mediolani », 
comincia il Rrivio). Ma diverso da quello che figurava in codesto quadro, do- 
veva essere, se in tutto è esatta la notizia del Bossi, il ritratto del Petrarca, 
di cui Aldo Manuzio il giovane chiedeva gli fosse mandato il disegno a penna 
« con i colori, secondo l'immagine sua che è nel Castello » e che «gli 
Eletti dal Consiglio Generale sopra la, pendenza tra la, città e quella di 
Cremona » deliberarono infatti di mandargli, ai 5 di gennaio 1583, a spese 
del Comune. Una copia della deliberazione, assai interessante perchè anche 
l'altri oggetti d'arte il Manuzio chiedeva riproduzioni a penna, è in fondo 
al citato eod. 334 dell'Universitaria; e di là trasse il Robolini, per primo, il 
riguardante il ritratto di messer Francesco (V, u, 68). Poiché ab- 
biane, toccato dell' iconografìa petrarchesca, siano qui ricordati i due nielli 
del Ili nascimento già posseduti dal marchese Malaspina ed ora, dal Museo Ci- 
vico di Pavia, uno dei quali, rappresentante Laura, fu riprodotto dal Cico- 
Ìiara nell'Atlante, tav. XLUI, della Storia della scultura (air. il testo a 
122 sgg. del III voi. nell'ediz. di Prato), e 1' altro, rappresentante il P., 
dal Cicognara stesso, nell'Atlante, tav. IV n. 62, delle Memorie spettanti alla 
oleografia, Prato 1821 (cfr. pag. 82); ma questo non di sull'esemplare malaspi- 
sì da una scatoletta appartenuta alla famiglia Bembo, sul cui coperchio il 
niello è appaiato ad uno che rappresenta Dante (cfr. Krauss, Dante, pf 2fVJJ . 1 
due nielli pavesi furono esemplati, nel 1817, dall'incisore Angelo Gravagni, 
che riunì in un unico quadretto rettangolare le due testine, sopprimendo una 
delle du: fettucce svolazzanti intorno a ciascuna. Un esemplare della tiratura 
sull'i icisione in argento del Gravagni è ora al Museo Civico per dono 
del eh. prof. M. Mariani. 

1 Che Giangaleazzo sia nato verso la fine del 1351, fu provato con docu- 
menti da Z. Volta e da G. Romano, nell'Are/*, stor. lomb. XVI, 1889, pp. 581 sgg. 






— 398 - 

infantili impressioni. Se il primo duca di Milano, salito al trono 
paterno, fu liberal protettore delle lettere 8 pel conseguimento de' 
suoi fini politici largamente stipendiò non pure spade ina penne : 
se alla Biblioteca di Pavia consacrò tutte le cure che Uberto 
Decembrio vanta e i documenti diretti confermano, tali cure che 
io non so davvero perchè gli si debita lesinare la gloria di fon- 
datore; se primo, forse, dei principi del Rinascimento, raccolse 
fra i trofei delle sue vittorie anche i libri dei vinti, onde dalla 
reggia Carrarese migrò nel castello di Pavia il gruppo più co- 
spicuo dei libri lasciati dal Petrarca (1); a stimolare in lui 
tanta e sì proficua estimazione del saliere, come è certo che 
conferirono le tradizioni domestiche e il generale avviamento 
degli spiriti, così è probabile abbia cooperato il ricordo dei di- 
scorsi uditi dalle labbra venerate del cantor di Scipione {2). 



V. 



Nel 1366 il Petrarca restò a Pavia circa cinque mesi. Arri- 
vato, come s'è detto, nella prima metà del luglio, e' era ancora 
ai 10 di dicembre (3). 

Singolarmente precoce fu il suo ritorno Panno successivo. Eri 
qui già prima della fine di maggio ; e quantunque paia certo che, 
lo avesse richiamato il Visconti (4), pure quel ritorno ebbe qualche 

(1) I'. De Noi.hac, Pétrarque et V humanisme, Parigi 189,?, p. 84 sgg. Quale 
sorte sia toccata alla Biblioteca dot Castello di Pavia e quindi anche a' libri 
del Peti-arca, è ben noto, nò occorre ripetere. Mi restringerò a ricordare < Ih- 
nei primi decenni del secolo XVI era ancora a Pavia il magnifico Virgilio 
che fu del Petrarca e che ora si conserva. all'Ambrosiana. 11 Vellutello nella 
sua Vita del P., stampata per la prima volta insieme col commento del Can- 
zoniere nel 1525, dice che esso era « appresso messer Antonio di Pirro no- 
bile pavese ». La storia posteriore del prezioso manoscritto fino al suo ingresso 
nella biblioteca milanese, fu narrata da molti, ma con più esattezza che da 
ogni altro dal De Nolhac, La biblioth. de F. Orsini. Parigi 1887, p. 295 sgg. 

(2) Per le relazioni del P. con Giangaleazzo, Novati, nella Rir. il' Italia, 
1. e, p. 101 sg. 

(3) Seri. Vili, 4; per la data vedi L'Appendice I. n.° 7. 

(4) Vedasi la. citata lettera del Boccaccio. 



— 399 — 

cosa d'insolito non soltanto por il tempo. Sentiamo come ne parli 
il Petrarca stesso, rivolgendo il discorso all' amico Donato, in un 
opuscolo cominciato durante il viaggio per cessare la noia della 
lunga navigazione a ritroso della corrente del Po. 

•• Per non lasciarti, amico mio, all'oscuro di nulla e farti sapere 
in qual condizione di spirito ti scriva tutto questo, sappi che sono in 
barca sulle onde del Po. Non ti meravigliare se la mano o la parola 
mi trema; navigo, con tutto il bagaglio della mia ignoranza, su per 
Questo gran fiume, sulle cui rive giovane scrissi e meditai molte cose, 
che parevano degne d' approvazione ai vecchi d' allora, uè peranco i 
giovani d'adesso avevano vituperato la mia senile ignoranza. Oh mu- 
tevolezza delle umane sorti ! Panni che il Po stesso, quasi memore 
e consapevole delle mie passate studiose vigilie, abbia in certo qual 
modo compassione di me. al vedere privo di .gloria e spoglio delle ful- 
gide vesti della fama questo vecchio eh" ei vide — modestia a parte — 
giovane glorioso. E colla gran possa di tutta la sua corrente di con- 
tinuo mi ricaccia indietro a far valere il mio diritto contro l'ingiusti- 
zia dei giudici. Ma io che aborro il fardello della fama, faticoso a me 
e segno all'invidia di tali di cui meno avrei sospettato, io nemico dei 
litigi e spregiator del dispregio, lascio le mie spoglie a quegli illu- 
stri predoni. Se come il denaro, così la fama rubata passa nelle mani 
del ladro, si tengano pure, eh' io gliela lascio, la scienza o, che per 
gli stolti fa lo stesso, la nomea di scienziati. Io, denudato di entrambe 
o almeno della seconda, della nomea di scienziato, e forse molto più 
felice e più ricco della mia modesta nudità che essi non siano delle 
spoglie superbe e, a mio giudizio, usurpate, me ne vado contento, 
dopo aver deposto il glorioso e grave carico, e a forza di remi, di 
vele e d' alzaie vinco il contrasto che mi fa il Po, tornando a Pavia, 
studiosa e antica città, dove ritroverò, se cosi io voglia, la vecchia 
veste di fama, perduta in riva al mare, anzi non potrò starne senza, 
ancorché lo desideri vivamente (1). 

1 De.su, ipsius et nmltorum ignorantia, p. 1164. La soscrizione del- 

fo Vaticano, Eunc libellum ante biennium dictatum et 

Erti scriptum a me ipso scripsi hic iterum manu meo. et perduxi ad exitum 

irquate inter colles eugoneos 1370 junii 20 vergente ad occasum die, ha fatto 

che la composizione dell' opuscolo cada nel 1368 (Gaspary, Storia, I, 

90, 487); ma bastano queste parole, che s'incontrano non molto lungi dal 



— 400 — 

Si direbbe cbe questo (osse lo sdegnoso addio del Poeta alla 
città dove Tanno prima., forse durante il suo soggiorno a Pavia, 
quattro giovani averroisli, che si davano Paria di spiriti (orti, 
istituito come un processo e posta in discussione la stima cbe 
del Petrarca s'avesse a fare, avevano concluso esser lui un dab- 
ben uomo ma un ignorante! Di fatto a Venezia egli non tornò 
più a dimorare stabilmente. Quantunque affettasse una grande 
indifferenza, anzi sinceramente, io credo, si sforzasse di non dar 
peso alla cosa, tuttavia dal temerario giudizio di quei presuntuosi 
e dall' acquiescenza dei Veneziani, clic non avevano avuto una 
parola di riprovazione per essi, l'anima di lui, sensibilissima sì 
alla lode e sì al biasimo, era stata profondamente ferita 1 . Il 
malumore che ne conseguì, unito alla circostanza che il suo Fran- 
cescuolo stava per trasferirsi colla famiglia a Pavia ad occuparvi 
il posto di ufficiale delle bollette, lo indusse alla risoluzione di 
abbandonare la città di S. Marco. Francescuolo infatti segui il 
suocero poco dopo, nel mese di giugno (2). 

Può darsi che queir anno i Visconti fossero mossi a solleci- 
tare l'arrivo del Petrarca nei loro Stati, dal desiderio che egli 
assistesse alle nozze, celebrate con grande pompa ai 6 di giugno, 
di quel Marco, figliuolo di Bernabò, la cui nascita aveva salutato 
con un carme augurale latino (3\ Comunque, non dispiacque 
certo al poeta di trovarsi a Pavia quando vi passarono — il che 
fu verso la metà di quel mese — alcuni cardinali, che da Avi- 
gnone andavano per terra a raggiungere a Viterbo il pontefice 
Urbano V arrivatovi per mare (4\ Era come vedere coi propri 

principio: « curia auper hoc ipso anno.... Petri sedem, ufinam permansura, 

repetiit » (p. 1148), a, ricondurla almeno per buona parte al 1367. Del resto un 
codice Estense del secolo XIV reca in fine ali" opuscolo questa rubrica, che pro- 
babilmente riproduce la nota finale della prima dettatura autografa : Scriptum 
Ticini 1367" circa anni finem (De Nolhac, La Bibl. de F. Orsini, p. ?90). 

(1) Fracassetti, Leit. Fam., V, 380 sg. • 

(2) Ciò risulta dalla citata lettera del Boccaccio. 

(3) Epist. metr. Ili, 29. La notizia di quelle nozze, negli Annales medio- 
lanenses, in Muratori, XVI, 736. 

(4) Ma^nan, Histoire d' Urbain V ci de soti aiècle d'apre* Ics n>ss. dv 
Vaticini, Parigi 1862, p. 322 sg. 



401 

occhi uria parto, sia pur secondaria, dol grande fatto ch'egli aveva 
affrettato colle impazienze del desiderio e coli' ardente parola, il 
ritorno del Pontificato dall' esiglio di Francia alla sede assegna- 
tagli dalla Provvidenza. Le amorevoli parole che allora gli rivolse 
appunto ([ ui Pietro Roger, cardinale di Beaufort, gli ritornavano, 
gradito ricordo, alla mente quando, cinque anni dopo, quel por- 
porato, divenuto Gregorio XI, lo invitava istantemente alla sua 
corte, ahimé!, avignonese di nuovo (1). 

Intento a" suoi studi, e in particolare a condurre a termine 
V opuscolo De sui ipsius et multorum ignorantia cominciato 
per viaggio, lieto della compagnia della famiglia e della gaia 
vista de" suoi nipotini, svagandosi talvolta in qualche gita alla, 
sua villa di Garignano pi-esso Milano (2), il Petrarca vide passare 
rapidamente i mesi di codesto suo soggiorno pavese. Neil' estate 
riabbracciò uno de' suoi più dolci amici, quel Pandolfo Malatesta, 
signore di Pesaro, che dieci anni prima aveva dovuto fuggire a 
precipizio da Milano per sottrarsi alle furie gelose di Bernabò (3). 
11 tempo aveva attutito le ire, e nel signor di Pavia, che già allora 
B'era mostrato benevolo cooperando alla sua salvezza, poteva forse 
più la gratitudine dei servigi prestati da Pandolfo nella milizia, 
che il ricordo delle guerre da lui combattute più tardi, fino al 
'<i-t. fra i più accaniti nemici della politica viscontea. Così accadde, 
io penso, che il Petrarca avesse occasione di godere ancora una 
volta, in riva al Ticino come già un tempo a Milano, la cara 
compagnia di quel cavaliere, bello, prode, intendente di lettere, 
che egli amava fraternamente e da cui si sapeva ricambiato di 

Sen. XIII, Il e XV. 2 [XIV, 3]. Ai 18 di giugno il cardinal di Beau- 
ìi-a a Modena (Chron. Estense, in .Muratori, XV, 295), e ai 19 a Bologna' 
fpist. misceliti, ibid. XVIII, 482). A Pavia sarà dunque stato intorno alla 
beta del mese. 

2 Era e dà ai 31 d'ottobre di quell'anno; « Cum ante diein Cai. No- 
irium [Stephanus Columnensis iunior] e Gallia rediens, Apostolici 
us revocante fa in a , me in Mediolanensi rure tuiic agentem, ge- 
nerosa i Ila sua humilitate visitasset.. . •> (Sen. IX, 2). 

M. Villani. VII. 48, dove il latto è posto appunto nel gennaio del 1357. 

ir le relozioni di Pandolfo col Petrarca, vedi oltre al Fracassetti nelle noie alle 

molte intere dirette al Malatesta, Novati, nella Riv. d' Italia, I. e. p, 154, 156. 



- 402 

pari allotto e di calda ammirazione per la sua dottrina e il suo 
gonio poetico. Quando a mezzo agosto il Malatesta parti, fi 
per recarsi a Viterbo presso il pontefice (1 i, il Peti-arca ne provò 
un vivo rammarico, che scrivendo a Pietro da Muglio appaiava al 

dolore per la morte del Popoli avvenuta in quei giorni stessi 
Ciò non ostante, egli riconosceva di condurre una vita abba- 
stanza felice e che tutto in queir anno gli andava a seconda : 
confessione non molto frequente sulle labbra del querulo poeta. 

VI. 

Intorno alla metà di novembre egli l'arti da Pavia (3) e dopo 
una breve sosta a Venezia probabilmente pei' assestare le sue 
faccende, pose stanza a Padova (4), dove aveva la sua abitazione 
nella casa dei canonici. 

Si preparava allora un avvenimento di rara importanza : la 
seconda spedizione italiana di Carlo IV. Più volte il Petrarca 
aveva scritto all'imperatore franche parole, affinchè scossa la sua 
pigrizia e vinte le titubanze della sua politica, scendesse a ri- 
metter pace nel bel paese e rifacesse, meglio che di nome, ro- 
mana l'alta sua autorità. Le speranze concepite nel 1354 erano 
sfumato al ritorno di Carlo in Germania, ne forse rinacquero 
mai altrettanto vive nel cuore del grande Italiano ; ma nono- 
stante gli acerbi rimproveri di che questi aveva accompagnato 
quel ritorno, le amichevoli relazioni personali tra il Cesare ger- 

(1) 11 20 d'ottobre Pandolfo fu tra quelli che atcompagnarono Urbano V 
nel suo ingresso a Roma (L. Tonini, Rimini nella Signorìa dei Malatesta, 
Parte I, Rimini 1S80. p. 181). 

(2) Var. 27. Che il « dominus Pandulphus » quivi nominato sia il Mala- 
testi, non è da mettersi in dubbio, tanto più che nella Var. 9 (del 4 gennaio 
1373) mi par di sentire come un richiamo a cosa veduta da lui, nelle parole: 
« f'amiliola niea, quo Papié ni e e u m e rat, hic est ». 

(3) Seti. Vili, 3; cfr. Appendice I, n.° 11. 

ih « Kpistiilas tuas ad me ultimas, quarum alteram cluni adhuc Ticini 
agerem, alteram Velici i is accepi, uune l'alavi querens, non inverno » scri- 
veva a Francesco Bruni nella- Seri. IX, 2, che è certo della fine del 1367 o 
del principio del '68. 



— 403 — 

manico e il vate nostro, Strettesi nel 1354 a Mantova, dove il 
Petrarca aveva assistito e verosimilmente cooperato alla conclu- 
sione della pace ira l'imperatore o 1 Visconti, e noi '56 a Praga, 
-low era andato ambasciatore di Galeazzo, non s'erano intiepi- 
dito: talché ora. noi 1368, egli segni voloritieri il Signore e il 
vescovo di Padova, che si recavano a Udine incontro all'ospite 
augusto. 

Come la prima volta, questi valicava le Alpi alleato del pon- 
tefice e d'una formidabile lega, che sotto gli auspici della Chiesa 
s'era formata contro la soverchiale potenza del Biscione; ond'è 

elio forse all'amico di Galeazzo sorrideva la speranza (e perchè 
non diremo invece: forse spettava, per inviti ricevuti ed impegni 
assunti, il dovere?) di giovare colla sua visita e coli' ascoltata pa- 
rola alla causa della pace e dei Visconti. Alla fine d'aprile egli 
era a Udine, poiché Carlo vi arrivò il 27 (1) e vi si trattenne Ano 
ai primi di maggio. 

In quei giorni, oltre alle gravi preoccupazioni per gli immi- 
nenti pubblici fatti, un dolore privato doveva turbare l'animo del 
Petrarca. Poco prima ch'egli partisse da Padova, quel giovinetto 
ravennate ch'era la sua compagnia, il suo aiuto, la sua speranza, 
gh aveva improvvisamente dichiarato di volersene andare (2). 
Non erano valse a vincere la sua pervicacia né parole amorevoli 
né persuasioni né minacce : era stanco di far lo scrivano e gli 
coceva restare in una casa dove non poteva più rendere utili 
servigi. Messer Francesco aveva provvisto affinchè gli si facesse 
buona custodia Ano al suo ritorno, ma non sperava di poterlo 
trattenere a lungo. Né s' ingannava. Quando, pochi giorni dopo 
l'arrivo dell'imperatore in Italia, egli fu di nuovo a Padova, quel 
giovinetto diede ancora in ismanie : non più l' avversione allo 
scrivere, ma la brama d'imparare il greco lo spingeva a partire ; 
non sapeva bene dove andare, e ora diceva a Napoli, ora in Ca- 

I I.. Zanltto, Carlo IV di Lussemburgo e F. Petrarca a Udine nel 1368. 
storico con documenti, Udine 1904, p. 3'.) e Doc. Vili; raro volumetto 

a pochissimi esemplari, che ho potuto vedere per la grande cortesia 
lei 3ig. G. Dalla Santa, a festeggiar le cui nozze fu pubblicato. 

(2) Per la cronologia di questo episodio vedi TAppendice I, n.° 13. 



- 40» 

labria, ora a Costantinopoli: ma insomma partire voleva. E parti, 
ricusando le commendatizie che il suo Maestro gli aveva prepa- 
rato o volgendo i passi verso Avignone, di cui pi-ima non aveva 
mai fatto parola. 

Frattanto ripetute istanze dei Visconti invitavano il Petrarea 
a Pavia. In sullo prime osilo, perchè il desiderio della quiete, le 
turbolenze dei tempi e hi poca sicurezza delle strade lo sconsi- 
gliavano dall'intraprendere il viaggio. Infine per tema di parere 
ingrato, ma soprattutto perchè sapeva d'essere chiamato per le 
trattative della pace, obbedì, lasciando Padova a' 25 di maggio. 
In quei giorni l'imperatore campeggiava lungo le rive del Po. 
via via tra Ficarolo e Borgoforte, contro le milizie viscontee, che 
tenevano alcune fortezze del Mantovano (1). Il Petrarca, che lo 
aveva riveduto a Padova e che navigando il gran fiume ebbe a pas- 
sare appunto per quei luoghi, deve essersi di nuovo abboccato con 
lui forse presso Serravalle a breve distanza da Ostiglia; né è dif- 
cile divinare il tema dei loro discorsi. Altri appaiono nelle cro- 
nache e nei documenti i mediatori della pace strettasi fra la Chiesa 
e l'imperatore da una parte e i Visconti dall'altra; ma noi [les- 
siamo esser certi che anche il poeta della Canzone all' Italia — 
qui calza la perifrasi — autorevole amico dei principali conten- 
denti e negoziatore ad entrambi gradito, cooperò coli' efficacia 
della sua parola convinta al buon esito delle trattative, che len- 
tamente e segretamente prepararono, nuova delusione per i ne- 
mici dei Visconti, Tatto sancito a Modena ai 27 d'Agosto del 1368 
dall'Imperatore e dal cardinal Anglico (2). 

Il Petrarca arrivò a Pavia il 30 maggio a terza (3). Sul 
greto del Ticino lo aspettava un crocchio d' amici, fra i quali 
muto e vergognoso stava il fuggiasco giovine ravennate. Lasciata 
Padova poco dopo il principio di maggio, questi sotto piogge 
continue aveva valicato l'Appennino e s'era recato a Pisa, per 
prender imbarco sul prossimo lido ; ma attesa invano una nave, 

(1) Bòhmbr-Huber, Die Rpgesten des Kaiserreichs unter Kaiser Karl IV, 
[nnsbruck 1S77, ad annum. 

(2) BOHMER-HUBER, ad a. et dieni. 

(3) Questa data come quella della partenza «la Padova, in Sen, XI, 2. 



— 405 - 

preso da scoramento anche per l'assottigliarsi del viatico, in 
gran fretta fra nullo pericoli aveva ripassato i monti ; presso 
Parma aveva corso rischi,» d' affogare nei gorghi del Taro; e da 
ultimo., sfinito d' inedia e di fatica, senza un soldo in tasca, lu- 
rido e lercio, era giunto a Pavia, sapendo che doveva esservi 
arrivato o stare per arrivarvi il suo patrono, e aveva trovato 
ricovero pochi giorni prima nella casa presso S. Zeno, dov'erano 
i Da Brossano. Il Petrarca lo salutò, scherzando, col virgiliano 

Verane te facies, verus mitri nuntius affers ? dì 

lo abbracciò e lo accolse di nuovo con sé ; ma non sperava 
che mettesse giudizio, talché aspettandosi che un bel giorno gli 
ridicesse addio, gli preparò il gruzzolo pel viaggio, risoluto a 
lasciarlo andare senza far motto. Previsioni che s'avverarono un 
anno più tardi (2). 

In casa i Da Brossano il Petrarca trovò una grande tristezza. Dieci 
giorni prima, ai 19 di maggio, vi era passata la Morte a spegnervi 
il piccolo Francesco poco più che bienne (3). Egli era, dice 

(1) Aen. Ili, 310. 

(2) Sen. V, 6 [V, 7]; per la data vedi I'Appendice I, n.° 13. 

(3; Quella è la data della morte di Franceschino, quale appare scolpita sulla 
lapide originale (XI1II Kal. Junias). Ma è curioso notare come un errore del 
Corio, il quale fa morire il bambino nel giorno stesso che l'avolo assisteva a 
Milano alle nozze di Violante Visconti, abbia tratto fuori di strada nell' interpre- 
tazione della data latina critici solitamente oculati, quali il De Sade, III, 723 e 
il Fracassetti, Lett. farri. II, 261, e dietro a loro tutti quelli che parlarono e 
della morte del bambino e delle nozze. Anzi la tenacia dell'errore è tale che 
il Korting, Petvarca's Leben unti Werke, p. 365 n. 3, s'affretta a dichiarare 
manifestamente falsa la data dell'iscrizione, e solo dopo soggiunge: « seppure 
è vera la tradizione » della simultaneità delle nozze e della morte, tradizione 
che del resto egli stesso riconosce assai mal fondata. Quanto all'errore del 
Corio, esso germogliò, io credo, o da una reminiscenza imperfetta o da una 
Falsa intelligenza della data letta sulla lapide pavese. Mal ricordata o male 
intesa, questa data fu da lui facilmente unificata, forse anche per il gusto del 
contrasto e per comodità di trapasso, con quella delle nozze; poiché il Corio 
le pone al 15 giugno, anzi che al 5, come gli Annales Mediolanenses (Muratori, 
XVI, 738) e Galeotto del Carretto [Cronaca in prosa, in M. H. P., SS. Ili, 
1225), i quali in questa parte risalgono alla stessa fonte che il Corio. 



— 4 06 - 

Tavolo, la delizia di tutti, la speranza e il tesoro della famiglia, 

il più dolce sollievo della mia vecchiaia, il sole lume che fosse- 
rimasto a' miei occhi, in quella rosea lacerna d'infante il maggior 
Francesco vedeva, compiacendosene, rifiorire l'immagine sua. e 
del bambino presagiva che sarebbe stato un beli* uomo coinè il 
padre, ma d'ingegno più valido: tutto il nonno dunque! Tania 
era la tenerezza di questo pei' il nipote, che nella piena del do- 
lore esclamava: « Io di quel bambino ero siffattamente innamo- 
rato, che non so dire se fosse mai cosa in terra amata da ine 
al pari di lui ». E gli consacrò un ricordo marmoreo nella chiesa 
di S. Zeno, con suvvi scolpito a lettere d; oro un epitafio di sei 
distici latini (1). 

Ma Galeazzo lo aspettava a Milano, desideroso che la presenza 
delT uomo illustre rendesse più solenni le nozze di sua figlia 
Violante con Leonello di Chiarenza figliuolo del re d'Inghilterra, 
le quali si dovevano celebrare il 5 giugno. Il Petrarca fu dunque 
obbligato a partire subito e ad assistere a cerimonie festose, che 
facevano un singolare contrasto colla tristezza delT.animo suo. Nel 
banchetto nuziale egli sedette alla tavola dei principi con lo 
sposo, i signori della città, il conte di Savoia ed altri cospicui 
personaggi (2). Tanta reverenza circondava la florida canizie del 
poeta! 

(\) Sen. X, 4, e cfr. anche XI, 3. Quanto all' epitafio, vedasi I'Appendice II. 

(2) Il dubbio manifestato dal Korting, p. 437 n. 3, sulla partecipazione del 
Petrarca al banchetto nuziale, rincalzato da Carlo Segrè, Stadi Petrarcheschi, 
Firenze 1903, pp. 265 sgg., accolto e insieme combattuto dal Finzi, p. 84 sg;, 
non è, almeno per ora, ben fondato. E vero che una sola è la fonte della no- 
tizia, ma questa fonte non ò il Corio, la cui erudizione potrebbe destare in 
noi dei sospetti. Egli non fece se non ripetere (ma per accorgersene bisogna 
risalire all'edizione originale, non a quella rimanipolata del 1565) quanto trovava 
in una più antica descrizione del banchetto, la quale poco prima era stata tra- 
scritta uiche dal compilatore degli Annales Mediolanenses e della quale il Mu- 
ratori, XVI, 1051, pubblicò pure un testo indipendente, che però è molto affine 
a (niello dato dal Corio. Quale sia 1' autorevolezza di codesta descrizione è dif- 
ficile dire; ma finché non le si tolga quel varilo (li notevole antichità, che a 
prima giunta s'è tratti ad attribuirle leggendola nel testo degli Annales, o 
lineile non si dimostri interpolato il nome del Petrarca, perchè dovremmo ne- 
garle fede? Per dir lutto, farò ancora osservare che Galeotto del Carretto, 



- 407 - 

A Milano restò quasi un mese, trattenutovi non solo dallo 
cortesie del Visconti, ma anche da certo malo a una tibia elio 
lo tormentava fin dall'infanzia e che allora s'era rincrudito forse 

per lo strapazzo del viaggio. Frattanto non dimenticava la sua 
biblioteca. A un cartolaro milanese, di cui probabilmente s'era 
valso altre volte (1), affidò allora o mandò poco dopo da Pavia 
i fogli del suo esemplare della versione omerica fatta da Leonzio 
Pilato, affinchè glieli assettasse in due adorni volumi. Aveva 
ricevuto quella versione dal Boccaccio l'anno precedente, quando 
stava per lasciare Venezia alla volta di Pavia (2), onde solo 
al ritorno aveva potuto provvedere alla trascrizione. E questa, 
Cominciata anzi condotta sin verso la fine a Padova da un co- 
pista domestico nei primi quattro mesi del 1368, era stata com- 
piuta a Pavia (3). L'anno seguente egli ricevette di ritorno il 

il quale in ambedue le sue cronache si vale della citata descrizione delle nozze, 
non nomina il Petrarca; sennonché egli non riferisce neppure l'enumerazione 
legli altri convitati. Intanto la lettera a Giovanni da Mandello pubblicata dal 
Hovati, lia messo fuor di dubbio che il I>. fu a Milano nel giugno del 1368. 

(1) Var. 4, clic è del 13(52 e dove è nominato un maestro Benedetto, mi- 
niatore e legator milanese. 

■i Cosi si spiegano assai bene i timori del Boccaccio per la libertà del- 
l' amico, timori che questo si studia di calmare nella stessa Sen. VI, 2, colla 
quale annuncia l'arrivo della traduzione. Il Boccaccio, avendo saputo che 
messe.- Francesco era stato « Ticinum revocatus » (vedi la sua lettera tante 
volte citata), da buon fiorentino era impensierito per il nuovo accostarsi del P. 
ai Visconti, e ne aveva scritto ad un amico comune, in cui ravviseremo senza 
esitanza TAlbanzani. La storia della traduzione si può leggere narrata distesa- 
mente e con grande cura di esattezza nel volume di 0. Zenatti, Dante e Firenze 
Firenze [1903], p. 282 sgg. 

(3) A conferma di questa ricostruzione storica si osservi che la nota più 
innanzi trascritta dice: Domi scriptus. Fatavi ceptus, e che a Padova la tra- 
Irizione non avrebbe potuto essere cominciata nel 1367, perchè in quell'anno 
nw del P. era a Venezia, e tutto fa credere .-he di là si recasse diretta- 
mente a Pavia. Dalla descrizione che dei due volumi porge il De Noi.hac, 
• 1"". si rileva che tutta l' Iliade e, fino al principio dell'ultimo libro. VO- 
tssea fu,-.,,,,, scritte con -rande diligenza, di lettera beli:, e regolare, <• che 
Iquel punto «l'aspetto della scrittura cambia completamente; il aopista 
"affretta, moltiplica oltre misura le abbreviazioni, traccia V s finale senza 
Gare la penna ». Talché ponendo questo fatto a riscontro dei dati cronologici 



108 — 

libro, fregiato di variopinte iniziali e ben rilegato, e sul foglio 
di guardia del primo volume notò, secondo la sua abitudine: 
« Domi scriptus. Patulli ceptus. Ticini perfectus. Mediolani illu- 
minatus, et ligatus. anno 1369° » (1). 

Da Milano foco ritorno a Pavia il 3 luglio, lieto d'esser^ 
uscito dallo strepito e dal tumulto della capitalo, ma bramoso 
di riadagiarsi al più presto nella quiete del suo domicilio pado- 
vano. Non gli riuscì facile trovare un navicellaio, che volesse 
esporsi ai rischi del tragitto fra paesi corsi da milizie guerreg- 
gienti ; cosi che non potè partire se non il 14 o il 15 luglio. 
coli 1 intenzione di visitare, cammin facendo, l'imperatore, ove 
questi non avesse trasferito gli accampamenti lungi dalle rive del 
Po (2). 

Forse questo disegno non fu attuato, perchè in quei giorni 
Carlo IV era a Mantova a qualche miglio dal fiume (3); ma 
in ogni modo il viaggio procurò al Petrarca una delle sod- 
disfazioni più care al suo cuore. Sulle acque scorrevano flottiglie 
armate ; le sponde erano guarnite di milizie ; il navicellaio e i 
servi tremavano di spavento. Il Poeta invece si faceva innanzi 
inerme dandosi a conoscere ; e allora la barca si colmava di 
bottiglie, di cacciagione, di frutta, regali che i soldati ad ono- 
ranza gli offrivano (4). Davanti alla maestà e al genio delle let- 
tere s' inchinava quella gente, aliena dagli studi, avida di preda, 

e topografici offerti da quella nota, è ovvio immaginare che tutta la parte tra- 
scritta accuratamente rappresenti il lavoro compiuto a Padova nei mesi dal gen- 
naio all'aprile del 1368 (ad un cambiamento d'inchiostro e di penna al prin- 
cipio dell'Odissea non mi sembra s'abbia a dare .troppa importanza, e in ogni 
caso la conclusione sostanzialmente non muta) e che l'ultimo libro così affret- 
tato sia la parte trascritta nel breve tempo che il P. fu in Lombardia in quel- 
l'anno, la parto appunto pe' la quale egli poteva dire il suo esemplare Ticini 
perfectus. 

(1) De Nolhac, p. 348. il quale è d'accordo con me nel riferire al 13fi8 il 
cominciamento e il compimento della trascrizione. 

(2) Cosi la lettera a Giovanni ila Mandello pubblicata dal Notati, nella 
L'ir. <f Italia, I. e. p. 159. 

(3) Hohmkk-Hmìkh, Regesten, ad nummi et dies. 
I. Seti. XI, 2. 



— 409 - 

manesca : quale compiacenza por un nomo ben consapevole del 
proprio valore e vago <li vederlo da ludi riconosciuto! Né im- 
porta elio con quolle onorevoli accoglienze avessero probabilmente 
qualcosa a fare audio dei buoni salvacondotti e del Visconti o 
di Cesare ! 

VII. 

La maggior parte dei biografi crede che dopo il 1368 il Pe- 
ti-uva più non rivedesse Pavia nò i Visconti (1). È eerto invece 
che anelie nel 1369 dimorò — pare non a lungo — nella sua 
casa di S. Zeno; per l'ultima volta veramente. 

In una voluminosa lettera dei 13 di luglio del 1370 — questa 
data è, almeno quanto all'anno, una delle più sicure dell'episto- 
lario 2) — discutendo coli' amico Giovanni Dondi intorno al 
regime dietetico che i modici gli suggerivano ed egli ricusava 
di adottale. l' impenitente scettico della medicina, a provare la 
robustezza della sua fisica costituzione, pur troppo ormai scossa 
dall'età, adduceva la testimonianza di maestro Tommaso del Garbo 
con queste parole : « L' altro anno, trovandoci insieme a 
Pavia presso il signore di Lombardia, Tommaso alla presenza 
d' una folla di gentiluomini giurò di non aver mai veduto corpo 
più solido del mio (la parola^ è proprio sua), né complessione 
più sana e gagliarda ». E seguitava: « Infatti, sebbene non sia 
mai stato un Ercole di forza, pure ero tanto agile e destro da 
disgradarne chiunque, e quanto a questo, se ne togli il saltare 
ed il correre, non aveva sentito sino allora il peso doli' età. Ma 

I Solo, eh* io sappia, il Magenta, I, 131 n. 2, dalla lettera al Dondi, che 
Bui subito cito, de luce che il P. venisse a Pavia nel 1369; ma le sue conget- 
ture sul motivo di quella venuta sono certamente erronee, perchè non al 1369 
ma al "66" spettano, come già s'è visto, i documenti su cui egli le fonda. 

(2) Sen. XII, 1. Con la sua solita esattezza cronologica il P. vi scrive: 
« suiit ecce mihi, dicam verius f'uerunt, vitae anni sex et sexaginta », il che 
Significa che era prossimo a compierli; vicino dunque il 20 luglio 1370. E poi: 
« Oaudeo.... quod non he sexagesimus tertius, de quo multa olmi ad Joannem 
fclterum scripsi, sed sexagesimus sextus est »; il che viene a dire che cor- 
ivv;, Tanno fra il 20 luglio 1369 ed il 20 luglio 1370. 

26 



410 — 

quest' ultimo anno bastò per tutti gli altri; poiché una 

lunga malattia della durata appunto d ' un anno mi ha tal- 
mente prostrato, che da me senza l'aiuto dei servi non mi posso 
alzare né muovere ». 

Questi passi sono così espliciti e di cosi preciso <• sicuro si- 
gnificato, che alla dimostrazione della tesi generica non occorra 
aggiungere altro. Ma piace potei' conoscere anche qualche par- 
ticolare circostanza del fatto; di che vanno rose grazie a C'oluc- 
cio Salutati, il degno erede della dittatura letteraria di messe» 
Francesco. 

Come nei due anni precedenti, anche nel 1309 il Petrarca] 
deve esser venuto qui nel maggio, coli' intenzione, dicevano, di 
porre stanza presso i Visconti. Se ne corruccio il futuro cancel- 
liere della Repubblica fiorentina, il quale, nella Curia romana, 
veniva allora temprando lo spirito a queir odio della politica vi- 
scontea che fiammeggerà più tardi nelle sue scritture contro Gian] 
galeazzo; e con versi pieni di veleno e di fiele (theonino dente 
lycambeoqiie Carmine) prese a biasimare quella risoluzione. Sen- 
nonché la voce risultò falsa; onde Coluccio lasciò a mezzo il suo 
carme, senza però rinunciare alla soddisfazione di mandarlo, così 
incompiuto com'era, all'amico satireggiato, insieme con una lettera 
dei 25 di giugno (1). Allora il Petrarca aveva lasciato o stava 
per lasciare Pavia. 

Quella gita però era finita male. Fosse sdegno suscitato dalla 
vista dei truci delitti onde si macchiava di continuo il tiranno 
lombardo — non appulcro parole ai giudizi del Salutati — o 

(li Salutati, Epistolario, II, 15; voi. I. p. 95 dell' edhione Novati. Il mio 
dotto amico riferisce le allusioni contenute in questa lettera e in un' altra 
che citerò fra breve, alla venuta del P. a Pavia nel 1308; ma non dubito che: 
considerate meglio le cose alla luce che emana dalla lettera al Dondi, converrà 
ora con me. Si può anche osservare che quando il P. andò a Pavia nel 1368, 
il Salutali non era ancora in relazione epistolare con lui, e che si mossi' a 
scrivergli (EpisUd. voi. I, p. 62), incoraggiato dallo parole cortesi contenute 
nella Seri. XI. 2, nella quale il I'. narra al Rruni il suo ritorno a Padova. Non 
un.: vaga v<><-r dunque (fama contrarium referente), ma una. notizia di fatto 
autentica e sicura., aveva, nel 1368 annunciato al Salutati non esser vero che 
il I'. volesse acconciarsi presso Galeazzo, 



- 411 — 

fosse stanchezza del lungo viaggio, il Petrarca non ora ancora 
arrivato a Padova di ritorno, che fu colto da una pericolosa ter- 
zana. Coluccio lo credeva digià guarito quando gli scriveva 
peste cose, ai 21 d'agosto del 1369 (1); ma in realtà quella ma- 
lattia lasciò uno strascico di mali durato molti e molti mesi an- 
cora « La tua lettera mi trovò spossato da quaranta e più giorni 
di febbre ». scriveva il Petrarca a Filippo de Cabassole agli 8 
<1' ottobre, e gli domandava scusa se lo faceva per mano altrui (2). 
.VIP aprile del 1370 tentò il viaggio di Roma, dove lo chiama- 
vaia» gli amorevoli inviti d'Urbano V e il desiderio suo di ve- 
dere la città eterna, tornata ad essere la capitale del mondo cri- 
stiano. Ma dovette fermarsi a Ferrara, colpito da una sincope, che 
dedottelo lo avesse ucciso. In qual miserevole stato di debolezza 
psse noi luglio, abbiamo udito pur ora dalle sue stesse labbra. 
Ormai i lunghi viaggi non facevano per lui ; 1' età e la salute 
malferma domandavano quiete. E gli ultimi suoi anni passò tran- 
quillo — se non che lo turbarono i torbidi della guerra tra il 
Carrarese e i Veneziani — parte a Padova e parte sugli Euganei 
bella villa graziosa che s'era fabbricata ad Arquà. Quivi, proba- 
bilmente neh' estate del 1372, chiamò da Pavia i Da Brossano (3). 
Così avesse potuto tirarsi vicino Gherardo, il suo fratello diletto, 
che da trent' anni viveva nella remota solitudine della Certosa 
di Montrieux ! A possedere quella felicità che 1' uomo può spe- 
rare su questa terra, nuli' altro gli sarebbe mancato (4). 

Vittorio Rossi. 



I' Salutati, Epistolario, II, 16; voi. I, p. 96 dell'ediz. citata. 
(2, Seri. XI, 15 [XI, 14]. 

3 « Accessit emm ad molestias (le preoccupazioni per la guerra) quod 
fumiliola mca. que Papié mecum erat, li i e est; unde angustissime habitanms, 

etque mine me eos line vocasse. Sed minine ista presagiebam, quamvis, 

ut audio, ibi quoque turbide res sint » (Var. 9, del 4 gennaio 1373). Che poi 

a famigliola fosse stata chiamata da Pavia ad Arquà, e di là fosse venuta a 

a ad abitare nella ristretta casa canonicale per fuggire i pericoli della 

guerra, risulta da Sen. XIII, 16, 17, del novembre 1372. 

4 Sen. XV, 5 [XIV. 6]. 



.a.:e=:e=:e::£t:dj:c:e: i 



LETTERE CHE IL PETRARCA SCRISSE DA PAVIA 



Lettere di data certa. 



1. Sèn. V, 3 [V, 4]. Al Boccaccio. Meum Ubi consiliunà 
Ticini, IV Idus Decembris, 10 dicembre [1365]. 

E la lettera contro il cerretanismo dei medici, che il Petrarca 
inviava al Boccaccio insieme con la lettera seguente, dove la dice 
" epistola anni liuius n. La data del giorno sarà stata apposta, 
come accadeva spesso, all'atto di prepararne la spedizione. 

2. Sen. V, 1. Al Boccaccio. Fecisti ottime. Ticini, XIX Ca- 
lendas Januarii, 14 dicembre [1365, e agosto 1366]. 

Quando il P. scriveva, il Boccaccio era di ritorno a Firenze dalla 
sua seconda ambasceria in Avignone, il che fu al principio (forse il 
giorno 3) di novembre del 1365 (1). Sebbene non sia affatto verosi- 
mile che passasse oltre un anno tra quel ritorno e la dettatura 
dell' epistola petrarchesca, pure ad escludere ogni più lieve dubbio 
sulla data di questa, aggiungerò che lo scrivente, informato dall'amico 
dell' impazienza con che Filippo di Cabassole aspettava il trattato 
De vita solitaria a lui dedicato, rispondeva che certo suo prete slava 
copiandolo e che lo avrebbe mandato appena fosse stato pronto. Or 
bene quel trattato fu spedito dal P. al vescovo di Cavaillon poco 
prima d'una lettera data a Venezia il 20 giugno 1366 (2). Dunque la 
lettera pavese non può essere se non del dicembre 1365. 

(1) F. Coha/.zini, Le lettere di tìio. Boccaccio, Fiiecze 1877, p. LIX. n. 1. 

(2) Seri. VI, 5 [nell'edizl basileese è premessa ;il trattato, |>. 255]. Questa 
lettera assegnarono al 1366 anche il Do Rado e il Fracassetti {Leti, familiari 



413 - 

Ma adagio. Alla fine, coljegati a ciò che precede da un: u Et liec 
hactenus » (collegati o disgiunti ?), codesta lettera ha questi periodi: 
.. Quod mihi de Fornero marni tua scriptum miseras, antequam 
Venetiis proficiscerer, suscepi. ut fide atque indulgenza tua letus, 
sic snpervacuo mestior labore, quem tibi impositurus non fueram, si 
Scivissem quod nunc scio. Non enim nosse optabam quid apud gràios 
tnferos ageretur ; apud latinos nosse quid agitur, satis est, idque 
vel lectione vel auditu solo : utinam nec visu unquam contigerit. Sed 
rolebam scire qualiter Homerus, ipse gravis homo, vel Asiaticus, et, 
quod miraculum auget, cecus quoque, solitudines italas descripsisset, 
vel Eoliam scilicet vel Avernum lacum montemque Circeum. Sed 
guoniam tibi placuit. ut mihi postea totum opus illud eximium de- 
si ina res, ibi forsan inveniam quod quero. Spem tamen hanc minuit 
quod scribis misisse te Iliadem totam, Odyssee autem 
partem; in eo quidem libro est quod scire velim. Miror sane, quid 
ira Ulani totam, huius partem miseris ; sed fortasse integram non ha- 
bebas. Quicquid erit, videro dum me domini mea sors reve- 
xerit, transcribique faciam et remittam tibi, quem tanta re privasse 
pati nolim. Iterimi tibi gratias ago, Donatoque nostro subi-, 
rase or. qui cum sepe de minoribus scriberet, tum hoc factum 
male siluit, Quod animo meo sciret et missi et mittentis consideratone 
gratissimum n. 

Fermiamo l'attenzione sulle frasi che nella stampa hanno maggior 
rilievo, e leggiamo anche questo passo d' un' altra Senile, la VI, 1 : 
« Cum profunda nocte Ve n e ti a s attigissem, primo mane Do- 
natus noster ad me solus [venit]. Illic multa, ut inter amicos, desi- 
derio colloquendi per absentiam irritato ; sed pars maior, ut meritus, 

. V. 246sgg0, considerando che nel '65, quando il Boccaccio fu in Avi- 
gnone, il vescovo di Cavaillon non aveva ancora ricevuto il trattato. In materia 
cosi poco sicura com'è la cronologia dell'epistolario petrarchesco, conviene 
-ere un argomento che perentoriamente ferma 1' epistola al 1366. Non 
è vero che il Cabassole accompagnasse Urbano V a Roma, come dice il Fra- 
tti (V, 246); egli anzi rimase in Avignone come amministratore della 
3i e raggiunse il pontefice a Montefiascone solo il 4 giugno del 1369 
I Ru.uze. Vitae Paparum Avenionensiùm, Parigi 1693, 1, 1021 sg. ; Magnan, 
|»I'. 322, 350). Ora da Sen. VI, 9 [VI, 6J appare che quando ricevette il De 
<-ih, solitaria, il vescovo di Cavaillon era presso alla Curia, il che non potè 
avverarsi dopo la partenza di Urbano da Avignone (30 aprile 1367) o tutt'al 
più da Marsiglia (19 maggioi. 



— 414 — 

de te fuit, simulque de Ho ni e r o q u e m ni i si s s e te s e r i p s e r ag; f 
de quo istic quid sii aetnm qnere ; huc enim enisse illuni 

scito, unde me in aliis ad te literis de Donato ini merito 
quest'uni queror n. In aliis ad te literis, cioè nella lettera pavi 

La Sen. VI, 1 è data a Venezia il 25 di gennaio; di qual anni 
Del 1365, risponde indirettamente il Fracassetti ; del ; <i7. risponde 
il Gaspary (1). Ha certamente ragione il secondo. La lettera pavese 
che mi obbliga a condurre il lettore per questi spineti, in quella 
sua parte che si collega indissolubilmente coll'ambasceria boccaccesca, 
contiene queste parole, scritte dunque nel dicembre del 1365 : u Tibi 
autein epistolam cum bac mitto ad te anno altero dictatam, quam 
in tuis his novissimis literis, ceu desperans, dulci acriter querimonia 
flagitasti, simulque alteram anni buius, quam non poscis, adiicio. in 
qua, si quid ili I litigio antiquo, quod mihi olim quatuor invectivas 
adversus bec monstra bominum extorsit, se curare iactantium vereque 
mactantium, defuisse videbitur, adimpletum dices n (2). Quale sorte ; 
avessero le tre lettere, apprendiamo da un'epistola che il P. scrisse 
all' Albanzani, la Seri. V, 4 [V, 5] : « Illud quoque non parvifacio, f 
quod quorsum medicis fidas, hoc brevi periculo tuo vides ; quod et 
pridem noveras, sed magistram in se experientiam habuisti ; hec 
deinceps mei illius de hoc genere hominum veteris vulgatique iuditii 
non sequacem sed signiferum ducemque te fecerit. In quo ut in dies sis 
stabilior, mitto tibi tres illas epistolas ad Ioarinem nostrum, 
quas, mirum et dictu raucidum et auditu, idiota quidam, verborum 
sono, quasi asellus ad lyram, longis auribus delectatus, magna, ut 
vides, anni buius parte detinuit, semper se illas misisse 
asserens ac deierans, nec unquam redditurus, nisi tandem, ira et 

(1) Storia 7 . 11. i, 330, dove però una mia distrazione o negligenza lasciò 
sfuggire IV, 1, anzi che VI, 1. Mi spiace di non aver a mano il Literaturblatt 
del 1881, dove il rimpianto collega corresse per la prima volta l'erronea data 
assegnata alla lettera dal Fracassetti, forse con gli stessi argomenti messi ora 
in opera da me. 

(2) La seconda di queste due lettere è, come sappiamo, la Sen. V, 3 [V, 4]; 
la prima sarà la Sen. V, 2 [V, 3]. L'identificazione si fonda unicamente sulla 
collocazione di (piota nell' epistolario, indizio da usarsi sempre con molte 
cautele, ma che in questo caso credo valido. Dire il perchè di questa mia 
opinione, sarebbe come spiegare il concetto che mi sono formato intorno al- 
l'ordinamento dell' epistolario petrarchesco. Se ne toccherà di passata più 
innanzi. 



115 — 

indignatione porterritus cogitansque id qnod erat, mandassem sibi 
me liane eius inumani lacitum ulterius non laturum. Quo nudilo, 
seu pudor ille, seu pavor fuit, remisi! eas contactu agresti se- 
milaceras. Que ad me squalove obsite, sed gaudentes rediere 
vinrlis saltem ei carcerali custodia dilapse. He mine igitur, quo 
p r i d e in. s i 1 i e u i s s e t, i b a n t , u t a 1 i q u a n «1 o p e r ve ni a n t e u- 
rabis, excusatione tarditatis fcuis verbis addita. Etsj intempestive 
enini sint, non accepte esse non possunt : is illic quo pergunt, nostri 
amor, ea rerum cupiditas nostrarum. Proinde harum una est que 
perlecta in hac te nostra opinione firmabit ». E le parole cui la 
Btampa ha dato evidenza, assicurano che il primo giorno di settembre 
in cui il P. scrisse da Pavia questa lettera all' Albanzani, fu quello 
de! 1366. 

Torniamo ora alla Se». VI, 1, e leggiamone il primo periodo, che 
immediatamente precede a quelli già trascritti: « Tris ingentes 
epistolas, quas anno altero simul ad te venturas, etsi non simul 
editas, Ticino abiens dimisi, diu licet unde non decuit impeditas, 
[ad re] tandem pervenisse confido ». Se dunque la lettera all'Alban- 
zani è. come è di certo, del primo settembre 1366, quella Senile VI, 
1. è dei 25 di gennaio del 1367. 

Aspettò dunque il P. un anno e un mese, tornò da Pavia a Ve- 
nezia, da Venezia a Pavia e di nuovo di qui sulle lagune, prima di 
seguitare il discorso intorno alla versione d' Omero iniziato nella 
lettera che porta la data del 14 dicembre 1365 ? Lo creda chi vuole. 
Le cose stanno diversamente. Quando nel! agosto del 1366, il P. 
•e le sue tre epistole, alla più recente aggiunse, come poscritto, 
passo dianzi riferito concernente 1' Omero leontino-boccaccesco, 
■ che entrò poi nel corpo della lettera, usurpandone la data. 
Oppure, il che per noi fa lo stesso, quel passo non è se non il residuo 
jPun'altra lettera scritta al Boccaccio nell'agosto o nel settembre del 
1366 e quasi per intero sacrificata dall' autore ai criteri che lo gui- 
davano nella compilazione dell'Epistolario (1). 

i Un caso non diverso si riscontra nella Sen. XVII, 3 [nell'ediz. basjleese, 
lampara insieme colla versione della novella di Griselda, p. 600 sgg.], la 
quale risulta formata dall'unione di due epistole, anzi, mi pare, dall'accosta- 
mento di un'epistola ad una parte d' un" altra posteriore di circa un anno; 
vedi A. Avena, Per la cronologia delle epistole di F. P., Verona 1904, pp. 2-5 
BStr. dagli Alti dell'Accad, d'agr. scienze ecc. di Verona). 



- 416 - 

Contro l'incrollabile solidità di questa conclusione non vale addurre 
la Sen. Ili, 6, che il Fracassetti vuole del primo marzo 'lei 1365 
che io inclinerei anzi a credere d' un anno più vecchia, dandovisi 
notizie al Boccaccio della partenza di Leonzio Pilato da Ven< 
avvenuta sul cader dell' estate del 1363. Quivi il P. prega 1' amico 
certaldese u ut Homerice partem illam Odyssee, qua Ulyxes h ad 
Inferos, et locorum qui in vestibulo Herebi sunt, descriptionem ab 
Homero factam, a Leontio autem tuo hortatu in latinum versam, mihi 
quamprimum potes admodum egenti, utcumque tuis digitia 
exaratam mittas ». Proprio quel tratto dell' Odissea dunque, che il 
Petrarca ricevette poco prima di partir da Venezia nella prima i 
di luglio del 1366. Povero inesser Francesco ! Egli ha tanta fretta 
e il Boccaccio lascia passare quasi un anno e mezzo, anzi, secondo 
me, quasi due anni e mezzo prima di accontentarlo ! L' inverosimile 
può esser vero, e, se non ci fosse altra via d' uscita, bisognerebbe 
rassegnarsi a digerirlo, perchè 1' arrivo del frammento dell' Odissea 
in mano del Petrarca non si riesce a smuoverlo dal posto dove P ab- 
biamo collocato, nell'estate del 1366. Ma anche nella Sen. III. 6 può 
ben essere accaduto che un frammento d' altra lettera di molto po- 
steriore sia stato appiccicato alla parte originale ; e la saldatura non 
occorre davvero cercarla col lanternino. 

3. Sen. Vili, 1. Al Boccaccio. Mos est iuvenum. Ticini, XIII 
Cai. Augusti ad auroram* 20 luglio [1366]. 

Lettera scritta il giorno che il Petrarca compiva i sessantadue anni 
ed entrava nel sessagesimo terzo. 

4. Sen. VI, 9 [VI, 6J. A Filippo di Cabassole. Sicut ingenita . 
munera. Ticini, VI Idus Augusti, 8 agosto [1366]. 

Ringraziamenti per la cortese accoglienza fatta dal Cabassole al 
trattato De Vita Solitaria, che il P. gli aveva mandato nel giugno, 
del 1366 ; cfr. il primo capoverso del n.° 2. 

5. Sen. V, 4 [V, 5]. A Donato Albanzani. Forte sic accidia 
Ticini. Calendis Septembris, 1 settembre [1366]. 

L' anno di questa lettera fu determinato nel lungo discorso che 
s'è fatto intorno all' epistola 2 di questa serie. Qui osservo soltanto 



- 117 

ohe la conclusione cronologica cui siamo pervenuti, non è infirmata 
perchè il Petrarca vietasse all'amico di irar copia del Ih Vita solitaria, 
mandata fin dal -inumo al Cabassole, dicendo di avervi ancora' 
al aggiungere una parola (adhuc enim verbum ibi addidi). Egli stesso 
infatti seguita: « Nosti morem ; alter Protogenes, nescio e tabella 
inanimi ndlere », e noi pure sappiamo che non cessava dal limare 
le suo opere anche dopo averle divulgate. 

6. Fam. XXIII. li). Al Boccaccio. Anno exacto. Ticini. V 
Calendas Xovembris, 28 ottobre (1366]. 

Lodi del giovinetto ravennate. Questi era venuto in casa del Pe- 
fcarca « anno exacto post discessum tuum », nel secondo semestre 
dunque del 1364, e vi stava da due anni, « iam ante biennium ad 
me venit ». 

7. Sai. Vili. 4. A Luchino Dal Verme. Tene* ut arbitrar 
memoria. Ticini.. IV Idus Decembris, 10 Dicembre [1366]. 

Giusta e pia la spedizione in cui militava il Dal Verme ; ma il 
P. non aveva mai potuto approvarla, sapendola intrapresa senza le 
necessarie provvidenze, u Q uo d non esset si, ut nuper adversus re- 
bellantem Cretam primus. sic nunc adversus Assyriam dux esses. Sed 
non ita est: illic enim tuis, hic alienis auspiciis rem geris ». 
Perciò il P. ha tristi presentimenti sulla sorte del valoroso capitano 
b lo invita al ritorno. Il Dal Verme comandava una delle due galee 
concesse dalla Repubblica Veneta ad Amedeo VI di Savoia per la 
sua spedizione orientale (1), ed era quindi partito da Venezia, per 
non tornar più, il 19 o il 20 giugno 1366 (2), quando il P. era ancora 
colà. 

8. Sen. Vili, 5. A Jacopo Dal Verme. insidiosa sepiùs 
Wprs ho», inani. Ticini, V Idus Junias, 9 giugno [1367]. 

La morte di Luchino Dal Verme fu riferita esattamente dal Fra- 
cassetti (Le Senili, I, 221) al J367, ma senza citazione di fonti e forse 

1 Romanin, Storia documentata di Venezia, III, 23?. 

Pi Datta, Spedizione in Oriente di Amedeo VI erma- di Savoia, Torino 
me, p. 86. 



— 418 - 

sulla base di questa lettera, che egli assegnava a quell'anno per il con- 
cetto che aveva intorno all'ordinamento dell'epistolario. Ma il Lina e 
altri seguendo le sue orine (1) posero la merle del capitano veronese 
nel 1372; anzi il Robolini, avendo in alcune cronache (le quali evi- 
dentemente confondono il padre col figli*) trovato memoria d'imp 
di Luchino nel 1369 e nel '70 e d'altra parte sapendo che nel 1371 e 
nel '72 il P. non fu a Pavia, metteva in dubbio 1' esattezza della 
datazione locale di questa lettera e della precedente (2). La piccola 
questione è risoluta da un documento che mi fu comunicato colla 
solita inesauribile gentilezza dal signor Giuseppe Dalla Santa, e che, 
breve e caratteristico com'è, merita d'essere trascritto : " 1367, die X 
octnbris. Cuni de familia o 1 i m e gre gii viri domini Ludi ini 
de Verme remanserit in Tarvisio una puella quondam filia sua,, 
nunc duorum annorum vel circa, cum duabus dominabus et duobus 
famulis, et sua tenera etate puella non possit conduci ad matrem 
per terram maxime per viam Verone, vadit pars quod dieta puella 
cum dictis quatuor personis possit transire per pallatas et ire in 
Lombardiam per Padum cum uno navigio et suis arnesiis et cum 
quatuor austoribus, qui mittuntur ex dono Jacobo del Verme, f i lio 
quondam domini Luchini, non portando aliquid aliud ullo 
modo ». E la deliberazione fu presa (3). 

Luchino dunque mori fra l'ottobre del 1366 e l'aprile del '67, che 
fu il tempo in cui la flotta di Amedeo navigò il Mar nero (4), dove , 
per attestazione del P. quella morte avvenne. E quei termini si 
possono forse restringere notevolmente, perchè della sventura di 
Luchino 'parla il P. come d'una novità in un'epistola data a Venezia 
a' 18 di marzo, la quale è quindi difficile sia del 1368 (5). D' altra 
parte la lettera a Jacopo Dal Verme non è una vera consolatoria 
per la morte del padre — altra mole, altro tono hanno le consola- 
ci) 11 Tabarrini, per es., nella prefazione al fascicolo Francesco Petrarca 
e Luchino dal Verme condottiero dei Vene;.;, mi nella guerra di Candia. Rad 
colta di memorie storielle, Roma 1892, dove la Seri. Vili, 4 ha senz' altro la 
dati) del 1371, e la Sen. Vili, 5, la data del 1372. 

(2) Robolini, Notizie appartenenti alla storia della sua patria, voi. V. P. II, 
Pavia 1836, p. 67 sg. 

(3) Archivio dei Frati, Senato Misti, Reg. 32, e 91. 

(4) Datta, pp. 123, 139. 

(5) È la Sen. X, 1. Quanto all' anno in cui essa sia stata scritta, si può 
anelli' osservare che nel marzo del '68 il P. non abitava più a Venezia. 



IH) — 

Iorio di messer Francesco - anzi è. semplicemente la risposta ad 
una lettera di Jacopo, olio aveva chiesto consiglio, se dovesse far 
trasportare in Occidente, la spoglia di Luchino sepolta a Costan- 
tinopoli. 

9. Sen. Vili, 8. Al Boccaccio. Annus est hodie. Ticini. XIII 
Cai. Augusti. 20 luglio 1 1367]. 

Lettera scritta il giorno clic il P. compiva l'anno sessagesimo 
terzo. 

10. Var. 21. A Pietro da Muglio bolognese. Littere tue. 
computer. Dio XXYI1I Augusti bora nona [1367]. 

Che la lettera sia stata scritta da Pavia è chiaro dal contesto, 
parlandovisi della morte di Giovanni Pepoli « qui sub ipso adventu 
itterarum tuarum (ed erano arrivate nudius terlius), devotissime 
ptis Ecclesie sacramentis, ab hac luce subtractus est, et quanto 
nnnquam aiius, quem ego viderim, honore ultimo depositus in ecclesia 
6. Augustini, hinc mox Bononie transferendus ». Il Pepoli mori 
.nell'agosto del 1367 (1). 

11. Sen. Vili, 3. A Tommaso del Garbo. Peregrinarli ac 
iucuudum valde. Ticini. V Idus Novembris, 9 novembre [1367]. 

Il P. vi parla de' suoi Rimèdi cosi: « Quin etiam adeo me nominis 
buius (Fortunae) non penituit, ut novissime de utriusque fortune 
iv.nediis libellum scripserim, non fortunati! duplicem, sed bifrontem 
siatuens, de quo libro quid aliis videatur, eorum sit inditium qui 
pidierintaut legerint. Ego ex quo ad exitum ductus est, uec ex ilio 
profunde aliquid degustavi, nec experiri fuit quantum meis ipse 
bonsiliis adiuvarem; eo tamen mihi probatior farine est, quo illum 
qutbusdam magnis ingeniis grattini valde et optatum sensi ». Il trat- 
tato fu compiuto, sappiamo, ai primi d'ottobre del 1366 ; e d'altra parte 
il Petrarca dopo il 1367 non fu mai a Pavia nel novembre ; talché 
la lettera è di uno di questi due anni. Ma nonostante la dizione 
■ novissime scripserim », è naturale cita parecchio tempo fosse pas- 
sato dopo il compimento dell'opera, se il P. conosceva già il giudizio 

I Movati, Epistolario di C. Sai,, imi, I. 36, ». 1. 






— VZi) — 

di alcuni grandi ingegni. Poi, il Petrarca dice 'li avere iscritta la 
lettera u inter occupationes multas et libros nulloe et curas iti- 
neris n, le quali cure paiono poco verosimili ai 9 'li novembre 'lei 
13G6, se un mese dopo egli era ancora a Pavia. L'epistola a Tom- 
maso è dunque del 13(>7. 

12. Lotterà volgarizzata dal Novali e da lui pubblicata nella 
Rivista d'Italia, a. VII, 1904, voi. II. p. ir>8-60. A Giovanni da 
Mandello. Assai tardi per vero. Pavia, 6 luglio [1368J. 

La data dell' anno risulta sicura dagli accenni a Carlo IV e <lyl 
confronto colla Sen. XI, 2. 

13. Sen. V, 6 [V, 7]. A Donato Albànzani. llle qui/lem nostri». 
Ticini, V Idus Iulias, 11 luglio [1368]. 

Questa lettera, che narra la fuga e il ritorno del giovinetto raven- 
nate, è continuazione della Sen. V, 5 [V, 6], colla quale il P. informa 
1' amico Donato dell'inizio della ribellione, e che porta la data di 
Padova, 22 aprile (1). Il Fracassetti le assegna entrambe al 1367 (2); 
ma con un po' di pazienza credo si riesca a dimostrare che sono • 
invece dell'anno seguente. 

Anzi tatto due obbiezioni, non inoppugnabili, ma pure di qualche 
peso, alla data fracassettiana. Nel 1367, il Petrarca non aveva ancora 
posta la sua residenza a Padova, donde è data la prima lettera, ma 
bensì abitava solitamente a Venezia. Nel 1367, quando in primavera 
il Boccaccio arrivò nella città di S. Marco, 1' amico suo era digià 
a Pavia, dove il genero non lo raggiunse se non dopo la partenza 
del Certaldese (3) ; invece l'anno della fuga del Ravennate, France- 

(1) L'ediz. di Basilea ha Fatavi Cai. Maias ; ma le stampe più antiche e ì 
codici. Palavi X Cai. Maias, che è la data accettata dal Fracassetti e certa- 
ni'iue la vera. S'intende facilmente come nelle neglette ediz.oni basiletsi cai ' -se 
Tordi. ìale, di cui rimati traccia nell'erroneo accusativo. 

(2) Leti, fam. V, 94, 107. 

(3) Il Boccaccio, arrivando, trovò il Da Brossano sulla spiaggia dell'estuario, 
elio partiva da Venezia : certo per una breve assenza, perchè tornò in tempo 
da poter fare gli onori di casa sua all' autore ilei Decameron. Quando poi 
questi scrisse, il 30 giugno, la citata lettera al Petrarca, Francescuolo era 
presso il suocero. 



— 421 - 

■ scuoio da Brosspno, come sappiamo dalla Sen. V, 6 [V, 7], era a 
Pavia prima che vi arrivasse il suocero. 

• Poi 1' argomentazione costruii iva, Le Sen. XI, 8, 9 sono due let- 
tere di. presentazione del giovinetto fuggente, 1' una diretta a Fran- 
cesco Bruni, segretario pontificio, l'altra ad Ugo di Sanseverino, capo 
delle milizie della regina Giovanna. Il Petrarca, che nel raccogliere 
il suo epistolario, pur seguendo un certo grossolano ordine cronologico, 
non si peritava di trasgredirlo per raggruppare lettere d'argomento 
affine o per ottenere certi effetti di varietà (non altrimenti egli 
procedeva nell'ordinare le sue rime), riuni quelle due epistole in un 
gruppetto, cui appartiene anche la Sen. XI, 7; e il Fracassetti per 
questo le riferì amhedue ad un medesimo episodio della vita del 
Ravennate. Ma il loro diverso tenore vuole che se ne giudichi 
in altro modo. 

i La prima di quelle lettere comincia : « Hic, cuius e manibus hanc 

scedulam accipies, triennio et amplius mecum fuit, non ut familiaris 

sed' ut filius ». Indi il P. vi rammenta le cure prodigate al giovinetto 

e l'utilità che questi ne ebbe, e toccato delle lodi di lui, continua : 

« Cum gratia tamen mea ac licentia, non addo et cum Consilio, 

discedit. Quid multa ? Iuvenis est, uno verbo totum dixero ; vult 

probare mundum, quem probasse ego nimis memorans cohorresco. 

, Optat Romani videre...., vult, ut auguror, malore in pelago piscari 

lucrum sibi non naufragium proponens, vult temptare fortunam, ut 

dicit, suam. Quam si secundam reperit, gaudebo ; si adversain, salva 

dum puppis sit, repetere hunc tranquillum, licei exiguum portum non 

vetabitur.... Hic equidem, quisquis eum agat impetus, non tam suus, 

credo, quam etatis, in se bonus est ». 

Simile il principio della seconda : « Iuvenis iste quem conspicis, 
aliquot annos mihi prò filio fuit, nec esse desinit, etsi enim corpore 
abeat ». Anche in essa un accenno alle buone qualità del giovinetto, 
ma insieme un più tenace insistere sull'incostanza dell'età, che diventa' 
leggerezza Uevitas) individuale. Egli arde del desiderio d'apprendere 
il greco e lascia perciò la casa ospitale del suo patrono. « Hunc 
ego impetum iam per anni spatium non sine ingenio ac labore 
continui, sepe precibus, interdum iurgiis ostendens ingerensque oculis 
quantum, sibi latinarum nunc etiam literarum desit, difficultates quoque 
rerum variaa ac pericula coacervans, quibus iuvenilem temperari 
posse rebar ardorem, presertim ex quo semel digressus, brevi, ut 
sibi predixeram, cogente necessitate, redierat. Et piane, dum peregri- 



]■;■; 

t 
nationis infauste memoria recens fuifc, substitit parumper et spern 
dedit posse animum regi; mine tandem, ni fit. non longa requie 
laborum omnium subrepsit obiivio ». E parie per la Calabria, 'love 
ha udito dire essere stati uomini dottissimi di quella lingua; parte, 
avendo chiesta al Petrarca questa lettera di raccomandazione al 
Sanseverino. 

Il carattere diverso e la diversa contenenza delle due lettere 
mettono in rilievo la diversità delle occasioni in cui furono scritte. 
Corrisponde la prima al primo periodo della ribellione, quando il 
giovinetto diceva di voler andarsene perchè stanco di fare il copista 
e desideroso di girare il mondo ; è una di quelle commendatizie che 
egli all'ultimo momento ricusò e nelle quali il Petrarca « immerito 
furiosum impetum velut industriam commendabat ». La seconda si 
riferisce manifestamente alla seconda partenza, cui fu pretesto quella 
stessa brama d'apprendere il greco che la prima volta il Ravennate 
aveva messo in campo solo negli ultimi giorni. Se la lettera al Bruni 
fosse stata scritta nella stessa occasione che quella al Sanseverino, 
come mai il Petrarca, pur dicendo che la sua casa sarebbe stata sempre 
aperta al fuggiasco, avrebbe tralasciato di accennare al precedente 
ritorno ? 

Il Bruni, quando il Petrarca gli scriveva raccomandandogli il suo 
alunno, era a Roma colla curia, ond' è certo che la lettera è poste- 
riore all'ottobre del 1367 ; e già il Fracassetti la attribuiva appunto 
all' anno seguente (1). Se essa, come mi pare certo, si riferisce alla 
prima partenza del Ravennate, questa partenza va dunque posta nel 
maggio del 1368, e al 1368 deve essere attribuita la Sen. V, 6 [V, 7] 
insieme con la sua gemella, che le va innanzi immediatamente (2). 

Prima di lasciare il discorso intorno a queste epistole, è opportuno 
ch'io prevenga alcune obbiezioni. Il più recente illustratore del viaggio 
del Petrarca a Udine suppone che il vescovo Pileo di Prata e il 
poeta arrivassero colà prima del 21 aprile (3) ; il che escluderebbe 

(1) Lctt. fam. V, 107. Questa data del resto è inclusa nelle stesse prime 
parole della lettera, che poc'anzi ho riferito, dacché si sa che il giovinetto 
ravennate entro in casa Petrarca nell'autunno del 1364. 

(2) Qualche prezioso indizio in favore della mia tesi cronologica eteri \ erebbe 
dalla storia della trascrizione della versione omerica, se fosse certo che il copista' 
sia stato d Ravennate, come crede il De Nolhac, p. 100. 

(3) L. Zanutto, ]). 49 n. 1. 



— 423 - 

che la lettera data a Padova il 22, sia del 1368.. Ancora : lo stesso 
erudito afferma, che il Petrarca fu di ritorno a Padova ai 17 di 
maggio insieme coll'imperatore (1), il che escluderebbe che il giovi- 
uri io. partito di là dopo quel giorno, fosse in tempo di fare il suo 
lungo viaggio entro il mese e di precedere a Pavia il Petrarca, che 
vi arrivò il 30. È agevole rispondere che tutte codeste sono congetture 
prive d'un sicuro fondamento. Anche se fosse storicamente provato 
che il vescovo era a Udine prima del 21 aprile, non ne conseguirebbe 
che il Petrarca dovesse aver fatto il viaggio con lui e non potesse 
aver ritardato di qualche giorno la sua partenza da Padova. Quanto 
poi al ritorno, è proprio certo che egli seguisse l'imperatore nel suo 
lentissimo viaggio? In sul proposito del giovinetto ribelle scriveva 
«la Padova a Donato: u Iniussu meo ne se loco moveat provisum. Ita 
igitur ne quid soli et incauto •accidat, usque ad meum reditum, 
quem ob ipsum maturabo, mestum reluctantemque contineo ». 
Se la lettera fosse del 13G7, dovremmo pensare al ritorno da Pavia, 
e l'intenzione che il P. manifesta d'affrettarlo, contrasterebbe strana- 
mente colle condizioni in cui, come sappiamo, segui la venuta del 
poeta nella città viscontea in quell' anno. Quanto più naturale invece 
ch'egli parlasse del ritorno dalla gita a Udine, che sapeva dover 
essere di breve durata ! Ecco dunque un indizio (se non una ragione), 
il quale ci consente di credere che il Petrarca, appena partito l'im- 
peratore di là, tornasse a Padova senza attardarsi per via e vi giun- 
gesse quindi già in un giorno assai prossimo al principio del maggio. 
Cosi non manca il tempo per la scenata risolutiva, per la partenza 
del Ravennate, per il suo viaggio, che anche senza la fretta con cui 
fu fatto, non richiedeva più di dodici o quattordici giorni, e per il 
suo arrivo a Pavia prima del Petrarca ; tempo ristretto, s' intende, 
com'è verosimile che fosse, se prima della sua fuga il giovinetto aveva 
saputo dell'imminente partenza del suo patrono per Pavia. 

Più grave obbiezione pare sorgere dalla Sen. XI, 7; ma essa si 
dilegua prontamente, come vedremo parlando di codesta lettera (n.° 20). 
Qui accade ancora notare che nel 1368 il Petrarca fu di ritorno a 
Padova ai 19 di luglio 2), talché ammettendo che impiegasse nel 
viaggio sei giorni, come nel venir qui, la sua partenza da Pavia 
sarebbe stata il 14. Neppure da questa parte dunque sorgono difficoltà 

(1) L. Zanutto, p. 59. 

(2) Sen. XI, 2. 



— 424 - 

che impediscano di assegnare al 1368 la Seti. V, 6 [V. 7|. scrina 
all'Àlbanzani (il quale, si noti, abitava a Venezia, mentre il Petrarca 
andava a Padova) da Pavia l'il di quel mese. 



B 

Lettere di data incerta. 

14. Var. 65. A un ignoto. 'Ut inter tot maiorum. Papié; XXH 

Decembris [1363-66]; e il poscritto, II Septembris [1 364-67]. 

Dal poscritto, che suona : u Adhuc octo, imo novem mensibus et 
eo amplius ex quo date erant, ad me rediere non sine cominina- 
tionibus et iurgio, ideoque unam additibnem de duabus estatibus 
hi e actis non miraberis », il Fracassetti ed altri credettero di poter 
dedurre che la lettera sia del 1363 e quindi il poscritto del '64j 
ricordando il passo di Sen. V, 1 : « ecce iam tres hic estates egi A 
Ma la dizione u de duabus estatibus hic actis » può significare non 
solo u delle due estati passate qui », ma anche u di due estati ni 
anzi per ragioni stilistiche pare più probabile la seconda interpreta- 
zione. Di qui la mia incertezza. 

15. Sen. IV, 5 [IV, 4]. A Federico Aretino. Iuvenilia inter 
opuscula. Ticini, X Cai. Septembris,. 23 agosto [1364-1367]. 

Questa lettera, che tratta del significato allegorico dell' .Eneide,' 
non può essere ne del 1363, né del '68, né del '69, perchè in quegli 
anni il Petrarca non era a Pavia nell' agosto ; non si può escludere 
che sia del '64, ma è poco probabile, poiché ai 10 di quel mese egli 
era ancora a Venezia (Sen. IV, 3 [IV, 2]); il posto che occupa nella 
raccolta, pare assegnarla al '65. ma è questo un malfido argomento. 

Eesti dunque l'incertezza fra il 1364, il '67 e gli anni intermedi. 

* 

16. Var. 60. A Moggio da Parma. Tua brevis ac dulcis. 
Ticini, Kalendis Septembris [1365-67J. 

Non anteriore al 1365 la giudica per una buona ragione il Fra- 
cassetti; e dal giorno in cui fu scritta, restano esclusi gli anni 1368 
e '6& 



125 - 

17. Var. 40. A Moggio da Panna. Perfudisti me stupore. 
Papié, 20 Iunii [1365, 1307, 1369]. 

Il Fracassetti, aggiungendo nella versione un « nostro n al sem- 
plice « dominus n del testo latino (si enim dominus venit, ut fama 
est, sequar), vede qui un'allusione ad Azzo da Correggio e quindi 
riporta la lettera ad un tempo anteriore al 1362, in cui questi mori (1) ; 
precisamente al 13(50. Ma tolta di mezzo quella genterella, non c'è 
ragione di risalire tant'alto, né d' immaginare un soggiorno pavese 
del R, di cui non s' ha altra notizia. Posto ciò, la scelta non può 
cadere che fra i tre anni, qui sopra indicati, nei quali egli era a Pavia 
nel giugno o almeno non sappiamo che in quel mese fosse altrove. 
Il ricordo dell'acro Elicona a quem tibi et Musis Euganeo in colle 
congessi » mi rende fortemente propenso al 1369. 

18. Sen. Vili, 2. A' suoi amici. Senni fateor idque iam. 
Ticini, III Cai. Decembris, 29 novembre [1300, 1367]. 

Il P. si dice vecchio e tesse le lodi della vecchiaia. Affine 1' ar- ■ 
gomento a quello della lettera che immediatamente precede nella 
raccolta (vedi n. 3) ; il che toglierebbe valore alla conclusione cro- 
nologica che si traesse dalla contiguità delle due epistole, se non 
fosse la natura degli argomenti affini. Era i due anni qui sopra no- 
tati è più probabile il primo, perchè da Sen. Vili, 3 appare che 
già ai 9 di novembre del 1367 il P. si preparava alla partenza da 
Pavia. 

19. Sen. Vili, 0. A Donato Albanzani. Due quidem nuper 
epistole tue. Ticini, III Idus Iunias, 10 giugno [1305, 1307]. 

La scelta non può cadere che fra questi due anni, perchè in tutti 
gli altri il P. non era qui ai 10 di giugno. Più probabile il 1387, 
perchè si sa Con certezza che in quelP anno era a Pavia fin dal 
maggio, il che è molto dubbio per il 1365. Nello stesso senso parla 
il posto che la lettera occupa nella raccolta a chi abbia fede in sif- 
fatto argomento. 

(1) Che questa sia la data vera della morte, mi pare dimostrato assai bene dal 
pacassetti, Lett. fam.l, 533. — Sia qui notato che anche il Magenta, I, 108 n., 
combatte la data attribuita dal Fracassetti a questa lettera, ma con altri ar- 
gomenti dai miei. 



426 



20. Sen. XI, 7. Ad Antonio di Donato Albanzani. Fili literu- 
larn tuam perbrevem. Ticini, XIII Cai. Decembris, L9 novembre. 

La lettera, ch'è una breve esortazione allo studio, finisce cosi : 
u Et cave ne sine diurno lucro aliquo te vesper inveniat, ita ut brevi 
et illi qui te genuit gaudio et mihi qui te diligo, esse possis auxilio; 
ille eniru a quo auxilium sperabam, qui post me vemt, ante me fi 
est, opinione saltem sua, de milite dux, de discipulo magister. Vale 
et utrumque iubeas salvere parentem ». Se, come crede il Frai 
qui s'accenna al giovane ravennate, bisogna ammettere che questi 
fosse definitivamente partito dalla casa del P. : egli s'era fatto de 
milite (lux, cioè s'era sottratto ad ogni soggezione, giudicando di non 
aver più bisogno d'esser guidato. Perciò il Fracassetti (1) assegna 
la lettera, con le Sen. XI, 8, 9, al 1368. Ma in quell'anno il P. non 
era a Pavia nel novembre. Posse esatta la data del luogo, la le: 
non potrebbe essere posteriore al novembre 1367 ; il che farebbe 
contrasto con la data che ho poc'anzi assegnato alla prima fuga del 
Ravennate (1368, n.° 13), ma non meno vivamente contrasterebbe con 
la data accolta dal Fracassetti (1367), la quale rinvia alla prima- 
vera del 1368 la partenza definitiva (2). Si osservi altresì che i saluti 
mandati per mezzo d'Antonio soltanto ai genitori di lui, ma non, 
come sarebbe stato naturale, anche al fratellino minore Solone, 
paiono indicare che la letterina sia proprio posteriore alla morte di 
questo, avvenuta poco dopo la morte del piccolo Francesco da Bros* 
sano (Sen. X, 4) ; tanto più se la chiusa della letterina stessa si con- 
fronti con questa d'una lettera a Donato del 1366 (vedi n. (< 5): " Vale, 
fidissimamque uxorem , quos illa nobis edidit Antoniurn meum et 
Solonem tuum salvere iube ». Tengo dunque per fermo che la jet- j 
tera ad Antonio sia erroneamente data da Pavia (forse s'ha a legger 
Potavi), seppure non si deve credere, che in una lettera scritta real- 
mente di là, sia penetrata una giunterella seriore, il che non farebbe 
meraviglia. 

(1) Lett. far».., V, 107. 

(2). Occorre appena avvertire che alla prima assenza del giovane, durata una 
parte d' un maggio, non si può pensare, se la lettera ò di un novembre. 



-à-IFI^ElfcTIDICE: IT 

L'EPITAFIO DI FRANCESCO DA BROSSANO 



Nella Sen. X, 4 il Petrarca, descritto all' amico Donato il suo 
grande amore per il nipote Francesco, si compiace della paziente 
rassegnazione che, ammaestrato dall'esperienza, aveva saputo opporre 
all'impeto del dolore quando pur dianzi il bambino era morto. Tut- 
tavia confessa che la debolezza umana, cui tante volte negli anni 
addietro aveva ceduto assordando gli amici di gemiti e lamenti, lo 
aveva ancora sopraffatto per un momento. « Omnein tamen mee 
fragilitatis historiam ut noris, bustum ego marmoreum i 1 li 
infantulo apud Ticini urbem biss.ex elegis inscriptum 
Ineristi ne aurei s exaratum statui; quod vix alteri facerem 
et rnihi ab altero fieri nollem. Sed qui lachrymas et querelas pressi, 
Bi ■ affectibus sum oppressus, ut quoniara illi nihil alind esset quod 
miniere possem, ad celum profecto nec terrestria iam curanti tem- 
perare nequiverim quominus hoc ultimum et inane tribuerim obsequii 
feenus. Etsi non sibi utile, gratum rnihi hoc illi igitur sacrum volui, 
bon causam lachnmiis, ut Maro ait, sed memorie, non tam mee, 
cui nec saxo nec Carmine opus erat, quam eorum quos illuc casus 
attulerit, utsciant quantum ille suis ab ipso vite principio carus fuit ». 
Il monumento (bustum) che il P. dice di aver consacrato alla me- 
moria del nipotino diletto, è una lapide rettangolare di marmo bianco 
ora ingiallito dal tempo, la quale sta di fronte a chi salga la prima 
branca dello scalone del Museo civico, murata nella parete del piane- 
rottolo. Chiara e breve ne è la storia. Originariamente essa fu posta 
nella chiesa di S. Zeno, dove al principio del secolo XVII la vedeva 
Girolamo Bossi, in sinistro ianne Intere (1). Nel 1789, essendo stata sop- 
pressa quella parrocchia, la vetusta chiesa fu venduta al marchese 
Luigi Malaspina, che la fece in gran parte demolire per far luogo alle 
adiacenze del suo palazzo, così che oggi ne rimane appena l'abside, 
la cui parte interna si può vedere in un cortiletto fiancheggiante a 
ponente la chiesa del Gesù (2). La lapide petrarchesca però fu salva; 

1 Memorine Ticinenses novantiquae. Iscrizioni, cod. 180 della Biblioteca 
Universitaria, pp. 99-100. 

'-' ''• pi-PSom], Notizie risguardanti In città di Pavia, Pavia 187(3, 
p. 3~!1 sg. Nella III tavola diamo una riproduzione fototipica di codesta reliquia. 



— 128 

poiché il Malaspina stesso la murò nell' atrio dinanzi al principal 
ingresso del palazzo, donde fu rimossa nel 1896 per essere collocata, 

con altre lapidi, là dov'è ora, vicino alle preziose collezioni artistiche 
legate da quel dotto e munifico patrizio al Comune di Pavia. Identiche 
vicende ebbe la pietra tombale che le è murata sotto, veduta dal 
Bossi iuxla idem marmor in planiate, cioè sul pavimento della chiesa. 

Il marmo principale, alto 148 centimetri e largo 94, è corso tutto 
all'intorno da una scanalatura, la quale insieme col margine che la 
limita esternamente, restringe da ogni parte di cinque centimetri il 
campo riservato all'iscrizione. Questa comincia immediatamente 
presso all'augolo superiore sinistro del campo stesso e si stende per 
dodici righe — i sei distici elegiaci di cui parla il P. — allineate 
tutte lungo il margine interno della scanalatura. Cinquantotto cen- 
'timetri del campo sono occupati dall' iscrizione ; segue uno spazio 
vuoto di venti centimetri; indi sur una sola linea la data. Il resto 
del campo, per cinquantasette centimetri, è di nuovo vuoto, né v'è 
traccia di stemma o di ritratto che ivi sia stato. 

La pietra tombale, spezzata, com'è, all' angolo superiore sinistro ed 
alquanto corrosa, serba le tracce della sua originaria collocazione sul 
pavimento della chiesa. Misura 111 centimetri per 85, e su due righe, 
di cui la seconda segue la linea che unisce i punti mediani dei due 
lati più corti, contiene il nome e un breve elogio del morto bambino.- 

La scrittura di tutte e due le epigrafi è un bel gotico, regola- 
rissimo sia nelle dimensioni delle lettere — la loro altezza normale 
è di due centimetri e mezzo nella lapide maggiore, di quattro nella 
minore, e ogni linea, eccetto l'ultima, ha la lettera iniziale alta uua 
volta e mezzo tanto — e sia nelle distanze da lettera a lettera e da 
parola a parola. La forma delle lettere, scolpite ad incavo di sezione 
triangolare, è quella in uso nelle iscrizioni lapidarie della seconda 
metà del secolo XIV: lunghi gli apici della F, della L e della T, che 
scendono o s'inalzano sino a toccare la linea, segnata con una lieve 
scalfittura dal lapicida, che limita dalla parte opposta la lettera ; 
chiuse, s' intende, la C e la E ; la, V e la U rappresentate entrambe 
da V; nessun nesso; nessuna abbreviazione, eccetto quella che. 
esprime il que enclitico mediante una Q seguita da una specie di 3,' 
e l'abbreviazione di Kalendas in KL. colle due lettere tagliate nella 
loro parte superiore da uno svolazzo. 

Notevole l'uso di due, anzi di tre segui d'interpunzione : il punto 
e una specie di piccola parentesi aperta a destra, che in fine di 
verso assume la forma d'una lineetta serpeggiante. A prima giunta 



429 — 

9Ì direbbe che questa avesse l'ufficio di allungare in vista i versi 
più brevi ; ma una più attenta considerazione della lapide, e in 
iapeoie l'osservazione del quarto verso, un dei più brevi eppure 
privo del riccio, e del nono, dove per mancanza di spazio il riccio 
fu costretto a volgersi in su ed è ora per metà scomparso, dimostra 
Senza lasciar luogo a dubbi, che si tratta veramente d'un se°-no 
ci interpunzione. 

Premesse così la storia della lapide e una descrizione, che mi 
parve meritasse d'essere, quanto più fosse possibile, compiuta ed 
esatta, perchè in questi marmi possiamo ben immaginare d' avere 
sott'occhio un autografo del P., ecco ora i testi, che trascrivo con 
ogni fedeltà, rendendo colla virgola il secondo dei descritti segni 
d' interpunzione, i quali giovano alla retta intelligenza della prima 
epigrafe : 

Sul marmo maggiore (Tav. I) : 
VlX MVNDI, NOVVS HOSPES, ITER, YITEQue VOLANTIS «-» 

Attigeram tenero, limina dvra, PEDE '— > 
Franciscvs genitor. genitrix eranoisca. secvtvs 
hos, de fonte sacro, nomen idem tenvi 
Infans formosvs. solamen dvlce parentvm «-. 
Nync dolor, hoc vno, sors mea leta minvs *-> 
(/etera svm felix. et vere gavdia vite 
Kactvs, et eterne, tam cito, tam facile <— > 

SOL BIS, LVNA QVATER, FLEXVM PERAGRAVERATORBEM*— > 
Obvia MORS. FALLOR. OBVIA VITA FVIT ^ 

Me, venetvm, terris dedit VRBS, rapvitq^ papia 
Nec qveror. hinc celo restitvendvs eram <— » 

ANNO. M. CCC. LXVIII. XIIII. KaLendas. IVNIAS. HORANONA<-> 
Sul marmo minore (Tav. II) : 

Franciscvs de brossano mediolanensis 
infans pvlcer et innocens iacet hic 



430 



Sull' autenticità di questa lapide nessun dubbio fu mai, né può 
essere sollevato. Ma il Malaspina, avendo saputo che un'altra lapide 
colla maggiore iscrizione si trovava a Treviso, si propose il quesito 
qual delle due fosse l'originale, e dopo alcune considerazioni, delle 
quali conosceremo fra poco la sostanza, conchiuse sembrargli che 
la lapide di Pavia dovesse ragionevolmente essere riguardata per 
originale (1). Il Rossetti, accogliendo questa conclusione, volle dare 
una spiegazione del duplicato trevisano, e poiché sapeva che in 
quella città era stata sepolta Francesca, la figliuola del Petrarc; 
pensò : « La famiglia Brossano, trasferitasi e stabilitasi a Treviso, 
avrà voluto aver seco la memoria dell'amato pargoletto già consacrata 
dall'amore e dai versi dell'avo. Non potendo ritirare da Pavia la tomba 
ed il marmo di quello, ne avranno fatto eseguire una copia in Tre- 
viso, la quale dopo la morte della madre sarà stata collocata, qual 
cenotafio del figlio, presso il sepolcro di lei « (3). Alla qual conget- 
tura fecero buon viso il Fracassetti (4), Carlo Romussi (5), di recente 
Augusto Serena (6) e forse qualche altro. 



(1) Malaspina, Iscrizioni lapidarie, Milano 1830, pp. 41-3. 

(2) L'iscrizione o, per dir meglio, le due iscrizioni, la murale e la terragna, 
apposte al sepolcro di Francesca nel cimitero della chiesa trevisana -dei Frati 
minori, si leggono ora nel corridoio d' ingresso della Biblioteca Capitolare 
Treviso; 1' una, scolpita a caratteri gotici, sul marmo suo originale; l'altra, 
ricopiata di recente, sulla parte inferiore rimasta vuota del marmo stesso (A. 
Marchesan, L' Università di Treviso nei secoli XIII e XIV, Treviso, 1892 
p. 173 sg.) Codeste iscrizioni furono messe a stampa più volte; per es.. ds 
Fracassetti, Lett. fam. II, 203 e da A. Serena, Francesca figlia del P., Roma- 
Milano 1904, p. 19 sg., per citare la pubblicazione più ovvia e la più recent 
ed esatta., Chi ha vista 18 lapide, assicura che la data della morte di Francese 
è MCCCLXXXIIII. AVGwsd; non MCCCLXXX1I. II AVGVSTI, come altri disse 
Quanto poi all'autore dell'iscrizione maggiore (la murale), io sono molto incline 
a credere ch'egli sia il Petrarca stesso. Sostituita infatti, nel secondo verso, 
lezione ambrosiana, fatta conoscere dal Sassi, alla lezione del marmo trevisane 
la quale ha tutta l'aria d'un mal congegnato concerò, «l'incongruenza cronolo- 
gica scompare, e d'altra parte la grave inverosimiglianza morale che ne vieti 
fuori, non mi è ragione bastevole a negare che dal Petrarca l'epitafio sia stato 
composto; mi paiono assai buone in sul proposito lo considerazioni di G. Mercati 
negli Studi e documenti di storia e diritto, XV, 1894, pp. 339-43. 

(3) Francisci Petrarchae poemata minora, voi. Ili, Milano 1834, App. p. 67 

(4) Lett. fam., 11, 202. 

(5) Il Petrarca a Milano, Milano 1874, p. 91. 

(6) Nel discorso testò citato, a pag. 19. Al Serena mi è caro manifestar* 



- 431 - 

Che cosa dobbiamo pensarne noi ? Prima di rispondere procu- 
riamo d'imparare a conoscere meglio il marmo trevisano; forse dopo 
sarà inutile rispondere. 

In primo luogo una notizia "di fatto. Oggi una lapide che porti 
scolpito l'epitafìo del P. per il piccolo Francesco da Brossano, a Tre- 
viso non esiste uè nei corridoi della Capitolare, dov'è l'iscrizione sepol- 
crale della madre, né altrove. Risaliamo i tempi e chiediamone infor- 
ni azioni a coloro che l'abbian veduta. Non è certo da mettersi fra questi 
Angelo Marchesati, il quale nel suo dotto volume sull'Università di 
Treviso, pubblicato nel 1892, dopo aver parlato a lungo e con minuta 
esattezza del marmo iscritto alla madre, riferisce alcune notizie 
intorno al figlioletto e termina col recare u l'iscrizione pavese, fatta 
per Franceschino, quale la leggiamo nei Commentarti del Burchiel- 
lati » fi). Né è da mettersi il Fracassetti, che della lapide trevisana 
concernente il bambino fa appena un cenno, non importa se sulla 
fede del Malaspiua o del Rossetti. Quest'ultimo invece ne tratta con 
una certa larghezza: dice che la lapide « è visibile nei chiostri 
inferiori del Duomo, trasportatavi dalla chiesa dei PP. Conventuali 
di S. Francesco » ; che « è scolpita a carattere romano n, mentre la 
pavese u a carattere quadrato, che suol dirsi gotico » ; che questa 
ha la data, quella no ; e discute brevemente le varianti di cui diremo 
fra poco. Ma neppure il Rossetti vide il marmo ; tutte queste notizie 
provengono dal Malaspina che egli cita, le più per quasi fedel tra- 
scrizione della fonte, ed una, quella intorno alla forma della scrit- 
tura, per interpretazione e svolgimento d' uno strano viluppo di 
parole sfuggito al patrizio pavese. 

pubblicamente tutta la mìa riconoscenza per il valido aiuto che mi diede nel 
dipanare la piccola matassa del marmo trevisano ; riconoscenza che è tanto più 
viva in quanto che egli, richiesto da me di alcune informazioni intorno al marmo 
stesso, mi aperse e spianò la via a sfatare la strana leggenda di cui sto per 
parlare, additandomi cosi una conclusione che viene a mettere in luce una 
sua, del resto scusabilissima, trascuranza. Simili vittorie dell' amore della verità 
sull'amor proprio non sono frequenti e meritano d'essere segnalate ad onore. 

(1) Vedi le pagg. 175 sg. del citato volume. Fra le notizie intorno a Fran- 
ceschino visi legge questo inciso: « Se il marmo di Pavia recasse, come il trevi- 
giano, la data.... »; e a me importa osservare, affinché altri non frantenda, che 
qui s'allude al « marmo trevisano » di Francesca, non a quello del piccolo 
Francesco. Quanto poi al marmo pavese, che esso fosse datato si sapeva almeno 
fin da quando il Baldelli, nel 1797, pubblicò per la prima volta il suo notis- 
simo libro. 



— 4:52 

Sentiamo ora il Malaspina nell' Appendice alle sue Iscrizioni (1). 
Egli racconta che mentre preparava la stampa di queste, ebbe sentoVe 
« di altre lapidi relative alla famiglia del genero del Petrarca » 
esistenti a Treviso ; un' informazione* indeterminata dunque, non una 
notizia precisa intorno ad una lapide iscritta al bambino, che fosse 
colà. E si rivolse per schiarimenti ad u alcuni distinti amici », dai 
quali ebbe una risposta che sonava press'e, poco cosi : « A Treviso 
trovasi altra iscrizione petrarchesca sulla morte del di lui piccol figlio 
da Brossano {cioè del fig Ho dU genero). Vedesi ivi questa, estesa ne' se- 
guenti modi », cioè in una lezione che il Malaspina stima opportuno tra- 
scrivere per agevolare il confrouto col testo pavese ; col maggior 
testo, s'intende, che delle due linee scolpite sulla lapide terragna 
gli informatori trevisani non fanno parola, u Inoltre », egli seguita, 
riassumendo la risposta dei suoi distinti amici, « trovansi pure a Tre- 
viso le due seguenti iscrizioni », cioè quelle per la madre del 
bambino, che il Malaspina pure riferisce. « Queste due iscrizioni 
le di cui lapidi trovavansi da prima presso i PP. Conventuali di 
S. Francesco, ed ora esistenti ne'' Claustri inferiori del Duomo di 
detta città, non lasciano ecc. ». Curioso davvero che gli informatori 
trevisani, così diligenti nel notare dov' erano state e dov' erano le 
due iscrizioni riguardanti la madre, si siano dimenticati di dire dove 
fosse stata in origine e dove fosse allora la lapide del bambino, cioè 
appunto quella che al Malaspina più importava, mentre restringendo 
con insistenza il loro discorso alle due iscrizioni materne, ve- 
nivano ad escludere che essa avesse seguito le vicende di queste. 

Poscia il Malaspina, discutendo dell'originalità della lapide pa- 
vese, soggiunge: " Nell'iscrizione di Treviso non era vi data al- 
cuna e non scolpita (ecco il viluppo di parole annunciato poco fa) con 
caratteri ricercati e diligentati, detti volgarmente gotici, corrispon- 
dentemente pure a quelli del relativo epitafio posteriormente ritro- 
vato eziandio in S. Zeno, e del che [di chef] va priva la ripeti- 
zione di Treviso ». Eravi ! Va priva ! Ma a che giuoco giochiamo ? 
Esisteva o non esisteva codesta lapide a Treviso, quando il Malaspina 
chiedeva e riceveva le sue informazioni? Questo ondeggiare dei tempi 
verbali, la mancanza d'un qualsiasi cenno sul luogo dove la lapide 
si trovasse, gli avvolgimenti inestricabili dell'ultimo periodo, come 

(1) Non tengo conto in questa rassegna del Roboi.ini, voi, V, P. II, 1836, 
p, Gli, il quale si rimette interamente al Malaspina, 






— 43;-! - 



di chi vuol mostrarsi ben ragguagliato e non è, tutto ciò fa pensare 
che vaghe e malsicure fossero le notizie venute da Treviso e che 
neppure gli amici del Malaspina avessero mai veduta la lapide con- 
tenente l' iscrizione commemorativa del piccolo Francesco. E un 
dubbio che non tarderà a divenire certezza. 

L. Bandini, nella Vita di F. P. che premise alla sua edizione delle 
Rime uscita per la prima volta a Firenze nel' 1748, parla a lungo 
ed esattamente delle iscrizioni trevisane spettanti a Francesca ; ne 
parla per informazioni avute dal padre M. Agelli, inquisitor generale 
di Firenze, le quali, cosi ricche come sono di determinazioni topo- 
grafiche, si rivelauo dettate da una conoscenza diretta delle lapidi ; 
ma non dice verbo d'un marmo trevisano che recasse l'epitafio del 
nipotino, pur da lui riferito. Nulla dunque ne sapeva il padre Agelli, 
cosi ben informato intorno alle iscrizioni di Francesca. Similmente 
nulla ne sanno gli eruditi trevisani, dal Cima all' Azzoni Avogaro, 
dal De Faveri al Federici, che coll'ardore or diligente ed oculato, or 
tumultuario e cieco degli studiosi del Seicento e del Settecento illu- 
strarono le memorie della loro città, raccogliendone le iscrizioni e 
talvolta intrattenendosi a lungo intorno a quelle commemoranti la 
figliuola del Petrarca ; nulla ne sa lo storico di Treviso, Giovanni 
Bonifacio, che di codesta figliuola ha cura di notare che " fu sepolta 
nella chiesa di S. Francesco, dove si legge un suo bellissimo epitafio 
in versi latini » (1) ; nulla infine Emanuele Cicogna, che copiò 
quante più potè epigrafi trevisane, anche futili (2). 

Gli amici del Malaspina se le trassero dunque del capo le malsicure 
notizie che inviarono all' amico ? No certamente ; essi frantesero o 
lasciarono che il Malaspina frantendesse certa pagina d'un loro vecchio 
concittadino, di Bartolomeo Burchiellati, medico, erudito, poeta, vissuto 
lungamente tra il secolo XVI e il XVII (3). Negli Epilaphiorum 
dialogi septem messi a stampa a Venezia nel 1583, costui' trascrive 
anzi tutto le due iscrizioni di Francesca, accuratamente notando che 
l'una, la terragna, si leggeva « in extento lapide », e l'altra « in erecto 
specioso marinore », e che i caratteri dell'una erano « stylicidiis satis 

(1) G. Bonifacio, Istoria di Trivigi, nuova edizione, Venezia 1744, p. 428. 

(2) Biblioteca Capitolare di Treviso, cod. III. 90. È una delle tante notizie 
favoritemi dal Serena. 

(3) Qualche notizia ne dà il Serena, nel suo volume Pagine letterarie, 
Roma 1900, p. Ili sgg., parlando d'un miserabile canzoniere di lui, 



— \'M — 

é 

consumpti n (la sepoltura infatti era nel cimitero attiguo alla chiesa, 
non dentro alla chiesa) e quelli dell'altra, meglio conservata perchè 
infissa verticalmente nel muro esterno, erano « rotundi »; notizia 
quest'ultima, che evidentemente diede V aire alle fantasticherie sulla, 
forma grafica dell' epitafio trevisano del bambino. Compiuto il discorso 
intorno all